venerdì 8 maggio 2026

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi marzo-aprile 2026

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi su scala lognormale per il
treno 2218 (8:02) nei bimestri marzo-aprile dal 2015 al 2026.
Fig. 2: Ritardi nei bimestri in esame per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: Come in Fig. 1 ma per il treno 2275 (17:39).
Fig. 4: come in Fig. 2, ma per il treno 2275 (17:39).

La notizia del bimestre è che le linee regionali gestite da Trenord continuano a peggiorare nonostante la modifica scandalosa dei criteri di valutazione del ritardo, a testimonianza che non c'è limite al peggio. A ciò si dovrebbero aggiungere gli elefantiaci ritardi, in capo ad Rfi, sulle realizzazioni del raddoppio Bergamo-Mozzo (no, il conclamato "raddoppio Bergamo - Ponte S. Pietro" non arriva alla stazione di Ponte) e verso l'aeroporto, per non citare la stazione di Bergamo, ma ne parliamo un'altra volta.

Dal punto di vista più ristretto dei treni che stiamo osservando, invece, notiamo che l'orario di arrivo del 2275 è tornato ad essere le 17:25 anziché le 17:27; qualunque fosse il motivo dei due minuti addizionali è ora scomparso; bene! Naturalmente questo non compare sulla pressoché inutile app di Trenord, ma si può verificare sul sito. Il tempo di percorrenza ufficiale (da Lambrate) è quindi di 45' contro i 37' del 2218; comunque un'assurdità!

Veniamo quindi ai dati dello scorso bimestre per il 2218: puntualità al 3% e al 68% entro 5' di ritardo, massimo ritardo di 34' il 29/4 perché un idiota ha vandalizzato a Treviglio il treno che giunge a Bergamo per poi ripartire come 2218. Ma il bello è che Trenord o Rfi (le responsabilità non si sa mai di chi siano) hanno fatto partire comunque il treno, per poi fermarlo poco dopo in mezzo alla linea, causando ulteriore ritardo. No comment!

La distribuzione cumulativa dei ritardi (Fig. 1) si sovrappone praticamente a quella dell'anno scorso, con deviazione dall'andamento lognormale dopo circa 5', oltre i quali la coda si allarga. L'andamento dei ritardi in Fig. 2 conferma quanto detto, con la curva al 90% che scende (di poco) sotto i 10'.

Il 2275, invece, continua questo 2026 scoppiettante: puntualità al 26% e al 91% entro 5', massimo ritardo di 36' il 30/3, per guasto alla linea a Pioltello e passeggeri trasferiti sul 2237. Come nel bimestre precedente, i ritardi sono drasticamente ridotti rispetto agli scorsi anni (Fig. 3), con "soli" quattro casi "anomali", di cui due dovuti a guasti alla linea. L'andamento storico dei ritardi in Fig. 4 conferma il miglioramento, particolarmente per quel che riguarda i casi critici. Da notare come il dato al 90% sotto i 5', salutato come evento eccezionale, dovrebbe essere la norma per non incorrere in sanzioni. Dovrebbe...

E siamo così giunti alle cause dei ritardi sopra i 10': solo sei le segnalazioni, di cui due riconducibili a Trenord (guasti ai treni, ritardi di altri treni), tre per guasto alla linea (Rfi), e la famosa giornata dell'atto vandalico sommata all'insipienza; decidete voi dove collocarla.

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita spesso Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.

lunedì 20 aprile 2026

La storia infinita

Stefano sul secondo tiro.
Sull'ottavo tiro.
Sull'undicesimo tiro.
E qui sul dodicesimo.
Placche di Oira - Valle Antigorio
Parete E

Accesso: si entra in Ossola con la A26 e la E62, si supera Domodossola e si esce per raggiungere il paesino di Oira. Appena dopo il ristorante C'era una volta si prende a destra la Via alla Villa d'Oira (cartello sbiadito) e si parcheggia poco dopo, in corrispondenza di una curva verso sinistra. Si prosegue superando una sbarra e si giunge poco dopo al cospetto di due costruzioni dell'acquedotto. All'altezza della seconda casetta si prende un sentiero a sinistra (bollo bianco) che sale nel bosco (bolli bianchi, gialli e qualche ometto) e si avvicina ad un torrente in cui scorre un rivolo d'acqua. Si sale (breve tratto poco evidente) e si raggiunge la base della parete. Fix visibili. Poco meno di mezz'oretta.

Relazione: via che risale le belle placche di granito (ma gli esperti dicono "sarizzo") con due tiri impegnativi, seguiti da altri ben più facili. Volendo trovare un difetto, la via è discontinua. Vedendola in positivo, sappiate che, superati i primi due tiri (per me decisamente duri), si fa più fatica a dar corda che ad arrampicare. Ciò detto, se vi piacciono le placche di granito, la via merita certamente una ripetizione. La chiodatura è buona nei primi due tiri e più rarefatta sui gradi facili. Inutili le protezioni veloci. Tutte le soste sono su due fix e uno o due maglia-rapida.
Nota: gli A0 relativi ai primi due tiri, che si leggono in molte relazioni, non sono propriamente dei "ciapa e tira", ma richiedono passi di 6a/6a+ obbligati.

1° tiro: salire dritti e poi in obliquo a sinistra. 25 m, 6c, sette fix. Per me, il tiro-chiave della via.

2° tiro: verso sinistra a prendere una lama, salire e spostarsi ancora a sinistra per superare un muretto (benedetto il cordino marcio che pende da un fix) e raggiungere la sosta per rocce più facili. 35 m, 6c, dodici fix (uno con cordino). Difficoltà concentrate all'inizio e sul muretto; meno duro del precedente.

3° tiro: salire per il corridoio tra la vegetazione appena a sinistra della sosta (fix visibile), superare un paio di placchette e giungere in sosta. 35 m, 6a/+, sei fix. Se avete arrampicato fin qui, il resto è una divertente passeggiata con tiri mai continui.

4° tiro: spostarsi a destra della sosta e salire la placca in corrispondenza della fessura. 35 m, 5c, cinque fix.

5° tiro: ancora dritti lungo la fascia di placca tra la vegetazione. 30 m, 4c, tre fix.

6° tiro: salire a destra dell'alberello. 40 m, 5a, cinque fix.

7° tiro: ancora per placca divertente fino alla sosta. 35 m, 5b, cinque fix.

8° tiro: per placca a sinistra della sosta per poi piegare a destra. 30 m, 5b, quattro fix.

9° tiro: salire su un risalto roccioso a destra e continuare per placca fino alla sosta. 30 m, 5b, quattro fix.

10° tiro: ancora per placca fino ad una sosta finalmente comoda. 30 m, 5b, due fix

11° tiro: salire e piegare verso sinistra per raddrizzarsi sotto la sosta. 30 m, 5b, quattro fix

12° tiro: traversare a sinistra e salire aiutandosi con delle piccole rigole. 35 m, 6a, otto fix. Bel tiro.

Discesa: in doppia sulla via:
1a calata: 60 m, fino alla decima sosta;
2a calata: 55 m, fino all'ottava sosta;
3a calata: 60 m, fino alla sesta sosta;
4a calata: 40 m, fino alla quinta sosta;
5a calata: 60 m, fino alla terza sosta;
6a calata: 30 m, fino alla seconda sosta;
7a calata: fino a terra.
Attenzione alle calate da 60 m; con le nostre mezze corde avanzavano poche decine di cm. Alcuni recuperi di corda sono faticosi; eventualmente spezzate le calate.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

lunedì 6 aprile 2026

Via del 20° anniversario

Franz sul primo tiro.
E qui sul secondo tiro.
Sul terzo tiro.
Tracciato della via (ora ci sono molti alberi in meno).
La foto della parete è © sassbaloss (grazie Matteo).
Parete S. Paolo - Valle del Sarca
Parete E

Accesso: si parcheggia a Ceniga nei pochi posti disponibili, si attraversa il ponte romano e si segue la strada verso sinistra, superando l'eremo e giungendo ad una vecchia chiusa sul Sarca. Qui si sale a destra (ometto) giungendo in breve alla parete. Poco a destra si trova l'attacco della via (scritta Helena, con cui condivide i primi metri, alla base e cordino in clessidra appena a sinistra).
Attenzione: sulla strada verso l'eremo dopo il ponte romano fa bella mostra di sé un cartello di divieto di accesso. Mi dicono (ma non abbiamo verificato) che anche in direzione opposta, dopo La lanterna, c'è analogo divieto.

Relazione: via recentissima, dei primi del 2026, che celebra un ventennio di aperture di vie nuove in Valle da parte del gruppo di Heinz Grill. La via sale tra brevi strapiombi e placchette, recuperati grazie al sacrificio di diversi alberelli che ornavano il percorso, con ottima chiodatura mista a spit e cordoni in clessidra: inutili le protezioni veloci. Come tutte le vie nuove di Arco, è letteralmente presa d'assalto dalle cordate; arrivate presto o preparatevi ad aspettare il vostro turno.
Nota: nei tiri con chiodatura mista è difficile decidere se utilizzare la scala francese (tipo vie sportive) o quella UIAA (tipo vie alpinistiche). Nel seguito opto per la scala francese perché i passi più delicati sono sempre protetti da comodi fix; tenete presente però che non siamo in falesia.

1° tiro: salire il breve diedro appena aggettante, proseguire per il diedro-camino (un passo delicato) e uscire su una cengia. Continuare per la placca di sinistra fino alla sosta. 25 m, 5c; sei fix, quattro cordoni in clessidra, un chiodo. Sosta su fix con anello e cordone in clessidra.

2° tiro: salire per la placca sopra la sosta, spostarsi sulla parete di destra del diedro e sostare. 20 m, 5a; tre fix, quattro cordoni in clessidra. Sosta su due fix con anello.

3° tiro: traversare a destra e salire per placca fino alla sosta. 30 m, 5c; tre fix, nove cordoni in clessidra. Sosta su due fix.

4° tiro: superare il muretto appena aggettante a sinistra della sosta e raggiungere una cengia. Proseguire per rocce più facili lungo uno spigolo sulla destra fino alla sosta. 30 m, 5c (passo), IV+; due fix, cinque cordoni in clessidra, un cordone su albero. Sosta su fix e cordino in clessidra.

5° tiro: traversare a destra e salire per placca e brevi risalti fino alla sosta. 25 m, V-, otto cordini in clessidra. Sosta su fix e cordino in clessidra.

6° tiro: salire per rocce un po' rotte fino al terrazzo sommitale. 30 m, IV; tre fix, sei cordini in clessidra. Sosta da attrezzare su albero.

Discesa: seguire la traccia verso destra che riporta nei pressi del ponte romano.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 4 marzo 2026

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi gennaio-febbraio 2026

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi su scala lognormale per il
treno 2218 (8:02) nei bimestri gennaio-febbraio dal 2015 al 2026.
Fig. 2: Ritardi nei bimestri in esame per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: come in Fig. 1, ma per il treno 2275 (17:39).
Fig. 4: come in Fig. 2, ma per il treno 2275 (17:39).

La notizia del bimestre è che abbiamo un nuovo record: 114 minuti di ritardo per il treno 2218, che polverizzano il primato precedente di 101' del 2024! La performance degna di una olimpiade si è realizzata il 29 gennaio, col treno cancellato per guasto ed il successivo in enorme ritardo per un problema ad uno scambio. Due giorni (lavorativi) dopo, tanto per non perdere l'abitudine, c'è invece stato uno sciopero in cui sono saltati anche i treni in fascia di garanzia. Studenti disperati che avevano un esame universitario a Milano e non vi potevano giungere, lavoratori rassegnati all'ennesima prevaricazione che se ne sono tornati a casa, qualcuno che si è riversato sugli autobus. Una follia. Qui si dice che lo sciopero era di 23 ore e non di 24, col che non ci sarebbe stato l'obbligo della fascia di garanzia (mah), mentre qui il sindacato Orsa, promotore dello sciopero, se la prende con Trenord. Di certo, per gli organizzatori dello sciopero mi pare il modo peggiore di raccogliere solidarietà tra la gente!

Veniamo quindi ai ritardi del primo bimestre del 2026, partendo dal 2218 (Fig. 1): puntualità al 5% e al 58% entro 5' di ritardo. Massimo ritardo, come detto, di ben 114'. La distribuzione sembra "abbastanza" in linea con lo scorso anno, ma con un peggioramento nella "coda" della distribuzione per i casi già discussi, che si riflette sulla media. Infatti, in Fig. 2 si nota l'andamento storico dei ritardi, dove si vede che il miglioramento del 2025 è sparito di nuovo. Solo la mediana resta invariata.

Se guardiamo il 2275, invece, parrebbe di scorgere un miracolo (Fig. 3): la distribuzione è quella con i ritardi più bassi di sempre, a parte la solita coda! Bisogna ricordare, però, che questo risultato è in parte figlio di un tarocco, ovvero l'aver aumentato il tempo di percorrenza ufficiale di 3', come discusso qui. Vediamo quindi i dati reali: puntualità al 50% (10% senza il tarocco) e al 90% (80% senza tarocco) entro 5'; massimo ritardo di 42' (in realtà 45') per sciopero. Tuttavia, anche considerando i 3' di tarocco, bisogna riconoscere che un miglioramento c'è stato. La Fig. 4 mostra infatti gli indicatori sintetici di ritardo, che crollano drasticamente nel 2026. Se aggiungiamo 3' a questi ultimi dati, vediamo che la mediana (curva gialla) si allinea al 2025, mentre la media sale a poco più di 5', meglio degli 8' del 2025. Per non parlare della curva al 90%, che da 5' salirebbe a 8', un'inezia rispetto agli assurdi 28' del 2025.
Difficile dire a cosa sia dovuto il miglioramento, di cui ovviamente siamo lieti e che speriamo non svanisca nei prossimi mesi. Di certo il 2275 ora parte (finalmente!) dal binario 5 di Lambrate ed è istradato sulla linea veloce, mentre prima arrancava dal binario 1 su una linea contorta dove passano (quasi) solo i treni merci. Ma la vera domanda è: qualunque sia stata la soluzione, perché ci sono voluti decenni per implementarla?

E siamo così giunti alle cause dei ritardi sopra i 10': solo sette le segnalazioni: tre, anzi quattro riconducibili a Trenord (guasti ai treni, controlli tecnici, ritardi di altri treni), una per guasto alla linea e due per sciopero.

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita spesso Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.

domenica 1 marzo 2026

Cirò DOC rosso classico superiore Riserva Duca Sanfelice 2020 Librandi

Continua la mia esplorazione del mondo dei Cirò, dopo i recenti (si fa per dire...) Calabretta e Vumbaca, ma senza dimenticare Ippolito e Tenuta del Conte. Mancava giusto il produttore più noto della regione, Librandi, che dall'inizio negli anni '50 arriva ad oggi a più di 200 ettari di vigneto, con una produzione che punta sui vigneti autoctoni e sta in maggioranza nelle DOC Cirò e Melissa (con Gaglioppo e Greco bianco), a cui dobbiamo aggiungere qualche Calabria Igt (dove oltre a Magliocco e Mantonico fa capolino qualcosa di alloctono e purtroppo anche qualche barrique su Efeso, Magno Megonio e Gravello), e un paio di Brut. Tra i Cirò, una linea base di rosso, rosato e bianco, e questa Riserva: uve Gaglioppo al 100%, vinificazione in acciaio, dove affina poi per due anni prima di spendere qualche mese in bottiglia.

Colore rubino con qualche riflesso granato, abbastanza tipico del vitigno. Naso un po' chiuso anche se gli anni passati non sono molti; serve un po' di tempo perché si sviluppino aromi di frutti rossi che lasciano poi spazio a note terrose e speziate, ma l'assaggio ad una temperatura un po' più fredda del dovuto non aiuta certo a discriminare di fino (ammesso di esserne capaci). Ottima la bevibilità, favorita da tannini morbidi e levigati, ancora giocata su qualche lieve nota cioccolatosa e sul frutto.

Da assaggiare nuovamente (visto anche l'ottimo prezzo) ad una temperatura più consona!

Prezzo di acquisto: 11 €
Gradazione: 14°

lunedì 23 febbraio 2026

Partigiani sul Pastello

Alberto sul primo tiro.
Alberto sulla parte finale del quinto tiro.
Stefano alla partenza del sesto tiro.
E qui sul settimo tiro.
Tracciato della via. La foto della parete (alquanto
approssimativa) è di Google Maps.
Monte Pastello - Monti Lessini
Parete O

Settimana scorsa mi è capitato di vedere Un altro ferragosto, ambientato a Ventotene. Tra le cose più riuscite del film, a mio parere, c'è il ritratto dell'italietta ignorante e fascistoide che ormai imperversa ovunque, contrapposta ad una sinistra che celebra Resistenza e antifascismo (non senza contraddizioni e problemi). Dopo tutto ciò, non potevo non accettare l'invito di Alberto ad andare a ripetere questa via sul Monte Pastello, dedicata ad un episodio locale di guerra partigiana. Qui trovate la dettagliata relazione degli apritori, la storia della via e la dedica. Qui invece c'è l'interessante scritto storico che dà il nome alla via.

Accesso: ci si dirige verso la frazione di Forte Masua, salendo da S. Giorgio in Valpolicella o da Fumane e superando la frazione Cavalo. Dopo Cavalo si prosegue per circa 3 km e si imbocca una sterrata a sinistra, in corrispondenza di una curva a destra della strada (cartello del Sentiero Molane-Dolcè). Dopo circa 250 m si parcheggia in corrispondenza di una curva a sinistra (pochi posti; possibile e forse conveniente fermarsi prima sulla strada). La parete è dall'altro versante del Monte Pastello, che dobbiamo circumnavigare in senso antiorario. Seguire ancora l'indicazione del Sentiero in lieve discesa, ignorando le deviazioni a destra, fino ad un piccolo spiazzo con un cartellone naturalistico. Lasciare il sentiero CAI e prendere la traccia a sinistra (ometto). Seguirla fino ad un rudere, parte di una vecchia cava, deviare a sinistra in piano (seguire sempre i numerosi ometti), salire brevemente e continuare in direzione della parete ormai visibile (bollini blu). Una ravanata in salita porta all'attacco della via Quaranta galee (scritta). Si continua, superando la via del Pilastro, e si giunge all'attacco (scritta PsP e cordino visibile). Tre quarti d'ora circa.

Relazione: via in stile classico (a parte il primo tiro) che risale uno dei pilastri del Pastello per placche, camini e diedri, intervallati da cenge e da qualche tratto erboso. Purtroppo quando siamo saliti noi la terra era ancora bagnata dalla pioggia di due giorni prima, e salire con le scarpette ben sporche non è stato sempre divertente: molto meglio percorrerla solo in condizioni secche, perché la via resta spesso in ombra anche nel pomeriggio e asciuga lentamente (per lo stesso motivo, evitate le giornate troppo fredde). La chiodatura ottima a chiodi e cordoni con qualche fix facilita assai la progressione; friend non necessari, ma se volete piazzarne qualcuno, si può fare.
Nota: saranno state le scarpette sporche, saranno stati piedi e mani gelati, sarà stato soprattutto il mio livello ormai scarsissimo, ma ho ritoccato un po' i gradi degli apritori (ditemi voi!). Inoltre, il numero delle protezioni va preso con un po' di tolleranza; diciamo più o meno uno...

1° tiro: salire un breve zoccolo basale, spostarsi in obliquo a sinistra e superare una placchetta, salendo alla sosta. 30 m, 6a+ (un passo); cinque fix, tre chiodi (uno con cordone), un cordino in clessidra. Sosta su due fix (uno con anello).

2° tiro: superare la placchetta a sinistra della sosta, continuare per rocce più facili e salire il muretto finale con uscita complicata. 20 m; VI, V, VI; sette chiodi. Sosta su due fix.

3° tiro: traversare lungo la cengia fino alla sosta. 20 m; V+, II, III+; quattro chiodi, un fix. Sosta su due fix con cordone ed anello.

4° tiro: traversare a sinistra (passo delicato) e salire il camino fino ad una terrazza. Qui continuare lungo la paretina di destra fino ad uscire su un pulpitino. 25 m; VI-, IV, VI+, IV; cinque chiodi, sei cordoni (su pianta o in clessidra), un fix. Sosta su due fix e cordone.

5° tiro: superare un saltino iniziale ed un breve muretto per proseguire su roccia erbosa fino alla sosta. 20 m; V, III+; quattro cordoni (su pianta o in clessidra), un chiodo. Sosta su due fix con cordone e moschettone.

6° tiro: spostarsi a sinistra, salire per rocce facili e qualche tratto erboso fino alla base di un breve diedro fessurato. Salirlo (buona presa sulla sinistra) e raggiungere la sosta. 25 m; IV+, VI+; cinque chiodi, tre cordoni (su pianta o in clessidra). Sosta su due fix con cordone ed anello.

7° tiro: salire appena a destra della sosta, proseguire per il diedro (un passo delicato), superare un muretto e continuare fino alla sosta. 20 m; V, VI+, V-, IV; cinque cordoni, tre chiodi. Sosta su due fix con cordone ed anello.

8° tiro: superare un gradino iniziale e continuare per facili rocce fino alla sosta finale. 25 m; V+ (passo iniziale), IV, III+; due chiodi, quattro cordoni.

Discesa: salire più o meno dritti fino ad incontrare un grosso ometto e un paio di cartelli che indicano la direzione di soste di calata. All'altezza di una traccia poco visibile si piega a destra e si raggiunge una radura (nota: le radure sono due; se avete piegato a destra troppo in basso vedrete un prato poco sopra di voi: raggiungetelo). Traversare la radura restando bassi e identificare una vaga traccia sulla destra, più o meno in corrispondenza di un albero isolato. Seguire la traccia che in breve porta su una sterrata, che si segue verso sinistra e riporta al parcheggio.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 17 febbraio 2026

Via delle guide

Sul primo tiro.
Teo sul secondo tiro.
E sul terzo tiro.
Teo sull'ultimo tiro.
Tracciato della via (viola). In rosso e azzurro
le vie Miralago e Assalto alla diligenza.
Coste di Loppio (Valle di Loppio)
Parete S

Accesso: raggiungere il Passo S. Giovanni da Nago o da Mori e parcheggiare in una delle piazzole. Tornare in direzione Nago e prendere la prima sterrata a destra dopo l'hotel. Seguirla costeggiando il vigneto fino al termine, dove si prende una traccia che sale sulla destra (ometto). Seguirla tenendo la destra ad un evidente bivio, superando un ricovero di guerra ed un grande ometto. Poco oltre vi è una traccia che sale a sinistra alla parete, in corrispondenza di un ometto, e conduce all'attacco della via, appena a sinistra di Miralago. Mezz'oretta scarsa circa.

Relazione: breve via tutto sommato divertente, dal percorso un po' contorto, che parte a sinistra di Miralago e compie un lungo traverso per andare a prendere un diedro alla sua destra. Protezioni ottime a chiodi e cordoni nei tratti più facili ed a fix in quelli più impegnativi o con roccia un po' meno solida; portate solo rinvii. Ottima se avete poco tempo e dovete correre in sauna come noi, oppure come antipasto per proseguire poi con le sue vicine.

1° tiro: salire per pilastrini a gradoni e placchette fino alla sosta. 30 m, IV+; cinque chiodi, quattro cordoni in clessidra, una sosta intermedia dopo circa 15 m (due fix con cordone ed anello). Sosta su due fix con cordone ed anello. Nota: il tiro può essere spezzato in due sulla sosta intermedia.

2° tiro: salire il muretto a destra della sosta, spostarsi a sinistra e proseguire per divertente placca fino alla sosta. 15 m; IV+, IV; cinque cordoni in clessidra, un chiodo. Sosta su due fix con cordone ed anello.

3° tiro: traversare a destra fino ad una sosta, poi continuare restando bassi, appena sotto la via Miralago, fino alla sosta. 30 m; II, III; due fix, quattro cordoni in clessidra, un cordone su pianta, una sosta intermedia dopo una decina di metri. Sosta su due fix.

4° tiro: salire il breve diedro fessurato e continuare in obliquo a sinistra per salire alla terrazza di sosta (attenzione alla roccia nell'ultimo passo). 15 m, 5a (forse passo di 5b); cinque fix, due cordoni in clessidra. Sosta su fix e cordone in clessidra.

5° tiro: traversare a destra fino alla sosta. 20 m; III, II; quattro cordoni in clessidra. Sosta su fix con anello e cordone in clessidra.

6° tiro: salire il muretto appena aggettante e continuare a sinistra di un canale, su roccia sporca di terra, per salire poi un muretto finale e raggiungere la sosta. 20 m; V-, V, 5a; cinque-sei fix, quattro cordoni in clessidra.

Discesa: seguire la traccia nel bosco (ometti) che porta ad un sentiero che si segue verso sinistra e riporta sul sentiero di accesso.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 10 febbraio 2026

Edera + Guide alpine

Sul primo tiro di Edera.
Teo sul secondo tiro.
Sul terzo tiro.
Teo sul terzo tiro di Guide alpine.
Sul quarto tiro.
Tracciato di Edera (rosso) e Guide alpine (azzurro).
Monte Baone - Valle del Sarca
Parete E

Sembra incredibile, ma in Valle del Sarca c'è ancora qualche metro di roccia che viene scoperta e chiodata. Niente grandi pareti, ovviamente, ma adatte per la stagione (e le temperature) invernali. Noi cercavamo qualcosa di classico, non troppo impegnativo, e ci siamo fidati delle relazioni degli apritori con i gradi UIAA. In realtà Edera è chiodata ottimamente a fix, e Guide alpine ne ha alcuni piazzati strategicamente sui passi-chiave, mentre il resto è ottimamente protetto con cordoni (a parte un tratto della facile fessura del nostro 2° tiro).

Accesso: da Arco si sale in direzione Laghel (indicazioni) e si prosegue fino ad una biforcazione dove ci si trova davanti allo spiazzo del parcheggio del castello di Arco (una decina circa di posti disponibili). Si lascia l'auto e si segue la strada che si stacca a sinistra del parcheggio (in corrispondenza di un'edicola votiva della via Crucis e cartello di divieto di accesso). Seguite la strada fino ad una curva verso sinistra, dove si prende a destra superando una piccola sbarra in alluminio. Subito dopo la sbarra si segue una stradina a destra tra gli uliveti, che sale verso la parete e conduce all'attacco della variante alla via Edera. La via originale parte pochi metri a sinistra (scritta e targhetta metallica); la via Guide alpine appena a destra (scritta).

Relazione (Edera): via che risale la parete senza grosse difficoltà (soprattutto se si sale la variante al primo tiro) e chiodatura ottima a fix. Il risultato è una frequentazione elevata (tranne quando c'eravamo noi, vista la temperatura prossima allo zero Kelvin) e una roccia particolarmente unta nel primo e ultimo tiro (nonostante la via sia del 2021) che rovinano un po' il piacere della salita. Friend inutili. Molto bello il tiro della lama.
Attenzione: noi abbiamo concatenato alcuni tiri vista la lunghezza contenuta, e qua e là c'è stato un po' di attrito delle corde. Niente di drammatico, ma valutate voi come comportarvi.

1° tiro: salire la placca, uscire sulla destra e sostare. 15 m, 5c, nove fix. Sosta su due fix con cordone ed anello.

2° tiro: salire portandosi verso sinistra per poi rientrare a destra e continuare fino alla sosta. 50 m, 4a; otto fix, due cordoni in clessidra, un chiodo con cordone, una sosta intermedia dopo circa 20 m. Sosta su due fix con cordone ed anello.

3° tiro: salire la facile placchetta fino alla cengia e continuare per la bella fessura che sale verso sinistra fino ad una cengia dove si sosta. 40 m, 4c; sette fix, un cordone su masso incastrato, una sosta intermedia dopo circa 20 m, alla base della fessura. Sosta su due fix con cordone ed anello.

4° tiro: traversare a sinistra (più divertente stando bassi sui fix) e salire il pilastro per una placca vicino ad uno spigolo, uscendo per facili roccette. 40 m, circa 5a quando non era untissimo; nove fix, un cordone su masso incastrato, una sosta intermedia. Sosta su cordoni in clessidre.

Discesa: seguire una traccia a sinistra della sosta (bollo blu) che si inoltra nel bosco e discende per un breve canyon molto caratteristico, per seguire poi un sentiero che riporta verso la sbarra superata all'andata.

Relazione (Guide alpine): via divertente nella parte alta, tra fessure e un bel diedro finale, protetta ottimamente con cordoni in clessidra nella prima parte, e qualche fix nei punti più impegnativi degli ultimi due tiri. Portare in caso un friend per la facile fessura del 3° tiro.
Attenzione: noi abbiamo concatenato alcuni tiri vista la lunghezza contenuta, e qua e là c'è stato un po' di attrito delle corde. Niente di drammatico, ma valutate voi come comportarvi.

1° tiro: salire il muretto e proseguire per placca fino ad un albero dove si sosta. 55 m, IV; un fix, dieci cordoni in clessidra, una sosta intermedia su cordone in clessidra dopo circa 30 m. Sosta su cordoni su albero. La sosta "ufficiale" è pochi metri sopra.

2° tiro: salire per rocce appoggiate e muretti fino ad una terrazza. Seguire la fessura verso destra fino alla sosta. 50 m, IV; un fix, sette cordoni in clessidra, due sosta intermedie (la seconda dopo 25 m). Sosta su cordoni su albero.

3° tiro: salire la bella fessura a destra della sosta e traversare a destra fino alla sosta. 15 m, ; due fix, quattro cordoni in clessidra. Sosta su due fix con cordone ed anello.

4° tiro: salire per il diedro, superare un muretto e sostare sulla destra in corrispondenza di un bollo blu. 35 m; V, 5b; due fix, quattro cordoni in clessidra. Sosta su cordone in clessidra.

Discesa: seguire una traccia a sinistra della sosta (bollo blu) che si inoltra nel bosco e si congiunge con quella di Edera dopo l'uscita del canyon, per continuare poi un sentiero che riporta verso la sbarra superata all'andata.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 30 gennaio 2026

Ormeasco di Pornassio DOC 2018 Viticoltori Ingauni

Dopo il convincente assaggio dell'Ormeasco di Lupi, rieccomi nell'amato ponente ligure, nella zona di Albenga, per "festeggiare" un compleanno: ad Ortovero, nel 1976, poco più di una decina di soci fonda la Cooperativa Viticoltori Ingauni (il nome deriva da un'antica popolazione ligure del territorio). Ad oggi sono oltre 200 i soci conferitori, per una produzione che ruota principalmente attorno ai vini bianchi (Vermentino e Pigato, da assaggiare prossimamente), dedicando un 20% circa delle uve ai rossi: Rossese, Ormeasco e Granaccia.

La cantina produce due Ormeasco, una linea base ed un Superiore, oltre al Belkerus (50% tra Ormeasco e Granaccia), e lasciando perdere la linea per la ristorazione. Come sempre, approccio la cantina dalla linea base. Purtroppo sul sito dei produttori non c'è alcuna informazione sulla vinificazione, ma parliamo di un vino giovane, messo in commercio l'anno successivo alla vendemmia.

Il colore è rosso rubino che vira un poco al granato in virtù degli annetti di invecchiamento. Aroma non intensissimo di canonici frutti rossi, ciliegie, amarene - qualcuno dice anche melograno - seguiti da un poco di spezie e accenni di liquirizia. Al gusto dimostra che l'invecchiamento è ideale: tannini ammorbiditi, frutti ancora in evidenzia e chiusura con il classico finale amarognolo. Nota di merito, poi, per la gradazione alcolica contenuta, sempre più difficile da trovare in un buon vino, e sempre più piacevole da bere. E poi, ad un prezzo decisamente ottimo!

Gradazione: 12,5°
Prezzo di acquisto: 7 €

martedì 13 gennaio 2026

Barolo DOCG 2015 Fratelli Alessandria

Anche in queste vacanze non è mancato l'appuntamento con una bottiglia di Barolo, grazie ad un acquisto in un enoteca di Dronero durante un'incursione alpinistica in Val Maira nel 2020. L'azienda Fratelli Alessandria, a Verduno, produce vini dal 1830 esclusivamente con uve dai 15 ettari di vigneti di proprietà, concentrandosi sulle varietà locali, ovvero Nebbiolo, Dolcetto, Barbera, Freisa e Pelaverga (con l'aggiunta della Favorita). Le uve nebbiolo sfociano in tre cru du Barolo e un assemblaggio di uve da vigneti diversi, tutti affinati in modo tradizionale.

Purtroppo, sul sito aziendale non si trova traccia di questa linea base di Barolo, forse sparito o soppiantato dal Barolo del Comune di Verduno che si produce dal 2017. In ogni caso, è lecito supporre che si tratti anche qui di assemblaggio di uve provenienti da diversi vigneti. Vinificazione in acciaio e affinamento in botti grandi e bottiglia.

Colore rosso piuttosto intenso con qualche lieve riflesso granato, lasciato a decantare per abituarsi al mondo fuori dalla bottiglia, questo Barolo si apre sui frutti rossi, ciliegia e prugna, e continua con lievi note floreali e accenti di tabacco e spezie. Al sorso dimostra una buona maturità, pronto per una sana bevuta. Ben strutturato, con una buona (e non eccessiva) spinta alcolica e tannini ammorbiditi. Buona anche la persistenza finale.

Un'ottima scelta per il pranzo di Natale! Ma si può bere anche in altre occasioni...

Gradazione: 14,5°
Prezzo di acquisto: 33 €

domenica 4 gennaio 2026

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi novembre-dicembre 2025 e riassunto annuale

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi su scala lognormale per il
treno 2218 (8:02) nei bimestri novembre-dicembre dal 2015 al 2025.
Fig. 2: Ritardi nei bimestri in esame per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: come in Fig. 1, ma per il treno 2275 (17:40).
Fig. 4: come in Fig. 2, ma per il treno 2275 (17:40).

Le notizie del bimestre sono due: la più importante è che dopo anni in cui i ritardi continuavano ad aumentare, finalmente c'è stata un riduzione! A fronte di una buona notizia, ovviamente c'è la solita fregatura: infatti Trenord ha pensato bene di modificare l'orario a decorrere dal 13 dicembre, aumentando il tempo di percorrenza del 2275 di ben tre minuti! Se questo treno era già una lumaca, che impiega(va) 45' contro i 37 del 2218, ora il tempo ufficiale è di ben 48', il 30% in più rispetto al mattino! Roba da treni locali degli anni '80 che fermavano in tutte le stazioni. A parte la flebile possibilità che si tratti di una "soluzione" temporanea, resta il dubbio che dopo aver taroccato le regole per i rimborsi dei ritardi, si aumentino i tempi di percorrenza per eliminarli del tutto. Ma su questo torniamo nel seguito.

Bimestre novembre-dicembre 2025

Prosegue anche in quest'ultimo bimestre del 2025 il miglioramento dei ritardi. La distribuzione cumulativa ha un bell'andamento lognormale, più a sinistra rispetto agli ultimi anni. La puntualità è al 5% e al 42% entro 5' di ritardo; massimo ritardo di 56' il 21/11 per un guasto al treno delle 6:02 tra Bergamo e Verdello.

Lo storico dei ritardi nel bimestre (Fig. 2) evidenzia il miglioramento rispetto agli ultimi anni, che sarebbe stato anche migliore se i luminari di Trenord non avessero cambiato l'orario a partire dal 13/12: nei cinque giorni sucessivi si è accumulata un'ora e mezza di ritardo totale! Suggerimento a Trenord: fate il cambio di orario la settimana dopo Natale, che è pure meglio perché tutti sono distratti e nessuno fa caso ai taroccamenti!! Comunque, la media ritorna sotto i 10' di ritardo (valore comunque assurdo!) dopo cinque anni, mentre il 10% peggiore dei treni riesce pure a peggiorare rispetto al 2024.

Il 2275 evidenzia invece un nettissimo miglioramento rispetto agli scorsi anni; da non credere! La Fig. 3 mostra una puntualità al 16% e al 71% entro 5' di ritardo, con massimo ritardo di 30' il 17/11 per problemi al treno e il 12/12 per sciopero. In entrambi i casi si è arrivati a Bergamo col successivo 2237.

La Fig. 4 evidenzia il miglioramento rispetto agli anni precedenti, riportando i valori a quelli del 2020 e 2015. Speriamo solo che non sia un fenomeno che si ripete ogni cinque anni...

Per quanto riguarda le motivazioni dei ritardi da avviso di Trenord, su otto segnalazioni oltre i 10' si conta uno sciopero, tre casi di problemi ai treni, quqattro per problemi legati al transito di altri treni. Altri tre casi di ritardo non hanno avuto spiegazione.

Fig. 5: distribuzioni cumulative dei ritardi su scala lognormale per il
treno 2218 (8:02) negli anni 2015-2025 (no agosto).
Fig. 6: ritardi del treno 2218 (8:02) negli anni 2015-2025.
Fig. 7: come in Fig. 5 ma per il treno 2275 (17:41).
Fig. 8: come in Fig. 6 ma per il treno 2275 (17:41).

Riassunto annuale 2025

Ed eccoci al momento della verità! Sull'intero anno 2025 la puntualità del 2218 è al 7%, che sale al 62% entro 5'; massimo ritardo di 56' il 21/11 (vedi sopra). Andamento lognormale per circa il 90% dei casi e fino a 10' circa di ritardo, poi scatta il disastro. Dato comunque migliore di quello degli ultimi anni.

il trend storico dei ritardi è in Fig. 6, dove si vede il miglioramento del 2025 rispetto agli ultimi quattro pessimi anni. Tuttavia, se guardiamo tutti gli undici anni, vediamo che non è cambiato niente; i ritardi sono gli stessi del 2015, pure un po' peggiori! Quindi, l'ammodernamento della linea, lo svecchiamento dei treni, ecc. ecc., sono certamente utili per aumentare il comfort dei viaggiatori e la capacità della linea (a vantaggio dell'alta velocità), ma non servono minimamente a migliorare i tempi di percorrenza dei treni pendolari (anche se funzionano magnificamente per aumentare i prezzi dei biglietti).

I dati per il 2275 sono in Fig. 7: puntualità al 26% e al 71% entro 5'; massimo ritardo di ben 136' (fuori scala) il 2/4 per guasto all'infrastruttura, secondo miglior tempo di sempre dopo l'inarrivabile ritardo di 216' il 2/3/2018 (non collegato con l'incidente ferroviario). Solito andamento non proprio lineare della distribuzione, che potrebbe essere un po' influenzato nella parte sinistra dalla traslazione della lognormale (ma qui diventa complicato discutere), e crescita rapida dei ritardi anche in questo caso oltre il punto critico del 90% e 10'.

Lo storico dei ritardi è in Fig. 8, dove non si vede un miglioramento così marcato nel 2025 per colpa della prima metà dell'anno, dove i dati sono stati piuttosto brutti. Anche in questo caso, registriamo come undici anni di funzionamento abbiano portato solo ad un peggioramento dei tempi di viaggio!

Fig. 9: ore di ritardo annue.
Fig. 10: tempi di percorrenza media secondo l'orario e nella realtà.

Ritardo, che passione!

Per terminare questa carrellata, non resta che guardare le ore di ritardo patite dai poveri frequentatori di questi treni, che effettivamente sono diminuite sensibilmente nel 2025, passando da quasi 70 a poco più di 40 (Fig. 9). Questo dato è assolutamente positivo, e speriamo che possa ancora migliorare, magari lasciando a casa chi era responsabile dei quattro anni precedenti, ma nasconde un fatto importante: il ritardo, per definizione, è il tempo oltre quello da orario ufficiale. Quindi, se si cambiasse l'orario di un treno per farlo arrivare più tardi, si ridurrebbe il suo ritardo senza cambiare nulla nella realtà.

Domanda #1: secondo voi questa pratica sarebbe corretta?
Domanda #2: secondo voi questa pratica è mai stata applicata, ovviamente non per ridurre il ritardo (malpensanti!), ma per tutte le nobili motivazioni di questo mondo?

Lascio a voi la risposta alla prima domanda, ma fornisco in Fig. 10 la risposta alla seconda: mentre il tempo di percorrenza ufficiale del 2218 è sceso da 39 a 37' ed è stabile da anni, incluso il 2026, quello del 2275 è passato da 39 a 45' (curva arancio), e al momento è salito a 48'! Ma il bello è che questa follia è del tutto inutile: i ritardi non sono diminuiti all'aumentare del tempo ufficiale di percorrenza! Di fatto nel 2025 il tempo medio (reale) di percorrenza del 2275 (curva rossa) è stato di 51' (ridicolo!) contro i 45' del 2015, quindi 6' in più. E, guarda caso, il tempo ufficiale è passato da 39 a 45', crescendo proprio di 6'. Dal 13/12/2025 il tempo di percorrenza è aumentato di altri tre minuti, ma c'è da scommettere che non servirà a nulla (a parte aumentare di 3' il tempo medio).

Secondo suggerimento a Trenord: riportare il 2275 agli orari del 2015; non è difficile...

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita spesso Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.

venerdì 19 dicembre 2025

La salita

di Ludwig Hohl
Sellerio, Palermo, 2024 (1a ed. in lingua italiana Casagrande, Bellinzona (Svizzera), 1988)
Traduzione di Umberto Gandini
Fu preso dalla nostalgia di lei, una nostalgia che crebbe rapidamente a dismisura. Provò l'urgenza di chiamare a gran voce il suo nome... attraverso le rocce e oltre le pianure, fino a centinaia di chilometri di distanza... poi però quell'intenzione gli apparve davvero troppo ridicola. L'amore per lei era più grande di quello per la montagna? Era un amore di specie diversa. La montagna era lì, era sua. O meglio, era lei a possedere lui; lo avvolgeva tutt'attorno, scintillante alla luce violentissima del sole e irrigidita nelle oscurità.

Anche in questo caso, devo iniziare queste righe con il canonico ammonimento a non proseguire se non volete rovinarvi la sorpresa del finale, intuibile solo a metà. Se avete sotto gli occhi l'edizione Sellerio potete invece candidamente leggere l'introduzione, che si impegna - forse fin troppo - a non "bruciarvi la scoperta".

I libri di alpinismo, scritti da alpinisti per alpinisti, sono di una noia mortale, salvo rarissime eccezioni (ricordo che da ragazzino rimasi quasi commosso dal capitolo sul Pilone Centrale del Freney di Bonatti). Qui, però, parliamo di una cosa un po' diversa. Hohl fu alpinista (ma su questo torneremo alla fine), e scrisse la prima versione di questa novella nel 1926, a ventidue anni, durante la sua attività. Ci lavorò sopra per mezzo secolo, pubblicandola infine nel 1975. Ѐ lecito quindi supporre che al piano alpinistico si sia via via sovrapposto qualcosa d'altro, risultando in un ibrido che conviene guardare da più punti di vista.

Come récit d'ascension, il racconto è poco interessante: vi si narra del maldestro tentativo di salita di Ull e Johann ad una cima delle Alpi svizzere. Dopo un inizio idilliaco, tutto peggiora: il versante è coperto di neve e ghiaccio, il maltempo imperversa, e i due si riparano in un rifugio semisommerso dalla neve. Qui Johann decide di ritirarsi, e Ull prosegue da solo, per ritrovarsi poi a dover rinunciare anch'egli alla vetta e discendere dalla pericolosa parete S. Descrizioni quasi geologiche della formazione dei seracchi al Capitolo 8 e qualche appunto di tecnica alpinistica di inizio secolo (scorso!) completano il panorama.

Ma dai tempi di Petrarca (per non citare la Bibbia, Dante e le tradizioni extraeuropee), le salite in montagna sono state anche viaggi interiori, metafore di ascesi spirituale, di purificazione, con la montagna a rappresentare gli ostacoli da superare e la discesa vista come ritorno nel mondo. E poi c'è il Romanticismo e la teoria del sublime, quel misto di piacere e terrore di fronte alla potenza della Natura. Insomma: una montagna affollata dal punto di vista simbolico ben prima di esserlo dalle orde turistiche!

Seguire questa traccia non è affatto difficile. Già all'inizio della salita (pp. 27-28), del monte si notano gli aspetti repulsivi:

Se ne coglie solo la ripidezza, il distaccato, incontrastato trionfo. La parte superiore del versante, fatta di vedrette e di roccia grigia, liscia e appena lucente, assomiglia a uno scudo, a una corazza, a un fine lavoro d'incisione su acciaio o argento. E l'intera, estesa immagine di quella nitida struttura sullo sfondo del cielo chiaro avrebbe forse anche potuto suscitare l'impressione di una nave molto grande che si inoltri non tanto in un mare terrestre, quanto nell'eternità.

Innumerevoli sono i richiami alla presenza incombente della Natura, sì che a citarli tutti si finirebbe per riportare quasi per intero il racconto. Ad esempio durante la notte (p. 38)

di tanto in tanto si coglieva un profondo sospiro lontano, come dal mare, prolungato, come un grande mantice che si muovesse lentamente, respiri come d'uno che sospirasse nel sonno... non però d'un dormiente della pochezza d'un animale o un uomo: quel dormiente era forse la montagna stessa.

Così la vallata che aveva definitivamente assunto [...] i connotati dell'infinito (p. 45), e ancora, tra le nebbie (p. 51)

I giganteschi corpi rocciosi della montagna [...] fusi con l'infinito, il mondo, tutto un calderone fumante che suscitava orrore, disumano.

Terribile, ma anche gioiello d'impareggiabile ricchezza (p. 53). Di fronte al duplice aspetto del sublime, i due reagiscono in maniera opposta. Johann ne è soggiogato, incapace di reagire e anche di esprimersi, mentre Ull affronta la Natura, non tanto in maniera razionale, ma istintiva, con la sua abilità e forza di volontà, come appare nel sogno dell'orso nel Capitolo 4. Così, quando Johann decide di rinunciare, Ull continua da solo, rabbioso verso il suo compagno, supera il ghiacciaio e arriva su una cresta. Qui però si rende conto di non poter rientrare da dove è venuto, abbandona la velleità di conquista della vetta e tenta la discesa lungo l'inesplorata parete S, nella Natura primigenia (pp. 82-83):

Guardando a sud, non una traccia d'uomo! Roccia, neve, ghiaccio. Creste nere, come una successione di quinte, cime svettanti verso il cielo, a destra e a manca e ovunque, grigi pendii di detriti più in basso [...]. Un paesaggio primordiale. Se qualcuno fosse stato lì dopo l'ultima glaciazione, quindicimila anni prima, gli si sarebbe offerto lo stesso panorama.

Dopo una rocambolesca discesa lungo il primo tratto, Ull riesce a bivaccare, tra sinistri presagi:

Non un suono, da quando le frane erano cessate; non un gorgoglio d'acqua; non s'udiva più nemmeno il solito fragore della notte in montagna. D'un tratto uno strepito assordante, come il crollo d'una torre... e poi di nuovo silenzio di morte.

La mattina seguente, nel tentativo di scendere lungo una vedretta ghiacciata, Ull scivolerà in un crepaccio. C'è però un ultimo capitolo, dedicato al rientro di Johann: giunto sui verdi prati che tanto hanno fatto da contrasto con il monte, attraversa un torrente, scivola e trova anch'egli la morte!

Se il destino di Ull è scritto fin dall'inizio, dalla lotta impossibile contro l'infinito, l'eterno, l'immensità (termini che si ripetono... all'infinito!), quello di Johann sembra sorprendente, quasi come la chiosa dell'autore alla fine del libro (pp. 122-123): la rapidità della fine di Johann fa da

contrasto con lo svolgimento della sua vita, in cui quasi tutto era avvenuto con malinconica lentezza. E la fine di Ull, che si protrasse per circa ventiquattr'ore [...] non fu forse altrettanto in contrasto col suo temperamento, col suo usuale comportamento? Nel momento della morte i due avevano, per così dire, scambiato i loro ruoli; e s'impone la domanda forse insensata: perché, almeno in piccolo, non era avvenuto lo stesso nella vita?

La morte agisce quindi da contrappasso dantesco (come la descrizione del Cap. 8 sembra quella di una bolgia infernale), ma senza che vi si debba vedere una volontà superiore: la Natura è leopardianamente indifferente alle vicende umane! D'altronde, forse esagerando, possiamo vedere il viaggio come metafora della vita, e la conclusione non può che essere una, sia che si lotti fino all'ultimo (Antonius Block con la morte ci giocherà a scacchi per guadagnare tempo) o che essa ci si pari davanti all'improvviso. E forse non è un caso che la fine sopraggiunga per entrambi durante la discesa, dopo che ognuno ha raggiunto l'apice del proprio viaggio, che non coincide mai con le speranze della partenza. Oppure, visto che la fine di Johann è dovuta a presunzione, anzi temerarietà (p. 120) nell'attraversare il torrente, incurante del consiglio del contadino, e che gli stessi sentimenti conducono UIl verso la scalata solitaria, potremmo vedere le due storie come due sfide alla Natura destinate al fallimento. E la domanda finale vuole forse suggerire che se i ruoli si fossero scambiati la scalata avrebbe avuto successo?

Un altro tema che fa capolino è il capovolgimento dell'immagine classica della montagna come rifugio, come luogo di fuga dalla vita quotidiana (di cui parla anche Motti nella sua Storia dell'alpinismo). Durante quella che sarà la sua ultima notte, Ull, in una mescolanza di veglia e sonno (p. 113)

trovò d'un tratto la risposta definitiva alla domanda posta tanto spesso: «Ma voi, perché salite sui monti?» [...]
La risposta era: per sfuggire alla prigione.
E ora?

Ora la montagna stessa si è trasformata in una prigione! Per Hoh alpinista, la risposta era certamente valida, ma qui si vuole - secondo me - rimarcare ancora una volta l'inutilità di una mentalità di conquista, che diventa essa stessa prigione.

Possiamo infine commentare il carattere dei due alpinisti, stando attenti a non prendercela con Johann: chiunque abbia scalato una parete impegnativa conosce benissimo sia la sensazione di disagio interiore che prende alla vista della montagna, sia la tentazione di tornare indietro, e tutti l'abbiamo fatto almeno una volta, accampando le scuse più improbabili. Volendo, è molto più egoista Ull, che si trascina dietro l'altro solo per avere un compagno che lo possa assicurare nei tratti difficili (p. 73), esempio classico di quell'egoismo di cordata raccontato da Motti. Anche il fatto di essersi dovuto "accontentare" di Johann anziché salire con la propria compagna lo rende stupidamente feroce verso di lui quando vuole rinunciare. Singolare poi che Ull, provetto alpinista, sbagli tutto quello che può: prosegue da solo in un'impresa impossibile, continua lungo la parete S invece di fermarsi sulla cresta e ridiscendere il giorno dopo, perde la piccozza. Ma ancora una volta, tutti abbiamo fatto errori in montagna. Tutti siamo stati Ull, ma anche Johann.

Finisco con una nota biografica. Qui si cita uno scritto di Hohl in Meine Bergtouren, Vol. II (1922-1928) dove si racconta di un bivacco di emergenza del luglio 1925, insieme alla sua compagna Gertrud (Trudi) Luder, al rientro dal Col de la Pilatte Occidentale, un passo sopra il Glacier de la Pilatte, nel Massicio degli Écrins, nel Delfinato. Durante la discesa, Hohl perde la piccozza e si caccia nei guai in una calata in corda doppia, da cui si salva grazie ad un preciso consiglio di Trudi, fatto che sarà poi trasposto nel Capitolo 12. D'altra parte, qui invece si narra di un racconto relativo ad una caduta in un crepaccio durante una salita a Les Rouies, da cui sarebbe stato ancora salvato da Trudi. Viene da chiedersi chi dei due fosse l'alpinista esperto! Trudi morirà poi nel 1946 durante una facile salita al Frontalstock o al Nüenchamm, a seconda delle fonti.

Non sono riuscito a reperire alcuna informazione sulla carriera alpinistica di Hohl. Nei periodici italiani non c'è traccia, e passi, ma nemmeno le poche ricerche negli annuari del CAS hanno restituito alcunché. C'è da dire che almeno nel processo di digitalizzazione degli archivi del Cub Alpino, l'Italia è avanti anni luce!