sabato 29 aprile 2023

La montagna scritta

a cura di Gianluigi Montresor e Alessandra Ravelli
CAI, Milano, 2021

Per quella sottocategoria di alpinisti che amano le montagne di carta come quelle di roccia, quelle persone che s'inebriano di fronte ad una vecchia guida alpinistica ormai sgualcita come davanti ad una parete, sì da trovarsi a ripercorrerne gli itinerari al solo sfogliar le pagine ingiallite, al respirare l'odore della lenta decomposizione delle sostanze organiche della carta, come il Des Esseintes di Huysmans vagheggiava gli oceani dall'odore di uno spezzone di gomena nella sua vasca da bagno, ebbene, per costoro le biblioteche di montagna sono uno dei (per fortuna numerosi) paradisi presenti sulla terra. Ed il paradiso dei paradisi, la biblioteca delle biblioteche, almeno per chi abbraccia le Alpi guardandole da mezzogiorno, non può essere altro che la Biblioteca Nazionale del CAI, a Torino. Nata con il CAI, con la raccolta di libri e documenti conservati nella storica sede di allora, è oggi la casa di più di 40000 volumi e 1600 testate di periodici, in costante aumento.

Se tutti - o quasi - sanno dell'esistenza della BN, pochissimi hanno una minima contezza della vastità del suo patrimonio. Per ovviare a questa lacuna, per fornire un compendio dei tesori nascosti, perché ognuno possa - metaforicamente! - portarne a casa un pezzo, nascono questi volumi, che raccontano storia e patrimonio della biblioteca. E, così come la biblioteca è la quintessenza del lavoro collettivo, così diversi autori contribuiscono ai due volumi, che hanno una struttura simile: tre-quattro interventi sulla BN (la storia, la conservazione, le altre biblioteche di montagna), seguiti da scritti che raccontano un aspetto della sterminata collezione: carteggi storici, collezione geografica e cartografica, geologia, glaciologia, botanica, clima, letteratura per ragazzi, guide alpinistiche. C'è di che perdersi!

Quando si entra in una biblioteca, non si scorrono mai gli scaffali in ordine: si salta da un argomento all'altro, da un piano all'altro, e ognuno segue un proprio percorso. Così, secondo me, dovrebbero essere letti questi libri, e quanto di seguito è il mio percorso personale alla scoperta della BN.

Non si può non iniziare dall'introduzione di Vincenzo Torti, non fosse altro che per la dotta e bellissima citazione del titolo: il superfluo indispensabile. In un carosello di citazioni (forse troppe), Torti ci ricorda come le biblioteche siano da sempre fonte di nutrimento spirituale oltre che di arricchimento della conoscenza, e indica lo scopo dei volumi: condurre i lettori (p. 7) alla scoperta dei tanti tesori nascosti tra gli scaffali [...] in modo semplice e chiaro, ma non per questo meno ricco di [...] particolari e [...] curiosità". La precisazione non è secondaria: per ognuno degli argomenti trattati si potrebbe scrivere (più di) un libro; qui si trova una breve panoramica, un invito a spingersi oltre.

Corriamo quindi a conoscere la storia della BN, con il contributo di Alessandra Ravelli, che ripercorre le vicende a partire dalla prima assemblea dei soci del 23/10/1863, dove si indica l'attività editoriale e la conservazione di libri come essenziale per il CAI, e quella del 30/10, dove si alloca una somma per l'acquisto di libri. Da ammirare la lungimiranza dei padri fondatori, che rinunciano all'affitto di un locale per non dilapidare risorse utili all'accrescimento della biblioteca, e l'opera del bibliotecario durante la seconda guerra mondiale, che rese disponibili le carte geografiche ai partigiani e nascose i libri preziosi dalla ricerca dei nazisti: questa è una vicenda che avrebbe meritato uno spazio ben maggiore delle poche righe a p. 42!

Salto ora al Volume 2 a leggere la nota di Angelo Recalcati sulle guide alpinistiche, il cui interesse non è tanto nella parte che tratta la celeberrima collana della Guida dei Monti d'Italia, ma laddove si ricordano le primissime guide, e dove forse avrebbero meritato una citazione i fascicoletti della SUCAI degli anni '20.

Altro scaffale, altro articolo, sempre nel Volume 2, in fondo: Eugenio Pesci ci racconta la storiografia delle Alpi nei secoli. Di questo intervento, la parte (per me) più rilevante è quella finale, dove Pesci, sotto un titolone iper-erudito che - non me ne voglia - farà fuggire più di un lettore, rivisita la storia dell'alpinismo, non dal punto di vista delle prestazioni e delle salite, ma del suo "svolgersi", quasi una "storia sociale". Per l'autore l'alpinismo è (p. 153) oggettivamente una forma interna alle logiche del capitalismo maturo e, oggi, del turbocapitalismo (ovvero il capitalismo senza limiti dei nostri giorni). Se Pesci vede nell'alpinismo la "volontà di potenza" della tecnica, il dominio sopra la Natura, basta partire dal rapporto cliente-guida dei primordi dell'alpinismo per giungere alle salite agli 8000 di oggi, passando per chi produce i materiali e le agenzie commerciali per essere simpatetici con questa osservazione.

Siamo alla fine! E, come dalla cima di una montagna, torniamo indietro: ancora nel Volume 2, leggiamo il contributo di Riccardo Decarli sulle biblioteche italiane ed europee di montagna e scopriamo, tra l'altro, l'immensità del patrimonio della biblioteca di Monaco del DAV, per tornare al primo Volume e seguire Linda Cottino nel racconto sull'alpinismo femminile, interessante anche perché si focalizza sulle origini. Dal discorso di Carolina Palazzi su Le donne alpiniste del 14/4/1882 alle onnipresenti inglesi, compaiono nomi a me perfettamente sconosciuti (ad ulteriore testimonianza dell'utilità delle biblioteche...) come Fanny Bullock WorkmanElizabeth Hawkins-Whitshed, prima presidente del Ladies Alpine Club, Miriam O'Brien Underhill, che pubblica l'articolo dal titolo emblematico Manless Alpine Climbing nel 1934, fino a Loulou Boulaz.

L'articolo precedente, di Valter de Santis, ci porta lontano dalle Alpi, sul Gran Sasso. Anche qui si ripercorrono le pubblicazioni "storiche" di Abbate e Sivitilli per giungere ai giorni nostri, non senza lanciare un preoccupante segnale di allarme per la crescente incuria degli enti pubblici verso la cultura.

Siamo tornati così, un po' frettolosamente, all'inizio. Prendiamoci una pausa per ammirare le belle tavole a colori e le schede bibliografiche in fondo ai due volumi, e ricominciamo! Altri scaffali, altri racconti, altre scoperte ci attendono: carteggi (ad esempio Rey-Gaillard e Bobba-Thérisod), Balmat e la salita al Bianco, letteratura di montagna per ragazzi, cori, sci, cartografia tra il XVI e il XIX secolo, aspetti medici e scientifici della montagna, glaciologia, geologia, botanica e meteorologia, e ovviamente le problematiche di una biblioteca, come conservazione e digitalizzazione. Buona lettura!

domenica 26 marzo 2023

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi gennaio-febbraio 2023

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2218 delle 8:02
nei bimestri gennaio-febbraio dal 2015 al 2023.
Fig. 2: Ritardi nel bimestre in esame per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: come in Fig. 1, ma per il treno 2275 delle 17:41.
Fig. 4: come in Fig. 2, ma per il treno 2275 delle 17:41.

La segnalazione - tardiva - del bimestre è questo divertente articolo relativo ad una raccolta dati sui ritardi sopportati da pendolari di altre linee lombarde. Non è il caso di fare un "confronto tra poveri", ovvero di vedere quale linea sia messa peggio (i ritardi medi sulla BG-MI mi paiono un poco più elevati), ma voglio sottolineare la parte di commento, che sottoscrivo in pieno: la sistematicità del ritardo come condizione di vita del pendolare, l'impossibilità di pianificare, la miopia di fronte al problema (qui aggiungerei solo che non vedo perché Regione Lombardia se ne dovrebbe preoccupare, visto che i pendolari non esprimono nel voto la loro insoddisfazione).

E veniamo ai dati del bimestre, su scala lognormale traslata, come già discusso nelle puntate precedenti: puntualità al 5%, massimo ritardo pari a 23', andamento sempre piuttosto scarso, ma in linea con quello degli ultimi anni. I dati sintetici estratti dalle distribuzioni sono riportati nella Fig. 2.

Le conclusioni non sono molto diverse per il treno 2275, che nel 2022 aveva fatto registrare ritardi da record! Iniziamo l'anno nuovo con una puntualità del 7% ed un massimo ritardo pari a ben 54'! Anche in questo caso, i dati sintetici per il bimestre sono indicati in Fig. 4: notare come sia la media che la coda al 90% stanno peggiorando da due anni!

Infine, ho provato a tenere traccia delle segnalazioni su app Trenord relative ai motivi dei ritardi, per cercare di capire se la causa fosse Trenord o Rfi. Una premessa: ovviamente questa è la "campana" di Trenord, e non ho la versione di Rfi. Inoltre, - Trenord mi perdonerà se penso male - a volte sorge il sospetto che questi messaggi tendano un po' a sviare le responsabilità: in qualche caso è successo che si indicasse dapprima un guasto al treno, e successivamente, con il convoglio già a metà strada, che un secondo messaggio attribuisse il ritardo ad un guasto all'infrastruttura, che pareva del tutto ininfluente. E ancora, ci sono dei casi ambigui: quando il ritardo è dovuto ad "esigenze del regolatore" (leggi Rfi), è ovvio che c'è qualche treno in ritardo sulla linea, che potrebbe anche far capo a Trenord, anche se non lo si può dire con certezza. Comunque, questi dati dicono che su 19 segnalazioni, 10 sono relative a problemi dei treni (guasti, controlli, manutenzione, ecc. ecc.), ovvero Trenord, 5 sono guasti all'infrastruttura, ovvero Rfi, 3 sono "esigenze del regolatore" (si veda sopra), e 1 è indipendente (malore di un viaggiatore). Traete voi le conclusioni.

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.

giovedì 23 marzo 2023

Il cavaliere blu (Der Blaue Reiter)

Teo sul 1° tiro.
Teo sul 2° tiro.
Sul 3° tiro.
Sul 5° tiro.
Parete di Padaro - Valle del Sarca
Parete SE

Dopo la salita di Nataraj, il weekend prosegue con un'altra via dall'alto riferimento culturale: Der Blaue Reiter fu un movimento artistico formatosi in Germania poco prima della prima guerra mondiale (che ne determinò la fine e dove trovarono la morte alcuni suoi adepti) attorno alle figure di Kandinskij (che aveva già dipinto un famoso quadro con lo stesso titolo) e di Marc. Il blu in particolare rappresenta la spiritualità, almeno per VK, ma tutte le opere del gruppo si contraddistinguono per l'uso del colore e per il rifiuto di una rappresentazione esatta della realtà, aprendo la strada all'arte astratta.

Molto più concreta, invece, è la salita che vi aspetta se volete percorrere questa via, col vantaggio non trascurabile di scalare in tranquillità: se Padaro era assai in voga una decina di anni fa, oggi è decisamente meno frequentata di altre zone della Valle e non si trova più la coda alle vie come ai "bei tempi". L'altezza limitata della parete, poi, ne fa una candidata ideale se non si ha moltissimo tempo a disposizione.

Accesso: da Arco di Trento seguire per la frazione Padaro, superarla e proseguire fino ad un tornante verso sinistra oltre il quale si nota un piccolo parcheggio sulla sinistra in corrispondenza di una casa sulla destra. Parcheggiare e proseguire fino al tornante successivo, con la parete ben in vista, dove si segue una traccia verso sinistra. Tenere la destra ad un paio di bivi, superando l'attacco della Via della rampa e giungendo alla rampa di salita (scritta, ovviamente blu, alla base).

Relazione: bella via atletica che risale la parete per fessure e diedri, protetta a fix vicini nei tratti più impegnativi, e più distanziati dove le difficoltà calano: diciamo che ogni tanto non guasta un pochino di decisione. Non molto utili i friend, anche se qualcosa si riesce ad utilizzare nelle fessure. Roccia ottima tranne che nella parte finale dell'ultimo tiro.

Nota: per sopraggiunta demenza senile, obnubilati dalla fretta di correre in sauna per non perdere un Aufguss pomeridiano, ci siamo scordati di memorizzare il numero di fix sugli ultimi due tiri. I numeri hanno quindi una tolleranza, diciamo più o meno uno. Se mi fate sapere i numeri corretti mi fate un favore; grazie.

1° tiro: salire la rampa obliqua verso destra e raggiungere la sosta. 20 m, 5a, tre fix. Sosta su due fix con maglia-rapida.
2° tiro: salire seguendo una fessura, proseguire per placca e uscire alla sosta aiutandosi con la fessura. 15 m, 6a+/6b, cinque fix. Sosta su due fix.
3° tiro: salire per la placca seguendo la continuazione della fessura-diedro, spostarsi a sinistra e superare una paretina fino a giungere ad una cengia. 30 m, 6b+ (un paio di passi nel traverso, forse anche 6c; il resto 5c/6a), otto fix (uno con cordone). Sosta su albero con cordoni.
4° tiro: seguire la traccia verso sinistra fino a raggiungere la parete sotto un vago diedro-fessura. 20 m, I.
5° tiro: salire la parete (primi metri faticosi), spostarsi a sinistra per rientrare a destra e continuare per una rampa obliqua. 40 m, 6a+ (i primi metri), undici fix (circa). Sosta su due fix.
6° tiro: salire la parete alla sinistra della sosta e uscire sulla rampa sommitale, che si segue verso destra fino ad una sosta (due fix) dove ci si ferma se si vuole percorrere la variante di uscita di destra (fix visibili). Altrimenti, superare il breve muretto sopra la sosta e continuare brevemente fino alla sosta. 35 m, 5c, sei fix (circa), una sosta intermedia.

Discesa: seguire la traccia che conduce in breve ad un sentiero più marcato che si segue verso sinistra. Il sentiero si abbassa e porta ad una sosta da cui ci si cala sulla cengia mediana (basta una corda singola). Si continua ancora a sinistra (faccia a monte) fino ad un nuovo punto di calata. Con due discese in corda doppia (spettacolare la seconda, da 50 m nel vuoto - usare due mezze corde e fare il nodo alla fine!) si raggiunge un avancorpo da cui in breve al secondo bivio del sentiero di accesso.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

giovedì 16 marzo 2023

Nataraj

Inizia la danza sul 1° tiro.
Sul 3° tiro.
Teo sul 4° tiro.
Sul 5° tiro.
Teo sull'8° tiro.
Mandrea - Valle del Sarca
Parete E

Nataraja o Nataraj è il Signore della danza, il dio Shiva della mitologia indù come danzatore cosmico. La danza è naturalmente una metafora del ciclo della vita, della sua creazione, conservazione e distruzione (necessaria per poter creare ancora). Se invece della sala da meditazione volete trasferire la danza sulle pareti verticali, questa via è quella che fa per voi: arrampicata sempre piacevole e divertente, chiodatura abbondante, roccia ottima. Un bellissimo ritorno, dopo due anni di assenza dalla Valle del Sarca!

Accesso: da Arco di Trento seguire le indicazioni per Laghel. La strada sale seguendo le pareti della Rupe Secca e giunge ad un bivio con una chiesetta bianca. Qui si prende la strada che sale ripida a sinistra e diviene sterrata, si supera una prima curva ad angolo retto sulla destra e poco dopo, in corrispondenza di una seconda, si notano sulla sinistra un crocefisso ed una fontana. Si lascia l'auto sulla curva o pochi metri prima e si prende la stradina sulla sinistra, seguendola fin sotto la parete. Si prosegue poi per sentiero, costeggiando la parete verso destra e superando gli attacchi di Le fiabe di Laghel e di Ego trip. Più avanti il sentiero volge a destra e scende decisamente; lasciarlo e risalire lo zoccolo fino all'attacco della via (scritta), in comune con Moana mon amour. A destra si vedono i fix di André i Colo.

Relazione: via molto bella che risale la parete per muretti e placche lavorate dall'acqua, seguendo un paio di diedri nella parte alta. La chiodatura è a distanza di palestra nei tratti più impegnativi, e un poco più lunga nei tiri in diedro; i friend sono sostanzialmente inutili, ma se non siete a vostro agio possono venirne utili un paio. Roccia ottima con solo qualche punto da verificare.

1° tiro: salire la placca verso sinistra, aggirare un breve strapiombo sulla sinistra e traversare a destra per salire alla sosta. 20 m, un passo di 6b, otto fix. Sosta su due fix con anelli e catena.
2° tiro: a sinistra ci sono i fix di Moana mon amour; si sale invece dritti su una divertente placca e si piega poi a sinistra per giungere alla sosta. 20 m, 5b, sei fix. Sosta su due fix con anelli.
3° tiro: a destra continua Moana. Si sale invece la placca lavorata a sinistra per traversare poi decisamente a sinistra (un passo delicato) e salire alla sosta. 25 m, 6a+, dodici fix. Sosta su due fix con anelli.
4° tiro: salire per placca fino ad un muretto che si supera sulla sinistra. Continuare poi in obliquo fino alla sosta. 25 m, 5c/6a, otto fix. Sosta su due fix con anelli.
5° tiro: salire brevemente e piegare verso destra. Poco prima di giungere ad un terrazzino, salire dritti ad una lama rovescia (passo delicato) ed uscire a destra, continuando poi per diedro fino alla sosta. 25 m, 6b+ (passo), undici fix (uno con cordone). Sosta su due fix con anelli. Se invece di salire alla lama si continua fino al terrazzino, le difficoltà sono minori.
6° tiro: spostarsi a sinistra e salire per il diedro uscendo alla sosta sulla destra. 25 m, 6a, dieci fix. Sosta su due fix con anelli.
7° tiro: traversare a destra fino alla sosta. 25 m, II, un fix. Sosta su due fix con cordone.
8° tiro: salire il diedro, spostarsi appena a sinistra (delicato) ed uscire alla sosta. 35 m, 6a+, tredici fix. Sosta su due fix con anello.
9° tiro: salire a sinistra della sosta e traversare a destra fino ad un terrazzo con piante. 15 m, 5b, quattro fix. Sosta su due fix.
10° tiro: traversare a destra per rampe, ignorando una prima sosta, fino ad un diedro che conduce alla sosta. 35 m, 4a; tre fix, una sosta intermedia. Sosta su due fix.
11° tiro: salire verso sinistra, superare un breve strapiombo ed uscire su una cengia. Percorrerla verso sinistra, ignorando un primo diedro rossastro e salendo il secondo. 30 m, 6b+, dieci fix (uno con cordone). Sosta da allestire su albero. Se vi spostate troppo a sinistra sulla cengia troverete un fix e - appena sotto di voi - una sosta: il diedro è poco prima.

Discesa: seguire la traccia fino ad incontrare una strada che si segue verso sinistra (sud, direzione Laghel) e prendere ancora a sinistra ad un bivio più avanti (bolli bianchi e rossi su albero). Il sentiero si riporta sul versante di partenza e scende verso la strada. Tenendo ancora la sinistra ad un bivio in corrispondenza di un pilone ENEL ci si ritrova sullo sterrato ed in breve al parcheggio. 45-60' circa.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

lunedì 13 marzo 2023

Locanda delle tre chiavi

L'interno con il plastico ferroviario...
Il tris del locandiere
Stufato di manzo
Rotolo di pollo
Mousse di castagne
Via Vannetti 8
Isera (TN)

Isera è un tranquillo paesino separato da Rovereto dal fiume Adige, ed è noto agli appassionati di vino per essere il centro più importante della produzione del Marzemino (non me ne vogliano gli amici di Volano). Se oltre a sorseggiare un bicchiere volete anche mettere qualcosa sotto i denti, potete ovviamente fare un salto alla Casa del vino della Vallagarina, enoteca e ristorante. Oppure, appena 200 m circa più a nord, infilate il portone della Locanda delle tre chiavi, che opera ormai da circa 25 anni in un edificio del Settecento. L'arredamento è moderno e discreto, con le piccole Poldine ad illuminare i tavoli. Sulla destra, una rampa scende alla cantina, con bottiglie a vista ed un tavolo dove si può cenare; peccato non averlo saputo e prenotato! Più avanti, un grande plastico ferroviario con una scritta "Guarda e non toccare" invero assai poco elegante.

La cucina si basa su prodotti locali e rispetta la tradizione, con risultati decisamente interessanti. Il menù consta di sei-sette proposte per ogni portata, in che costituisce un'offerta più che soddisfacente. Prezzi un poco più alti della media.

Nonostante anche stavolta mi faccia compagnia il fido nipote, che può sfoderare il suo ruggente appetito di ventenne, saltiamo l'antipasto e ci buttiamo sui primi piatti: pasta con ragù di salsiccia o di luccio, canederli e casonzei, il Bro brusà, e la nostra scelta: il tris del locandiere, ovvero gigli al ragù di lucanica, canederli alle verze, e casonzei ripieni di crauti, patate e rafano. Se i gigli non suscitano emozione particolare, i canederli sono buoni, ma i casonzei ai crauti sono strepitosi e valeva davvero la pena di prendere un piatto unico! Nota di demerito per il piatto, decisamente inguardabile.

Preso quindi coraggio, ci spingiamo verso la lista dei secondi, che include manzo, pollo, maiale e baccalà. Le nostre scelte sono lo stufato di manzo aromatizzato al caffè, con fondente di sedano rapa ed il rotolo di pollo ripieno di castagne e prugne, entrambi assai gustosi e con i sapori che si armonizzano perfettamente. Buoni anche il pane ed i grissini, fatti in casa.

La cantina è decisamente, ma anche felicemente, sbilanciata sulla produzione locale. Tra i numerosi Marzemino scelgo quello di Marco Tonini, che con i suoi 12,5° accompagna perfettamente la cena senza essere impossibile da bere come ormai buona parte delle bottiglie.

Ed è il momento del dessert, ovvero la mousse di castagne con crema di cachi ed il tortino di grano saraceno con mirtillo rosso e panna. Buono il tortino, ma fantastica la mousse, che sparisce in un attimo! Onesto, senza essere memorabile, il passito che la accompagna.

Il conto: 132 € per:
2 primi
2 secondi
2 dessert
1 bottiglia di acqua
1 bottiglia di vino (26 €)
2 bicchieri di vini da dessert (10 €)
2 caffè

mercoledì 28 dicembre 2022

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi novembre-dicembre 2022 e riassunto annuale

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2218 delle 8:02
nei bimestri novembre-dicembre dal 2015 al 2022.
Fig. 2: andamento mensile dei ritardi per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: come in Fig. 1, ma per il treno 2275 delle 17:41.
Fig. 4: come in Fig. 2, ma per il treno 2275 delle 17:41.

Sarebbero tante le cose da dire in questo finale di anno, ma mi limito a segnalarvi l'ultima fotografia della situazione che trovate in questo articolo de L'Espresso, dove Trenord è definita incubo dei pendolari della Lombardia. Aggiungo solo che, a fronte delle prossime elezioni regionali, Moratti si è accorta che Trenord non funziona (ma negli anni precedenti dov'era?), mentre Fontana se ne sta zitto e conta come sempre sull'inesistente memoria dei pendolari. Di un modico interesse è anche questo riassunto di un'intervista a Piuri; ovviamente il DG si guarda bene dal sottolineare le inefficienze della società che gli paga lo stipendio, le eventuali domande del giornalista non sono pervenute, si insiste con le (sacrosante) carenze dell'infrastruttura (Rfi ha la sua parte di colpa, e non è poca), si ripete la storia del miglioramento (quale??) del servizio negli ultimi anni, e si finisce con una notizia interessante, per quanto ovvia: per ridurre i tempi di percorrenza bisognerebbe fare meno fermate! Siamo tutti d'accordo con Piuri; speriamo solo che non sia l'ennesima fesseria e che finalmente si buttino nel cestino le inutili fermate di Treviglio ovest e Pioltello. Vorrei solo aggiungere un timido commento: va benissimo ridurre i tempi di percorrenza, ma tutti i pendolari sarebbero già contentissimi se si riuscissero a rispettare quelli attuali! Altrimenti va a finire come al solito: cambia l'orario nominale, ma i tempi reali di percorrenza aumentano anziché diminuire.

Bimestre novembre-dicembre 2022:

Per mettere la situazione in prospettiva, iniziamo dall'ultimo bimestre, treno 2218: puntualità a zero (ZERO!) che sale al 23% entro 5'. Massimo ritardo pari a ben 42 minuti per guasto alla linea, al treno o a non si sa cosa. La Fig. 1 è impietosa: la distribuzione (grigia) del 2022 è tra le peggiori degli ultimi otto anni, con l'unico dato positivo del lievissimo miglioramento rispetto al 2021. Se andiamo a vedere la serie storica (Fig. 2) vediamo ormai consolidato il dato emerso nel 2021, con media e mediana costantemente al di sopra dei 5' di ritardo (fascia verde).

Come da consuetudine, molto peggio riesce a fare il 2275, che tocca un altro record negativo: peggior risultato degli ultimi otto anni (Fig. 3)! Puntualità al 3% e al 23% entro 5'; massimo ritardo pari a 49 minuti, anche qui per i soliti motivi legati a guasti alla linea o al treno. Da notare che in ben 5 occasioni il ritardo ha superato la mezz'ora; è evidente che il problema non è quello del numero di fermate!

La serie storica (Fig. 4) di questo maledetto treno continua ad evidenziare l'andamento frenetico del dato al 90%, quasi a suggerire che il ritardo è completamente casuale e può succedere qualunque cosa. Purtroppo, tutte le curve si impennano nella seconda metà del 2022, il che è un pessimo segnale per un treno già indecente di suo.

Fig. 5: Come Fig. 1, ma per tutto il 2022 (no agosto), su
scala lognormale.
Fig. 6: Come Fig. 5, ma per il treno 2275.
Fig. 7: Ore di ritardo annue.

Riepilogo annuale:

E come tutti i fine-anno, eccoci alla sintesi annuale. Come inaugurato l'anno scorso, riporto i dati per gli 11 mesi (con l'esclusione di agosto) su scala lognormale traslata, in Fig. 5 per il treno 2218. A parte sottolineare ancora l'ottimo accordo dei dati con questo modello, e notare che la pendenza delle curve non sembra cambiare tantissimo da un anno all'altro (ci dedicherò un po' di tempo prima o poi), le consolazioni finiscono qui: fuori dall'ambito statistico, i dati annuali confermano un 2022 pessimo, superato solo dal 2018 che - come detto già cento volte - risentiva dell'incidente di Pioltello. Puntualità su scala annuale al 4%, e al 41% entro 5'. Massimo ritardo di ben 93 minuti (il 30/6); nuovo record!

Il dato del 2275 (Fig. 6) non sembra tornare benissimo, ma la parte sinistra potrebbe essere solo un artefatto della traslazione, che comunque non influenza la coda ad alti ritardi, che è la parte più importante. Anche qui, siamo messi male, con la sola eccezione del 2018. Puntualità al 14% e al 48% entro 5'; massimo ritardo di "soli" 76 minuti, il 14/7.

Il desolante risultato di tutto ciò è in Fig. 7. Un anno fa, dopo aver raggiunto le 50 ore di ritardo, scrivevo con ironia che si poteva puntare alle 60 ore. Bene, sono stato accontentato! Anzi, siamo arrivati ormai a 70! 20 ore in più dell'anno scorso, quasi una giornata intera di ritardo in più, e quasi 40 ore in più rispetto al 2016! Si vede anche che il peggioramento ha riguardato principalmente il treno 2275.
Se a questo punto a qualcuno potrebbe venire spontaneo coprire di insulti Trenord, Rfi e compagnia bella, e dubitare che sappiano fare il loro mestiere, si deve dire che purtroppo ciò non risolve il problema. Chiudo quindi con due domande: cosa è successo negli ultimi due anni che ha portato a 30 ore di ritardo in più? E inoltre, al di là dei proclami strombazzati di qua e di là, a Trenord e Rfi sono almeno coscienti del problema? Hanno una mezza idea di come affrontarlo o tirano a campare contando sui rinnovi automatici dei contratti?

Auguri a tutti noi per il 2023!

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita spesso Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.

sabato 10 dicembre 2022

Cirò DOC rosso classico superiore 2019 Vigneti Vumbaca

Cirò è sicuramente la DOC più famosa della Calabria, e una delle più note a livello nazionale. Del resto, il suolo che si affaccia sullo Ionio e le colline retrostanti creano condizioni ideali per la vite, com'è noto sin dall'antichità greca. Agli antichi splendori segue una lunga decadenza, ed il Cirò accomuna il suo destino a tanti vini del sud, finendo relegato a vino da taglio, fino alla rinascita degli ultimi decenni: la DOC, prima della Calabria, è del 1969; da allora un numero sempre maggiore di produttori ha saputo sfruttare le potenzialità del territorio, producendo vini di qualità.

Una recente scoperta è la cantina Vigneti Vumbaca, che inizia la produzione nel 2019 convertendo la precedente azienda ad una conduzione biologica e che si concentra sui vitigni autoctoni come gaglioppo e magliocco, ma senza dimenticare vitigni forse meno noti come greco bianco e pecorello.

Il Cirò rosso nasce da uve gaglioppo in purezza, da viti di ben 45 anni di età, come recita la ricca etichetta. L'informazione non è secondaria: parliamo di viti vecchie, visto che l'età media dovrebbe essere intorno ai 25 anni. Gli esperti mi lapideranno, ma diciamo che in generale la vite vecchia (e NON la botte piccola) fa... buon vino, perché produce meno grappoli, ma più ricchi. L'affinamento di 13 mesi in acciaio fa il resto.

Per me, che dimentico più che volentieri le bottiglie in cantina e le ripesco dopo più o meno congruo invecchiamento, un Cirò di tre anni è... ancora nella culla! Ed infatti, il colore è un bel rubino lucente, quasi trasparente. All'olfatto il vino si presenta con frutti rossi, ciliegie, note speziate e sentori vegetali; piuttosto ricco e complesso. All'assaggio si alzano subito i tannini a suggerirmi che qualche anno in più passato in bottiglia avrebbe regalato delle sorprese interessanti. Ma anche così il bicchiere si rivela di buona struttura e persistenza, che va a chiudere ancora su delle note fruttate.

Un vino decisamente interessante, da riprovare assolutamente dopo un invecchiamento maggiore.

Gradazione: 13,5°
Prezzo: 12 €

venerdì 9 dicembre 2022

Osteria de Borg

Il 1° piano.
Patacotc con goletta, patate e zucca.
Castrato alla brace.
Gratinati misti al forno.
Zuppa inglese.
via Forzieri 12
Rimini

Rimini non è solo le spiagge dell'Adriatico, che frequentavo più o meno mezzo secolo fa con allegra spensieratezza; la città, antica sede signorile, possiede numerosi tesori e merita assolutamente una visita, ovviamente lontano dal periodo estivo. E se, alla fine o durante la visita, venite colti da un certo appetito, dove andare? Tenetevi lontani dal lungomare e dirigetevi verso il Borgo San Giuliano, appena oltre il ponte di Tiberio. Il quartiere è molto interessante da visitare, pur con qualche inevitabile cedimento turistico, e vi potete trovare almeno un buon paio di indirizzi: se da Nud e crud si possono mangiare piadine e cassoni (con anche qualche piatto), a pochi passi vi aspetta l'Osteria del Borgo con la sua cucina romagnola.

Assai piacevole il locale, con vivaci tovaglioli colorati appesi e vecchi manifesti pubblicitari alle pareti. Tavoli semplici, apparecchiati con garbo, ma con il solito fastidioso dettaglio del bicchiere colorato per l'acqua. Ma noi siamo venuti per ben altro! La cucina è di terra, legata alla tradizione e con l'utilizzo di prodotti del territorio.

La lista è piuttosto ampia, con circa una decina di proposte per piatto. Saltiamo, un po' a malincuore, gli antipasti e passiamo subito ai primi piatti: ovviamente tagliatelle, passatelli e cappelletti, ma quello che cattura la nostra attenzione è il piatto di patacotc con goletta di Mora romagnola, patate e zucca. I patacotc sono una pasta tipica del dopoguerra, quella che si mangiava nelle feste, poi caduta nel dimenticatoio e recuperata in tempi recenti. Il condimento classico è la goletta (ovvero il guanciale) di Mora romagnola, una razza suina autoctona, accompagnato da prodotti stagionali. Non lasciatevelo sfuggire: è come mangiare la tradizione, e poco importa se non ha l'esuberanza di un piatto di tagliatelle!

I secondi piatti sono il regno di salsicce, brasati e costate, ma non posso non dirigermi verso il piatto più insolito, ovvero il castrato alla brace. Sapore ruvido, forte, piuttosto particolare... vabbè, però due pezzettini in più nel piatto ci potevano stare! Per non esagerare (!) con la carne, abbiamo anche assaggiato un piatto di gratinati misti al forno, un'alternativa vegetariana in questo fortino di carnivori.

La cantina ruota intorno alle proposte romagnole, con un'interessante selezione. Degno di nota anche il fatto che vi sia una piccola proposta di mezze bottiglie, su cui mi oriento essendo l'unico beone del tavolo. Scelgo un Sangiovese superiore Scabi 2019 dell'azienda agricola S. Valentino; un vino biologico vinificato in acciaio con bei sentori di frutti rossi e note speziate; unico piccolo neo i 14° che si fanno sentire.

E giungiamo così al dessert. Anche qui, la scelta non può che cadere sulla zuppa inglese, un classico della cucina emiliana. Non sazi, completiamo la cena con una porzione di etruschi, biscotti tipici romagnoli che ricordano i cantucci.

Il conto: 88 € per:
2 primi
1 secondo
1 contorno
3 dessert (ebbene sì)
mezza bottiglia di vino (12 €)
1 bottiglia di acqua
2 caffè

sabato 3 dicembre 2022

Riesling + Bonatti

Sul 1° tiro di Riesling.
Luca sul 1° tiro della Bonatti.
Federico sul 2° tiro della Bonatti.
E qui sul 3°.
Tracciato della via (verde). In rosso la via Malizia.
Bastionata del Resegone
Parete S

Riguardo la lista delle salite per controllare quando fossi già passato sulla Bonatti e leggo: 2011. Mi sento mancare... già undici anni, e per di più, senza alcuna fotografia; solo qualche vago ricordo. Tempo di tornare, quindi, in questo anno di pochissime vie, e di lasciare spazio ai "giovani"; anche perché la parete merita certamente più di una visita. Invero, i progetti originali erano più bellicosi, ma ci sarà tempo per realizzarli

Accesso: sono possibili due itinerari, che partono dal piazzale della funivia dei piani d'Erna o da Erve. Arrivando dal capoluogo orobico, abbiamo optato per il secondo, che regala una salita decisamente più bella ed appagante del primo. Si raggiunge quindi il paesino di Erve (lungo la carrozzabile si ammira lo Spedone e si apprezza l'impresa di Ruchin) e si prosegue fino al termine della strada, dove c'è una piccola rotonda e si può parcheggiare nei dintorni (a pagamento nel periodo estivo). Si attraversa il fiume e si segue il sentiero n. 11, superando un agriturismo ed una baita (fontana). Poco dopo c'è un bivio: conviene prendere il sentiero di sinistra (Prà di Ratt), più ripido ma più rapido (scusate il calembour), che sale velocemente (decisamente sconsigliato in caso di pioggia) fino ad una cresta, per proseguire più dolcemente con bella vista e ricongiungersi con l'altro ramo. Da qui in breve alla Capanna alpinisti monzesi, da cui si ammira la parete di interesse.
Dalla Capanna si seguono le indicazioni per il Passo del Fo', da dove si prende una traccia verso destra che porta in poco tempo alla parete. Recentemente sono stati aggiunti dei dischetti rossi con i nomi delle vie, e l'identificazione è ora ovvia. Appena a sinistra di un avancorpo, appena a destra di Nuovi orizzonti, parte la via Riesling, che in due tiri conduce all'attacco della Bonatti. In tutto poco meno di un paio d'ore.

Relazione (Riesling): via piacevole, ma assai breve (due tiri), che serve in pratica per raggiungere la cengia, con un passo di difficoltà un po' più alta della vicina Nuovi orizzonti. Chiodatura ottima a fix; inutili le protezioni veloci.

1° tiro: salire lo zoccolo e proseguire in verticale su roccia nerastra. 25 m, 5c, sei fix. Sosta arrugginita su due fix con catena ed anello di calata.
2° tiro: salire fino ad un passo non banale a superare una placchetta e continuare uscendo sulla destra. 20 m, 6a+ (passo), otto fix. Sosta su due fix con catena ed anello di calata. Se proseguite per la Bonatti, valutate di spostarvi direttamente alla sosta più a destra, allungando la protezione d'angolo.

Relazione (Bonatti): la via più frequentata della parete, che segue i punti deboli zigzagando qua e là. Negli anni la via è stata richiodata, aggiungendo qualche fix, ed oggi il primo tiro è sostanzialmente una via sportiva, mentre gli altri due mantengono una connotazione classica, con chiodatura abbondante. Per questo motivo, le protezioni veloci sono sostanzialmente superflue. Tutte le soste sono su due fix con catena ed anello di calata.

1° tiro: se non vi si è già, raggiungere la sosta appena a destra di quella di Riesling e salire in verticale per spostarsi subito a destra e continuare. Portarsi poi un poco a sinistra per proseguire dritti per una fessura fino ad una cengia (sosta possibile), dalla quale ci si sposta a sinistra fino alla sosta, dove la parete è meno compatta. 40 m, 5b; sei fix, otto chiodi.
2° tiro: salire in verticale e portarsi poi verso sinistra a prendere un diedrino che si risale fino alla sosta. 15 m, V+; sei chiodi, un fix.
3° tiro: salire dritti fino ad un accenno di cengia dove si traversa a destra (un tratto può restare bagnato dopo piogge) per poi salire e piegare verso sinistra su rocce più facili. Non fermarsi ad una vecchia sosta in alto, in un canale, ma portarsi a sinistra ad una sosta attrezzata. 35 m; V+, IV+, III; sette chiodi, due fix.

Discesa: in corda doppia lungo la via (o la vicina Nuovi orizzonti), con due calate. Si può scendere direttamente alla cengia dove inizia la Bonatti con una calata da 60 m, e da lì a terra, oppure fermarsi alla sosta precedente e scendere poi a terra con una calata di circa 60 m. Ovviamente, se non avete mezze corde da 60 m vi serviranno tre calate.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

lunedì 7 novembre 2022

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi settembre-ottobre 2022

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2218 delle 8:02
nei bimestri settembre-ottobre dal 2015 al 2022.
Fig. 2: andamento mensile dei ritardi per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: come in Fig. 1, ma per il treno 2275 delle 17:41.
Fig. 4: come in Fig. 2, ma per il treno 2275 delle 17:41.

La nefandezza... pardon, notizia del bimestre è l'ennesimo rinnovo senza gara che questa sciagurata Regione vuole affidare a Trenord (che in parte controlla tramite FNM). Qui uno dei tanti commenti schifati che rende l'idea della situazione. C'è poi un'altra notizia: un convoglio di Trenord è partito in anticipo! La cosa ha già di per sé dell'incredibile; peccato solo che abbia lasciato a terra i viaggiatori, come si legge qui!

Se prima di procedere al rinnovo-farsa si volessero guardare alcuni numeri reali, tanto per avere un'idea dell'altissima qualità del servizio, si può considerare l'ultimo bimestre. Iniziamo dal 2218: puntualità al 2% (due!), e al 42% entro 5'. Massimo ritardo accumulato pari a 31', un record nel bimestre, mai toccato da quando raccolgo i dati! Se lo confrontiamo con gli analoghi periodi degli scorsi anni vediamo solo un lieve miglioramento rispetto al 2021; il resto è da dimenticare.

L'andamento mensile dei ritardi resta sui valori tipici di questo 2022, ovvero su valori penosi, anche peggiorati rispetto agli anni precedenti: ormai entro i 5' di ritardo non c'è più alcuna delle tre curve in esame.

La situazione non è migliore per il treno di rientro; anzi: non possiamo nemmeno dire che c'è stato un miglioramento rispetto al 2021. Qui è sempre peggio: puntualità al 16% e al 58% entro 5' di ritardo; ritardo massimo di ben 34'; non male, ma lontano dal record di sempre di ben 98' nel 2016! Si pensi però che nella settimana dal 12 al 16 settembre il treno è arrivato tra i 20 ed i 30 minuti di ritardo ben quattro giorni su cinque.

Lo "storico" dei ritardi evidenzia qui un andazzo preoccupante. Si guardi la linea azzurra (ritardo medio) nell'ultimo anno e mezzo: al netto delle fluttuazioni, è chiaro che il trend è crescente, ovvero che i ritardi di questo convoglio appaiono fuori controllo. E, visto che la mediana resta più o meno stabile, il problema sono i treni che accumulano "molto" ritardo. Come a dire: su dieci treni, cinque o sei arrivano sempre con lo stesso ritardo, ma i quattro peggiori fanno sempre più schifo! E questo lo vedete nella figura precedente, confrontando le distribuzioni del 2021 e 2022: le curve sono a spanne uguali fino a circa il 70%, poi quella del 2022 si sposta su ritardi più alti. Traduco: quando le cose vanno più o meno bene, non c'è problema; appena si verifica un inconveniente, buonanotte; non si è più in grado di rimediare.

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.

sabato 17 settembre 2022

Panzeri (o Nino Castelli)

Sul 2° tiro.
Anna sul 3° tiro.
Callisto sul 4° tiro, secoli fa...
La relazione sulla guida di Saglio del 1937.
Torrione Magnaghi Meridionale - Grignetta
Parete O

Nino Castelli, chi era costui? Secondo la guida delle Grigne di Saglio (p. 198) egli fu "campione di sci gloriosamente caduto nella grande guerra", sì da meritarsi la dedica della via dagli apritori. In realtà, come si legge su wikipedia, fu anche un rematore della Canottieri Lecco (come non pensare ad Erminio Dones, con cui infatti partecipò alle olimpiadi di Anversa del 1920?), nato tra il 1897 e il 1899 (i link riportano date diverse) e morto nel 1925 (un ricordo si può leggere sulla RM della SEL 1925, 6, p. 10 e su molti altri numeri successivi).  Anche se la morte fu conseguenza di quanto sofferto in guerra, resta la curiosità su chi abbia raccontato a Saglio della morte durante il conflitto, accorciando al povero Nino la vita di almeno sette anni. L'anno dopo la morte la SEL gli dedicava un rifugio ai piani di Artavaggio, oggi rifugio Sassi-Castelli. 

Accesso: da quando la strada che portava al rif. Porta è chiusa al traffico si parcheggia sul piazzale dei Piani Resinelli e si prende la via Carlo Mauri sulla destra (all'inizio del piazzale per chi sale da Ballabio) per svoltare subito dopo a sinistra. La strada sale ripida e termina in corrispondenza di un piccolo spiazzo. Da qui seguire la traccia che si stacca dalla sinistra della strada e che si unisce poi col sentiero n.7 della cresta Cermenati, che si sale fino a prendere a destra il sentiero n.3 per i Torrioni Magnaghi (indicazioni). Giunti al canalone Porta, al cospetto del gruppo, lo si risale (sentiero n.2), si oltrepassa la fiumana di gente in coda per salire il canalino Albertini e ci si porta alla spaccatura tra il Sigaro Dones ed il 1° Magnaghi. Poco più a sinistra c'è una lapide; appena prima attacca la via (primo fittone evidente; sopra a sinistra c'è un fix della via Anna); un'oretta circa dall'auto.

Relazione: bella via che sale la parete O del primo Magnaghi, con un 2° tiro impegnativo ma chiodatissimo (già Cima nel 1971 scrive  a p. 76: tutti i chiodi necessari sono in parete; forse ce n'è qualcuno d'avanzo, anche se la sua gradazione è un po' sospetta); chiodatura più lunga nei tiri facili, ma alcune clessidre vengono in aiuto. Friend non strettamente necessari, ma se volete andare sul sicuro, male non vi faranno. Roccia ottima, purtroppo unta nel 2° e 3° tiro.

1° tiro: salire al primo fittone, resistere alla tentazione di andare verso il fix e spostarsi invece a destra a prendere una fessura un poco erbosa, che poi si apre ad un accenno di diedro più verticale che conduce in sosta. 30 m; IV, VI; tre fittoni, quattro chiodi. Sosta su due fittoni (vecchi chiodi rimasti in loco). A sinistra c'è la sosta a fix della via Anna.
2° tiro: superare il breve muretto iniziale (unto), proseguire fino ad una nicchia e spostarsi a sinistra per salire alla sosta. 20 m, 6c; tre fix, tre chiodi (uno con cordino). Sosta su due fittoni.
3° tiro: salire e spostarsi a destra puntando alla fessura-camino. Salirla (passo iniziale un po' unto) ed uscire su un terrazzo, da cui si prosegue per un diedro appoggiato fino ad uscire alla sosta sulla destra. 35 m, 6b; IV, III; quattro fix, un cordone marcio in clessidra. Sosta su due fittoni.
4° tiro: salire dritti per una vaga fessura, portarsi a destra a superare un tratto più verticale e raggiungere la sosta. 25 m; V, IV; due fix, due chiodi. Sosta su due fittoni.
5° tiro: salire verso destra in direzione del fittone e proseguire fino alla sosta sulla destra, ben visibile. 25 m, III+, un fittone. Sosta su due fittoni con catena ed anello di calata. Volendo si può evitare la sosta e continuare per la linea di fix adiacente fino alla vetta del torrione, con un passo di 5c, sostando su spuntone (o seguendo la cresta sulla sinistra fino ad una sosta, ma fate attenzione all'attrito).

Discesa: in corda doppia dalla sosta di arrivo. Se volete raggiungere la cima del torrione, proseguite per cresta (facile, ma esposto) e portatevi sul lato ovest. Superare un masso in corrispondenza di una vecchia croce abbattuta e raggiungere la sosta di Nastassia Kinski. Da lì una calata di 60 m (eventualmente spezzate in due) riporta nel canalone.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.