lunedì 23 febbraio 2026

Partigiani sul Pastello

Alberto sul 1° tiro.
Alberto sulla parte finale del 5° tiro.
Stefano alla partenza del 6° tiro.
E qui sul 7° tiro.
Tracciato della via. La foto della parete (alquanto
approssimativa) è di Google Maps.
Monte Pastello - Monti Lessini
Parete O

Settimana scorsa mi è capitato di vedere Un altro ferragosto, ambientato a Ventotene. Tra le cose più riuscite del film, a mio parere, c'è il ritratto dell'italietta ignorante e fascistoide che ormai imperversa ovunque, contrapposta ad una sinistra che celebra Resistenza e antifascismo, non senza contraddizioni e problemi. Dopo tutto ciò, non potevo non accettare l'invito di Alberto ad andare a ripetere questa via sul Monte Pastello, dedicata ad un episodio locale di guerra partigiana. Qui trovate la dettagliata relazione degli apritori, la storia della via e la dedica. Qui invece c'è l'interessante scritto storico che dà il nome alla via.

Accesso: ci si dirige verso la frazione di Forte Masua, salendo da S. Giorgio in Valpolicella o da Fumane e superando la frazione Cavalo. Dopo Cavalo si prosegue per circa 3 km e si imbocca una sterrata a sinistra, in corrispondenza di una curva a destra della strada (cartello del Sentiero Molane-Dolcè). Dopo circa 250 m si parcheggia in corrispondenza di una curva a sinistra (pochi posti; possibile e forse conveniente fermarsi prima sulla strada). La parete è dall'altro versante del Monte Pastello, che dobbiamo circumnavigare in senso antiorario. Seguire ancora l'indicazione del Sentiero in discesa, ignorando le deviazioni a destra, fino ad un piccolo spiazzo con un cartellone naturalistico. Lasciare il sentiero CAI e prendere la traccia a sinistra (ometto). Seguirla fino ad un rudere, parte di una vecchia cava, deviare a sinistra in piano (seguire sempre i numerosi ometti), salire brevemente e continuare in direzione della parete ormai visibile (bollini blu). Una ravanata in salita porta all'attacco della via Quaranta galee (scritta). Si continua, superando la via del Pilastro, e si giunge all'attacco (scritta PsP e cordino visibile). Tre quarti d'ora circa.

Relazione: via in stile classico (a parte il primo tiro) che risale uno dei pilastri del Pastello per placche, camini e diedri, intervallati da cenge e da qualche tratto erboso. Purtroppo quando siamo saliti noi la terra era ancora bagnata dalla pioggia di due giorni prima, e salire con le scarpette ben sporche non è stato sempre divertente: da fare solo in condizioni secche, perché la via resta spesso in ombra anche nel pomeriggio e asciuga lentamente (per lo stesso motivo, evitate le giornate troppo fredde). La chiodatura ottima a chiodi e cordoni con qualche fix facilita assai la progressione; friend non necessari, ma se volete piazzarne qualcuno, si può fare.
Nota: saranno state le scarpette sporche, saranno stati piedi e mani gelati, sarà stato soprattutto il mio livello ormai scarsissimo, ma ho ritoccato un po' i gradi degli apritori (ditemi voi!). Inoltre, il numero delle protezioni va preso con un po' di tolleranza; diciamo più o meno uno...

1° tiro: salire un breve zoccolo basale, spostarsi in obliquo a sinistra e superare una placchetta, salendo alla sosta. 30 m, 6a+ (un passo); cinque fix, tre chiodi (uno con cordone), un cordino in clessidra. Sosta su due fix (uno con anello).
2° tiro: superare la placchetta a sinistra della sosta, continuare per rocce più facili e salire il muretto finale con uscita complicata. 20 m; VI, V, VI; sette chiodi. Sosta su due fix.
3° tiro: traversare lungo la cengia fino alla sosta. 20 m; V+, II, III+; quattro chiodi, un fix. Sosta su due fix con cordone ed anello.
4° tiro: traversare a sinistra (passo delicato) e salire il camino fino ad una terrazza. Qui continuare lungo la paretina di destra fino ad uscire su un pulpitino. 25 m; VI-, IV, VI+, IV; cinque chiodi, sei cordoni (su pianta o in clessidra), un fix. Sosta su due fix e cordone.
5° tiro: superare un saltino iniziale ed un breve muretto per proseguire su roccia erbosa fino alla sosta. 20 m; V, III+; quattro cordoni (su pianta o in clessidra), un chiodo. Sosta su due fix con cordone e moschettone.
6° tiro: spostarsi a sinistra, salire per rocce facili e qualche tratto erboso fino alla base di un breve diedro fessurato. Salirlo (buona presa sulla sinistra) e raggungere la sosta. 25 m; IV+, VI+; cinque chiodi, tre cordoni (su pianta o in clessidra). Sosta su due fix con cordone ed anello.
7° tiro: salire appena a destra della sosta, proseguire per il diedro (un passo delicato), superare un muretto e continuare fino alla sosta. 20 m; V, VI+, V-, IV; cinque cordoni, tre chiodi. Sosta su due fix con cordone ed anello.
8° tiro: superare un gradino iniziale e continuare per facili rocce fino alla sosta finale. 25 m; V+ (passo iniziale), IV, III+; due chiodi, quattro cordoni.

Discesa: salire più o meno dritti fino ad incontrare un grosso ometto e un paio di cartelli che indicano la direzione di soste di calata. All'altezza di una traccia poco visibile si piega a destra e si raggiunge una radura (nota: le radure sono due; se avete piegato a destra troppo in basso vedrete un prato poco sopra di voi: raggiungetelo). Traversare la radura restando bassi e identificare una vaga traccia, più o meno in corrispondenza di un albero isolato. Seguire la traccia che in breve porta su una sterrata, che si segue verso sinistra e riporta al parcheggio.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 17 febbraio 2026

Via delle guide

Sul 1° tiro.
Teo sul 2° tiro.
E sul 3° tiro.
Teo sull'ultimo tiro.
Tracciato della via (viola). In rosso e azzurro
le vie Miralago e Assalto alla diligenza.
Coste di Loppio (Valle di Loppio)
Parete S

Accesso: raggiungere il Passo S. Giovanni da Nago o da Mori e parcheggiare in una delle piazzole. Tornare in direzione Nago e prendere la prima sterrata a destra dopo l'hotel. Seguirla costeggiando il vigneto fino al termine, dove si prende una traccia che sale sulla destra (ometto). Seguirla tenendo la destra ad un evidente bivio, superando un ricovero di guerra ed un grande ometto. Poco oltre vi è una traccia che sale a sinistra alla parete, in corrispondenza di un ometto, e conduce all'attacco della via, appena a sinistra di Miralago. Mezz'oretta scarsa circa.

Relazione: breve via tutto sommato divertente, dal percorso un po' contorto, che parte a sinistra di Miralago e compie un lungo traverso per andare a prendere un diedro alla sua destra. Protezioni ottime a chiodi e cordoni nei tratti più facili ed a fix in quelli più impegnativi o con roccia un po' meno solida; portate solo rinvii. Ottima se avete poco tempo e dovete correre in sauna come noi, oppure come antipasto per proseguire poi con le sue vicine.

1° tiro: salire per pilastrini a gradoni e placchette fino alla sosta. 30 m, IV+; cinque chiodi, quattro cordoni in clessidra, una sosta intermedia dopo circa 15 m (due fix con cordone ed anello). Sosta su due fix con cordone ed anello. Nota: il tiro può essere spezzato in due sulla sosta intermedia.
2° tiro: salire il muretto a destra della sosta, spostarsi a sinistra e proseguire per divertente placca fino alla sosta. 15 m; IV+, IV; cinque cordoni in clessidra, un chiodo. Sosta su due fix con cordone ed anello.
3° tiro: traversare a destra fino ad una sosta, poi continuare restando bassi, appena sotto la via Miralago, fino alla sosta. 30 m; II, III; due fix, quattro cordoni in clessidra, un cordone su pianta, una sosta intermedia dopo una decina di metri. Sosta su due fix.
4° tiro: salire il breve diedro fessurato e continuare in obliquo a sinistra per salire alla terrazza di sosta (attenzione alla roccia nell'ultimo passo). 15 m, 5a (forse passo di 5b); cinque fix, due cordoni in clessidra. Sosta su fix e cordone in clessidra.
5° tiro: traversare a destra fino alla sosta. 20 m; III, II; quattro cordoni in clessidra. Sosta su fix con anello e cordone in clessidra.
6° tiro: salire il muretto appena aggettante e continuare a sinistra di un canale, su roccia sporca di terra, per salire poi un muretto finale e raggiungere la sosta. 20 m; V-, V, 5a; cinque-sei fix, quattro cordoni in clessidra.

Discesa: seguire la traccia nel bosco (ometti) che porta ad un sentiero che si segue verso sinistra e riporta sul sentiero di accesso.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 10 febbraio 2026

Edera + Guide alpine

Sul 1° tiro di Edera.
Teo sul 2° tiro.
Sul 3° tiro.
Teo sul 3° tiro di Guide alpine.
Sul 4° tiro.
Tracciato di Edera (rosso) e Guide alpine (azzurro).
Monte Baone - Valle del Sarca
Parete E

Sembra incredibile, ma in Valle del Sarca c'è ancora qualche metro di roccia che viene scoperta e chiodata. Niente grandi pareti, ovviamente, ma adatte per la stagione (e le temperature) invernali. Noi cercavamo qualcosa di classico, non troppo impegnativo, e ci siamo fidati delle relazioni degli apritori con i gradi UIAA. In realtà Edera è chiodata ottimamente a fix, e Guide alpine ne ha alcuni piazzati strategicamente sui passi-chiave, mentre il resto è ottimamente protetto con cordoni (a parte un tratto della facile fessura del nostro 2° tiro).

Accesso: da Arco si sale in direzione Laghel (indicazioni) e si prosegue fino ad una biforcazione dove ci si trova davanti allo spiazzo del parcheggio del castello di Arco (una decina circa di posti disponibili). Si lascia l'auto e si segue la strada che si stacca a sinistra del parcheggio (in corrispondenza di un'edicola votiva della via Crucis e cartello di divieto di accesso). Seguite la strada fino ad una curva verso sinistra, dove si prende a destra superando una piccola sbarra in alluminio. Subito dopo la sbarra si segue una stradina a destra tra gli uliveti, che sale verso la parete e conduce all'attacco della variante alla via Edera. La via originale parte pochi metri a sinistra (scritta e targhetta metallica); la via Guide alpine appena a destra (scritta).

Relazione (Edera): Via che risale la parete senza grosse difficoltà (soprattutto se si sale la variante al primo tiro) e chiodatura ottima a fix. Il risultato è una frequentazione elevata (tranne quando c'eravamo noi, vista la temperatura prossima allo zero Kelvin) e una roccia particolarmente unta nel primo e ultimo tiro (nonostante la via sia del 2021) che rovinano un po' il piacere della salita. Friend inutili. Molto bello il tiro della lama.
Attenzione: noi abbiamo concatenato alcuni tiri vista la lunghezza contenuta, e qua e là c'è stato un po' di attrito delle corde. Niente di drammatico, ma valutate voi come comportarvi.

1° tiro: salire la placca, uscire sulla destra e sostare. 15 m, 5c, nove fix. Sosta su due fix con cordone ed anello.
2° tiro: salire portandosi verso sinistra per poi rientrare a destra e continuare fino alla sosta. 50 m, 4a; otto fix, due cordoni in clessidra, un chiodo con cordone, una sosta intermedia dopo circa 20 m. Sosta su due fix con cordone ed anello.
3° tiro: salire la facile placchetta fino alla cengia e continuare per la bella fessura che sale verso sinistra fino ad una cengia dove si sosta. 40 m, 4c; sette fix, un cordone su masso incastrato, una sosta intermedia dopo circa 20 m, alla base della fessura. Sosta su due fix con cordone ed anello.
4° tiro: traversare a sinistra (più divertente stando bassi sui fix) e salire il pilastro per una placca vicino ad uno spigolo, uscendo per facili roccette. 40 m, circa 5a quando non era untissimo; nove fix, un cordone su masso incastrato, una sosta intermedia. Sosta su cordoni in clessidre.

Discesa: seguire una traccia a sinistra della sosta (bollo blu) che si inoltra nel bosco e discende per un breve canyon molto caratteristico, per seguire poi un sentiero che riporta verso la sbarra superata all'andata.

Relazione (Guide alpine): Via divertente nella parte alta, tra fessure e un bel diedro finale, protetta ottimamente con cordoni in clessidra nella prima parte, e qualche fix nei punti più impegnativi degli ultimi due tiri. Portare in caso un friend per la facile fessura del 3° tiro.
Attenzione: noi abbiamo concatenato alcuni tiri vista la lunghezza contenuta, e qua e là c'è stato un po' di attrito delle corde. Niente di drammatico, ma valutate voi come comportarvi.

1° tiro: salire il muretto e proseguire per placca fino ad un albero dove si sosta. 55 m, IV; un fix, dieci cordoni in clessidra, una sosta intermedia su cordone in clessidra dopo circa 30 m. Sosta su cordoni su albero. La sosta "ufficiale" è pochi metri sopra.
2° tiro: salire per rocce appoggiate e muretti fino ad una terrazza. Seguire la fessura verso destra fino alla sosta. 50 m, IV; un fix, sette cordoni in clessidra, due sosta intermedie (la seconda dopo 25 m). Sosta su cordoni su albero.
3° tiro: salire la bella fessura a destra della sosta e traversare a destra fino alla sosta. 15 m, ; due fix, quattro cordoni in clessidra. Sosta su due fix con cordone ed anello.
4° tiro: salire per il diedro, superare un muretto e sostare sulla destra in corrispondenza di un bollo blu. 35 m; V, 5b; due fix, quattro cordoni in clessidra. Sosta su cordone in clessidra.

Discesa: seguire una traccia a sinistra della sosta (bollo blu) che si inoltra nel bosco e si congiunge con quella di Edera dopo l'uscita del canyon, per continuare poi un sentiero che riporta verso la sbarra superata all'andata.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 30 gennaio 2026

Ormeasco di Pornassio DOC 2018 Viticoltori Ingauni

Dopo il convincente assaggio dell'Ormeasco di Lupi, rieccomi nell'amato ponente ligure, nella zona di Albenga, per "festeggiare" un compleanno: ad Ortovero, nel 1976, poco più di una decina di soci fonda la Cooperativa Viticoltori Ingauni (il nome deriva da un'antica popolazione ligure del territorio). Ad oggi sono oltre 200 i soci conferitori, per una produzione che ruota principalmente attorno ai vini bianchi (Vermentino e Pigato, da assaggiare prossimamente), dedicando un 20% circa delle uve ai rossi: Rossese, Ormeasco e Granaccia.

La cantina produce due Ormeasco, una linea base ed un Superiore, oltre al Belkerus (50% tra Ormeasco e Granaccia), e lasciando perdere la linea per la ristorazione. Come sempre, approccio la cantina dalla linea base. Purtroppo sul sito dei produttori non c'è alcuna informazione sulla vinificazione, ma parliamo di un vino giovane, messo in commercio l'anno successivo alla vendemmia.

Il colore è rosso rubino che vira un poco al granato in virtù degli annetti di invecchiamento. Aroma non intensissimo di canonici frutti rossi, ciliegie, amarene - qualcuno dice anche melograno - seguiti da un poco di spezie e accenni di liquirizia. Al gusto dimostra che l'invecchiamento è ideale: tannini ammorbiditi, frutti ancora in evidenzia e chiusura con il classico finale amarognolo. Nota di merito, poi, per la gradazione alcolica contenuta, sempre più difficile da trovare in un buon vino, e sempre più piacevole da bere. E poi, ad un prezzo decisamente ottimo!

Gradazione: 12,5°
Prezzo di acquisto: 7 €

martedì 13 gennaio 2026

Barolo DOCG 2015 Fratelli Alessandria

Anche in queste vacanze non è mancato l'appuntamento con una bottiglia di Barolo, grazie ad un acquisto in un enoteca di Dronero durante un'incursione alpinistica in Val Maira nel 2020. L'azienda Fratelli Alessandria, a Verduno, produce vini dal 1830 esclusivamente con uve dai 15 ettari di vigneti di proprietà, concentrandosi sulle varietà locali, ovvero Nebbiolo, Dolcetto, Barbera, Freisa e Pelaverga (con l'aggiunta della Favorita). Le uve nebbiolo sfociano in tre cru du Barolo e un assemblaggio di uve da vigneti diversi, tutti affinati in modo tradizionale.

Purtroppo, sul sito aziendale non si trova traccia di questa linea base di Barolo, forse sparito o soppiantato dal Barolo del Comune di Verduno che si produce dal 2017. In ogni caso, è lecito supporre che si tratti anche qui di assemblaggio di uve provenienti da diversi vigneti. Vinificazione in acciaio e affinamento in botti grandi e bottiglia.

Colore rosso piuttosto intenso con qualche lieve riflesso granato, lasciato a decantare per abituarsi al mondo fuori dalla bottiglia, questo Barolo si apre sui frutti rossi, ciliegia e prugna, e continua con lievi note floreali e accenti di tabacco e spezie. Al sorso dimostra una buona maturità, pronto per una sana bevuta. Ben strutturato, con una buona (e non eccessiva) spinta alcolica e tannini ammorbiditi. Buona anche la persistenza finale.

Un'ottima scelta per il pranzo di Natale! Ma si può bere anche in altre occasioni...

Gradazione: 14,5°
Prezzo di acquisto: 33 €

domenica 4 gennaio 2026

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi novembre-dicembre 2025 e riassunto annuale

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi su scala lognormale per il
treno 2218 (8:02) nei bimestri novembre-dicembre dal 2015 al 2025.
Fig. 2: Ritardi nei bimestri in esame per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: come in Fig. 1, ma per il treno 2275 (17:41).
Fig. 4: come in Fig. 2, ma per il treno 2275 (17:41).

Le notizie del bimestre sono due: la più importante è che dopo anni in cui i ritardi continuavano ad aumentare, finalmente c'è stata un riduzione! A fronte di una buona notizia, ovviamente c'è la solita fregatura: infatti Trenord ha pensato bene di modificare l'orario a decorrere dal 13 dicembre, aumentando il tempo di percorrenza del 2275 di ben tre minuti! Se questo treno era già una lumaca, che impiega(va) 45' contro i 37 del 2218, ora il tempo ufficiale è di ben 48', il 30% in più rispetto al mattino! Roba da treni locali degli anni '80 che fermavano in tutte le stazioni. Speriamo solo sia una "soluzione" temporanea, ma resta il dubbio che dopo aver taroccato le regole per i rimborsi dei ritardi, si aumentino i tempi di percorrenza per eliminarli del tutto. Ma su questo torniamo nel seguito.

Bimestre novembre-dicembre 2025

Prosegue anche in quest'ultimo bimestre del 2025 il miglioramento dei ritardi. La distribuzione cumulativa ha un bell'andamento lognormale, più a sinistra rispetto agli ultimi anni. La puntualità è al 5% e al 42% entro 5' di ritardo; massimo ritardo di 56' il 21/11 per un guasto al treno delle 6:02 tra Bergamo e Verdello.

Lo storico dei ritardi nel bimestre (Fig. 2) evidenzia il miglioramento rispetto agli ultimi anni, che sarebbe stato anche migliore se i luminari di Trenord non avessero cambiato l'orario a partire dal 13/12: nei cinque giorni sucessivi si è accumulata un'ora e mezza di ritardo totale! Suggerimento a Trenord: fate il cambio di orario la settimana dopo Natale, che è pure meglio perché tutti sono distratti e nessuno fa caso ai taroccamenti!! Comunque, la media ritorna sotto i 10' di ritardo (valore comunque assurdo!) dopo cinque anni, mentre il 10% peggiore dei treni riesce pure a peggiorare rispetto al 2024.

Il 2275 evidenzia invece un nettissimo miglioramento rispetto agli scorsi anni; da non credere! La Fig. 3 mostra una puntualità al 16% e al 71% entro 5' di ritardo, con massimo ritardo di 30' il 17/11 per problemi al treno e il 12/12 per sciopero. In entrambi i casi si è arrivati a Bergamo col successivo 2237.

La Fig. 4 evidenzia il miglioramento rispetto agli anni precedenti, riportando i valori a quelli del 2020 e 2015. Speriamo solo che non sia un fenomeno che si ripete ogni cinque anni...

Per quanto riguarda le motivazioni dei ritardi da avviso di Trenord, su otto segnalazioni oltre i 10' si conta uno sciopero, tre casi di problemi ai treni, quqattro per problemi legati al transito di altri treni. Altri tre casi di ritardo non hanno avuto spiegazione.

Fig. 5: distribuzioni cumulative dei ritardi su scala lognormale per il
treno 2218 (8:02) negli anni 2015-2025 (no agosto).
Fig. 6: ritardi del treno 2218 (8:02) negli anni 2015-2025.
Fig. 7: come in Fig. 5 ma per il treno 2275 (17:41).
Fig. 8: come in Fig. 6 ma per il treno 2275 (17:41).

Riassunto annuale 2025

Ed eccoci al momento della verità! Sull'intero anno 2025 la puntualità del 2218 è al 7%, che sale al 62% entro 5'; massimo ritardo di 56' il 21/11 (vedi sopra). Andamento lognormale per circa il 90% dei casi e fino a 10' circa di ritardo, poi scatta il disastro. Dato comunque migliore di quello degli ultimi anni.

il trend storico dei ritardi è in Fig. 6, dove si vede il miglioramento del 2025 rispetto agli ultimi quattro pessimi anni. Tuttavia, se guardiamo tutti gli undici anni, vediamo che non è cambiato niente; i ritardi sono gli stessi del 2015, pure un po' peggiori! Quindi, l'ammodernamento della linea, lo svecchiamento dei treni, ecc. ecc., sono certamente utili per aumentare il comfort dei viaggiatori e la capacità della linea (a vantaggio dell'alta velocità), ma non servono minimamente a migliorare i tempi di percorrenza dei treni pendolari (anche se funzionano magnificamente per aumentare i prezzi dei biglietti).

I dati per il 2275 sono in Fig. 7: puntualità al 26% e al 71% entro 5'; massimo ritardo di ben 136' (fuori scala) il 2/4 per guasto all'infrastruttura, secondo miglior tempo di sempre dopo l'inarrivabile ritardo di 216' il 2/3/2018 (non collegato con l'incidente ferroviario). Solito andamento non proprio lineare della distribuzione, che potrebbe essere un po' influenzato nella parte sinistra dalla traslazione della lognormale (ma qui diventa complicato discutere), e crescita rapida dei ritardi anche in questo caso oltre il punto critico del 90% e 10'.

Lo storico dei ritardi è in Fig. 8, dove non si vede un miglioramento così marcato nel 2025 per colpa della prima metà dell'anno, dove i dati sono stati piuttosto brutti. Anche in questo caso, registriamo come undici anni di funzionamento abbiano portato solo ad un peggioramento dei tempi di viaggio!

Fig. 9: ore di ritardo annue.
Fig. 10: tempi di percorrenza media secondo l'orario e nella realtà.

Ritardo, che passione!

Per terminare questa carrellata, non resta che guardare le ore di ritardo patite dai poveri frequentatori di questi treni, che effettivamente sono diminuite sensibilmente nel 2025, passando da quasi 70 a poco più di 40 (Fig. 9). Questo dato è assolutamente positivo, e speriamo che possa ancora migliorare, magari lasciando a casa chi era responsabile dei quattro anni precedenti, ma nasconde un fatto importante: il ritardo, per definizione, è il tempo oltre quello da orario ufficiale. Quindi, se si cambiasse l'orario di un treno per farlo arrivare più tardi, si ridurrebbe il suo ritardo senza cambiare nulla nella realtà.

Domanda #1: secondo voi questa pratica sarebbe corretta?
Domanda #2: secondo voi questa pratica è stata applicata, ovviamente non per ridurre il ritardo (malpensanti!), ma per tutte le nobili motivazioni di questo mondo?

Lascio a voi la risposta alla prima domanda, ma fornisco in Fig. 10 la risposta alla seconda: mentre il tempo di percorrenza ufficiale del 2218 è sceso da 39 a 37' ed è stabile da anni, incluso il 2026, quello del 2275 è passato da 39 a 45' (curva arancio), e al momento è salito a 48'! Ma il bello è che questa follia è del tutto inutile: i ritardi non sono diminuiti all'aumentare del tempo ufficiale di percorrenza! Di fatto nel 2025 il tempo medio (reale) di percorrenza del 2275 (curva rossa) è stato di 51' (ridicolo!) contro i 45' del 2015, quindi 6' in più. E, guarda caso, il tempo ufficiale è passato da 39 a 45', crescendo proprio di 6'. Dal 13/12/2025 il tempo di percorrenza è aumentato di altri tre minuti, ma c'è da scommettere che non servirà a nulla (a parte aumentare di 3' il tempo medio).

Secondo suggerimento a Trenord: riportare il 2275 agli orari del 2015; non è difficile...

venerdì 19 dicembre 2025

La salita

di Ludwig Hohl
Sellerio, Palermo, 2024 (1a ed. in lingua italiana Casagrande, Bellinzona (Svizzera), 1988)
Traduzione di Umberto Gandini
Fu preso dalla nostalgia di lei, una nostalgia che crebbe rapidamente a dismisura. Provò l'urgenza di chiamare a gran voce il suo nome... attraverso le rocce e oltre le pianure, fino a centinaia di chilometri di distanza... poi però quell'intenzione gli apparve davvero troppo ridicola. L'amore per lei era più grande di quello per la montagna? Era un amore di specie diversa. La montagna era lì, era sua. O meglio, era lei a possedere lui; lo avvolgeva tutt'attorno, scintillante alla luce violentissima del sole e irrigidita nelle oscurità.

Anche in questo caso, devo iniziare queste righe con il canonico ammonimento a non proseguire se non volete rovinarvi la sorpresa del finale, intuibile solo a metà. Se avete sotto gli occhi l'edizione Sellerio potete invece candidamente leggere l'introduzione, che si impegna - forse fin troppo - a non "bruciarvi la scoperta".

I libri di alpinismo, scritti da alpinisti per alpinisti, sono di una noia mortale, salvo rarissime eccezioni (ricordo che da ragazzino rimasi quasi commosso dal capitolo sul Pilone Centrale del Freney di Bonatti). Qui, però, parliamo di una cosa un po' diversa. Hohl fu alpinista (ma su questo torneremo alla fine), e scrisse la prima versione di questa novella nel 1926, a ventidue anni, durante la sua attività. Ci lavorò sopra per mezzo secolo, pubblicandola infine nel 1975. Ѐ lecito quindi supporre che al piano alpinistico si sia via via sovrapposto qualcosa d'altro, risultando in un ibrido che conviene guardare da più punti di vista.

Come récit d'ascension, il racconto è poco interessante: vi si narra del maldestro tentativo di salita di Ull e Johann ad una cima delle Alpi svizzere. Dopo un inizio idilliaco, tutto peggiora: il versante è coperto di neve e ghiaccio, il maltempo imperversa, e i due si riparano in un rifugio semisommerso dalla neve. Qui Johann decide di ritirarsi, e Ull prosegue da solo, per ritrovarsi poi a dover rinunciare anch'egli alla vetta e discendere dalla pericolosa parete S. Descrizioni quasi geologiche della formazione dei seracchi al Capitolo 8 e qualche appunto di tecnica alpinistica di inizio secolo (scorso!) completano il panorama.

Ma dai tempi di Petrarca (per non citare la Bibbia, Dante e le tradizioni extraeuropee), le salite in montagna sono state anche viaggi interiori, metafore di ascesi spirituale, di purificazione, con la montagna a rappresentare gli ostacoli da superare e la discesa vista come ritorno nel mondo. E poi c'è il Romanticismo e la teoria del sublime, quel misto di piacere e terrore di fronte alla potenza della Natura. Insomma: una montagna affollata dal punto di vista simbolico ben prima di esserlo dalle orde turistiche!

Seguire questa traccia non è affatto difficile. Già all'inizio della salita (pp. 27-28), del monte si notano gli aspetti repulsivi:

Se ne coglie solo la ripidezza, il distaccato, incontrastato trionfo. La parte superiore del versante, fatta di vedrette e di roccia grigia, liscia e appena lucente, assomiglia a uno scudo, a una corazza, a un fine lavoro d'incisione su acciaio o argento. E l'intera, estesa immagine di quella nitida struttura sullo sfondo del cielo chiaro avrebbe forse anche potuto suscitare l'impressione di una nave molto grande che si inoltri non tanto in un mare terrestre, quanto nell'eternità.

Innumerevoli sono i richiami alla presenza incombente della Natura, sì che a citarli tutti si finirebbe per riportare quasi per intero il racconto. Ad esempio durante la notte (p. 38)

di tanto in tanto si coglieva un profondo sospiro lontano, come dal mare, prolungato, come un grande mantice che si muovesse lentamente, respiri come d'uno che sospirasse nel sonno... non però d'un dormiente della pochezza d'un animale o un uomo: quel dormiente era forse la montagna stessa.

Così la vallata che aveva definitivamente assunto [...] i connotati dell'infinito (p. 45), e ancora, tra le nebbie (p. 51)

I giganteschi corpi rocciosi della montagna [...] fusi con l'infinito, il mondo, tutto un calderone fumante che suscitava orrore, disumano.

Terribile, ma anche gioiello d'impareggiabile ricchezza (p. 53). Di fronte al duplice aspetto del sublime, i due reagiscono in maniera opposta. Johann ne è soggiogato, incapace di reagire e anche di esprimersi, mentre Ull affronta la Natura, non tanto in maniera razionale, ma istintiva, con la sua abilità e forza di volontà, come appare nel sogno dell'orso nel Capitolo 4. Così, quando Johann decide di rinunciare, Ull continua da solo, rabbioso verso il suo compagno, supera il ghiacciaio e arriva su una cresta. Qui però si rende conto di non poter rientrare da dove è venuto, abbandona la velleità di conquista della vetta e tenta la discesa lungo l'inesplorata parete S, nella Natura primigenia (pp. 82-83):

Guardando a sud, non una traccia d'uomo! Roccia, neve, ghiaccio. Creste nere, come una successione di quinte, cime svettanti verso il cielo, a destra e a manca e ovunque, grigi pendii di detriti più in basso [...]. Un paesaggio primordiale. Se qualcuno fosse stato lì dopo l'ultima glaciazione, quindicimila anni prima, gli si sarebbe offerto lo stesso panorama.

Dopo una rocambolesca discesa lungo il primo tratto, Ull riesce a bivaccare, tra sinistri presagi:

Non un suono, da quando le frane erano cessate; non un gorgoglio d'acqua; non s'udiva più nemmeno il solito fragore della notte in montagna. D'un tratto uno strepito assordante, come il crollo d'una torre... e poi di nuovo silenzio di morte.

La mattina seguente, nel tentativo di scendere lungo una vedretta ghiacciata, Ull scivolerà in un crepaccio. C'è però un ultimo capitolo, dedicato al rientro di Johann: giunto sui verdi prati che tanto hanno fatto da contrasto con il monte, attraversa un torrente, scivola e trova anch'egli la morte!

Se il destino di Ull è scritto fin dall'inizio, dalla lotta impossibile contro l'infinito, l'eterno, l'immensità (termini che si ripetono... all'infinito!), quello di Johann sembra sorprendente, quasi come la chiosa dell'autore alla fine del libro (pp. 122-123): la rapidità della fine di Johann fa da

contrasto con lo svolgimento della sua vita, in cui quasi tutto era avvenuto con malinconica lentezza. E la fine di Ull, che si protrasse per circa ventiquattr'ore [...] non fu forse altrettanto in contrasto col suo temperamento, col suo usuale comportamento? Nel momento della morte i due avevano, per così dire, scambiato i loro ruoli; e s'impone la domanda forse insensata: perché, almeno in piccolo, non era avvenuto lo stesso nella vita?

La morte agisce quindi da contrappasso dantesco (come la descrizione del Cap. 8 sembra quella di una bolgia infernale), ma senza che vi si debba vedere una volontà superiore: la Natura è leopardianamente indifferente alle vicende umane! D'altronde, forse esagerando, possiamo vedere il viaggio come metafora della vita, e la conclusione non può che essere una, sia che si lotti fino all'ultimo (Antonius Block con la morte ci giocherà a scacchi per guadagnare tempo) o che essa ci si pari davanti all'improvviso. E forse non è un caso che la fine sopraggiunga per entrambi durante la discesa, dopo che ognuno ha raggiunto l'apice del proprio viaggio, che non coincide mai con le speranze della partenza. Oppure, visto che la fine di Johann è dovuta a presunzione, anzi temerarietà (p. 120) nell'attraversare il torrente, incurante del consiglio del contadino, e che gli stessi sentimenti conducono UIl verso la scalata solitaria, potremmo vedere le due storie come due sfide alla Natura destinate al fallimento. E la domanda finale vuole forse suggerire che se i ruoli si fossero scambiati la scalata avrebbe avuto successo?

Un altro tema che fa capolino è il capovolgimento dell'immagine classica della montagna come rifugio, come luogo di fuga dalla vita quotidiana (di cui parla anche Motti nella sua Storia dell'alpinismo). Durante quella che sarà la sua ultima notte, Ull, in una mescolanza di veglia e sonno (p. 113)

trovò d'un tratto la risposta definitiva alla domanda posta tanto spesso: «Ma voi, perché salite sui monti?» [...]
La risposta era: per sfuggire alla prigione.
E ora?

Ora la montagna stessa si è trasformata in una prigione! Per Hoh alpinista, la risposta era certamente valida, ma qui si vuole - secondo me - rimarcare ancora una volta l'inutilità di una mentalità di conquista, che diventa essa stessa prigione.

Possiamo infine commentare il carattere dei due alpinisti, stando attenti a non prendercela con Johann: chiunque abbia scalato una parete impegnativa conosce benissimo sia la sensazione di disagio interiore che prende alla vista della montagna, sia la tentazione di tornare indietro, e tutti l'abbiamo fatto almeno una volta, accampando le scuse più improbabili. Volendo, è molto più egoista Ull, che si trascina dietro l'altro solo per avere un compagno che lo possa assicurare nei tratti difficili (p. 73), esempio classico di quell'egoismo di cordata raccontato da Motti. Anche il fatto di essersi dovuto "accontentare" di Johann anziché salire con la propria compagna lo rende stupidamente feroce verso di lui quando vuole rinunciare. Singolare poi che Ull, provetto alpinista, sbagli tutto quello che può: prosegue da solo in un'impresa impossibile, continua lungo la parete S invece di fermarsi sulla cresta e ridiscendere il giorno dopo, perde la piccozza. Ma ancora una volta, tutti abbiamo fatto errori in montagna. Tutti siamo stati Ull, ma anche Johann.

Finisco con una nota biografica. Qui si cita uno scritto di Hohl in Meine Bergtouren, Vol. II (1922-1928) dove si racconta di un bivacco di emergenza del luglio 1925, insieme alla sua compagna Gertrud (Trudi) Luder, al rientro dal Col de la Pilatte Occidentale, un passo sopra il Glacier de la Pilatte, nel Massicio degli Écrins, nel Delfinato. Durante la discesa, Hohl perde la piccozza e si caccia nei guai in una calata in corda doppia, da cui si salva grazie ad un preciso consiglio di Trudi, fatto che sarà poi trasposto nel Capitolo 12. D'altra parte, qui invece si narra di un racconto relativo ad una caduta in un crepaccio durante una salita a Les Rouies, da cui sarebbe stato ancora salvato da Trudi. Viene da chiedersi chi dei due fosse l'alpinista esperto! Trudi morirà poi nel 1946 durante una facile salita al Frontalstock o al Nüenchamm, a seconda delle fonti.

Non sono riuscito a reperire alcuna informazione sulla carriera alpinistica di Hohl. Nei periodici italiani non c'è traccia, e passi, ma nemmeno le poche ricerche negli annuari del CAS hanno restituito alcunché. C'è da dire che almeno nel processo di digitalizzazione degli archivi del Cub Alpino, l'Italia è avanti anni luce!

martedì 16 dicembre 2025

Alto Adige DOC Lagrein 2018 Alois Lageder

Alois Lageder avevo già assaggiato e poi bevuto regolarmente il Pinot noir, uno dei migliori dell'Alto Adige a mio modestissimo parere. E pertanto, trovandomi una sera alle prese con un piatto di Knödel allo speck, ho pensato bene di celebrarli con l'altro vitigno principe del territorio, ovvero il Lagrein. In realtà, i Lagrein rossi prodotti da Lageder sono tre: il Lindenburg, dall'omonimo cru vicino a Bolzano, il Conus, e la linea base, dalla quale sempre bisogna partire: se non convince quella, come potrà mai farlo la selezione?

Coltivato secondo i principi della biodinamica che animano tutta la produzione della casa vinicola, con uve raccolte da diversi soci conferitori, il Lagrein affina in cemento e acciaio per circa 12 mesi. Si presenta con un bel colore rubino con qualche riflesso violaceo.

Aroma non particolarmente intenso di frutti rossi, ciliegie, prugne, seguiti dalle canoniche note speziate e terrose. Al gusto, dopo un congruo periodo di ambientazione, appare morbido e piacevole. Ben bilanciato, senza aver bisogno della spinta alcolica, e con una buona persistenza con il classico finale ancora su note terrose.

E ora sono pronto per gli altri Lagrein, senza dimenticare la versione rosé!

Gradazione: 12,5°
Prezzo di acquisto: 18 €

giovedì 20 novembre 2025

Lungo la strada (o In margine alla vita)

di Herman Bang
Guanda, Parma, 1989 (1a ed. italiana Delta, Milano, 1929)
Traduzione di Eva Kampmann
Katinka contemplò le vecchie fotografie ingiallite con le cornici storte. Riconosceva ogni cosa: la caffettiera d'argento sul tavolo, il servizio pregiato con le tre tazzine di porcellana autentica e, sulla mensola davanti allo specchio appannato, i piccoli sopramobili tutti coperti da fazzoletti; e i tappeti che coprivano il pavimento da una porta all'altra, i gatti che facevano le fusa sdraiati sui cuscini.
Conosceva tutto.

La mia conoscenza di Herman Bang è un altro merito di Amedeo, che interpretò con le sue incisioni la prima edizione italiana del suo romanzo Mikaël nell'ormai remoto 1997. Dell'opera fu realizzata una versione cinematografica nientemeno che da Carl Theodor Dreyer, mentre un altro grande regista, Friedrich Wilhelm Murnau, adattò I quattro diavoli, opera purtroppo perduta. Parliamo quindi di uno scrittore molto scenico, che fu anche regista teatrale e che si esprime per quadri, per immagini, che alle interpretazioni e alle spiegazioni preferisce raccontare gli eventi con un susseguirsi di periodi brevissimi. Del resto, Lungo la strada fu scritto nel 1886, quando l'impressionismo aveva iniziato la sua diffusione, e lo stesso Bang dichiarava di ricercare una visione impressionista applicata alla scrittura.

La trama è banale, ma se appartenete (come me) a coloro che legittimamente non amano che gli si racconti il finale (peraltro assai intuibile), leggete il libro e tornate dopo. Katinka è sposata con Mathias (che chiama con il cognome, Bai), ex militare ora capostazione in un minuscolo paesino della Danimarca. I due caratteri sono alquanto diversi: Bai è una sorta di bambinone, che non si rassegna al passar del tempo (ma chi lo fa?) e che non disdegna il buon cibo, l'alcool, e la compagnia degli amici con cui parlare di donne e dei suoi trascorsi. Fin qui, niente di troppo male, soprattutto agli occhi di oggi, a parte il fatto che tra i "trascorsi" si accenna ad un figlio nato fuori dal matrimonio senza troppi rimpianti (p. 24). Katinka invece è di indole malinconica, si lascia trascinare dagli eventi e si ritrova sposata più o meno per inerzia. Tuttavia, dopo i primi anni (p. 23)

si abituò a quella vita fatta di treni che arrivavano e partivano, e di gente del posto che partiva e poi tornava, recando e chiedendo novità. [...]
E poi c'erano il cane, i piccioni e il giardino.

La tranquilla monotonia della vita della coppia si arresta con l'arrivo di Huus, un fattore chiamato a lavorare in una tenuta della zona. Nei suoi viaggi alla stazione per le spedizioni, Huus si ferma spesso dai Bai, dove Katinka lo attende per dei consigli, perché (p. 33)

con Huus, invece, le sembrava di aver sempre qualcosa da imparare, un consiglio da chiedere, una modifica da apportare.
Quindi gli argomenti di conversazione non mancavano, ed essi discorrevano in modo pacato e tranquillo, come era nella natura di entrambi.

Tra arrossimenti e lunghe chiacchierate, perché ormai Huus è di casa, i due scoprono che tra loro è nato un affetto. La donna, però, non sa o non vuole trarne le conseguenze: bisogna vivere la vita così come viene (p. 59) e del resto, la mia casa è qui (p. 70). Ormai costretta nella vita che (non) ha scelto, a Katinka non resta che reprimere il desiderio (p. 72):

Li vedeva insieme, Agnes e il curato, mentre giocavano a croquet nel grande prato. Non distoglieva un momento lo sguardo da quei due esseri che si amavano.
E li ascoltava anche, piena di curiosità, quasi fossero una sorta di grande prodigio.
E un giorno, mentre tornava a casa, scoppiò a piangere.

Dopo una visita alla "grande fiera" dove i due passano praticamente tutto il tempo insieme, con Mathias che incoraggia pure Huus a prendersi cura della moglie così da potersi dedicare al ballo e agli spettacoli delle ballerine, la situazione non può continuare, ma Katinka nuovamente è incapace di cambiare la sua vita: così deve essere (p. 117). Torna per un po' nella città natale, dove apprende che Huus è partito (p. 135):

Indugiò a lungo. Pensò a quello che sarebbe stata la sua vita futura e d'un tratto le parve che tutto, tutto, le crollasse addosso: un'unica, inimmaginabile, traboccante disperazione.

Costretta a tornare alla vita precedente, che ora le si rivela in tutta la sua aridità, Katinka si ammala e non fa nulla per curarsi, fino all'inevitabile epilogo. Dopo i funerali ed il momentaneo dolore, però, la vita di Mathias e degli altri abitanti del villaggio riprende come prima.

Il tema principale mi pare quello del rimpianto per le scelte che non si è avuto il coraggio di fare. Anche Huus in precedenza si è comportato come Katinka ora, e glielo racconta proprio per rimarcare quanto importante sia decidere della propria felicità (p. 84):

«E così mi fidanzai... durò un anno intero... finché lei non ruppe il fidanzamento.» [...]
«Sono cose che capitano», soggiunse, «quando ci si fidanza o ci si sposa.» [...]
«E per vigliaccheria si continua come se nulla fosse», continuò Huus. «Per una sorta di vigliaccheria inerte e profonda, giorno dopo giorno.»
«Lasciai che le cose si trascinassero», ora la voce di Huus era sommessa, «finché lei la fece finita.»
«Perché
lei mi voleva bene.»

Ma la vicenda è speculare: Katinka non troverà il coraggio di lasciare la sua vita e Huus, pur amandola, se ne andrà, anche se si potrebbe leggere la vicenda al contrario: Katinka, come la fidanzata, dichiara l'impossibilità della loro relazione nel fugace incontro nel gazebo e Huus se ne va. Ovviamente, Bang si guarda bene dal fornire suggerimenti, anche se questa seconda versione darebbe un ruolo attivo a Katinka che non le si confà.

In parallelo a questo vi è lo scorrere del tempo, la nostalgia verso i periodi felici della giovinezza e la consapevolezza dello scarto tra i sogni di allora e la realtà di oggi. Oltre alla stessa Katinka, che conserva gelosamente e riguarda regolarmente tutti i ricordi della giovinezza, il tema fa capolino nella corona funebre di Huus che arriva ormai secca, ed emerge nell'incontro di Katinka con Thora, l'amica esuberante della giovinezza che ora si ritrova sposata con l'ennesimo militare e passa la vita a curare la casa e arrotondare il magro stipendio del marito, ormai sfiorita (p. 124):

Thora parlava senza posa mentre Katinka, camminando al suo fianco, la guardava. Il viso era lo stesso, ma pareva come ristretto in ogni lineamento e si appuntiva verso il mento giallastro.
«Mi guardi eh, cara mia?» disse Thora. «eh sì, la vita non è fatta solo di balli al circolo...»

Tutte o quasi le relazioni descritte appaiono infelici, con le donne relegate al ruolo di madri  (In fondo siamo fatte per procreare, dice Thora a p. 129) e di domestiche se sposate, oppure destinate ad una povertà ancora maggiore come la Piccola Jensen, la figura più triste di tutto il libro. Agnes, più anticonformista, ha ben chiara la situazione (p. 140):

certo che noi donne di possibilità ne abbiamo ben poche. Nei primi venticinque anni della nostra esistenza voliamo di qua e di là in attesa di sposarci, e negli ultimi venticinque anni ci sediamo in attesa di essere seppellite...

Proprio questa empatia per i caratteri femminili e per il ruolo sociale imposto alla donna è un'altra delle cifre di questo racconto. Ma, in fin dei conti, ricordatevi anche che i libri non erano che mera invenzione (p. 24) e che ciò che vi era descritto non era certo vita reale (p. 142).

Si potrebbe anche discutere del carattere di Bai e delle descrizioni (veramente impressioniste) dei paesaggi e dell'arrivo dei treni (pp. 26 e 51), non senza ricordare la posfazione di Anna Maria Segala, ma concludo con una nota sulla prima edizione del 1929, curata da Gian Dàuli e con traduzione di F. Ardelli. Se "Lungo la strada" è la traduzione letterale e rimanda alla strada ferrata lungo cui sorge la stazione, "In margine alla vita" rimanda direttamente a Katinka. Tuttavia, questa edizione è incompleta (!), e si ferma al funerale di Katinka, tagliando l'ineluttabile ritorno alla normalità del paese e di Bai, con la "signorina Louise" che inizia a frequentarne la casa. La traduzione del 1929 soffre del tempo, ad esempio con il capostazione che si presenta in un "palamidone" (ovvero una giacca) e che censura la frase sui ragazzi di Thora che si imboscano a fumare, ma permette a volte di afferrare alcune sfumature perse nella traduzione successiva; ad es., a p. 8 si legge:

La signorina Jensen parlava in modo estremamente corretto, soprattutto quando conversava con la figlia del pastore, che non amava molto.
«I miei allievi non usano di certo questo linguaggio», riprese rivolta alla vedova. Quanto alle parole straniere, la signorina Jensen non si sentiva troppo sicura.

e uno si chiede cosa c'entrino le parole straniere nel discorso. La traduzione del 1929 recita invece

La lingua della signorina Jensen possedeva un'estrema purezza di linguaggio, e non si esprimeva mai più correttamente di quando parlava con la figlia del pastore che non aveva, con suo grande disappunto, il tono distinto dei suoi discepoli.
La signorina Jensen diceva discepolo e non allievo perché in danese questa parola è di derivazione straniera, e quindi da non adoperarsi.

Un altro motivo per leggere la vecchia edizione è che il volume contiene anche un altro racconto di Bang, La signorina Irene, ancora una volta su una figura femminile schiacciata dalla vita, una ballerina ormai "anziana" (ovvero probabilmente sulla quarantina; del resto Katinka (p. 25) "era quasi vecchia. Aveva compiuto trentadue anni") che non ha avuto il ruolo tanto desiderato nel balletto e ora gira la provincia dando lezioni "per continuare ciò che si è convenuto di chiamare la vita".

Tornando a Bang e al cinema, Max von Sydow, il famoso attore Bergmaniano, diresse un adattamento di Lungo la strada nel 1988 dal titolo Katinka - Storia romantica di un amore impossibile, che purtroppo non sono riuscito a vedere. Qui il regista ne parla brevemente.

domenica 2 novembre 2025

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi settembre-ottobre 2025

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2218
(8:02) nei bimestri settembre-ottobre dal 2015 al 2025.
Fig. 2: Ritardi nel bimestre in esame per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: Come in Fig. 1 ma per il treno 2275 (17:40).
Fig. 4: Come in Fig. 2 ma per il treno 2275 (17:40).

La notizia del bimestre è l'annunciato aumento del numero di corse di Trenord in occasione delle prossime olimpiadi invernali. Se l'aspetto più divertente del comunicato sono i toni tronfi (manco fossero il Governo...) e l'enfasi sull'aver "vestito" i treni con i "colori olimpici" (come se non bastassero i writer), c'è chi fa notare che la situazione presenta diverse criticità che si potrebbero tradurre in disservizi, per non parlare del rapporto con il personale e conseguenti, possibili, scioperi.

Nell'attesa di quel che succederà a febbraio 2026, però, bisogna dire che anche in questo bimestre si registra un marcato miglioramento rispetto agli anni precedenti, che - salvo minchiate negli ultimi due mesi, sempre possibili - dovrebbe portare i ritardi complessivi del 2025 ad essere assai migliori dei precedenti. Vedremo!

Intanto, la Fig. 1 mostra le solite distribuzioni cumulative dei ritardi su scala lognormale per il treno 2218. Si vede che i ritardi sono decisamente inferiori degli anni precedenti, con solo la curva per l'anno 2017 che sta marcatamente più a sinistra: puntualità al 9% (ma questo numero ha sempre fatto schifo), e al 69% entro 5'; massimo ritardo di 50' il 6 ottobre, per treno cancellato per guasto. Andamento abbastanza anomalo per il 2218 (ma solito per il 2275), con la coda al 90% che piega verso alti ritardi.

Se andiamo a vedere l'andamento storico dei ritardi nel bimestre (Fig. 2), vediamo che siamo tornati quasi a livello del 2020, dopo tre anni vergognosi e un 2024 dove già era migliorato qualcosa. Media poco sopra 5' e ritardo al 90% di circa 9'... quest'ultimo dato decisamente "fortunato" vista la distribuzione in Fig. 1 che "piega" appena sopra il 90%, ma va bene così; è la statistica!

Passiamo ora al 2275 (Fig. 3), e qui dobbiamo riconoscere che il miglioramento è netto: a parte tre casi di ritardo scandalosamente alto (due per sciopero), la curva mostra ritardi minori di tutti gli anni precedenti: puntualità al 40% e al 80% entro 5'; massimo ritardo di 63' il 3 ottobre, per sciopero che ha cancellato anche il successivo treno 2237 (che sarebbe in fascia di garanzia!).

In Fig. 4 si vede che - finalmente! - i ritardi del 2275 sono diminuiti dopo cinque anni in di costante aumento. Tutte le curve sotto i 10' di ritardo non si vedevano dal 2019, ed i numeri sono anche migliori di quelli del 2218. Resta il dubbio se si tratti di un miracolo una tantum o se siamo stati presi per i fondelli per tutti gli anni precedenti...

Terminiamo con la carrellata sulle cause di ritardo: solo sette le segnalazioni, di cui quattro per guasti al treno, due per sciopero, e una per ritardi ad un treno precedente.

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita spesso Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.

martedì 28 ottobre 2025

Montepulciano d'Abruzzo Colline Teramane DOCG Riserva Zanna 2017 Illuminati

Dopo Riparosso e Campirosa, rieccomi ai vini di Illuminati, questa volta ai loro Montepulciano Riserva. Lasciamo da parte come d'abitudine il Pieluni che spende due anni in barrique, e dedichiamo l'attenzione allo Zanna. Il nome viene dal vigneto di origine, che dovrebbe avere ormai più di cinquant'anni ed è uno dei più vecchi dell'azienda. E con un vigneto così vecchio, cosa c'è di meglio di un affinamento tradizionale?

Dopo la raccolta, il vino fermenta in acciaio inox, per passare poi in botti di rovere di Slavonia da 25 hl dove riposa per circa due anni, terminando l'affinamento con un anno in bottiglia. Nel bicchiere è di un bel colore rubino assai denso - del resto, otto anni sono pochi per questo vino, che si apre senza esitazioni con profumi di ciliegia e frutti rossi, seguiti dai toni speziati e, se vogliamo citare l'assai analitica etichetta, da note minerali, grafite.

Molto piacevole all'assaggio, pieno e morbido, dominato dai frutti rossi e con l'alcool che dà struttura ma non sovrasta. La buona persistenza e il finale sui toni speziati completano l'assaggio e invogliano subito a ricominciare.

Un altro particolare degno di nota di questo vino è che, come dovrebbe essere per tutte le "riserve", lo Zanna è prodotto solo nelle annate migliori, tra cui questo 2017.

Gradazione: 14,5°
Prezzo di acquisto: 20 €

sabato 18 ottobre 2025

Fessura Kiki + L'apprendista

Michele sul 1° tiro della Fessura.
E qui sul 5° tiro.
Angelo sul 1° tiro de L'apprendista.
Tracciato della Fessura Kiki.
Roda del Canal (Monte Cordespino)
Parete E

"La prossima volta andiamo a fare Pussy Power al Croz dei pini!", dico al buon Michele che, in grazia di impegni pomeridiani di tal fatta, mi costringe ad una partenza anticipata per fare due brevissime viette a Tessari e rientrare di fretta. Così, dopo sei anni di assenza dalla zona, mi ritrovo sul luogo teatro di recenti operazioni di schiodatura e relative polemiche, su cui mi limito ad indicare questa intervista a Beppe Vidali, protagonista storico dell'arrampicata in Val d'Adige. Che piacciano o meno, le vie della Roda sono così: sviluppo modesto, gradi quasi sempre accessibili a tutti, chiodatura ottima con uso limitatissimo o nullo delle protezioni veloci. Non sorprende che ci sia la ressa, sorprende un po' di più che vi si ritrovino i corsi del CAI. O forse, hanno tutti un amico con "impegni pomeridiani"...

Accesso (Fessura Kiki): dal casello di Affi della A22 seguire per Brentino Belluno, scendendo in Val d'Adige per portarsi sulla destra dell'autostrada e proseguire fino ad un cartello indicatore per la frazione Tessari. Superato un ponte sopra l'autostrada, ci sono due possibilità di parcheggio: subito sulla sinistra prima di attraversare un canale (più comodo; fate attenzione ai vigneti!), oppure svoltando a sinistra dopo il canale e proseguendo fino ad uno spiazzo. Portarsi poi sulla sponda destra del canale (se avete parcheggiato nello spiazzo, tornate indietro lungo la strada e non attraversate la proprietà privata o i vigneti!), superare una sbarra e proseguire. All'altezza della parete, noterete un sentiero che proviene da destra ed una sbarra. Poco dopo si vede una traccia segnalata da un sasso che sale verso la parete e conduce all'attacco della via (scritta).

Relazione (Fessura): via breve ma piacevole che risale l'evidente fessura fino alla cengia, per concludere con un tiro in placca; la chiodatura è ottima, ma può essere utile un friend BD0.75 per l'ultimo tiro, dove il primo fix è piuttosto alto ed è preceduto da invitanti fessure. La relazione degli apritori è piuttosto generosa con i gradi; di seguito - ovviamente - la mia valutazione personale.

1° tiro: salire la placchetta e spostarsi a destra alla sosta. 20 m, 5b, cinque fix. Sosta su fix e spit con anello.
2° tiro: salire per il diedro fessurato a destra della sosta. 15 m, 5b, quattro fix. Sosta su fix e spit con anello.
3° tiro: seguire la fessura obliqua a destra della sosta fino ad un alberello dove si sosta. 20 m, 5b, cinque fix. Sosta su fix e spit con anello.
4° tiro: spostarsi a destra e salire per pilastrini dall'aspetto un po' dubbio fino ad un sentiero. Da qui salire alla sosta appena sopra. 20 m, 4a, due fix. Sosta su golfare e spit con anello.
5° tiro: non seguire i cordoni a destra (della via Datti una mossa), ma salire verso sinistra lungo le belle fessure fino al fix, per proseguire dritti su muretto fessurato. 30 m; III, IV+, 5b; tre fix. Sosta da attrezzare.

Discesa: proseguire fino ad incontrare una traccia che si segue verso destra. Tenendo la destra ad un paio di bivi si giunge alla base della parete, alla sbarra incontrata prima.

Accesso (L'apprendista): raggiunta la parete, si continua fino a superare un paio di canaline di scolo dell'acqua e si prende una traccia a destra, sperando che sia quella giusta. La via corre dopo Zig zag e prima de La livera.

Relazione (L'apprendista): caratteristiche simili alla precedente, con due bei tiri iniziali e poi meno interessante. La difficoltà è concentrata in un passo del primo tiro, peraltro facilmente azzerabile. Anche in questo caso, valutate se portarvi un friend medio per l'ultimo tiro.

1° tiro: portarsi a destra e aggirare lo strapiombo, superare la placca e raggiungere la sosta sulla sinistra. 20 m, 6a+ (un passo); sei fix, due cordoni in clessidra. Sosta su fix e spit con anello.
2° tiro: salire a destra del diedro, traversare a sinistra e salire alla sosta. 20 m, 5b; quattro fix, un cordone. Sosta su due fix con cordino.
3° tiro: salire le rocce rotte a destra e continuare fino alla cengia (sosta possibile su spit singolo). Proseguire brevemente fin sotto la placca successiva e sostare. 25 m, III+; due cordoni in clessidra, uno spit con anello. Sosta da attrezzare su albero.
4° tiro: salire la placca fessurata fino alla sommità. 25 m, 4b; tre cordoni in clessidra, un fix. Sosta su cordone in clessidra.

Discesa: proseguire per traccia in salita fino ad incrociare un evidente sentiero che si segue verso destra e che riporta al parcheggio.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.