venerdì 27 maggio 2022

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi marzo-aprile 2022

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2218 delle 8:02
nei bimestri marzo-aprile dal 2015 al 2022.
Fig. 2: andamento mensile dei ritardi per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: come in Fig. 1, ma per il treno 2275 delle 17:41
(nel 2020 il treno non ha praticamente circolato nel bimestre).
Fig. 4: come in Fig. 2, ma per il treno 2275 delle 17:41.

Le notizie del bimestre, della serie si-ride-per-non-piangere, sono due. La prima (che in realtà risale a febbraio) riporta l'ennesimo piagnisteo di Trenord, che sarebbe preoccupata per il termine dello stato di emergenza, ovvero per il termine dei sussidi statali, invece di rallegrarsi per poter finalmente tornare a lavorare. Cito dall'articolo:

Si tratta dell’ennesima dimostrazione che le aziende monopoliste al riparo dalla concorrenza e inefficienti, come Trenord, preferiscono perdere passeggeri ma avere i ristori dallo Stato piuttosto che guadagnare producendo un buon servizio e riducendo i costi (che nel caso dell’azienda lombarda sono di 20 euro per km percorso, contro i 12 della media nazionale).

A fronte di questa situazione paradossale (ma non troppo: se Trenord fosse concorrenziale perché affidargli il servizio senza gare, come fa da sempre Regione Lombardia?) si può leggere qui una notizia che fa un pochino vomitare (il grassetto è mio):

l’amministratore delegato di Trenord Marco Piuri [...] ha ottenuto nel corso degli ultimi due anni aumenti molto consistenti del suo compenso annuale [e] percepisce oggi, tutto compreso, 568mila euro, con un aumento consistente nel corso del 2020, l’anno nero della pandemia. [...] Insomma, mentre a Trenord piangevano miseria e tagliavano corse, il vertice vedeva lievitare il proprio compenso. Non c’è bisogno di chiedersi che cosa ne pensino i pendolari, ma credo che nessuno se ne sia preoccupato.
L’incremento è dovuto sostanzialmente a un bonus di oltre 200mila euro, assegnato non da Trenord, ma da FNM. L’importo è legato all’aver concluso con successo alcune acquisizioni societarie, in particolare di aver portato a termine l’integrazione di Milano Serravalle, la società autostradale che gestisce un tratto della A7 e le tangenziali milanesi, che possiede quote rilevanti nella Brebemi e nella Tem, la tangenziale esterna di Milano. Ma come, il manager che deve far funzionare la mobilità sostenibile, quella ferroviaria, viene premiato perché integra una società autostradale che fa profitti sul transito di auto private e Tir?

E vediamo cosa ne hanno ricavato i pendolari bergamaschi a fronte di questi lauti compensi: nell'ultimo bimestre il treno 2218 continua a vantare le prestazioni peggiori degli ultimi otto anni! Puntualità ad un misero 12%, al 46% con 5' di ritardo, miglior (?) prestazione di ben 37 minuti di ritardo! Dallo "storico" di Fig. 2 vediamo che poco o nulla è cambiato rispetto al primo bimestre: anzi, sono sette-otto mesi che il 2218 è diventato uno schifo!

Il treno 2275, invece, viaggia (si fa per dire...) pure lui peggio che nel 2021: puntualità al 32% e al 71% entro 5'. Come ormai accade da secoli senza che nessuno se ne preoccupi, il restante 30% dei treni (circa uno su tre) subisce però un ritardo inqualificabile, superiore ai 15'. Certo, se proprio si vuole avere un treno che faccia il giro attorno a Bovisa, un minimo di raziocinio imporrebbe di togliere le fermate di Pioltello e Treviglio ovest, ma evidentemente questo lo capiscono tutti i pendolari, ma non chi decide le fermate. Anche perché, in effetti, queste due stazioni andrebbero completamente eliminate dalla tratta BG-MI!

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.

martedì 24 maggio 2022

Alto Adige DOC Lagrein 2015 Cantina prod. St. Pauls

Se vi dico "vitigno autoctono dell'Alto Adige", a cosa pensate? Tranne qualche connoisseur che citerebbe la Schiava, la stragrande maggioranza indicherebbe il Lagrein, e a buon diritto! Dopo aver superato un periodo di relativo oblio, è oggi più "alla moda" che mai, e non c'è cantina in alto Adige che non lo annoveri tra la sua produzione. In questo panorama, ovviamente non mancano le belle sorprese, ma era veramente da molto tempo che non assaggiavo un Lagrein così convincente come questo, della Cantina produttori S. Paolo.

La cantina nasce nel 1907, ed oggi può contare su più di 200 soci conferitori. La produzione è variegata e comprende le classiche etichette dell'Alto Adige e alcune cuvée. Due le realizzazioni di Lagrein: lo Zobl, che affina in tonneaux (usati) e che mettiamo per il momento da parte, e la linea base. Il sito del produttore è un po' carente di informazioni: il vino compie la fermentazione in vasche di acciaio, ma niente è detto per quanto riguarda la maturazione. Curiosando qua e là dai vari rivenditori si legge genericamente di "botti di rovere"; fidiamoci.

Il colore è un bel rosso intenso, abbastanza scuro. Dal bicchiere si levano note di frutti di bosco, mirtilli, more, accompagnate da rosa e violetta, con qualche sentore terroso, di sottobosco. All'assaggio esplodono le note di cioccolato, che accompagnano gli aromi con buona persistenza, ben bilanciata dall'alcool. Veramente una bella sorpresa!

Gradazione: 13°
Prezzo: 9 €

lunedì 23 maggio 2022

Mondo difficile

Il 1° tiro.
Anna sul 4° tiro.
Tracciato della via (azzurro). In rosso la via Etoile du Midi.
Parete delle stelle
Parete S

Accesso: dal casello autostradale di Quincinetto si torna indietro alla rotonda (non passare sotto il ponte che porta alla falesia di Montestreutto) fino ad un bivio dove si seguono le indicazioni per Scalaro. La strada prende rapidamente quota, esce dal bosco e raggiunge infine un agriturismo oltre il quale si svolta a sinistra. Più avanti si tiene la destra ad un altro bivio (indicazione) e si raggiunge un parcheggio sulla sinistra, nei pressi di un masso con la scritta Parej dle stelle. L'ultimo tratto della strada è sterrato, ma percorribile se non avete un'auto col fondo troppo basso. Si torna brevemente indietro e si segue il sentiero sulla sinistra (ometti e bolli) che porta alla base della parete, in corrispondenza dell'attacco della via Etoile du Midi (targhetta con nome). Si risale brevemente verso sinistra fino all'attacco di Mondo difficile, la linea adiacente (targhetta con nome).

Relazione: via piacevole e ben chiodata su roccia ottima. Portare solo rinvii. Tutte le soste su due fix, catena ed anello di calata.

1° tiro: salire la placchetta verso sinistra (o meglio ancora, attaccare per la rampa a sinistra della targhetta), proseguire dritti per placca, fessura ed un vago diedrino. 35 m, 5b; dodici fix.
2° tiro: non salire dritti, ma traversare decisamente a destra per salire poi alla sosta. 25 m, 5a; cinque fix.
3° tiro: dritti lungo la parete fino alla sosta. 30 m, 5a; dieci fix.
4° tiro: superare il muretto a destra raggiungendo la sosta di Etoile, piegare a sinistra e proseguire dritto fino alla sosta. 30 m, 6a (passo iniziale); nove fix.
5° tiro: superare il muretto sulla destra e proseguire per gradoni. 20 m, 6a (passo); sei fix.

Discesa: in doppia dalla via con tre calate (se usate due mezze corde): dalla sosta finale alla 3a sosta, poi alla 1a sosta di Etoile, e da lì a terra.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 20 maggio 2022

Il fauno di marmo (o il romanzo dei Monte Beni)

Il fauno di Prassitele (in realtà
una copia) (da Wikipedia)
Guido Reni (attr.), Ritratto di Beatrice Cenci
(da Wikipedia)
Guido Reni, San Michele arcangelo
(da Wikipedia)
Sodoma, Cristo alla colonna
(da Wikimedia)
di Nathaniel Hawthorne
Rizzoli, Milano, 1961 (1a ed. italiana Palombi, 1940)
Traduzione di Giorgio Spina
La storia della caduta dell'uomo! Non si è forse ripetuta nella nostra vicenda di Monte Beni? E se potessimo spingere oltre l'analogia? Lo stesso peccato in cui Adamo precipitò sé stesso e la sua specie, non fu forse il mezzo predestinato per raggiungere, attraverso un lungo percorso di fatiche e di dolori, una felicità più alta, luminosa e sentita di quel che ci potesse donare il perduto diritto naturale? Questa considerazione non spiega, meglio di quel che possano fare altre teorie, il perché sia ammessa l'esistenza del peccato?

A gennaio 1858, Nathaniel Hawthorne e famiglia giungono a Roma per restarvi fino a maggio 1859, senza mancare di visitare Toscana e Umbria. L'anno successivo, in Inghilterra, Hawthorne scrive il suo ultimo romanzo (altri quattro sono incompiuti), pare ispirato dalla visione del fauno di Prassitele (o satiro in riposo). Il libro è una curiosa miscela tra un romanzo ed una guida turistica di Roma, con lunghe descrizioni di rovine, quadri e sculture, che indicano una notevole sensibilità artistica dell'autore e che accompagnano la vicenda, spesso sovrastandola. In effetti si può dire che la trama, piuttosto esile, sia poco più che un pretesto per esporre le meditazioni dell'autore.

La vicenda ruota attorno a due personaggi principali: Donatello e Miriam. Fin dall'inizio, la somiglianza di Donatello con la scultura del fauno ne suggerisce la natura arcadica (p. 20):

Come sarebbe felice, piacevole e completa la sua esistenza, a godere quanto la natura offre di caldo, di sensuale e di terreno [...] a vivere come il genere umano nella sua innocente infanzia, prima che si avesse da pensare al peccato, al dolore, alla stessa morale!

e il libro gioca sul dubbio se Donatello sia davvero un fauno fino all'ultima riga, quando Kenyon (che insieme a Hilda costituisce l'altra coppia di questa vicenda) afferma (p. 421) su questo punto, in ogni caso, non ci sarà una sola parola di spiegazione. Il nostro fauno, esuberante di vita animale (p. 21), è invaghito di Miriam, che non ne ha gran considerazione, definendolo pollo novello e deficiente (p. 20), e sopportando malvolentieri la sua corte. Col tempo, tuttavia, ella apprezza la natura primigenia, incontaminata, felice, del fauno, opposta alla sua, da "mai una gioia", sempre ombrosa, che di frequente era di umore nero e in preda a una profonda malinconia (p. 30), col cuore stanco e oppresso [...] perennemente gravata da una condanna (p. 80). Miriam è infatti perseguitata da uno stalker che la soggioga con enigmatici riferimenti al suo passato, ad un peccato commesso, la colpa, la penitenza, ecc. ecc. Una sera, Donatello reagisce all'ennesima comparsa dello stalker in veste di frate cappuccino e, leggendo uno sguardo di approvazione negli occhi di Miriam, lo getta dalla rupe Tarpea. Questo è il punto di svolta del libro: il delitto, il male irrompono nella vita di Donatello e lo cambiano per sempre.

Il resto del libro descrive la perdita dell'innocenza da parte del fauno, il suo tormento interiore. Egli lascia Miriam e si ritira nella sua dimora toscana, dove viene raggiunto da Kenyon. Nel tempo passato insieme, quest'ultimo nota che la meditazione sul male ha cambiato il fauno (p. 239):

Egli ora rivelava un discernimento molto più acuto, e un intelletto che cominciava ad affrontare elevati concetti [...]. Dimostrava altresì una personalità più definita e più nobile, maturata però nel dolore e nella pena.

Talché, al posto di un ragazzo selvaggio, di un essere giocoso, di una natura animale, di un fauno silvano c'era ora l'uomo, dotato di sentimento e d'intelligenza.
(p. 290)

Grazie a Kenyon, Donatello ritrova Miriam, anch'ella preda del rimorso, e la coppia si ricostituisce. Kenyon li lascia per tornare a Roma da Hilda, di cui è innamorato.

L'ultima parte del libro è un po' confusa (forse solo apparentemente), con Hilda che sparisce, Miriam e Donatello che riappaiono a Roma e danno un appuntamento insolito a Kenyon, e con la scena (quasi) finale nel Carnevale romano.

Prima di tornare su questa parte, è d'uopo notare come il libro possa essere letto sotto tantissimi aspetti: religioso/morale, artistico, storico,... il primo lato è forse il più evidente: Hawthorne veniva da famiglia puritana, ma diversi critici hanno notato un distacco dal rigore teologico di quel credo, e qui se ne vede il risultato: la teoria del peccato come necessario per perdere l'innocenza e guadagnare una forma più alta di consapevolezza, il peccato che è, come il dolore, un mero strumento di elevazione umana (p. 414) cerca di conciliare predestinazione (un cardine del puritanesimo) e peccato (più o meno) originale. Di fatto, i riferimenti alla religione e al peccato abbondano nel libro, spuntando ad ogni voltar di pagina fino alla noia. Anche la polemica con il cattolicesimo affiora spesso e volentieri, a volte in toni accesi, ma a me pare venata di simpatia (per la fede, non per la Chiesa), senza che l'autore prenda decisamente posizione (si pensi alla scena della confessione di Hilda o al ritrovo a Perugia sotto la statua di Giulio III). Diverso il caso delle antiche religioni, delle persecuzioni romane verso i cristiani, dei "peccati di Roma" che vengono rievocati fino alla nausea ad ogni spuntar di antica rovina (ma qui c'è anche un altro significato, ovvero il mostrare come anche il mondo, la società, abbiano perso la loro innocenza e si siano corrotte, come Donatello).

E siamo all'aspetto artistico, altro filone che percorre tutto il libro. Dalla descrizione dell'ambiente degli artisti americani a Roma in cui sono inseriti i personaggi fino alle discussioni sul rapporto tra pittura (coltivata da Miriam e Hilda) e scultura (praticata da Kenyon) e quelle sul futuro della scultura (p. 116), il libro scava nel rapporto tra arte e morale, indaga il significato dell'opera d'arte con estrema lucidità. Se la vicenda parte da una scultura, e se due sculture di Kenyon toccano Miriam (cap. 14) e Hilda (cap. 41), è la pittura (religiosa) a farla da padrona: si comincia al cap. 7 con il Ritratto di Beatrice Cenci di Guido Reni che anticipa il dilemma di fondo (p. 67):

Il peccato di Beatrice può non esser stato così grave; forse non fu nemmeno un peccato ma la migliore virtù possibile, date le circostanze

ma che allo stesso tempo fa emergere il potere della suggestione nell'opera d'arte. Si ritrova Reni nel cap. 20 con il dipinto di S. Michele arcangelo che schiaccia Satana, che dà modo a Miriam di riflettere sulla sua personale lotta con il male (la visita avviene il giorno dopo l'omicidio dello stalker), e dopo una fuggevole menzione del Ritratto di Giovanna d'Aragona di Leonardo (p. 299) si finisce con il Cristo alla colonna di Sodoma nel cap. 37, elevato da Hilda a quintessenza di arte religiosa. La religione non è decisamente il mio forte, ma sarebbe interessante confrontare la lotta eroica del S. Michele con il Cristo legato e sanguinante, il suo sacrificio con quello del fauno, da cui inizialmente (p. 17) non ci aspetteremmo [...] né sacrifici né sforzi per una causa ideale, ma in cui Kenyon istilla l'idea di un sacrificio duraturo e altruistico (p. 244) che lo porterà alla decisione finale.

Se la pittura è dominata dagli artisti italiani (ma non manca un riferimento ai fiamminghi nel cap. 37), la scultura ne è priva, e gli artisti citati da Miriam (p. 113) sono americani, ancorché viventi in Italia: la mano di Loulie di Hiram Powers e le mani congiunte di Browning e sua moglie di Harriet Hosmer (che curiosamente scolpì anche una Beatrice Cenci e un fauno). Ma Hawthorne non manca comunque di criticare il pragmatismo che soggioga l'arte americana: la fontana di Trevi, trasportata negli USA, avrebbe (p. 135) statue intente a pulire la bandiera nazionale dalle macchie che potrebbero essercisi formate.

Lo sfondo storico della vicenda è la Roma che segue la fine della Repubblica romana, con le strade popolate di truppe francesi e la restaurazione illiberale di Pio IX, sul cui sistema politico-giudiziario Hawthorne avanza qualche riserva (l'onnipresente soldataglia, la sorveglianza a cui è sottoposta Miriam, la giustizia di cui non c'è niente del tutto qui, sotto il dominio della Cristianità (p. 391)). Questa osservazione permette di leggere il romanzo anche da una prospettiva diversa, che è stata proposta per spiegare la concitata seconda parte del libro e la decisione di Donatello di consegnarsi all'autorità per essere processato: Donatello e Miriam prendono questa decisione in cambio della liberazione di Hilda, sequestrata dall'autorità papale! Ciò spiega l'avvertimento di Miriam a Kenyon (cap. 43) e la sua reticenza nel rivelargli quando rivedrà Hilda (cap. 47), perché ciò coinciderà con la loro cattura. Solo Donatello, autore materiale del delitto, sarà poi trattenuto (la teoria, incluso un piano per un complotto "politico" è accennata in modo sbrigativo nella Conclusione, ma vi risparmio i dettagli). Indubbiamente questi aspetti "misteriosi" del libro, non esplicitamente chiariti, hanno contribuito alla creazione di un alone di mistero (che pure è presente) e alla classificazione del romanzo tra le fila della letteratura gotica: H. P. Lovecraft ne L'orrore soprannaturale in letteratura dice che nel romanzo (p. 119 dell'edizione Theoria, 1989)

uno straordinario mondo di autentica misteriosità palpita e traspare al di là di una prima lettura superficiale; e impalpabili tracce di elementi fantastici si mescolano alla presenza di aspetti più strettamente terreni, nel corso di un romanzo che risulta interessante nonostante il persistente incubo della allegoria morale, della propaganda anti-cattolica, e di una pruderie puritana [...]

Ci sarebbe poi da parlare di Roma e dell'Italia, veri e propri comprimari del libro, e dei commenti di Hawthorne sugli italiani, non dimenticando lo spunto enologico nella descrizione del raggio di sole, il vino di Donatello. Concludo invece con due parole sugli altri protagonisti, a partire da Hilda, personaggio tra i più antipatici, che incarna il rigore morale (ma chiamiamolo anche bigottismo) puritano. Costantemente descritta come colomba, angelo, santa, è quasi completamente priva di empatia, di passione, critica tutto e tutti e, avendo assistito involontariamente al delitto, non si fa scrupolo di abbandonare Miriam, l'amica del cuore, che le chiede conforto (cap. 23): l'innocenza non dev'essere contaminata dal peccato. Successivamente riconoscerà l'errore, ma persevererà nel suo ottuso rigore, silenziando (senza discutere) le idee "eretiche" sul peccato che Kenyon prova ad esporle. Hilda e Kenyon, finalmente sposi, torneranno in America: è la scelta della rinuncia, di una vita casa e chiesa in cui lei sarà posta su di un altare e adorata come una domestica santa (p. 415). Hilda vive in una torre, e in una torre si ritira Donatello, ma l'innocenza (vera) di Donatello e quella (vera a metà) di Hilda si consumano lungo strade differenti.

Kenyon, invece, appare più empatico, sensibile e curioso di conoscere, anche se ha tratti del carattere inutilmente rigoroso di Hilda, e oscilla tra le due possibilità. Alla fine deciderà di seguire Hilda, rinunciando probabilmente anche all'arte (p. 386): Immaginazione e amore per l'arte sono morti per me; la scelta più facile.
Se la "caduta" di Donatello rimanda a quella di Adamo, Miriam è ovviamente Eva, e questo ruolo è anticipato dai disegni che gli mostra (cap. 5), che rappresentano Giaele, Giuditta e Salomè.

Miriam, infine, è l'unica che può "vantare" una precedente esperienza del male, e il suo senso di colpa aumenta per via del suo ruolo nel delitto di Donatello e per l'effetto che ha avuto su lui e su Hilda (meno per il delitto in sé; si ricordi anzi il senso quasi di esaltazione che prova subito dopo). Da un certo punto di vista mi pare il personaggio più riuscito, sensibile e capace di leggere negli altri (si veda il dialogo al cap. 23), indipendente ed autonoma (ed infatti Miriam crea, mentre Hilda copia solamente). Resterà sola con le sue meditazioni, come Hester ne La lettera scarlatta, come se fosse stata sulla sponda opposta d'un insondabile abisso e li ammonisse di stare lontani dal suo orlo (p. 415). La società di allora, e pure quella di oggi, non sono pronte per lei.

domenica 24 aprile 2022

Via del senatore

Sul 1° tiro
Anna sul 6° tiro.
Tracciato della via.
Monte Pranzà - Val Cavallina
Parete S

Era il 12 ottobre 2021 quando sono caduto malamente da un boulder della palestra - anche per evitare una demente che si era piazzata proprio sotto di me - rimediando una botta violenta al braccio e un viaggio al Pronto Soccorso. Va da sé che la mia già scarsa attività si sia fermata. Dopo sei mesi non sono ancora guarito del tutto, e sono diventato ancora più coniglio; accetto quindi volentieri il suggerimento di Luca e Federico di andare a ripetere una loro nuova via sul Monte Pranzà, aperta in stile tradizionale e richiodata a fix. Via facile, un po' discontinua, adatta a chi vuole muovere i primi passi in parete. E il nome? Sempre loro mi raccontano: "I grandi dell'alpinismo, alcuni dei quali avevo conosciuto anni fa, parlavano a loro volta dei senatori della montagna riferendosi ai loro maestri. Questa via, aperta in stile classico, vuole essere un omaggio a loro."

Accesso: da Bergamo si raggiunge il Colle Gallo, sopra Gaverina Terme. Appena prima del santuario si prende a sinistra, seguendo le indicazioni per il Faisecco. Si tiene la destra al primo bivio e si continua fino al villaggio omonimo. Poco dopo si incontra una curva verso destra, in corrispondenza dell'inizio del sentiero che porta al Cesulì (ovvero chiesina; evidente indicazione). Da qui due possibilità: si parcheggia poco prima e si segue il sentiero fino al Cesulì. Dalla chiesina si seguono le indicazioni per il Monte Pranzà fino ad una cascina. Qui si può anche arrivare risparmiando un po' di tempo se si prosegue in auto lungo la strada, prendendo poi a sinistra al bivio. La strada sale fino ad una sbarra rosa, dove si parcheggia sulla destra. Si segue il sentiero fino ad una casa, e appena dopo si sale a destra, proseguendo dritti fino alla cascina.
Dalla cascina si continua fino ad un capanno di caccia, dove bisogna scendere sulla sinistra, per traccia non segnata. Noi, dopo un po' di perlustrazione ed annessi improperi, siamo scesi in corrispondenza di una piccola fascetta bianco-rossa legata ad un arbusto, ma se non la trovate non prendetevela con me. Si scende per vaghe (molto vaghe...) tracce zigzagando fino ad incontrare un'evidente traccia orizzontale, che si segue verso destra, giungendo all'ennesima baita. Oltre la baita si giunge subito sotto la parete. Si sale alla base e si procede, superando una nicchia. Salendo infine uno zoccolo, si giunge all'attacco (evidente fix con catena). Il percorso, seguito e segnalatomi da Marco Plebani (grazie!), si può trovare qui. Accanto alla via del senatore corre la via Pulce (6b+), dovuta agli stessi apritori.

Relazione: gli apritori hanno scovato l'unico percorso facile che risale la parete S del monte, tra placche e gradoni. Purtroppo il terreno è un po' discontinuo, e la via alterna un paio di bei tiri, qualche passaggio interessante sugli altri, e tratti su terreno facile. Dopo un gran lavoro di pulizia, e la roccia è ora buona (un po' sporca di terra, ma si pulirà con le prime piogge), con qualche tratto in cui fare attenzione. La chiodatura è ottima a fix, ma conviene portare un paio di cordini per integrare su alcune clessidre, in corrispondenza di tratti facili ma dall'aspetto un po' dubbio. Tutte le soste sono su due fix e catena con anello.

1° tiro: salire per gradoni ed uscire verso sinistra alla sosta. 25 m, 4c, sette fix.
2° tiro: salire dritti e traversare a sinistra portandosi alla sosta. 15 m, 3a, tre fix.
3° tiro: salire dritti e spostarsi verso sinistra salendo su una specie di pulpitino. 20 m, 4a, cinque fix.
4° tiro: superare il muretto sopra la sosta e continuare per facili rocce fino alla sosta. 15 m, 5a (passo), un fix.
5° tiro: salire la placchetta a destra della sosta (non andate all'albero, ma salite subito) e continuare per rocce facili, prima dritti e poi a sinistra. 35 m; 5a (passo), III; cinque fix.
Giunti alla sosta, spostarsi a sinistra per una decina di metri fino alla sosta dell'ultimo tiro.
6° tiro: salire dritti, traversare a destra per pochi metri e salire per una placca fino alla sosta finale. 25 m, 5b, sei fix.

Discesa: prendere il sentiero verso destra che in breve riporta al capanno di caccia. Da qui a ritroso fino all'auto.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

sabato 9 aprile 2022

Chianti classico DOCG 2017 Badia a Coltibuono

Siamo nella zona del Chianti classico, nella parte senese, a Gaiole in Chianti. A pochi chilometri dal paese si trova la badia (cioè abbazia) di Coltibuono, che in origine era Cultusboni, ovvero del buon culto e del buon raccolto. Nata nell'XI secolo, passa per una divertente serie di vicende che si possono leggere qui, fino a diventare azienda agricola e agriturismo. L'attività di vendita di vino si sviluppa nel dopoguerra, e l'azienda acquisisce la certificazione biologica nel 2000. Cuore della produzione vinicola è ovviamente il Chianti, nelle versioni base e riserva, e Cultus riserva, che vanta (si fa per dire...) un invecchiamento in barrique e che quindi mettiamo serenamente da parte.

Il Chianti base dell'azienda nasce da uve Sangiovese al 90%, cui si aggiungono uvaggi tradizionali quali Canaiolo e Colorino. Affina per 12 mesi in botte, con breve passaggio in bottiglia.

Il colore è un bel rubino molto invitante. Dal bicchiere salgono sentori di ciliegia, qualche accenno floreale, di viola, e leggere note speziate. Il vino è ben equilibrato e si beve con piacere, l'alcool è quasi nascosto dal gusto e dalla freschezza: ancora frutti rossi, qualche nota minerale e un finale lievemente amarognolo.

Da assaggiare quanto prima la Riserva!

Gradazione: 13,5°
Prezzo: 14 €

sabato 12 marzo 2022

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi gennaio-febbraio 2022

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2218 delle 8:02
nei bimestri gennaio-febbraio dal 2015 al 2022.
Fig. 2: andamento mensile dei ritardi per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: come in Fig. 1, ma per il treno 2275 delle 17:41.
Fig. 4: come in Fig. 2, ma per il treno 2275 delle 17:41.
Fig. 5: questi manco sanno perché i loro treni fanno ritardo!!

La notizia... no, la comica del bimestre è una mail del 2/2 di Trenord diretta agli sfortunati pendolari, come se non gli bastassero le altre sciagure che subiscono per causa di questa nefasta azienda. Se proprio ne desiderate copia, chiedetemela. La mail è una di quelle excusatio non petita (con quel che ne consegue) che fanno incazzare fin nel profondo. Contiene alcune (poche) cose sensate, tipo la carenza di personale ed il calo di traffico dovuti al Covid, la saturazione della linea (piena quasi come le palle dei pendolari), ma poi si arrampica sugli specchi per contrabbandare i soliti indici di puntualità misurati un po'... ad minchiam (cioè a modo loro; si veda il rapporto del Politecnico già indicato nelle puntate precedenti...) e piazzare alcune affermazioni che paiono trovate da avanspettacolo, ad esempio che nel periodo 2018-2021 la puntualità sarebbe aumentata (davvero??) e le soppressioni di treni diminuite (dite sul serio??), che tutto sta migliorando (certo, basta misurare i ritardi come fa comodo...) e chi dice il contrario è in malafede. Nella mail si afferma senza pudore che la puntualità negli anni 2018/19/21 è del 78%, 80% e 84%; valori decisamente opinabili! Ora, come detto più volte, i dati su due treni potrebbero non essere rappresentativi del totale, ma certo non sono incoraggianti: se guardiamo le figure 4 e 8 qui, vediamo dati reali ben diversi: la media sui due treni è 23%, 30% e 17%! Se poi stiriamo la definizione di puntualità includendo 5' di ritardo (assurdo: è il 13% del tempo di percorrenza!) si ha 47%, 77%, 74%. Nello stesso link si vede poi distintamente che le ore di ritardo continuano ad aumentare anno dopo anno; dov'è il miglioramento? Nello stipendio di chi firma quella mail?

Naturalmente il 2022 non va meglio; anzi! I ritardi del 2218 (Fig. 1) sono pure peggiori che nel 2021: puntualità al 10% (al 56% entro 5' di ritardo), massimo ritardo pari a 46 (quarantasei!) minuti: lontanissimi dagli standard minimi di decenza, come si vede in Fig. 2, e in particolare dalla curva verde (che va allegramente fuori scala a gennaio!).

Nel pomeriggio non ci sono tracce di miglioramento. Si vede chiaramente (Fig. 3) che il dato è inqualificabile; il peggiore con l'esclusione del 2018: puntualità al 14% (al 50% entro 5') e ritardo massimo di "solo" 28'. Inutile commentare il trend mensile di Fig. 4 senza che cadano... diciamo le braccia!

Se la puntualità proprio non si riesca a garantire, a Trenord devono aver sviluppato un notevole senso del comico, non solo per la mail di cui sopra, ma per gli avvisi alla clientela, tipo quello in Fig. 5: il treno ritarda, ma non si sa perché! Come si potrà mai essere in grado di fornire un servizio accettabile?

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.

domenica 6 marzo 2022

Sociologia del gusto letterario

di Levin Ludwig Schücking
Rizzoli, Milano, 1977 (1a ed. italiana 1968)
Traduzione di Vittoria Ruberl
All'artista la fede nel trionfo finale del Bene sarà forse utile, ma lo storico della letteratura e il sociologo che l'accettino senza riserve mancano di senso critico. A chi crede nel trionfo del Bene si può solo opporre il dubbio se non accada spesso proprio il contrario, che cioè quello che ha trionfato venga poi considerato come il Bene.

Mettiamo subito le mani avanti e diciamo che il titolo fa molto "anni sessanta", con l'annessa aura di mattone illeggibile. Niente di più sbagliato: il volumetto di poco più di cento paginette scorre piacevolmente e presenta un'interessante visione del rapporto tra il gusto letterario/artistico e la composizione sociale. La domanda di partenza è semplice: cosa determina il gusto di un'epoca? Perché certi autori sono osannati in un dato periodo storico per poi finire nel dimenticatoio, e viceversa?

L'analisi di Schücking ha il pregio della concretezza, e parte dal rapporto tra artista e pubblico nei secoli passati: nel Medioevo il maggiore (se non l'unico) committente dell'artista è il nobile, l'unico che possa garantirgli una sopravvivenza, sì che per molti secoli la poesia è stata una specie di bel parassita degli alberi all'ombra dei quali fioriva la vita politica ed economica (p. 16). Salvo rare eccezioni di mecenatismo illuminato, l'artista produce opere per l'aristocrazia, opere che ne rispecchiano i valori tradizionali (come tradizionale è il mantenimento dei privilegi): l'arte deve tener conto del pane (p. 22). Le cose iniziano a cambiare con l'ascesa della borghesia, che consente all'artista di svincolarsi dal mecenate per rispondere ad un pubblico più vasto; questo processo si realizza secondo LS dapprima con il teatro elisabettiano, e intorno al '700 per la letteratura (e, aggiungerei io, anche per la musica). Da lì, lentamente, con la crescita del pubblico cresce anche la considerazione sociale dell'artista, che nella seconda metà dell'Ottocento assurge addirittura a vate, a individuo di sensibilità superiore, soprattutto nella poesia. L'artista si svincola così dal pubblico e non deve accettare consigli dagli sciocchi. Il tempo rovescia il giudizio della folla idiota (p. 34, frase attribuita a Shelley). Dal genio sopra la folla si giunge così all'estetismo e all'arte per l'arte, che risponde solo ad una funzione estetica e dove il pubblico è ammesso solo come estimatore (e sostenitore).

Siamo quindi alla fine dell'Ottocento e alla nascita del naturalismo, il più grande cambiamento del gusto avvenuto da secoli (p. 40; l'autore si riferisce alla Germania), che fotografa la comparsa nella società di gruppi che si oppongono alla borghesia, ormai depositaria dell'arte "tradizionale". Secondo LS in quel periodo si assiste ad una disgregazione della società, conseguenza di vari fattori: inurbamento, aumento della scolarizzazione, diversità di condizioni economiche, che si riflette in una differenziazione di idee ed in un frazionamento di quello che il pubblico chiede all'arte.

Da qui in poi (siamo circa a metà libro) si passa all'analisi dei vari fattori che influenzano la produzione artistica. Per la nascita dell'opera d'arte si parla del rapporto (di accordo o contrasto) dell'artista col gusto dominante e dell'importanza delle scuole di pensiero, per la sua diffusione si discute del ruolo degli editori, del commercio librario e della pubblicità. Per bilanciare il ruolo non proprio oggettivo della pubblicità si inserisce la critica letteraria, che dovrebbe fungere da mediatore tra pubblico e artista, con un processo simile a quello che si è avuto nella religione, quando fra il fedele e la divinità s'inserì il sacerdote (p. 71). Qui LS si lancia in un pamphlet contro la critica, accusata di esautorare il pubblico da ogni giudizio e di metterlo sotto tutela dal punto di vista del gusto, in virtù di una sua - vera o presunta - incapacità di comprendere l'artista, accompagnando ciò ad una critica ai... chiamiamoli "eccessi" dell'arte contemporanea (anche se LS non la chiama mai in questo modo):

Sono infatti venute meno le premesse implicite del termine "genio", e chi fa dell'arte pretende a tutti i costi che si approvi il suo gusto. Una perfetta dittatura del gusto ci prescrive di trovare bella l'espressione degli istinti di chi pretende di essere artista, qualsiasi forma egli ritenga opportuno scegliere a questo scopo. [...] Così l'arroganza del re sopravvive nelle pretese degli artisti (p. 80).

Se entrate in un qualunque museo e visitate la sezione di arte contemporanea, qualche simpatia per la veridicità di queste affermazioni vi verrà. L'ultima parte è destinata all'accoglienza da parte del pubblico, dove si riprendono un po' i concetti precedenti, con qualche excursus interessante sul pubblico maschile e femminile, sull'esistenza o meno di opere d'arte "universali", e sul ruolo dell'Università e della scuola nella formazione del gusto, identificate come "custodi della tradizione" dall'autore.

L'unico neo di questa trattazione è la sua età: l'opera nasce nel 1923 ed è "risistemata" nel 1961 per un'edizione successiva: per questo la parte storica si ferma al naturalismo o poco oltre; manca praticamente tutta la contemporaneità, anche se è vero che molte delle affermazioni mantengono una validità anche oggi. Ogni tanto non si può non provare un senso di tenerezza (come quando si sentono i nonni raccontare), ad es. quando LS sembra dispiacersi (p. 46) che oggi i giovani non si creano più un'immagine rosea l'uno dell'altro gettando sguardi furtivi e spesso ingannevoli in quella che si ritiene l'altrui vita spirituale, in un raffinato ambiente mondano o in circoli di lettura, ma possono conoscersi a fondo nel mondo dello sport e in quello del lavoro, e pensare cosa direbbe delle numerose dating apps. Anche i numerosi esempi ed aneddoti che accompagnano l'illustrazione delle idee di LS, tratti dalla storia della letteratura e del teatro, con incursioni nell'arte figurativa, fanno spesso riferimento a figure oggi pressoché dimenticate: un esempio per tutti sono alcuni riferimenti al valore letterario di Annette Droste, che fu legata allo zio dell'autore. Senza volerci necessariamente vedere della malizia, ciò appare come una evidente dimostrazione della mutevolezza del gusto raccontata dall'autore stesso. Inoltre, molti riferimenti si rifanno all'area germanofona e inglese; la Francia vi appare sporadicamente, l'Italia conquista solo un paio di riferimenti a Dante e Petrarca, a dimostrazione del carattere provinciale della nostra letteratura nel quadro europeo. E dubito che questo sia cambiato negli ultimi 50-60 anni.

martedì 25 gennaio 2022

Riviera ligure di ponente DOC Rossese 2014 Anfossi

Dici Rossese e pensi subito a Dolceacqua. E invece no! O meglio, non solo: il Rossese si produce anche al di fuori dell'area attorno allo splendido comune della Val Nervia, allargandosi alle province di Imperia e Savona.

Tra i numerosi produttori si deve certamente menzionare Anfossi, azienda che opera dal 1919 vicino ad Albenga. L'azienda produce ortaggi, basilico, e vino, con una produzione annua di circa 70000 bottiglie. Pochi (quattro) i vini imbottigliati, il che va a mio parere a vantaggio di una focalizzazione sulla qualità. Tra essi, un unico vino rosso: questo.

Il vino nasce da uva Rossese in purezza ed affina in acciaio per sei mesi. Il colore è un rosso rubino, abbastanza chiaro. Aromi non particolarmente intensi, ma si percepisce la viola (non lo strumento musicale... a meno che non siate propensi ad un po' di sinestesia) e qualche frutto rosso. Al gusto si conferma un vino quotidiano nella sua accezione migliore: morbido, piacevole, con alcool ben calibrato e tutto sommato ben invecchiato (il vino, non l'alcool; cioè, non solo l'alcool). Il finale sfoggia il caratteristico sentore amarognolo del Rossese, che richiama subito alla mente i paesaggi del ponente, le colline a due passi dal mare, gli aromi che si incontrano appena ci si addentra nell'entroterra. E infine, altro punto da non sottovalutare, il buon prezzo di vendita.

Gradazione: 13°
Prezzo: 9 €

lunedì 3 gennaio 2022

Pasto nudo

di William S. Burroughs
Adelphi, Milano, 2010 (1a ed. italiana Sugar, 1964)
Traduzione di Franca Cavagnoli
Ma la noia U.S.A. non ha eguali. Non si vede, non si sa da dove viene. Prendi una di quelle sale da cocktail in fondo a una via: ogni isolato ha il suo bar, il suo mercato e negozio di alcolici. Tu entri e lei ti stende. Ma da dove viene? Non il barista, non i clienti, non la plastica color crema che ricopre gli sgabelli davanti al banco, non la fioca luce al neon. Nemmeno la TV.
E poi alla noia ci si assuefa, così come ci si assuefa a dosi sempre maggiori di cocaina. La roba cominciava a scarseggiare. Eccoci dunque in 'sto buco di città a farci di sciroppo per la tosse. Per poi vomitarlo e andare avanti, sempre avanti, con il freddo vento primaverile che soffiava nella discarica intorno ai nostri corpi in astinenza, sudati e tremanti, e il freddo che sempre senti quando nel corpo non circola più la roba... avanti attraverso il paesaggio sbucciato, armadilli morti in mezzo alla strada, avvoltoi sopra la palude e ceppi di cipresso. Motel con pareti di compensato, riscaldamento a gas, sottili coperte rosa.

Forse il modo migliore per iniziare a parlare di questo libro è descriverne la genesi. Tutto nasce da una fuga in Messico (pare per evitare problemi a seguito di un traffico di droga) che l'autore compie con la moglie, Joan Vollmer, da noi sconosciuta, ma in realtà personaggio importante della beat generation. Il matrimonio non è propriamente tranquillo, tra alcool e droghe di cui entrambi fanno uso, e tendenze omosessuali di lui sempre più esplicite. Fatto sta che la sera del 6/9/51, ad un party, William le spara. La prima versione fornita è che i due stessero giocando a Guglielmo Tell, ma lui - ubriaco - sbaglia mira. Poi, cambia versione (te credo!!) e parla di un incidente. Fu condannato a due anni con la condizionale (la vicenda è raccontata ad esempio qui).

Negli anni successivi WB vive tra Messico, Europa e la Zona internazionale di Tangeri, dove, tra le allucinazioni della tossicodipendenza, scrive una serie di note che saranno poi "riordinate" e integrate, diventando Pasto nudo.

Riassumere la trama è alquanto problematico, sia perché parliamo (anche) di allucinazioni e di deliri, sia perché secondo l'autore i diversi episodi raccontati possono essere letti in qualunque ordine; tuttavia, almeno la parte iniziale è abbastanza chiara: io partirei dall'ultimo (!) episodio, hauser e o'brien (p. 212), due poliziotti che tentano di arrestare il protagonista (uno dei tanti), il quale riesce a fuggire (vi risparmio i dettagli per non rovinarvi la lettura). Ora torniamo all'inizio e leggiamo della fuga da NY verso il west e poi il Messico. I primi episodi sono quelli più lineari, e sono secondo me tra i migliori dal punto di vista dello stile della scrittura (ma bisogna almeno citare i due aneddoti alle pp. 135-140 in uomini e donne qualsiasi).

Da qui in poi (e siamo solo a p. 32) la linearità della trama cede via via il passo alla potenza evocativa delle visioni e della paranoia, frammentandosi in episodi. Dal Messico si passa a Terralibera e poi a Interzona, un luogo traboccante di depravazione, dipendenza, esperimenti sadici e oscure trame politiche, dove si concentrano tutte le paure e i tabù dell'America (e non solo) di quegli anni (e non solo): omosessualità e promiscuità, relazioni interrazziali, violenza/tortura, sacrilegi, sinistri esperimenti "scientifici", il tutto inframmezzato da umorismo (nero) e tratti paradossali (la gara di degradazione, l'uomo vestito da pene ambulante, ecc.).

In questi episodi si possono identificare alcuni temi ricorrenti: uno è certamente quello del controllo, esercitato tramite droga, soldi, sesso, su su fino alla burocrazia peggio-che-kafkiana del sistema totalitario di Annexia (p. 33), alle pratiche mediche di ricondizionamento del dott. Benway e al Congresso internazionale di psichiatria tecnologica (p. 112) dove si presenta l'uomo "deansiogenizzato", ovvero lobotomizzato. Più e oltre che una parodia critica dei sistemi totalitari e una visione paranoica dell'apparato statale (che prenderà piede tra i postmoderni), mi pare che l'ossessione di WB sia rivolta ai potenziali condizionamenti che la tecnologia può operare sul cervello (ricordiamo che in quegli anni si sviluppano i primi mainframe computer): nella Conferenza nazionale di Elettronica di Chicago (p. 164) un oratore dice (tra la felicità dei somari che oggi blaterano sui microchip sottocutanei):

Poco dopo la nascita un chirurgo potrebbe installare delle connessioni nel cervello. Si potrebbe inserire un radioricevitore in miniatura in modo che i trasmettitori controllati dallo Stato possano controllarlo a loro volta. [...] Come vedete il controllo non può mai essere un mezzo per perseguire un fine pratico... non può mai essere un mezzo per perseguire qualcosa che non sia un controllo maggiore... come la droga.

Accanto alla tecnologia ci sono ovviamente le leggi, le religioni (tutte ridicolizzate in diversi passaggi sacrilegi), le istituzioni, la burocrazia (assimilata al cancro). Da notare en passant come la distopia tecnologica non vieti a Burroughs di intravedere qualcosa (p. 70): Tra un po' le operazioni si faranno col telecomando su pazienti che non vedremo nemmeno... non faremo altro che premere bottoni, e, in tutt'altro ambito, assai poco politicamente corretto, la Islam Inc. (p. 152) dove i martiri nazionalisti con le granate su per il culo si frammescolano ai convenuti e di colpo esplodono causando ingenti perdite di vite umane.

Un secondo tema è quello del male, stigmatizzato dalle scene di violenza, mutilazione, linciaggio, malattia, putrefazione, ripetute alla noia (viene in mente De Sade). Se non vogliamo fermarci all'intenzione deliberata dell'autore di urtare qualunque lettore (che pure esiste), se vogliamo trovare un significato allegorico (ma non tutti sono d'accordo), possiamo rifarci all'interpretazione data a questi passaggi sin dagli anni del processo per oscenità, che nasce da quanto dice l'autore riguardo al titolo (p. 239): pasto NUDO - l'istante, raggelato, in cui si vede quello che c'è sulla punta della forchetta, ovvero il momento "della verità", in cui ci rendiamo conto di ciò che accade nel nostro mondo, di come funziona la nostra società. WB ripete ossessivamente queste scene ispirando disgusto e repulsione; repulsione per le scene, ma soprattutto per l'oscenità del mondo reale (alla quale, ad essere pignoli, lo stesso WB non era del tutto estraneo, visto che raccontava l'omicidio della moglie come "necessario" alla sua nascita come scrittore, ma su questo ci sarebbe molto da dire). Certo, leggere la "battuta" a p. 181 su quelli che danno fuoco ad un nero e non pagano la benzina è rivoltante, ma è così diverso da quello che è successo a Emmett Till e tanti altri? E mettere la sedia elettrica in un museo della prigione o venderne modellini da costruire (accade veramente, ma mi rifiuto di indicare i link!) non è altrettanto schifoso, roba che non sarebbe venuta in mente nemmeno a Burroughs? Impossibile o quasi citare dei brani senza essere censurati; limitiamoci a questo, nel finale (p. 226):

I senatori balzano in piedi e invocano berciando la Pena di Morte con l'inflessibile autorità della fregola virale... morte per i tossicomani, morte per i froci (intendo i maniaci del sesso), morte per lo psicopatico che offende la carne intimidita [...] La manica a vento nera della morte ondeggia sulla terra, sentendo, annusando il crimine della vita separata, motori della carne raggelata dalla paura tremano sotto un'ampia curva di probabilità...

Le parti che dopo 50 anni appaiono meno problematiche sono quelle relative al sesso, escluso quando (spesso...) si colora di sadismo, e dove traspare un bel po' di misoginia. Vale però la pena di spendere due parole sulle aggiunte al testo: la lucida Testimonianza di una malattia (scritta in occasione della prima edizione americana nel 1962) e la Lettera di un supertossicomane da droghe pericolose (scritta negli anni di Tangeri), forse aggiunti per tentare di evitare la censura. Ci sono poi le Riflessioni su una deposizione (1991), dove il significato del libro cambia ancora, dall'abuso di stupefacenti all'uso della guerra alla droga da parte dei governi per reprimere gli individui (p. 253):

Ora l'isteria antidroga si è diffusa in tutto il mondo e rappresenta ovunque una minaccia mortale per le libertà personali e per la corretta applicazione delle garanzie di legge.

Comunque la si voglia vedere, io leggerei queste parti prima della parte testuale del libro, a mo' di introduzione. E, per finire, un commento al volo (ma ci sarebbe da parlarne a lungo) sulla versione cinematografica di David Cronenberg del 1991, che in realtà non è e non vuole essere un (impossibile) adattamento del libro, ma una riflessione sulla sua genesi, o sulla genesi dell'opera d'arte in generale, con elementi biografici di WB (l'omicidio della moglie, anche qui letto in chiave discutibile di affermazione artistica), parti tratte da altri lavori e lettere, e un notevole contributo originale del regista (ad es., tutta la parte sulla mutazione delle macchine da scrivere). Peccato solo per il pupazzone che rappresenta il Mugwump (il Moscibecco in questa traduzione italiana), che ha ben poco a che vedere con le allucinazioni del libro.

sabato 1 gennaio 2022

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi novembre-dicembre 2021 e riassunto annuale

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2218 delle 8:02
nei bimestri novembre-dicembre dal 2015 al 2021.
Fig. 2: andamento mensile dei ritardi per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: come in Fig. 1, ma per il treno 2275 delle 17:41.
Fig. 4: come in Fig. 2, ma per il treno 2275 delle 17:41.

Bimestre novembre-dicembre 2021:

La "notizia del bimestre", anzi dell'anno, stavolta la do io, anticipando quanto andremo a vedere: rullo di tamburi... attenzione, attenzione... ce l'abbiamo... anzi, ce l'hanno fatta: è stato superato il muro delle cinquanta ore di ritardo annue!! Lo so che tutti pensavamo che sarebbe stato difficile fare peggio del 2020, che era peggio del 2019, e invece... l'accoppiata Trenord/Rfi non ci ha deluso e ha chiuso l'anno in... enorme ritardo!

Che le cose non andassero proprio secondo l'orario scritto per quei creduloni di pendolari lo si vede già dal mattino: la Fig. 1 dice chiaramente che il 2218 si è comportato allo stesso modo che nel 2018, dove però i ritardi erano dovuti (così ci dicevano...) all'incidente di Pioltello; sarebbe interessante sapere quale incidente sia successo quest'anno. Riassumiamo: puntualità al 6% (SEI!!), ritardo entro 5' per il 17% (quasi un treno su sei, gli altri fanno peggio), massimo ritardo di 31'.

La pessima aria che tira la si vede in Fig. 2, dove è riportato l'andamento mensile: netto peggioramento di tutti gli indicatori (che già non erano brillantissimi) negli ultimi quattro mesi, con ritardo medio che arriva a 12 (DODICI) minuti a dicembre, ovvero il 32% del tempo di percorrenza nominale!

Voi mi direte: "Ma di sicuro il treno del pomeriggio ha fatto meglio!" "Sì, 'sto cXXXo!!" vi risponderei, additandovi malinconicamente la Fig. 3. Qui addirittura si riesce a fare peggio del 2018 più di una volta su tre, arrivando ad una puntualità del 6% pure qui, che sale al 43% entro 5' di ritardo. Massimo ritardo di ben 41 (QUARANTUNO) minuti; praticamente un raddoppio del tempo di percorrenza, che non ci sta nemmeno nella scala scelta per la figura.

Se guardiamo l'andamento mensile in Fig. 4 notiamo un'unica, magrissima, consolazione di questo desolante panorama è il non vedere in questo caso un deciso peggioramento, che però c'era già stato ad ottobre! Di fatto questo 2021 resta il peggior bimestre finale tra tutti quelli analizzati. Complimenti vivissimi!

Fig. 5: come Fig. 1, ma per tutti i 12 mesi.
Fig. 6: come Fig. 5, ma in scala lognormale.
Fig. 7: come Fig. 5, ma per il treno 2275 (17:41).
Fig. 8: come Fig. 7, ma in scala lognormale.
Fig. 9: ore di ritardo annue.

Riassunto annuale:

Eccoci quindi giunti al fatidico momento di tirare le somme e di confrontare l'intero 2021 con i suoi predecessori. La Fig. 5 riporta la distribuzione cumulativa dei ritardi del treno 2218, come al solito su "scala normale". Si vede subito che l'anno è stato il peggiore con l'eccezione del 2018: puntualità al 6% (e dagli!), ritardo entro 5' per il 41% dei treni, ritardo massimo di 31 minuti.

Parentesi statistica: devo dire che questa rappresentazione mi ha sempre dato un po' fastidio, perché ovviamente una distribuzione normale non sembra tanto adatta per rappresentare i ritardi. Un altro approccio potrebbe essere quello di usare una distribuzione lognormale traslata, ottenendo la Fig. 6: direi che le distribuzioni sono ragionevolmente approssimabili con delle rette, a dimostrare che il modello funziona. Naturalmente le conclusioni sono le stesse della Fig. 5, visto che si tratta degli stessi dati in una diversa rappresentazione (e scala). Lo "studio" dell'andamento dei parametri della lognormale in funzione dell'anno lo rimando ad un'altra volta; mi limito a far presente che l'asse delle ascisse (i ritardi) è su scala logaritmica (traslata di 5' per evitare valori negativi)!

Guardiamo ora il 2275 (Fig. 7), iniziando con il classico approccio, ovvero su scala normale. Anche in questo caso si nota come l'anno 2021 si situi più a destra (quindi: male) rispetto alle altre curve, anche se la differenza appare meno marcata rispetto al 2218. Inoltre, si continua a notare un andamento a gradini, con dei "salti" separati tra loro nella regione di coda (problemi legati all'istradamento del treno?). Se infatti applichiamo anche qui l'approccio lognormale (Fig. 8), vediamo che l'accordo non è così buono come nel caso precedente, con le curve che si piegano dopo circa 5' di ritardo. Mi sa tanto che qui l'unico modo di spiegare i dati è il ricorrere a diverse distribuzioni (sempre che i ritardi di Trenord/Rfi siano "spiegabili"!).

E siamo giunti al gran finale, ovvero alla valutazione del ritardo totale accumulato durante l'anno: come preannunciato, e come si vede in Fig. 9, abbiamo infranto il muro delle cinquanta ore, con un aumento di poco meno di una decina di ore rispetto all'anno scorso! Si vede anche che l'importante traguardo che spinge questi treni della tratta Bergamo-Milano all'avanguardia del disservizio è dovuto ad un drastico peggioramento del treno 2218 del mattino (la giornata del pendolare si prefigura di m***a già alle 8:02). Al pomeriggio c'è stato un lievissimo miglioramento rispetto all'anno scorso, ma un peggioramento di quasi sei ore rispetto agli anni precedenti.

La domanda sorge spontanea: perché porsi dei limiti? Per il 2022 Trenord/Rfi possono puntare serenamente alle sessanta ore di ritardo; noi ci crediamo e siamo fiduciosi che con il duro lavoro ed impegno che contraddistingue questi treni, nessun ritardo sia impossibile. Impossibile è solo la puntualità!

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.

mercoledì 29 dicembre 2021

Riviera ligure di ponente DOC Pigato 2019 Vigneti a prua e Lupi

Ricordo, molti anni fa, qualche assaggio deludente di questo vitigno, che mi allontanarono per un po' dalla sua "frequentazione". Poi, con calma, mi sono riavvicinato ai suoi sentori erbacei e floreali, legandolo stabilmente insieme al rossese alle memorie delle mie "spedizioni" nel ponente ligure, ai capodanni passati tra la ricerca delle falesie a buchetti del finalese e di quelle verticali dell'albenganese (si dice?).
Se gli ultimi tempi non sono stati prodighi dal punto di vista dalla scalata per via di un infortunio ad un braccio, questo non ha inciso sulla capacità di usare un cavatappi (eccetto per i primi giorni) e un bicchiere. E così, tra una lunga serie di assaggi che non avrò mai tempo di riportare, c'è spazio per parlare di un paio di bottiglie di Pigato che mi hanno fatto compagnia di recente.

La prima bottiglia nasce dal marchio Vigneti a prua, che dovrebbe appartenere all'azienda Punta Crena, forse come ennesima private label per la GDO (ma non solo). Praticamente impossibile per me reperire informazioni (mi riprometto di farci un giro la prossima volta che passerò da quelle parti); l'etichetta sul retro indica l'imbottigliamento a Cisano sul Neva, retroterra di Albenga, ovvero una delle zone più vocate per il Pigato.

Il colore è un bel giallo paglierino un poco scarico; al naso presenta aromi floreali, limone, note di pesca bianca, mediamente intensi. All'assaggio è molto fresco e piacevole, con una buona acidità e qualche sentore minerale. Nel finale si aggiunge una nota un po' amarognola che rimanda vagamente alla mandorla, non spiacevole. Buona la persistenza.

Il secondo Pigato è dell'azienda Lupi, che produce vino da più di cinquanta anni con circa 70000 bottiglie all'anno. Qui siamo un poco più ad ovest e più all'interno rispetto ai Vigneti a prua; il vino nasce da vigneti di 30 anni, vinificato in acciaio (c'è anche il Vignamare che affina in barrique, ma tendenzialmente me ne terrò alla larga).

Il colore è più carico rispetto al precedente, con dei bei riflessi dorati assai invitanti. Anche l'aroma mi è parso più intenso, soprattutto sul lato fruttato; poi erbe, salvia ed agrumi (che vabbè, sono dei frutti, ma amen...). Molto piacevole all'assaggio, anche qui con un buon supporto acido.

Sono decisamente due Pigati da assaggiare e da ricordare!

Gradazione: 13° entrambi
Prezzo: 11 e 14 €, rispettivamente

mercoledì 15 dicembre 2021

Sui campi di battaglia - la nostra guerra

L'occhiello
Il re Vittorio Emanuele III
Luigi Cadorna
Armando Diaz
Pietro Badoglio
AA.VV.
TCI, Milano, 1931 (1a ed. 1930)

Parecchi anni fa, credo all'interno del Libraccio di Bergamo, rinvenni questo volume e lo acquistai al volo. Non tanto perché la sua versione della storia della Grande Guerra fosse particolarmente interessante, ma perché appena apertolo vidi tutta una serie di commenti manoscritti che mi fecero pensare che potesse essere appartenuto ad un ignoto reduce, forse un ragazzo del '99. Purtroppo non si tratta di ricordi o vere note personali che abbiano un qualche valore storico, ma in massima parte di sfoghi e insulti contro i generali italiani, scritti molti anni dopo i fatti. E, ad essere onesto, non ho prove che detti commenti siano di mano di un reduce e non di un semplice lettore, che però doveva essere stato molto vicino alla guerra, vista l'enfasi. In ogni modo, per omaggio a questi commenti ed al loro ignoto autore, stralciai questo volume quando un anno e mezzo fa, costretto in casa dalla prima ondata del virus, lessi (quasi) tutta la serie del TCI sui campi di battaglia della Grande guerra, ripromettendomi di dedicargli uno spazio separato. Ecco qui!

Premessa: nonostante per lavoro mi trovi spesso a dover decifrare calligrafie che farebbero volentieri a meno del prefisso calli-, qui mi sono perso un bel po' di parole (suggerimenti sono ovviamente benvenuti). Apriamo quindi il libro. Nell'occhiello si legge:

Caro ricordo dell'Egregio Dott. Annibale Correggio[?] e molto [?], Cav. Vitt. Veneto oltre la dolorosa prigionia. Deceduto nel 1976.
Caro
[?]
A leggere questi raccontini fa stringere il cuore fra quelli che come lei hanno vissuto e provato - ragazzo del 99
1930 ancora tutta falsa propaganda niente verità, niente precisazioni reali
Poveri noi, poveri morti invano come ancora li vilipendono in questo falso libretto!! - ragazzo 99
Si legga il libro di
[?] Riflessioni e Ricordi senza nominare gli altri suoi stessi[?] che sono un monumento di onesta e triste verità - ragazzo 99

Le pagine del libro sono riempite di note e commenti critici (a dir poco) verso la versione ufficiale: le pinze tagliafili (p. 55) sono le famose pinze che sotto sforzo si piegavano i manici! A margine dell'elenco delle piccole azioni nella zona Carnia si legge (p. 67): tutta retorica e [?] frammentari raccontini delle varie sterili azioni, mentre riferito ai capisaldi di S. Lucia e S. Maria: mai potuti neanche un po' scalfire! Cadorna sei grande asino! e ancora il Luigi con tutte queste sterili offensive distrusse quasi tutto il suo stesso esercito! Fellone traditore! e così via. Assai lucida la chiosa all'affermazione (p. 25) secondo cui sacrifici ed eroismo "restituirono alla Patria i suoi termini sacri": fesserie. altri odi odi e null'altro, accompagnata da un esaltato e vile! riferito a Mussolini (p. 37).

Ma sono Cadorna e gli altri generali, con l'eccezione di Caviglia (il cui diario è citato spesso come fonte di informazione), ad essere coperti di contumelie nelle pagine con le loro fotografie: senza fosforo, come il grande Caviglia definiva questi ruderi di grandi condottieri. E se il gen. Etna se la cava (si fa per dire) con un giudizio poco lusinghiero (Non ispira fiducia! Sembra più un buon guardiano di buoi!!!), peggio va agli altri. Cominciamo con il re, che sulla fascia ha scritto: S. M. Fellone - [?] 8-9-43 la fuga. Tutt'intorno si legge

Sei morto in esilio ed hai proprio fatto una fine miseranda e ingloriosa

Girava sempre con una grossa macchina fotografica ma non ha mai fotografato le fucilazioni dei suoi fanti di S. Maria la longa perché reclamavano
(nota: ci si riferisce all'ammutinamento della brigata Catanzaro)

Un po' di riposo dopo mesi e mesi di trincea
Poveri fanti del 141-142 fant. Brigata Catanzaro

Al Piave non ti ho mai visto, perché?! Mentre l'Imperatore Carlo d'Austria andava sempre fra i suoi soldati

Mai una parola per fermare le fucilazioni indiscriminate del Luigi. Che stratega!!

Per "il Luigi", ovvero Cadorna c'è una bella croce sulla faccia e un breve giudizio poco lusinghiero:

Grande Condottiero fesso!
buono per il 1848!!
ignobile
[?] e fellone

mentre ci si domanda da dove fosse spuntato Diaz:

Si conoscevano i Generali Petitti di Roreto, Pecori Giraldi, quello della IV Armata Carnia e vari altri. Diaz era un illustre sconosciuto e fortunato
Ad ogni fatto grave aveva il mal di pancia!! Vedi Caviglia nel suo diario è preciso a pag 108-9

anche in una cartolina con il ritratto di Diaz c'è scritto: unico merito in tutta la sua vita: fortunatissimo!

Naturalmente nemmeno il gen. Porro se la passa bene: Sarà stato un gran prof di geografia intelligente ma asino a far la guerra e poi fesso forte! non si è mai sentito parlare da parte sua di strategia né di piani d'attacco. Ma più di tutti (non senza ragione) il bersaglio del nostro reduce è Badoglio. Alla firma Pietro badoglio del Sabotino, il monte è cancellato e si legge: non era opera sua! Geniale poi la sostituzione di Marchese del Sabotino con Marchese di Caporetto. Tutt'attorno si legge:

Abile intrigante!

Il fuggiasco g. 24-25-26 era a Caporetto più
[?] fuggito dove?

da cancellare dalla memoria questo fuggiasco tanto a Caporetto quanto nel 943 a Pescara prima del Re

è lo scaltro contadino!! avido di denari e venale in modo vergognoso!!!

Alla fine, non mancano alcuni commenti alla bibliografia: sotto il riferimento a Guerra di popolo di Delcroix si legge (riferito all'autore): caduto nell'oblio perché le sue ferite se le ha [sic] fatte da se per non essere stato capace di gettare una bomba a mano!!! Si definisce poi bellissimo ed esatto libro su Caporetto l'opera (che devo ancora leggere) di Pirazzoli ed esatta critica all'opera di quel fesso di Cadorna il libro di Ettore Viganò.

Resta il mistero su chi fosse l'autore: un reduce, con molta probabilità, o qualcuno che era stato molto vicino ad uno di essi?