domenica 6 marzo 2022

Sociologia del gusto letterario

di Levin Ludwig Schücking
Rizzoli, Milano, 1977 (1a ed. italiana 1968)
Traduzione di Vittoria Ruberl
All'artista la fede nel trionfo finale del Bene sarà forse utile, ma lo storico della letteratura e il sociologo che l'accettino senza riserve mancano di senso critico. A chi crede nel trionfo del Bene si può solo opporre il dubbio se non accada spesso proprio il contrario, che cioè quello che ha trionfato venga poi considerato come il Bene.
Mettiamo subito le mani avanti e diciamo che il titolo fa molto "anni sessanta", con l'annessa aura di mattone illeggibile. Niente di più sbagliato: il volumetto di poco più di 100 paginette scorre piacevolmente e presenta un'interessante visione del rapporto tra il gusto letterario/artistico e la composizione sociale. La domanda di partenza è semplice: cosa determina il gusto di un'epoca? Perché certi autori sono osannati in un dato periodo storico per poi finire nel dimenticatoio, e viceversa?
L'analisi di Schücking ha il pregio della concretezza, e parte dal rapporto tra artista e pubblico nei secoli passati: nel Medioevo il maggiore (se non l'unico) committente dell'artista è il nobile, l'unico che possa garantirgli una sopravvivenza, sì che per molti secoli la poesia è stata una specie di bel parassita degli alberi all'ombra dei quali fioriva la vita politica ed economica (p. 16). Salvo rare eccezioni di mecenatismo illuminato, l'artista produce opere per l'aristocrazia, opere che ne rispecchiano i valori tradizionali (come tradizionale è il mantenimento dei privilegi): l'arte deve tener conto del pane (p. 22). Le cose iniziano a cambiare con l'ascesa della borghesia, che consente all'artista di svincolarsi dal mecenate per rispondere ad un pubblico più vasto; questo processo si realizza secondo LS dapprima con il teatro elisabettiano, e intorno al '700 per la letteratura (e, aggiungerei io, anche per la musica). Da lì, lentamente, con la crescita del pubblico cresce anche la considerazione sociale dell'artista, che nella seconda metà dell'Ottocento assurge addirittura a vate, a individuo di sensibilità superiore, soprattutto nella poesia. L'artista si svincola così dal pubblico e non deve accettare consigli dagli sciocchi. Il tempo rovescia il giudizio della folla idiota (p. 34, frase attribuita a Shelley). Dal genio sopra la folla si giunge così all'estetismo e all'arte per l'arte, che risponde solo ad una funzione estetica e dove il pubblico è ammesso solo come estimatore (e sostenitore).
Siamo quindi alla fine dell'Ottocento e alla nascita del naturalismo, il più grande cambiamento del gusto avvenuto da secoli (p. 40; l'autore si riferisce alla Germania), che fotografa la comparsa nella società di gruppi che si oppongono alla borghesia, ormai depositaria dell'arte "tradizionale". Secondo LS in quel periodo si assiste ad una disgregazione della società, conseguenza di vari fattori: inurbamento, aumento della scolarizzazione, diversità di condizioni economiche, che si riflette in una differenziazione di idee ed in un frazionamento di quello che il pubblico chiede all'arte.
Da qui in poi (siamo circa a metà libro) si passa all'analisi dei vari fattori che influenzano la produzione artistica. Per la nascita dell'opera d'arte si parla del rapporto (di accordo o contrasto) dell'artista col gusto dominante e dell'importanza delle scuole di pensiero, per la sua diffusione si discute del ruolo degli editori, del commercio librario e della pubblicità. Per bilanciare il ruolo non proprio oggettivo della pubblicità si inserisce la critica letteraria, che dovrebbe fungere da mediatore tra pubblico e artista, con un processo simile a quello che si è avuto nella religione, quando fra il fedele e la divinità s'inserì il sacerdote (p. 71). Qui LS si lancia in un pamphlet contro la critica, accusata di esautorare il pubblico da ogni giudizio e di metterlo sotto tutela dal punto di vista del gusto, in virtù di una sua - vera o presunta - incapacità di comprendere l'artista, accompagnando ciò ad una critica ai... chiamiamoli "eccessi" dell'arte contemporanea (anche se LS non la chiama mai in questo modo):
Sono infatti venute meno le premesse implicite del termine "genio", e chi fa dell'arte pretende a tutti i costi che si approvi il suo gusto. Una perfetta dittatura del gusto ci prescrive di trovare bella l'espressione degli istinti di chi pretende di essere artista, qualsiasi forma egli ritenga opportuno scegliere a questo scopo. [...] Così l'arroganza del re sopravvive nelle pretese degli artisti (p. 80).
Se entrate in un qualunque museo e visitate la sezione di arte contemporanea, qualche simpatia per la veridicità di queste affermazioni vi verrà. L'ultima parte è destinata all'accoglienza da parte del pubblico, dove si riprendono un po' i concetti precedenti, con qualche excursus interessante sul pubblico maschile e femminile, sull'esistenza o meno di opere d'arte "universali", e sul ruolo dell'Università e della scuola nella formazione del gusto, identificate come "custodi della tradizione" dall'autore.

L'unico neo di questa trattazione è la sua età: l'opera nasce nel 1923 ed è "risistemata" nel 1961 per un'edizione successiva: per questo la parte storica si ferma al naturalismo o poco oltre; manca praticamente tutta la contemporaneità, anche se è vero che molte delle affermazioni mantengono una validità anche oggi. Ogni tanto non si può non provare un senso di tenerezza (come quando si sentono i nonni raccontare), ad es. quando LS sembra dispiacersi (p. 46) che oggi i giovani non si creano più un'immagine rosea l'uno dell'altro gettando sguardi furtivi e spesso ingannevoli in quella che si ritiene l'altrui vita spirituale, in un raffinato ambiente mondano o in circoli di lettura, ma possono conoscersi a fondo nel mondo dello sport e in quello del lavoro, e pensare cosa direbbe delle numerose dating apps. Anche i numerosi esempi ed aneddoti che accompagnano l'illustrazione delle idee di LS, tratti dalla storia della letteratura e del teatro, con incursioni nell'arte figurativa, fanno spesso riferimento a figure oggi pressoché dimenticate: un esempio per tutti sono alcuni riferimenti al valore letterario di Annette Droste, che fu legata allo zio dell'autore. Senza volerci necessariamente vedere della malizia, ciò appare come una evidente dimostrazione della mutevolezza del gusto raccontata dall'autore stesso. Inoltre, molti riferimenti si rifanno all'area germanofona e inglese; la Francia vi appare sporadicamente, l'Italia conquista solo un paio di riferimenti a Dante e Petrarca, a dimostrazione del carattere provinciale della nostra letteratura nel quadro europeo. E dubito che questo sia cambiato negli ultimi 50-60 anni.

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