giovedì 4 luglio 2024

Normance

di Louis-Ferdinand Céline
Einaudi, Torino, 1988
Traduzione di Giuseppe Guglielmi
e le bombe tombolano ancora a grappoli! risprizzano verde! blu! geyser attraverso le nuvole!... ah è del terribile fantastico! fantasmagorie così spinte di colore che anche no artista come io sono mi dico: accidenti madonna! è un abbagliamento che non ha prezzo! frangenti di bellezze così scrollano l'universo! altre generazioni vedranno forse qualcosa di più e di meglio... ancora?... ancora?

Di Céline tutti conoscono il capolavoro, il Viaggio al termine della notte del 1932, romanzo d'esordio anticipato dalla tesi di laurea sul dottor Semmelweiss che già prefigurava le doti narrative dell'autore. Poi, il suo stupido delirio antisemita e filonazista (con tutti i distinguo del caso, che racchiudo in questo intervento) ne ha oscurato la produzione post-bellica che, pur non essendo comparabile con i primi due romanzi (e come potrebbe?), diviene quasi una ricerca di stile, che dilata la trama vera e propria nel racconto affannoso e concitato delle esperienze di guerra ed esilio. Normance è scritto nel 1954 come seguito di Pantomima per un'altra volta (il titolo originale è Pantomima per un'altra volta II: Normance), ed è il racconto in prima persona - in presa diretta si potrebbe dire - del bombardamento di Parigi della notte tra il 20 ed il 21 aprile 1944 da parte degli Alleati (nel risguardo del volume si dice erroneamente agosto '44, data della liberazione di Parigi). Céline abita al 6° piano in Rue Girardon 4, a Montmartre, e da lì descrive con la sua prosa ossessiva la distruzione della città (p. 101):

l'edificio anche di fronte il «16» si china... china col suo balcone... il balcone del «4°» spenzola... ad amaca... a vetrina! e che cos'è che ci si becca ancora come risucchi, noi! di ste cariche d'aerei a scappa-e-fuggi!... [...] questo però è meglio che la lingua, la gigantesca slinguata di fuoco del cielo!... le bombe, si sa, la lingua no!... ma i risucchi d'aria forse poi... sono i peggio! [...] che ci sbattono nel corridoio, scontrano come arieti!... brram! frammezzo intanto pieno di scheggiaglia, pieno di ardesie!... pioggia di mattoni!... che tu, carne al muro rispiaccicata, urli di dolore!

La "trama" è veramente l'ultima cosa a cui prestare attenzione, ma tentiamo: per effetto del bombardamento l'ascensore precipita al piano-terra scavando una voragine, le scale vanno a pezzi, i mobili si spostano e finiscono di sotto, e Ferdinand e la moglie Lilì si decidono a scendere, ritrovandosi con il resto del condominio nella loggia della portineria, tra un'orda di inquilini ammucchiati sotto una tavola. Tra essi ci sono i Normance (André e Delphine), lui un mastodonte di 160 kg, distributore di carta assai ricercata dall'autore, che brama di finire (p. 64) tre capolavori, lirici, ironici, là su di sopra!... «Leggende e pensieri», il «Re Krogold»... «Casse-pipe»... «Guignol's»... in secca!... più carta!

Non azzardandosi a raggiungere il metrò (sia per le bombe, sia perché Céline teme il linciaggio come collaborazionista), la comitiva resta intrappolata ed i comportamenti degenerano. Delphine sviene e prima Raymond e poi Normance, nella frenesia di sollecitare un impossibile intervento di Céline (che, ricordiamo, era dottore), lo "incoraggiano" ripetutamente a modo loro (p. 133):

e là subito: prang! mi attacca a pugni nella schiena!... Mi volto!... due pugni nella pancia! lui sa, come mi si incentiva!... mi strangolava prima, adesso mi sfonda! mi urla in questo mezzo...
— Dottore! Dottore!

La ricerca di un cordiale da somministrare alla malata si indirizza verso l'appartamento di un'inquilina assente da tempo. Per sfondare la porta la folla utilizza lo stordito Normance come ariete (non senza incitare il dottore a spingerlo, viziosi cagoni marpioni brutta razza! se ci spacca la testa al grosso chi è che è poi l'assassino?, p. 144), lasciandolo poi con la testa mezza fracassata per saccheggiare il ben fornito appartamento. Qui la cronaca continua con tutti i dettagli, perché (p. 70) faccio mica l'artista, il pressapochista! «io ero lì, la tal cosa mi capitò» ecco la mia legge!, fino al termine del bombardamento, quando la gente riemerge dal metrò ed inizia a litigare. Così il loro comportamento, ammantato finora di un minimo rispetto o ambiguità (perché c'è niente nel fondo delle crape solo che il contraccolpo delle grandi notizie, p. 108), si tramuta in odio verso il traditore (p. 195):

uno che era l'amico assoluto, tutto cuore, si caccia nell'odio!... lo ritrovi terribile nemico, ti diffama, denunzia, baldracca!... ti mangerebbe vivo! [...] dal momento che gli inquilini, tranquillo! mi detestavano!... Erano forse i più terribili, gli inquilini!... che mi vedono, mi massacrano! [...] Oh, sento le loro parole... gracchiano là sotto!... e di me!... e mica in modo piacevole! sto fiele! io li interesso... dicono solo che del male...

Ferdinand è salvato dal robusto amico Octave che, fatto buttare nel buco dell'ascensore il corpo dell'ormai dissanguato Normance (che prima di morire ha comunque trovato modo di rifilare altre legnate a Ferdinand), riporta Céline in spalla fino al suo appartamento, sbagliando però piano. Attraverso un foro nella parete, ai tre (c'è anche Lilì) si para davanti una scena paradossale: l'appartamento adiacente è intatto nonostante i bombardamenti e vi si trova Norbert, un attore ormai demodé, con una tavola apparecchiata in attesa di ospiti. Norbert, impazzito forse per via del bombardamento, sta aspettando il Papa, Churchill e Roosevelt a cena, e fa da contrasto alla lucida follia di Céline, a cui infatti ricorda che (p. 231)

Ma amici voi siete pazzi! [...]
Non è successo niente!... confondete tutto! ecco! confondete tutto!...
non è successo niente! sta per succedere! sì! certo! sta! sta per succedere!

Una simile simmetria si instaura tra gli insulti di Céline a Jules e gli "inviti" a saltare dal mulino su cui è prigioniero e gli stessi insulti ed inviti che gli inquilini rivolgono al dottore affinché salti il precipizio scavato dall'ascensore per soccorrere Delphine (p. 161). I tre ridiscendono in strada e si avviano verso il metrò insieme alla bidella faccia di frittata, che ha raccolto le carte di Céline che infine si sparpagliano (p. 269): l'aria era intasata di carte, ecco!... a vortici! carte mie! e altre! che si vedeva più il marciapiede di fronte!

La trama pressoché inconsistente e la dedica del libro a Plinio il Vecchio rivelano l'intento cronachistico, dove però il resoconto ossessivo degli eventi è la filigrana attraverso cui si osservano amaramente gli uomini e il loro comportamento. Impossibile seguire il flusso ininterrotto e vorticoso di insulti, bestemmie, ricordi della prima guerra mondiale, rancori personali (con Jules, ma invero con tutti per via della prigionia, pp. 178-179), odio per aria come sotto terra (p. 95), invettive proto-salvin-meloniane (p. 102) o contro tutti coloro che parlano senza sapere (p. 104; anche qui si può cogliere un riferimento alla propria storia personale):

Più che sicuro le persone del metrò hanno visto niente! [...] ma loro andranno ste persone a tutta faccia tosta a confutare! pretendere!... che niente di niente ha scossato!... schizzato! alzato polvere! che il firmamento era sereno, che, ho tutto, io, immaginato!

Oltre che contro coloro che preferiscono così che saperne di più!... l'avarizia di sé che hanno... ciò che sanno gli basta (p. 122) è da segnalare la gustosissima polemica (anche questa interessata) contro i libri presi in prestito, troppo lunga per essere riportata per intero (pp. 128-129):

Accetto le vostre critiche, i vostri insulti, ma alla precisa condizione che siate mica di quella gente che prende a prestito, scroccano, sparpagliano i libri! peste della specie! se l'avete sgraffignato col «prestamelo-che-poi-te-lo-rendo» sarebbe meglio che stiate zitti... [...] si può affermare tranquillamente, che un libro ecco si compra più, si ruba... c'è persino una sorta di «punto d'onore» a più mai comprare un libro. Non uno su venti che ti ha letto ti ha pagato! non è triste? andate a chiedere capitolo prosciutto se una fetta può fare venti persone? se una poltrona al cinema tiene quaranta chiappe? [...] vi rifilo sta digressione per niente! pura filosofia!... ve la regalo! Musa sprecona porcona, basta!

Sarebbe anche da riportare, ma la cito solamente, la sua prosecuzione ideale, sullo scrittore che vuole vendere ricordi in un mondo ormai irrimediabilmente materiale (pp. 178-179), ma chiudo questa lettura ricordando un altro tratto caratteristico di Céline, ovvero l'autocommiserazione e il vittimismo che spuntano periodicamente tra le pagine: così, come Plinio paga con la vita il suo interesse per lo studio dei fenomeni naturali, anch'io ho pagato un poco (p. 254) perché ci ho solo che l'ostilità del mondo e la catastrofe (p. 83), e (p. 237):

c'è da rendermi una vera giustizia, bisogna dirlo di passata, sono ben stato a fare il cazzone in tanti di quei posti i più malsani... per orgoglio e amor proprio e grottesca stronzeria, pura e semplice... la prova, come sono ridotto!...

La scrittura è un miscuglio di perle nascoste e merda, di intuizioni geniali e pagine noiose, un tira-e-molla continuo che avvince e (soprattutto) sfinisce, apparentemente improvvisata ma in realtà assai ricercata, e che è - scaramanticamente - destinata all'insuccesso (p. 73):

mi rileggo a sto punto, sono niente orgoglioso... ho paura che la gente si incazzi così nero! [...] e che tutto vada a finire!... oh! là! così male! [...] discredito totale! raca! scarto! sulle bancarelle, cento soldi nickel [...] Ah, il portentoso furfante! si va a insegnarci il pro del contro!... le tempeste cosmomedianiche! le bombe a pioggia, il mulino che gira, il Jules che non brucia! Ah, tromba, no tromba! disonesto strambo, imbroglione calunniatore scroccone!...
Mi aspetto il peggio!

lunedì 1 luglio 2024

Virna e Cinzia

Ramon sul 1° tiro.
Teo sul 2° tiro.
Ramon sul 6° tiro.
Tracciato della via (azzurro); in rosso la Via dei cugini.
Pizzo Arera
Parete NO

Accesso: si sale a Zambla e si prende la via Plassa (indicazione Arera), continuando fino ad un ecomostro residenziale ove si può parcheggiare gratuitamente. Lì si trova anche l'emettitrice per il biglietto d'ingresso alla strada asfaltata sulla destra che in 3 km circa conduce ad uno spiazzo dove si parcheggia (4 € giornalieri in monetine o carte). Prendere il sentiero alla sinistra del parcheggio o continuare sulla strada che in poco più di mezz'oretta porta al rifugio Capanna 2000. Guardando la parete, si nota il sentiero 244 che la costeggia verso sinistra. Salire quindi per il sentiero che mena alla vetta dell'Arera (con bella vista su rudere di pilastro di seggiovia, altra dimostrazione di scempio delle nostre montagne e di insipienza politica) e prendere poco dopo a sinistra detto sentiero, che si segue fino alla vista della parete NO dell'Arera. Si scende leggermente, si supera il primo tratto di parete, strapiombante e repulsiva, e si giunge in vista della parete NO vera e propria. Al centro sale la Via dei cugini, a destra si nota un evidente pilastro: raggiungerne la base e identificare la targhetta che indica la partenza.

Relazione: bella via che risale la parete dell'Arera per placche e un breve diedro, aperta nel 1994 con spit e chiodi e riattrezzata nel 2021 a fix. Fatte salve le vie più recenti che non conosco, dovrebbe essere quella più facile dopo i Cugini, con un grado obbligato intorno al 6a+. La chiodatura è buona, ma non troppo ravvicinata; eventualmente possono essere utili un paio di friend. Tutte le soste sono su fix con anello e secondo fix (che sembra quasi artigianale). Roccia ottima. Nota: nel seguito non indico i numerosi chiodi che sono stati "doppiati" dai fix, ma lascio quelli isolati.

1° tiro: si parte con un passo delicato lungo una fessura (possibile friend #1BD), per proseguire su placca e superare un breve muretto, portandosi poi a sinistra e salendo alla sosta. 20 m, 6a+; quattro fix.
2° tiro: si traversa a sinistra per placca e si sale lungo un esposto spigolo fino alla sosta. 15 m, 6b, sei fix.
3° tiro: salire appena a destra della sosta e superare un breve strapiombo, per spostarsi a sinistra e salire alla sosta. 15 m, 6b (passo), quattro fix.
4° tiro: salire lungo la direttrice di uno spigolino fino alla sosta. 30 m, III+, tre fix.
5° tiro: spostarsi a sinistra, doppiare uno spigolino e salire fino ad una cengia, che si segue verso sinistra fino alla sosta. 33 m, III+, due fix con cordino.
6° tiro: salire dritto in placca fino alla sosta. 30 m, 6a; tre chiodi, tre fix.
7° tiro: salire il primo tratto in placca fino ad una zona con delle rigole che si risalgono sfruttando una fessura, raggiungendo la cengia di sosta. 30 m, 5c; un chiodo, cinque fix. Tiro molto bello.
8° tiro: spostarsi a sinistra della sosta e salire un diedrino, per proseguire poi verso sinistra. Un passo delicato in placca porta alla sosta. 40 m, 6a (passo); un chiodo, sette fix.
9° tiro: salire la placca stupenda e non banale fino alla sosta. 40 m, 6b/+; tredici-quattordici fix.

Discesa: in corda doppia dalla via con sei calate:
1a calata: 35 m, in verticale fino alla sosta del 8° tiro. Attenzione: a luglio 2024 questa sosta è purtroppo sistemata male, perché l'anello è nel fix in alto, ed il secondo fix è in basso sulla verticale (anziché il contrario), col risultato che le corde non scorrono. Noi abbiamo lasciato un moschettone a ghiera nel fix; verificate che ci sia ancora!
2a calata: 40 m, verso destra (viso a monte) fino alla sosta del 7° tiro. Utili un paio di rinvii per mantenere la direzione.
3a calata: 55 m, in verticale fino alla sosta del 5° tiro.
4a calata: 25 m, verso destra (viso a monte) fino alla sosta del 4° tiro. Usare una corda singola per facilitare il recupero. Utili un paio di rinvii.
5a calata: 30 m, fino alla sosta del 3° tiro. Usare una corda singola.
6a calata: 45-50 m, fino a terra.
In alternativa (ma non abbiamo verificato) ci si può spostare a sinistra (viso a monte) fino all'uscita della via dei cugini e scendere in doppia o lungo il canale.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

lunedì 27 maggio 2024

Salice salentino DOC Riserva La carta 2017 Candido

Non chiedetemi perché, che tanto non lo so nemmeno io, ma da un bel po' di tempo non mi avventuravo tra i vini pugliesi. È quindi con una certa predisposizione d'animo, non scevra da lontani ricordi di piacevoli assaggi, che torno al Salice salentino e al suo vitigno principe, il Negramaro. Qui, tra le cantine produttrici la più famosa è certamente la Leone de Castris, ma Candido è un altro nome da ricordare: nata nel 1929 nel centro del Salento, coltiva vitigni autoctoni e (ahimè) l'onnipresente Syrah che oramai è diventato come il prezzemolo (o la gramigna). Se la maggioranza dei rossi a base Negramaro passa in barrique diventando poco interessante (e lasciando perdere il Negramaro-Syrah di Casina Cucci), la cantina trova la sua espressione più autentica nella linea base de La finestra (Brindisi DOC) e questo La carta, da vitigni Negramaro (85-95%) e Malvasia nera (15-5%). Dopo la fermentazione in acciaio, il vino affina in botti grandi.

Il colore è un invitante rosso rubino, con appena delle sfumature granate. I canonici frutti rossi e neri (mora, prugna) salgono in bella evidenza all'olfatto, con l'aggiunta di note terrose. Al palato è pieno e di buon corpo, con tannini morbidi e con degli accenni quasi cioccolatosi. Un bel finale con una punta amarognola completa l'assaggio.

Un vino di cui fare scorta, anche per l'ottimo rapporto qualità-prezzo!

Gradazione: 13,5°
Prezzo: 8 €

martedì 21 maggio 2024

L'orologio senza tempo

Qui svoltare a destra!
Edo sul 3° tiro.
E sul 4°.
Tracciato della via.
Monte S. Martino
Parete S

Una via da consigliare a chi vuoi male!, mi dice Edo alla fine, memore dei due sassi che lo hanno colpito e dei molti di più che ci hanno risparmiato. È un peccato, perché il percorso è logico e bello, e la chiodatura buona, ma la pietraia sopra la via rovina decisamente il piacere della salita. Se decidete di percorrerla, fate particolare attenzione alla quarta sosta, e cercate di stare il più a sinistra possibile (forse sarebbe utile spostarla un poco).

Accesso: raggiungere via Montebello a Lecco ed identificare un parcheggio di fronte ad una strada bloccata da un'evidente sbarra (se venite dal centro di Lecco - via Pasubio - è il secondo parcheggio dopo la curva a destra). Inoltrarsi lungo la strada e prendere una traccia a sinistra in corrispondenza di una curva. Seguirla prima in piano e poi in salita, superando un grosso pilastro in cemento per l'aerazione della sottostante superstrada e costeggiando le reti paramassi. Al loro termine, continuare a sinistra (ricordarsi questo bivio al ritorno) fino ad un altro incrocio. Non salire, ma continuare dritto, giungendo in breve ad un masso con la scritta sbiadita "canalone impegnativo", oltre il quale si vede la piccola falesia del Muro nascosto. Salire a destra verso il canalone, superare un breve tratto con catene e continuare fino ad un evidente segno triangolare in corrispondenza di un albero (Foto 1). Qui spostarsi a destra, aggirare una paretina e salire all'attacco (scritta sbiadita).

Relazione: via che risale un pilastro a sinistra della parete S del monte S. Martino tra placche e diedri, con percorso logico ma funestato da cadute di sassi. La via è quasi sempre protetta dalle scariche, tranne la sosta del quarto tiro, ma certo la sensazione non è piacevole. Chiodatura a fix buona, ma con passi obbligati. Lungo la salita si notano evidenti tracce di pulizia della parete, e la roccia è tutto sommato buona, con qualche punto in cui fare attenzione; rimane però a lungo bagnata nei primi due tiri dopo le piogge.

1° tiro: salire la placchetta fino un terrazzo dove ci si sposta alla sosta sulla sinistra. 25 m, 5b (passo delicato a metà tiro); sette fix. Sosta su due fix con cordone e maglia-rapida.
2° tiro: spostarsi a destra e superare un muretto, continuando fino alla sosta sulla destra. 15 m, cinque fix. Il tiro è valutato 5b, ma il muretto era fradicio e non posso confermare. Sosta su due fix con cordone.
3° tiro: salire la bella placca fino ad una lama che si segue per poi risalire un diedro, uscendo ancora per placca verso la sosta. 35 m, 6a; undici fix, un cordone su pianta. Sosta su un fix e una pianta con fettuccia e moschettone.
4° tiro: spostarsi a destra e salire per il pilastro inizialmente su buone prese, continuando poi per una placca delicata fino alla sosta. 30 m, 6a+ (un passo), dieci fix. Sosta su due fix.
5° tiro: salire lungo il diedro fessurato fino alla sosta. 30 m, 6a, sette fix. Sosta su due fix.
6° tiro: continuare lungo la placca appoggiata fino al terrazzo di sosta. 20 m, 3c; cinque fix, un cordone in clessidra. Sosta su due fix.

Discesa: salire seguendo una traccia e traversare a sinistra appena giunti al cospetto delle prime rocce. Continuare fino a vedere il sentiero dei Pizzetti poco più in basso, e raggiungerlo. Seguirlo verso sinistra, tenendo il lato in discesa ai bivi, giungendo così alla falesia e da lì a ritroso al parcheggio.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 17 maggio 2024

Materia esotica nel mondo quantistico + Sulla buona strada

Alberto sul 4° tiro di Materia.
e sul 1° tiro di Sulla buona strada.
Monte Berlinghera - Vandea
Parete E

Accesso (Materia): si raggiunge la frazione di Albonico del paese di Sorico, con bella vista sul lago di Novate Mezzola e si lascia l'auto appena dopo la chiesa, in un piccolo parcheggio sulla destra (in alternativa, c'è un parcheggio all'inizio della frazione). Si prosegue lungo la strada e la si lascia a sinistra, continuando (indicazione) per un sentiero che porta ai primi settori della falesia e ad un bivio. Si prende poi a destra, sempre seguendo le indicazioni Materia, giungendo ad un torrente (a volte in secca) che si costeggia e si attraversa poco dopo. Si continua per il sentiero, disturbato da alberi caduti, fino ad un terrazzo con una sosta: è quella del primo tiro della via. Con una calata di 30 m si è alla base.

Relazione (Materia): via piacevole e ben chiodata che risale una serie di risalti. Il percorso è sempre ovvio e marcato dai fix. Tutte le soste sono su due fix con catena ed anello di calata tranne la seconda (due fix con cordone e moschettone). Friend inutili; portare eventualmente un cordino per lo spuntone del 2° tiro.

1° tiro: passo delicato in placca a superare un corto muretto e poi più facilmente fino alla sosta. 30 m, 5c, otto fix.
2° tiro: alzarsi ad una lama e proseguire fino a rimontare uno spuntone. Superare un muretto e raggiungere la sosta. 25 m, 6a, nove fix.
3° tiro: raggiungere la parete tra la vegetazione, spostarsi a sinistra e salire fino alla sosta. 25 m, 5a, cinque fix.
4° tiro: salire la placca delicata e spostarsi a destra seguendo una fessura fino alla sosta. 15 m, 6a+, sette fix.
5° tiro: salire appena a destra della sosta e spostarsi poi verso sinistra fino ad un vago spigolino oltre il quale si sale alla sosta. 25 m, 5b, cinque fix.
6° tiro: salire le placche fino alla sosta. 25 m, 5a, tre fix.

Discesa e accesso a Sulla buona strada: salire le facili placche (eventualmente fare un tiro di corda addizionale) e reperire poco dopo un sentiero che si segue verso sinistra, scendendo fino alla base della parete dove parte Sulla buona strada (scritta alla base).

Relazione (Sulla buona strada): la via sarebbe in realtà un monotiro, ma è possibile proseguire sulle lunghezze superiori dello Spigul, che si possono concatenare in un solo tiro.

1° tiro: salire il muro, spostarsi appena a destra (passo chiave) e proseguire sulla parete che si abbatte. 25 m, 6a+, undici fix.
2° tiro: salire intorno al filo dello spigolo fino ad una sosta intermedia; superare un muretto e continuare per facili rocce fino alla sosta. 35 m, 5b; cinque fix, una sosta intermedia.

Discesa: salire le placchette delicate (eventualmente restare legati!) ed inoltrarsi lungo una traccia fino ad incontrare un sentiero. Seguirlo verso sinistra fino al bivio incontrato all'andata, e da qui ad Albonico.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

lunedì 13 maggio 2024

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi marzo-aprile 2024

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi (scala lognormale) per il treno
2218 delle 8:02 nei bimestri marzo-aprile dal 2015 al 2024.
Fig. 2: Ritardi nel bimestre in esame per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: come in Fig. 1, ma per il treno 2275 delle 17:41.
Fig. 4: come in Fig. 2, ma per il treno 2275 delle 17:41.

Immaginiamo questa scena, del tutto ipotetica (come si scrive nei film, ogni somiglianza a fatti e persone è puramente casuale): una società incapace di rispettare gli standard minimi del servizio che fornisce si ritrova periodicamente a pagare delle penali ai propri clienti. Che si fa? Si migliora il servizio? No no, giammai; serve un'idea migliore. Trovato! Si inventa un modo per non pagare le penali!

Nel mondo reale, invece, quello che succede è che da aprile 2024 i rimborsi per i perenni ritardi di Trenord non sono più automatici, ma vanno richiesti direttamente dal povero pendolare. Qualcuno se ne dimenticherà certamente, ma è un problema suo! E non basta: se prima un treno era considerato come ritardatario dopo 5' (che sulla BG-MI sono più del 10% del tempo di percorrenza), ora la soglia è salita a 15'. Sì sì, avete letto bene: QUINDICI MINUTI! Praticamente un terzo del tempo di percorrenza. Inoltre, le cancellazioni parziali non sono conteggiate: quindi tutte le volte che il treno delle 7:40 parte da Verdello e i pendolari di Bergamo non lo possono prendere, va tutto bene; quel treno è in orario! Qualche maligno pensa che sia tutto un tarocco per non pagare i rimborsi, e che il meccanismo di richiesta di rimborso sia farraginoso a dir poco. Di certo c'è solo che i pendolari di tutte le province lombarde sono incazzati, e Regione e Assessore si fregano le mani invece di vergognarsi. Chissà, con i soldi risparmiati potrebbero aumentare ancora qualche stipendio!

Dal punto di vista dei ritardi, possiamo dire che, se continuiamo così, a Trenord dovranno aumentare la soglia a un'ora se vorranno continuare a non rimborsare il dovuto ai pendolari: il dato per il 2024 è il peggiore degli ultimi dieci anni! Iniziamo dal 2218 (Fig. 1): puntualità al 2.5% e al 30% entro 5'; massimo ritardo di 60' (ma in realtà molto maggiore, perché il treno è partito da Treviglio) il 22 marzo per incidente a Treviglio. Una volta di più, notiamo come la curva sia ben più a destra delle precedenti, senza la minima parvenza di miglioramento, e con un andamento pure anomalo e coda molto sparpagliata. La Fig. 2 mostra i ritardi in funzione degli anni, dove è ben evidente il forte peggioramento del 2024.

E veniamo al 2275 (Fig. 3): puntualità a zero (zero!) e al 46% entro 5'. Massimo ritardo di 58' il 4 marzo per investimento (giorno nefasto in cui la mattina si sono accumulati 49' di ritardo per un guasto). Ancora una volta, la curva è spostata a destra, e solo l'anno 2018 ha una "coda" di ritardi peggiore, per via dell'incidente di Pioltello. La Fig. 4 suggerisce chiaramente che questo treno è in peggioramento costante dal 2020, con gli indicatori di ritardo in ininterrotta crescita.

Solito commento finale sulla cause "ufficiali" dei ritardi: su 19 indicazioni, 7 sono riconducibili a Trenord (guasti ai treni), 6 ad altre imprese (lavori o guasti sulla linea, ritardi di treni non-Trenord), 2 per sciopero (che comunque riguarda Trenord!), 2 ad eventi poco o per nulla piacevoli (malore ad un passeggero, investimento), 2 alle "esigenze del regolatore" (ovvero problemi di gestione del traffico, quindi possibile responsabilità di altri convogli di Trenord). Da notare però come ci siano una decina circa di situazioni di ritardo oltre i 10' per cui Trenord non fornisce alcuna spiegazione. Ognuno è libero di indovinare a chi si debbano attribuire...

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.

mercoledì 8 maggio 2024

Prenotazione obbligatoria

Edo sul 1° tiro
Qui all'uscita del 2° tiro.
Stefano sul 4° tiro.
Tracciato della via (verde). In rosso Kimera, in azzurro Supernova.
La foto originale della parete è © Google.
Pilastro del bunker - Muzzerone
Parete SO

Accesso: procedendo da La Spezia verso Portovenere si giunge alla frazione Le Grazie, dove si prende a destra via Canedoli (indicazione palestra rocciatori). Si tiene la sinistra ad un bivio e si continua fino all'ultimo tornante prima del forte Muzzerone, dove la strada finisce. Si segue brevemente il sentiero fino a giungere in corrispondenza di un bunker con antenne, dove si prende a destra e si scende lungo un canale con corde fisse un po' malconce e cavo metallico. Al termine della discesa si segue una traccia verso sinistra fino ad un bivio. In discesa ci si porta all'attacco di Chi vuol esser lieto, sia; si segue invece la traccia in leggera salita che costeggia la parete (corda fissa) ed in breve conduce all'attacco.

Relazione: guardando le fotografie, non si è certo invogliati a salire questa via, che sembra perdersi nella vegetazione. Ma non lasciatevi ingannare: secondo me, merita una visita. Certo, non manca qualche tratto un po' erboso e qualche presa sporca di terra qua e là, ma la roccia è nel complesso buona (con qualche punto in cui fare attenzione) e per niente unta (fatto non trascurabile al Muzzerone!). La via segue un percorso molto logico, ed è spesso percorsa da cordate che trovano una fila interminabile all'attacco di Chi vuol esser lieto, sia e ripiegano (si fa per dire...) qui: contate quindi una minima frequentazione nei giorni festivi. Chiodatura ottima a fix, solo un filo distanziata (ma io sono un coniglio...) sul bel 2° tiro, dove un minimo di decisione aiuta. Friend inutili, anche se ,volendo, uno si riesce ad utilizzare. Tutte le soste sono su due fix con catena ed anello tranne l'ultima (due fittoni).

1° tiro: salire la placca verso destra, seguendo la striscia di roccia ripulita fino alla sosta. 35 m, 5c, undici fix.
2° tiro: salire il muretto, spostarsi a sinistra e puntare al diedro che si risale fino ad un ripiano erboso (attenzione!) dove si sosta. 30 m, 6a, dodici fix. Bel tiro piuttosto continuo!
3° tiro: continuare sulla parete di sinistra del diedro fino alla sosta. 30 m, 5c, undici fix.
4° tiro: superare le facili rocce verso sinistra e risalire un pilastro, giungendo ad una cengia. Poco a destra corrono i fix di Chi vuol esser lieto, sia; spostarsi verso sinistra tra la vegetazione e salire il bel muretto finale. 25-30 m, 5c/6a (un passo), undici fix.

Rientro: dalla sosta finale si segue la traccia verso destra (rispetto alla direzione di salita) che scende e risale brevemente portando al bunker. Si aggira la recinzione da destra o sinistra e ci si ritrova sul sentiero di partenza.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 1 maggio 2024

Trident

Alberto sul 1° tiro.
Sul 2° tiro.
Alberto sul 5° tiro.
Sul 6° tiro.
Tracciato della via. La foto della parete è di Google Earth.
Mandrachia (Muzzerone)
Parete S

Accesso: procedendo da La Spezia verso Portovenere si giunge alla frazione Le Grazie, dove si prende a destra via Canedoli (indicazione palestra rocciatori). Si tiene la sinistra ad un paio di bivi e si parcheggia al terzo tornante (esclusi i primi nel paese, ovviamente). Qui inizia un sentiero, dapprima pianeggiante e poi in discesa, che si segue fino a congiungersi con il sentiero che da destra proviene dal parcheggio successivo, all'ultimo tornante prima del Forte Muzzerone dove finisce la strada (possibile alternativa). Poco dopo si nota sulla sinistra un rudere di costruzione e, immediatamente dopo, una traccia sulla destra, in corrispondenza di blocchi squadrati di pietra con scritte. Si segue la traccia giungendo ad un terrazzo (vecchia cava) e ad un muro grigio con una corda fissa. Non salirlo, ma spostarsi a sinistra fino alla sosta di calata (due fix con catena ed anello). Da qui partono sette calate in corda doppia, alcune disturbate dalla vegetazione:
1a calata: 30/35 m, in verticale fino alla sosta del 5° tiro.
2a calata: 35 m, in verticale fino alla sosta del 4° tiro.
3a calata: 30 m, in verticale e lievemente a destra (viso a monte).
4a calata: 30 m, in verticale nel vuoto fino ad una terrazza. Si segue poi una breve traccia (restare legati!) che conduce alla sosta del 3° tiro.
5a calata: 35 m, in verticale fino alla sosta del 1° tiro. Se state usando due mezze corde, proseguite con una sola da qui in avanti.
6a calata: 25 m, seguendo la linea dei fix fino ad una sosta intermedia (due fix con catena ed anello di calata). Se il mare è mosso, iniziate la via da qui.
7a calata: 15 m, fino ad un terrazzo poco sopra il mare dove si trova la sosta di partenza (due fix). Inserite i rinvii e fatevi passare la corda, in modo da evitare che un lembo si bagni durante il recupero.

Relazione: via in ambiente bellissimo, che parte a livello del mare e risale la parete di Mandrachia con difficoltà non eccessive e mai continue, tranne l'ultimo tiro decisamente più continuo e duro del resto, e con roccia piuttosto unta all'inizio. Diversi tratti della via sono interessanti, ma in altri la roccia non appare proprio delle più solide (anche se è migliore di come sembra). La chiodatura è ottima; portare solo rinvii.

1° tiro: salire a destra della sosta, spostarsi a sinistra (delicato) e raggiungere la sosta di calata. Continuare per un diedro a destra e poi per placche fino alla sosta. 35 m, 6a, tredici fix. Sosta su due fix con catena ed anello di calata.
2° tiro: salire dritti e poi verso sinistra fino ad un breve muretto che porta alla sosta. 30 m, 5c, tredici fix. Sosta su due fix.
3° tiro: superare un muretto appena a sinistra della sosta, seguire una breve traccia e risalire un pilastro su roccia ottimamente lavorata. 25 m, 5c, dodici fix. Sosta su due fix con catena ed anello di calata.
4° tiro: portarsi alla parete di fronte, traversare brevemente a destra e salire su roccia non sempre rassicurante fino alla sosta. 40 m, 6a, tredici fix. Sosta su due fix con catena ed anello di calata.
5° tiro: continuare per un diedro, indi salire per rocce articolate (e talvolta un po' dubbie) fino ad un albero, da cui ci si sposta sullo spigolo a sinistra e si sale alla sosta. 35 m, 5c, dodici fix. Sosta su due fix con catena ed anello di calata.
6° tiro: salire lo spigolo e continuare per brevi strapiombi, uscendo a destra alla sosta. 30 m, quindici fix. Il tiro è valutato 6b, ma la parte iniziale (peraltro chiodata vicinissima) mi è sembrata più dura. Sosta su due fix sul terrazzo a fianco della sosta di calata iniziale.

Rientro: si segue a ritroso il percorso di andata.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 9 aprile 2024

Interrogatorio della Contessa Maria

di Aldo Palazzeschi
Mondadori, Milano, 2005 (1a ed. 1988)
Non c'è nulla da raccontare, pochissimo da dire, tutto da fare.

No no, non è una svista: la prima edizione di questo romanzo (ovviamente postuma) è del 1988! L'autore ne annunciò la pubblicazione nel 1926, ma cambiò idea e vincolò il manoscritto ad essere pubblicato solo dopo la morte, forse per la poetica, forse per l'argomento: la contessa Maria è una nobildonna che si ribella alle convenzioni famigliari e fugge dall'ambiente ipocrita in cui è cresciuta per dedicarsi alla sua vera passione: gli uomini! E vi si dedica con una notevole dedizione se, interrogata sul numero delle sue relazioni, risponde (p. 22):

Conta duecento numeri nuovi all'anno, perché come tu comprendi, ci sono le repliche, non frequenti del resto, e le riprese, rarissime.

L'iperbole dà la misura del racconto e del carattere della contessa, pervasa da una vitalità prorompente (e dirompente) che si contrappone alla vita ordinaria del narratore-scrittore, il quale la approccia in un bar, animato da pura curiosità e desiderio di conoscenza. Nasce così un'amicizia costellata di domande tra l'ingenuo ed il petulante, e di lapidarie risposte della contessa: l'interrogatorio, appunto. Da esso emerge la visione del mondo della contessa, giustamente curiosa d'esperienze umane ed altamente dotata per intraprenderle (p. 40), e il suo completo disprezzo per la morale comune (pp. 26-27):

L'uomo ama nella donna la conquista, anche se è solo apparente, la vetrina della propria vanità; la sensualità è inquinata da secoli di coglionerie morali religiose letterarie. L'uomo ama la donna malata [...], isterica, piagnucolosa, ama gli svenimenti, i singhiozzi [...]. Ama la donna bugiarda, l'enigma, la donna finge la sensualità o la nasconde, io sono sincera, risplendente come la luce del sole, mutabile, che può sfuggirgli [...].
La donna è la menzogna, io sono la verità. Ti pare che gli uomini mi possano amare? Essi sono la mia preda, io non diventerò mai la loro.

L'insofferenza per le convenzioni e per i sentimenti in favore della sensualità non è tuttavia amoralità, non è tradimento o mercimonio; Maria si rapporta con gli uomini in maniera del tutto paritaria, perché è solamente dando tutto che si può avere tutto (p. 28), e segue in maniera scrupolosa un suo personalissimo codice (p. 52):

Tu intendi per virtù rinunzia, sacrifizio, mancare alla vita, soffocarla, rinnegarla, ahimé! Virtù è vivere secondo la propria natura interamente, senza sacrifizio degli altri ma nemmeno di sé, non mentire mai né con alcuno, non ingannare mai nessuno, e soprattutto, non ingannar sé stesso mai. Questa è virtù!

Questa concezione del mondo in opposizione alle repressioni esercitate dalla società e dalla cultura (per non parlare della Chiesa) si riverbera naturalmente nei gusti artistici e letterari della contessa, che predilige la musica che mi lascia facoltà di pensare a modo mio o di non pensare affatto (p. 43), anche se questo amore non le impedisce di appartarsi durante gli spettacoli dell'Opera, perché un'ora di vita è sempre in ogni caso da preferirsi ad un'ora d'arte (p. 58). Esilaranti poi le versioni di Maria sul finale della Traviata alle pp. 43-46 e sul comportamento di Francesca da Rimini (pp. 83-84). Per il resto, Leopardi è un gobbo infetto (p. 82), Carducci un vecchio cassettone (p. 83), e sorvoliamo sugli altri.
Il dissidio tra vita ed arte si ripropone nella contrapposizione tra la contessa e il narratore, bischero... e infelice (p. 27), che professa di continuo perplessità, turbamento e riserve, intellettuale un po' sfigato che ha bisogno di due pagine di giri di parole per chiedere semplicemente a Maria se è mai andata a letto con due uomini (pp. 40-41), perennemente insultato dalla contessa che gli ricorda che (p. 78)

Hai codesto male. Vivi inappagato sempre, vivi di quello che fu, e che non è mai stato, di quello che dovrà essere, e che poi non sarà, di quello che non è, di quello che non si sa, mai di quello che è. L'istante che vivi oggi dolorosamente sarà bello domani, lo ricorderai con nostalgia e rimpianto, è il debito che devi pagare all'ora non saputa vivere, la vita si vive a contanti e si liquida giorno per giorno, ora per ora. [...] Hai perduto il passo per fantasticare. Fare, fare bisogna.

I caratteri dei due personaggi, il tono delle discussioni, gli argomenti portati, la contessa che dà sempre del tu al narratore il quale le si rivolge sempre con il lei (tranne durante un'arrabbiatura per la fuga dall'Opera) rendono evidente la simpatia di Palazzeschi per le posizioni di Maria nonostante i distinguo di forma, e suggeriscono anzi una certa identificazione sul piano ideale con la stessa... o con la sua passione.

Bisogna infine notare che tutto quanto detto finora si consuma nelle prime 80 pagine circa, la parte di gran lunga migliore del libro. Segue una seconda parte in cui la contessa racconta la propria iniziazione ai piaceri della vita e la fuga dalla famiglia. Scritta in tono da romanzo d'appendice, noiosa ma non senza qualche guizzo brillante, sembra una parodia di quel genere letterario che tanto avrebbe disgustato la contessa; purtroppo però, non regge il confronto con la prima parte ed incrina l'unitarietà del racconto. E questo ci rimanda alla domanda iniziale: sono stati motivi formali che hanno spinto Palazzeschi alla censura del racconto, o legati al contenuto? Chi propende per la prima ipotesi ricorda come istanze di liberazione sessuale non erano affatto nuove al tempo, basti pensare al Manifesto futurista della lussuria di Valentine de Saint-Point del 1913, anni in cui parte della critica localizza la scrittura originale del testo. Un centinaio di anni dopo, non ci resta che leggere con divertimento le avventure della contessa e salutarla amichevolmente, anche se certamente non avrebbe gradito alcuna linea scritta su di lei (p. 11): la vita è azione, figliolo caro, e starsene col sedere sulla seggiola non è azione.

domenica 3 marzo 2024

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi gennaio-febbraio 2024

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2218 delle 8:02
nei bimestri gennaio-febbraio dal 2015 al 2024.
Fig. 2: Ritardi nel bimestre in esame per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: come in Fig. 1, ma per il treno 2275 delle 17:41.
Fig. 4: come in Fig. 2, ma per il treno 2275 delle 17:41.

Tra le numerose notizie poco simpatiche di questo inizio 2024 mi limito a ricordare la ben nota variazione nelle regole di erogazione del bonus ritardi, che da quest'anno sarà erogato solo dietro richiesta. Decisione assurda presa ovviamente di concerto con la Regione, in merito alla quale potete leggere ad esempio qui. Ci sarebbe poi tantissimo da dire sulle continue cancellazioni del treno delle 7:40 per Milano e sullo "scherzetto" di spostare la partenza da Bergamo a Verdello quando un treno accumula troppo ritardo (pare, per la ridotta disponibilità dei binari in stazione a Bergamo). Domanda: ma questi treni, che a tutti gli effetti sono delle cancellazioni perché i pendolari non li possono raggiungere, come sono classificati ai fini della puntualità? In tutto il marasma alla stazione di Bergamo, l'unica, pallida, nota positiva è l'allargamento della piattaforma per Milano, con annesso caos per raggiungere i binari ovest.

In questo quadro, come sono andati i soliti due treni? La risposta per il 2218 è in Fig. 1: puntualità a zero (!) e al 39% entro 5'; massimo ritardo di ben 23' il 20/2 per guasto ad un altro treno. Distribuzione completamente spostata a destra rispetto agli anni scorsi, senza accenno di miglioramento! I dati sintetici sono poi riportati in Fig. 2, dove si vede chiaramente la continua e sistematica crescita di tutti i ritardi negli ultimi anni.

Se il dato per il 2218 ha almeno la consolazione puramente statistica di essere ben rappresentato da una lognormale, al 2275 manca pure questo! La Fig. 3 mostra la distribuzione dei ritardi, che come al solito devia dal comportamento lognormale intorno ai 7' di ritardo. Puntualità al 10% e al 55% entro 5'; massimo ritardo di ben 36' il 12/2, con il treno fermato a Verdello e i passeggeri che hanno terminato la corsa con il successivo 2237 (ormai strapieno di gente visto che è operato dai nuovi Donizetti, che saranno anche belli ma sono del tutto insufficienti come capacità). Piccolissima nota positiva: nella parte bassa la curva è lievemente a sinistra rispetto all'anno scorso, come si nota nella Fig. 4. Merito del mese di gennaio, dove due sole volte si erano superati i 10' di ritardo. A febbraio, un disastro: otto volte sopra i 10' e quattro oltre la mezz'ora (in tre delle quali il treno è stato cancellato); del tutto inaccettabile! Se l'andazzo è quello di febbraio, il 2024 sarà un incubo.

Chiudo come al solito con l'elenco delle cause dei ritardi, notando anche stavolta come le stesse siano poco affidabili. Ad esempio, il 9/1 il 2237 era fermo a Centrale tra sirene e rumori anomali, ma l'app incolpava le "esigenze del regolatore"; il 12/1 i 15' di ritardo sono giustificati da una "sosta prolungata a Pioltello per servizio viaggiatori" quando il treno è arrivato a Pioltello già con 11' di ritardo; il 19/1 il treno delle 7.40 (che partiva alle 7.38) non parte per un problema alle porte. Dopo mezz'ora finalmente si muove ma il motivo del ritardo diventa "attesa del treno da Milano". Insomma, c'è parecchio da migliorare nel flusso informativo verso i viaggiatori!
Ciò premesso, su 12 segnalazioni, 6 sono relative a guasti e problemi tecnici, 1 a ritardo di un altro treno, e 1 ad un guasto all'infrastruttura. Seguono le altre motivazioni: 2 alle sempreverdi "esigenze del regolatore", e 2 alla new entry "prolungamento del servizio viaggiatori" (anche se i dati mostrano che il ritardo si accumula TRA le stazioni, non tra arrivo e partenza nelle stesse).

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.

domenica 25 febbraio 2024

La guardia bianca

di Michail Bulgakov
Feltrinelli, Milano, 2011 (1a ed. italiana Anonima romana editoriale, 1930)
Traduzione di Serena Prina
Fuggivano banchieri brizzolati con le loro mogli, accorrevano abili uomini d’affari, che si erano lasciati alle spalle, a Mosca, i propri fiduciari, ai quali era stato dato ordine di non perdere i legami con quel nuovo mondo che stava venendo alla luce nel regno moscovita, proprietari di case, che avevano abbandonato le case a fedeli amministratori segreti, industriali, mercanti, avvocati, politici. Fuggivano giornalisti, di Mosca e Pietroburgo, prezzolati, ingordi, vigliacchi. Cocottes. Dame rispettabili di famiglie aristocratiche. Le loro tenere figlie, le pallide donne dissolute di Pietroburgo, con le labbra dipinte di carminio. Fuggivano i segretari dei direttori di dicasteri, giovani pederasti passivi. Fuggivano principi e accaparratori, poeti e strozzini, gendarmi e attrici dei teatri imperiali. Tutta questa massa, insinuandosi nella fessura, si dirigeva verso la Città.

A metà tra romanzo storico e autobiografico, La guardia bianca è il sorprendente romanzo che fece conoscere Bulgakov (l'accento cade sulla "a") al grande pubblico russo nel 1925, appena prima che la censura si abbattesse sui capitoli finali e sulle opere successive dell'autore, relegandolo in un anonimato da cui sarebbe emerso solo a partire dagli anni '50, più di un decennio dopo la morte nel 1940: il suo romanzo oggi famosissimo, Il Maestro e Margherita, fu pubblicato in prima mondiale integrale da Einaudi nel 1967 ed in Russia solo nel 1973!

Per contestualizzare questo romanzo conviene intanto ripercorrere molto sommariamente il burrascoso periodo in cui si colloca, la Kiev (uso il toponimo russo del libro) degli anni 1918-19 (dettagli qui): dopo la rivoluzione d'ottobre, le prime rivendicazioni di indipendenza ucraine ed i trattati di Brest-Litovsk, nell'aprile 1918 si crea un governo-fantoccio sostenuto dalle forze tedesche e governato da un etmano. Gli si contrappongono le forze nazionaliste di Symon Petljura e, al momento più remoti, i bolscevichi. Ma con la sconfitta degli Imperi centrali nella Grande Guerra, i tedeschi abbandonano Kiev, che cade nelle mani di Petljura nel dicembre 1918. Il suo dominio fu però di breve durata, e ai primi di febbraio 1919 i bolscevichi di Lenin conquistano Kiev. La storia è raccontata in tre parti: la prima sullo scricchiolio del governo dell'etmano, fino alla sua fuga, la seconda sulla conquista di Petljura, e la terza sulla sua disfatta e la comparsa di una terza forza sull'enorme scacchiera (p. 96).

Bulgakov racconta la storia dal punto di vista dei tre fratelli Turbin (cognome della sua nonna materna): Aleksej, Nikolka ed Elena. I fratelli maschi sono di fede monarchica e (nonostante qualche "mal di pancia" per via delle tendenze autonomiste) si arruolano come volontari nelle milizie che combattono a fianco dell'etmano, scampando poi alla cattura da parte delle bande di Petljura. Aleksej, il maggiore, è medico, e verrà poi arruolato forzatamente da questo stesso esercito, rivivendo la rotta sotto la spinta bolscevica. Questo quadro già abbastanza complicato è poi raccontato in maniera non perfettamente lineare, aprendosi a dicembre 1918, tornando indietro e muovendosi sempre in maniera sincopata. La trama contiene numerosi riferimenti autobiografici: Bulgakov si laureò in medicina nel 1916 e si arruolò come medico volontario nell'Armata bianca (ma nel Caucaso, non a Kiev), come fecero altri suoi due fratelli; contrasse il tifo come Aleksej; la casa dei Turbin al 13 di Alekseevskij Spusk è la casa di Bulgakov, al 13 di Andreevskij Spusk, e altri ancora.

L'approccio personale/familiare suggerisce il tema (o uno dei temi) del romanzo, ovvero il rapporto dell'uomo con la Storia e l'importanza del proprio codice morale. Così l'ufficiale e marito di Elena che ha trovato le conoscenze giuste (p. 59) e fugge con l'etmano abbandonando la famiglia è contrapposto alla decisione di arruolamento dei fratelli, gli ufficiali che tramano con il nemico a Naj-Turs che si sacrifica per i suoi soldati: l'importante è mantenere fede alle proprie idee e alla propria umanità, anche se nemici. E tuttavia, anche Aleksej non può evitare piccoli compromessi, dichiarando dapprima (p. 121) chiaramente le sue convinzioni (Io [...] purtroppo non sono socialista ma... monarchico. E devo anche dire che non riesco nemmeno a sopportare la parola 'socialista') e dovendo poi nasconderle (p. 390):

"No, compagni, no. Io sono monar...".
No, questo è eccessivo. Meglio così: io sono contro la pena di morte. Sì, sono contro. Karl Marx, lo confesso, non l'ho letto, non arrivo nemmeno a capire che c'entri in tutta questa confusione
[...].

La confusione, suggerita dalla nebbia che incombe sulla narrazione, è un'altra caratteristica della vicenda: nessuno sa cosa succede, le voci e le notizie si rincorrono senza verifica, chi sparasse, e a chi, nessuno lo sapeva (p. 91), l'Imperatore è morto o in Germania, Petljura (che viene nominato un'infinità di volte senza mai apparire) viene dato per certo a Parigi o a Berlino, oppure in Città, a Char'Kov e in Belgio allo stesso tempo (pp. 310-311), prendere una strada o l'altra può fare la differenza tra la salvezza o la morte, per Nikolka e per Aleksej (se così avesse fatto, la sua vita sarebbe andata in modo del tutto differente, ma ecco che così non fece, p. 252). Nella confusione e nella nebbia le identità cambiano (i continui riferimenti alle spalline delle uniformi strappate per camuffarsi da civile), le persone si trasformano, si nascondono e fuggono per sopravvivere. Alla confusione fa da contrasto la casa di famiglia, con gli orologi e la vecchia stufa di maiolica coperta di scritte con insulti (poi cancellati) a Petljura che riscalda - anche metaforicamente - l'ambiente, la casa dove si ritrovano gli ufficiali amici (contrapposti alle bande di Petljura), dove si festeggia e si cantano inni zaristi, il nido rassicurante in cui rifugiarsi e da preservare perché memoria del passato, dove anche un paralume è importante (p. 59):

E poi... poi la stanza fu desolata, come lo è ogni stanza dove regni il caos dei preparativi e, ancora peggio, dove sia stato tolto il paralume a una lampada. Mai. Mai togliere il paralume della lampada! Mai! Il paralume è sacro. Non fate mai come i topi che fuggono davanti al pericolo, verso l'ignoto. Accanto al paralume sonnecchiate, leggete – lasciate che infuri la bufera –, attendete, che siano loro a venirvi a prendere.

Al racconto delle ordalie che i fratelli dovranno sopportare per ritrovarsi nella casa con la stufa, da dove tuttavia dovranno ripartire per altre vicende solo accennate (ad esempio, le relazioni con Julia e Irina), si accompagnano infiniti riferimenti a personaggi storici e coevi, alla lirica, al canto e all'immortalità dell'opera d'arte (p. 64), splendide descrizioni della città di Kiev (p. 87), del comando militare dentro il negozio di madame Anjou (p. 118) e del Ginnasio (p. 129), e un'ininterrotta serie di metafore, dal tempo meteorologico (la nebbia, ma anche la neve che confonde tutto e la tempesta), alla malattia (ovvero il male, come nella visita nel capitolo finale), al cielo e al mondo metafisico (con la comparsa delle stelle rosse). La religione è anche molto presente, ma non è una scorciatoia per i valori morali che ognuno trova dentro di sé, e d'altra parte Dio stesso, vecchierello, triste ed enigmatico [...] che volava nel cielo nero, screpolato, non dava alcuna risposta (p. 38), e appare alquanto disinteressato alla religione stessa (p. 110)

Perché a me della vostra fede non viene in tasca un bel niente. Uno crede, un altro non crede, ma vi comportate tutti allo stesso modo; adesso vi pigliate a vicenda per la gola, e [...] qui bisogna capire che per me, Zilin, voi siete tutti uguali – morti ammazzati sul campo di battaglia. Questo, Zilin, va capito, e non tutti ci riescono. [...] A me, è meglio che non li nomini nemmeno i pope [...] Cioè, di stupidi come i vostri pope al mondo non se ne trovano. In segreto ti dirò, che sono una vergogna e non dei pope.

Tra le tantissime altre cose da menzionare, mi limito alla discesa nel girone dantesco freddo (anche qui il contrasto con la casa) e fetido per recuperare il cadavere di Naj-Turs (cap. 17), e i ripetuti commenti spregiativi di Bulgakov verso la lingua ucraina, lingua maledetta (p. 76) e brutta (p. 370): da buon sostenitore dell'Impero zarista, infatti, Bulgakov non può concepire l'indipendenza della regione, ed oggi non gode di buona fama tra alcuni suoi compatrioti.

Questa edizione contiene sia il finale scritto da Bulgakov nel 1929, sia quello originale del 1925, assai più lungo e complesso, dato per smarrito dopo che la rivista a cui fu inviato per la pubblicazione lo censurò senza restituirlo all'autore, finale riapparso solo negli anni '90; tutto raccontato nella bella ed esaustiva introduzione di Serena Prina. Da leggere assolutamente!

sabato 10 febbraio 2024

Renosu rosso 2019(?) Dettori

Tra le mille domande (o certezze) del mondo del vino c'è l'impatto dell'etichetta sulla degustazione, e ancora di più, delle informazioni relative a produzione, affinamento e così via. Una parte di questi problemi si risolve qui, con un'etichetta davvero minimale, dove compare solo il nome (ben noto) del produttore e l'indicazione generica "rosso". Quindi, niente denominazione di origine, niente (ovviamente) vino varietale. Assaggiamo prima, allora, e poi andiamo a cercare un po' di informazioni.

Iniziamo con un bel colore rubino, brillante e invitante. Il profumo contiene certamente i canonici frutti rossi, ma un po' sottotraccia, per così dire. Ci sono invece note floreali rosse ed aromi vegetali (rabarbaro?), nonché un tocco di mineralità. All'assaggio è decisamente piacevole, ben equilibrato e dal tenore alcolico un po' basso per gli standard di oggi, ma che in realtà è una vera fortuna e dona grande bevibilità! Solo una lieve nota un poco zuccherina nel finale lascia un po' sorpresi.

E adesso, andiamo a vedere cosa c'è nel bicchiere. Dettori è un piccolo produttore con oltre un secolo di storia, che ora lavora in maniera artigianale e biodinamica i vecchi vigneti di proprietà. Sette vigneti per sette vini, che raccontano il territorio, con tini di cemento per macerazione ed affinamento, senza uso di legno né di anidride solforosa. Le uve (Cannonau, Monica e Pascale) che non raggiungono il livello di eccellenza per la produzione dei suddetti sono "declassate" e finiscono in questo Renosu (o nel suo gemello bianco - Vermentino e Moscato). Con un ottimo risultato, che invoglia ad assaggiare gli altri prodotti (che però hanno un prezzo superiore).

Gradazione: 12°
Prezzo: 15 €

giovedì 8 febbraio 2024

Clessidra

La partenza del 2° tiro.
Teo sul 3° tiro.
Sul 7° tiro.
Parete di Pezol - Valle del Sarca
Parete SO

Dall'ultima volta che ero stato sulla piccola parete di Pezol, le vie si sono moltiplicate e ad oggi sono poco meno di una decina. Anche se non vi si trova più la ressa dei primi tempi, la comodità dell'accesso e le vie ben protette richiamano comunque un po' di cordate, decise a godersi l'arrampicata soprattutto nel periodo invernale. Se avete poco tempo a disposizione, queste pareti fanno per voi!

Accesso: da Arco si prende la strada che porta verso Nago, raggiungendo in breve la frazione Bolognano. Qui si prende a sinistra seguendo l'indicazione Monte Velo e si segue la strada (SP48) per quattro chilometri (occhio al segnale di progressiva chilometrica 4,1). Poco dopo, al primo tornante, si parcheggia (lapide all'interno del tornante e sterrato bloccato da sbarra sulla sinistra), si segue lo sterrato e si prende il primo (ometto) o - meglio - il secondo sentiero sulla sinistra (i due si riuniscono poco dopo). Si giunge in breve in corrispondenza delle vie della parte superiore della parete dell'Ir e ad un bivio. Si continua dritti (a destra c'è la via di discesa) fino ad un altro bivio, dove si prende a destra e subito dopo a sinistra, continuando fino alla parete. Qui si segue una traccia che sale brevemente a destra e giunge nei pressi dell'attacco di Cercando la trincea. Si continua ancora verso destra fino all'attacco (scritta alla base e cordone su radice visibile). Contare una mezz'oretta o poco più.

Relazione: via breve ma piacevole, con un quarto tiro veramente bello. Le difficoltà sono un po' discontinue, ma non diminuiscono il piacere dell'arrampicata. Chiodatura ottima a fix, con un paio di passi obbligati sul 2° tiro, dove qualche chiazza gialla lascia intuire piccoli distacchi, che (per ora) non modificano la difficoltà.

1° tiro: puntare alla parete e salire una placchetta fino alla sosta. 20 m, 4c, quattro fix. Sosta su due fix con cordone e anello di calata.
2° tiro: salire a sinistra della sosta, superare un breve tratto appena aggettante e spostarsi a destra, per proseguire poi su una bella placca fino alla sosta. 25 m, 6a (due passetti), dieci fix. Sosta su un fix con anello e cordoni in clessidra.
3° tiro: salire verso destra su rocce appoggiate e continuare per placche fino ad un terrazzo (sosta possibile). Camminare per una decina di metri seguendo una traccia fin sotto la parete successiva dove si sosta. 30 m; 4c, I; quattro fix, due cordoni in clessidra, una sosta intermedia (cordone su pianta). Sosta su due fix con cordone e maglia-rapida.
4° tiro: salire appena in verticale e traversare a destra sfruttando una fessura orizzontale rovescia che poi si raddrizza. Salire, spostarsi appena a sinistra e continuare per il pilastro. Un ultimo spostamento a sinistra porta alla sosta. 30 m, 6a; dodici fix, due cordoni in clessidra. Sosta su due fix con cordone e maglia-rapida. Tiro molto bello.
5° tiro: salire un breve canalino con un pilastro dall'aspetto poco rassicurante e traversare a sinistra. Rimontare le rocce fino alla sosta. 25 m, 4a; tre fix, un cordone su pianta. Sosta su due fix e maglia-rapida.
6° tiro: salire la facile placca fino ad una possibile sosta e proseguire su traccia fino alla base dell'ultima parete dove si sosta. 50 m; II, I; tre cordoni in clessidra, una sosta intermedia (due fix con cordone e anello di calata). Sosta su due fix con cordino.
7° tiro: salire la placca fino al termine della via. 30 m, 5a; cinque fix, un cordino in clessidra. Sosta su due fix con catena ed anello.

Discesa: seguire la traccia (segni rossi su alberi) che sale alla sommità del Pezol (traliccio) e continuare lungo il sentiero di discesa che in breve porta alla parete dell'Ir (parte superiore) e al bivio incontrato all'arrivo. Da qui in breve al parcheggio.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 7 gennaio 2024

Ormeasco di Pornassio DOC 2016 Lupi

Dell'azienda Lupi, acquisita nel 2020 da Peq Agri, avevo già assaggiato un ottimo pigato qualche annetto fa, ed è quindi con una certa curiosità e qualche aspettativa che ho aperto questa bottiglia per celebrare (si fa per dire) la fine delle feste. L'Ormeasco è praticamente la versione ligure del Dolcetto, vitigno invero un po' trascurato, ed è uno dei grandi rossi del ponente ligure insieme all'amato Rossese (della Grenaccia parliamo un'altra volta). La zona di produzione ruota attorno alla valle Arroscia, quindi piuttosto vicino ad Albenga e al suo retroterra di splendide falesie, creando così un connubio perfetto di interessi personali. E proprio ad Ormeasco e Pigato è sempre stato legato il nome di Lupi, sinonimo di vini sinceri, legati al territorio, sin dalla nascita della cantina nel 1960.

Come spesso accade, l'Ormeasco più rappresentativo e interessante della cantina è la sua versione base, che nasce da vitigni con più di cinquanta anni di età ed affina per quattro/cinque mesi in acciaio (esiste poi il Braje che passa in barrique e che lasciamo da parte). Nel bicchiere si presenta di un bel colore rubino con qualche lieve sfumatura granata. Molto intenso e aromatico al naso, con evidenti sentori di frutti rossi, lampone su tutti, e qualche nota più vegetale di finocchio e pepe. Fresco e generoso all'assaggio, di gusto pieno, con tannini molto morbidi e una tipica nota amarognola nel finale; si beve che è un piacere.

L'unico dubbio è il seguente: sul sito di Peq Agri, nella sezione dedicata ai vini di Lupi si trova ora un solo Ormeasco rosso, il Braje! Niente più Ormeasco base! Non conosco le ragioni di questa scelta che mi pare del tutto infelice; non resta che correre ad accaparrarsi le poche bottiglie che ancora si trovano e gustarle con un sorso di nostalgia.

Nota (inizio 2026): Ebbene sì, l'Ormeasco "base" di Lupi è ricomparso sul sito. Evviva!

Gradazione: 13°
Prezzo: 13 €