martedì 9 settembre 2025

Guffanti

Stefano sul 2° tiro.
Tracciato della via.
Torre conica del Barbisino (Gruppo dei Campelli)
Parete SO

Accesso: raggiungere i pressi del rif. Lecco dalla funivia dei Piani di Bobbio (alla modica cifra di ben 18 € A/R!) o da Ceresole di Valtorta e da qui risalire il lato sinistro del Vallone dei Camosci lungo la pista da sci, superando il capanno dove termina lo skilift e la parete S del Barbisino, dove salgono Gli antichi futuri e Avenida miraflores. Continuare fino ad un enorme ometto, dove si sale a sinistra per una vaga traccia fino a raggiungere un sentiero che si segue verso destra e che in breve conduce alla base della Torre. La via attacca subito dove giunge il sentiero, in corrispondenza di un fix per assicurazione. Proseguendo si trovano i fix delle altre vie che salgono sulla parete.

Relazione: breve via del 1971 (definita scalata da palestra sulla RM del 1972) che sale l'evidente fessura-camino della Torre, tutta concentrata nel bel secondo tiro, ottimamente chiodato a fix. Gli altri tiri, ben più facili, sono chiodati più distanziati. La roccia è ottima tranne che in alcuni punti del primo tiro dove è saggio fare attenzione. Tutte le soste sono su due fix con catena ed anello.

1° tiro: salire per erba ripida e rocce superando un paio di brevi diedrini più verticali. 25 m, IV, due fix.
2° tiro: salire tenendo verso destra fino a doppiare lo spigolino e proseguire in verticale lungo la fessura. 25 m, 6b (un passo), otto fix.
3° tiro: salire a destra del masso incastrato e continuare lungo la fessura o la placca a destra, raggiungere una cengia dove si ignora una sosta sulla sinistra (della via normale) per proseguire superando il muretto finale. 25 m, IV+, due fix.

Discesa: Spostarsi di pochi metri a destra ad una sosta su due fix con anelli. Con mezze corde, basta una calata singola da 55 m per giungere alla base. Altrimenti, è possibile fermarsi ad una sosta (due fix con maglia-rapida) dopo 35 m (attenzione se usate una corda singola da 70 m; si arriva alla sosta visto l'allungamento, ma fate i nodi alla fine!). Da qui si giunge alla base con una calata di 20 m circa.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 2 settembre 2025

Al forte

Tagliatelle con porcini e speck.
Carpaccio di cervo con finferli.
Strudel di mele.

Loc. Pezzei 66
Arabba (BL)

Chiunque abbia frequentato le Dolomiti, d'estate o d'inverno, per arrampicare, sciare, camminare o immergersi negli ormai ubiqui centri benessere non può non essersi imbattuto nella Grande Guerra: cimiteri, sacrari, trincee, gallerie, forti ne costellano il paesaggio, a ricordare una storia e una geografia di più di un secolo fa. Nell'alta val Cordevole o valle di Fodóm, alle pendici del Col di Lana, fu costruita a fine '800 dagli austroungarici la Tagliata di Ruaz, gravemente danneggiata durante il conflitto. Nel 1972 il forte è stato restaurato dagli attuali proprietari per adibirlo a ristorante e hotel. Superfluo quindi dire che l'ambiente è molto suggestivo, senza grandi stanzoni ricolmi di tavoli, e coniuga una piccola e parziale visita al forte con i piaceri della tavola.

La cucina ruota attorno ai piatti tipici ladini rivisitati con cura, con qualche incursione all'esterno ed una fattura sempre di ottima qualità. Scorriamo il menù: gli antipasti sono decisamente interessanti, tanto che decidiamo di sostituirli ai secondi, ed iniziamo quindi dai primi: a parte un'esotica lasagna alla bolognese si registrano minestra d'orzo, casunziei, canederli, ma le scelte del tavolo cadono sulle pappardelle alla cacciatora con ragù di cervo e, per quanto mi riguarda, su delle tagliatelle integrali con porcini, speck e crumble di noci: un piatto decisamente gustoso, con il condimento che si amalgama perfettamente alla pasta fatta in casa.

I secondi, a parte le ormai onnipresenti (ahimé) insalatone e un filetto di angus che fa il paio con le lasagne precedenti, includono un piatto ladino con polenta, funghi e pastin (carne tritata e speziata, tipica del bellunese), e un goulash di capriolo. Invitanti, ma non quanto gli antipasti, tra cui spiccano un carpaccio di manzo, un filetto di maiale affumicato con porcini, e soprattutto un carpaccio di cervo con finferli e balsamico ai lamponi che conquista entrambi. Il sapore appena selvatico del carpaccio si sposa magnificamente con l'acidulo del lampone e le note appena dolci dei finferli: da mangiarne a sazietà! Ai due carpacci abbiamo accompagnato un piatto di polenta e porcini, tanto per non farci mancare nulla.

Siamo giunti così al momento del dessert, meno ispirato dei piatti precedenti: semifreddi, sorbetti e gelati, tra i quali spiccano però due classici: la torta Linzer e lo strudel. Dopo un po' di esitazione, e dopo aver sbirciato a lungo le torte come un bambino davanti alla vetrina della pasticceria, decido per quest'ultimo. Delicatissimo e saporito, degno coronamento alla fine delle brevi vacanze dolomitiche! 

La carta dei vini è piuttosto interessante ed include soprattutto etichette del Triveneto. Scegliamo un Pinot noir di Salatin che affina in acciaio, con gradazione di 12,5° che si beve finalmente con piacere (qualche giorno prima, in altro luogo, un vino con la stessa gradazione sulla carta si era rivelato di ben 14° nella realtà, compromettendo la cena), anche se forse si poteva osare qualcosina di più.

Una nota finale è dovuta alla gentilezza e cordialità del personale, nonché dei proprietari. Un posto dove tornare assolutamente.

Il conto: 129 € per
2 primi
3 antipasti
2 dessert
1 bottiglia di acqua
1 bottiglia di vino (25 €)
2 amari

venerdì 29 agosto 2025

Ibex

Michele sul 1° tiro.
E qui sul 5° tiro.
Sul 6° tiro.
Sull'8° tiro.
Tracciato della via.
Piccolo Lagazuoi (Gruppo di Fanis)
Parete SO

Accesso: Si parcheggia nei pressi del passo di Valparola, all'altezza del Forte Tre Sassi, e si imbocca il sentiero dei Kaiserjaeger fino all'altezza del primo grande ghiaione, a sinistra dell'evidente torre 'Ntra i Sass con il suo evidente arco, oltre la quale sale la via Maurizio Speciale. Si raggiunge il culmine del ghiaione (qualche ometto) e si continua a seguire una traccia verso sinistra, che porta in breve ad una parete, all'altezza della via Pera forada. Pochi metri a sinistra sale Ibex (scritta alla base e cordini visibili).

Relazione: via piacevole e divertente, che sale la parete SO del Piccolo Lagazuoi senza particolari difficoltà. La chiodatura è ottima a fix sui passi più impegnativi (da qui l'utilizzo della scala francese nella valutazione), più distanziata nei tratti facili; non siamo comunque in falesia. La roccia è ottima nelle sezioni verticali, ma non mancano alcuni tratti delicati in prossimità delle cenge, soprattutto negli ultimi tiri: fate molta attenzione se vi sono cordate dietro di voi (e anche se ve ne sono davanti!).

1° tiro: salire la placca iniziale, superare un muretto e raggiungere la sosta. 50 m, 4a; quattro fix, due cordoni in clessidra. Sosta su due fix con anello.
2° tiro: Salire dritti sopra la sosta e portarsi verso sinistra su facili rocce fino a sostare su una terrazza. 35 m, 4a. Sosta su fix e cordone in clessidra.
3° tiro: attaccare a sinistra della sosta, salire dritti fino alla cengia e spostarsi alla sosta sulla sinistra. 50 m, 4a; un fix, tre cordoni in clessidra. Sosta su due fix con cordone.
4° tiro: ancora dritti per il muretto fino alla cengia; la sosta è appena sulla sinistra. 40 m, 4c; quattro fix, un cordino in clessidra. Sosta su un fix con cordone.
5° tiro: salire il muro a destra della sosta fino alla sosta. 50 m, 4c; cinque fix, un cordone in clessidra. Sosta su due fix.
6° tiro: salire per un diedrino fessurato a sinistra della sosta, traversare a sinistra e salire fin sotto la parete giallastra, dove si traversa a sinistra alla sosta sullo spigolo. 40 m, 4c; quattro fix, un chiodo, due cordoni in clessidra. Sosta su due fix con cordone.
7° tiro: salire il canale-rampa appena dietro lo spigolo fino alla cengia di sosta. 40 m, 4a, un cordone in clessidra. Sosta su fix con cordino.
8° tiro: si sale il pilastrino a sinistra della sosta fino ad una terrazza dove si sosta sulla sinistra. 30 m, 4a; un fix, un cordone su masso incastrato. Sosta su due fix.
9° tiro: salire per il diedro, spostarsi a destra e traversare, salendo poi alla sosta. 30 m, 4a, due fix. Sosta su due fix con cordone.
10° tiro: salire la facile paretina a sinistra della sosta (o aggirarla a sinistra) e proseguire per cengia verso sinistra fino ad uscire dalla parete. 70 m circa; II, I. Se non volete fare qualche metro in conserva, allestite una sosta intermedia.

Discesa: seguire il sentiero verso destra puntando al rifugio dove giunge la funivia del Lagazuoi. Prima di raggiungerlo, prendere a destra il sentiero dei Kaiserjaeger (indicazione) che si segue fino al parcheggio.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 26 agosto 2025

Valerio Giordano

Michele sul 1° tiro.
Sul 4° tiro.
Sul 5° tiro.
Michele sul 7° tiro.
Tracciati della Valerio Giordano (arancio) e delle Vonbank,
Orizzonti di gloria, Alice.
Piccolo Lagazuoi (Gruppo di Fanis)
Parete SE

Accesso: da passo Falzarego, al parcheggio della funivia del Lagazuoi, si segue il sentiero che risale la pista da sci per prendere poco dopo a sinistra il sentiero dei Kaiserjaeger (indicazione). Lo si segue fino ad un grosso masso in corrispondenza dell'evidente ghiaione erboso di foggia triangolare che marca la base della via, alla sinistra della parete, ben visibile dal parcheggio. Qui si lascia il sentiero per salire alla parete, dove si trova la trincea e due gallerie (visitabili) della postazione austriaca Vonbank. La via parte tra le due gallerie, appena a destra della Vonbank (evidentissima targa metallica con nome). Mezz'oretta circa.
All'attacco si può anche giungere parcheggiando nei pressi del Forte Tre Sassi e prendendo il sentiero dei Kaiserjaeger fino a che questo non inizia a salire a tornanti, più o meno all'altezza della base della parete. Lo si lascia traversando a destra per traccia giungendo in breve all'attacco.

Relazione: via recente (del 2023) che risale la parete a destra della via Vonbank su muri verticali di ottima roccia e difficoltà contenute, regalando un'arrampicata di soddisfazione. La via si muove quasi sempre intorno al 4c/5a, con chiodatura un po' distanziata, e qualche passo intorno al 5c/6a, ottimamente protetto a fix. Friend non strettamente necessari, ma ovviamente valutate voi in base alla vostra confidenza. A mio modesto parere, i gradi indicati nella relazione degli apritori sono un po' strettini, e li ho ritoccati nel seguito (ma la mia forma in questo periodo è peggiore del solito). Passi obbligati di 6a. Tutte le soste sono su due fix con catena ed anello.

1° tiro: superare il muretto iniziale, portarsi verso destra e continuare in verticale. 40 m, 5c (uno/due passi); sei fix, un chiodo, un cordone (marcio) in clessidra.
2° tiro: salire in verticale per il muretto e uscire sulla destra alla sosta. 20 m, 6a (un passo), tre fix.
3° tiro: ancora in verticale lungo il muro fino alla sosta. 40 m, 5b, cinque fix (uno con cordone).
4° tiro: spostarsi a destra, salire un vago e breve diedrino e continuare per facili rocce fino alla sosta. 25 m, 6a (un passo); quattro fix, un chiodo.
5° tiro: salire il muretto fino alla sosta su cengia. 45 m, 6a+ (un passo facilmente azzerabile o aggirabile al primo fix, poi 5a),  sette fix. Tiro molto bello e divertente.
6° tiro: spostarsi a destra e salire l'evidente spigolo fino alla sosta. 40 m, 4a, cinque fix.
7° tiro: proseguire brevemente e salire il corto diedro, uscendo dalla parete. 20 m, 4c, un fix. Sosta su fix con anello.

Discesa: si segue il sentiero dei Kaiserjaeger in discesa fino al punto di partenza.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 24 agosto 2025

Molino del torchio

Selezione di salumi
Gnocchi con salsiccia e funghi
Coscia d'anatra arrosto
Torta al cioccolato

Via Molino del torchio 17
Cuasso al Monte (VA)

Siamo sulla strada che da Varese reca a Porto Ceresio; poco prima di giungervi si svolta a sinistra e si segue uno sterrato che in breve conduce al vecchio mulino di più di un secolo fa, ora trasformato in ristorante con possibilità di alloggio. L'interno conserva la struttura e gli arredi in stile tradizionale, con tavoli ben distanziati, e la cucina è di impronta lombarda, con attenzione all'origine delle materie prime utilizzate.

Il menù propone quattro-cinque proposte per ogni portata, ma una volta tanto mi oriento per il menù degustazione, decisamente conveniente e che propone una scelta tra due proposte per piatto. Un delicato antipasto di salumi misti locali apre la cena, accompagnato da verdurine in agrodolce e un paté di vitello: piatto senza troppi fronzoli, come tutti quelli proposti, ma ricco di sostanza.
La scelta sui primi cade tra dei ravioli farciti di toma di capra e gli gnocchi con salsiccia e funghi, che scelgo senza esitazione. Posso solo dire che l'unica nota un po' stonata è la foggia del piatto, poco invitante per i miei gusti, mentre quello che ci sta dentro si amalgama perfettamente!
E siamo così ai secondi, dove fa capolino un filetto di pesce persico contro una coscia d'anatra arrosto con patata duchessa. Tocca così mettere da parte il mio amore per i pesci di lago e gustarmi una generosa coscia d'anatra, che raramente ho occasione di assaggiare, insieme ad un'altrettanto - per me - inusuale patata duchessa (ma chi ricordava che erano così buone?).

Tra i dolci mi oriento, ormai senza fantasia, tra sorbetti, bavaresi e torte, pescando una canonica torta al cioccolato, che non delude mai.

La lista dei vini ha tra l'altro una buona selezione di etichette lombarde, incluse alcune bottiglie della provincia di Varese, non tra le più rinomate per quanto riguarda il vino (mi perdonino gli autoctoni). Mi lascio così tentare da un Sebuino (uvaggio di Croatina, Merlot, Barbera e Vespolina) della Cascina Piano, che soddisfa la mia richiesta di non assaggiare il solito vino che affoga nel legno piccolo, ma resta un po' scarico rispetto alle pietanze.

La prossima volta non resta che assaggiare il menù alla carta!

Il conto: 150 € per:
3 antipasti
3 primi
3 secondi
3 dessert
3 caffè
1 bottiglia di acqua
1 bottiglia di vino (20 €)

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi maggio-luglio 2025

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2218
delle 8:02 nei trimestri maggio-luglio dal 2015 al 2025.
Fig. 2: Ritardi nel bimestre in esame per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: Come in Fig. 1 ma per il treno 2275 (17:40).
Fig. 4: Come in Fig. 2 ma per il treno 2275 (17:40).

La notizia del trimestre ci dice - chi l'avrebbe mai detto? - che le richieste di rimborso per i ritardi di Trenord sono drasticamente diminuite a seguito dell'introduzione del nuovo criterio, senza che ciò corrisponda ad un aumento della puntualità. Da antologia poi la risposta di Lucente (assessore ai trasporti) riportata, che dà la colpa all'ignoranza dei viaggiatori: "Quando la gente capirà che deve fare la richiesta, i numeri aumenteranno"! L'unico commento che mi sento di fare lo prendo a prestito da quelli presenti sotto l'articolo: "Terzo mandato subito per fontana!!!!!!"

Andiamo ora a vedere il dettaglio della linea di nostro interesse, iniziando dal treno 2218: puntualità all'8% e al 68% entro 5' di ritardo; massimo ritardo di 33' il giorno 8/5 per ritardo del treno precedente. L'andamento della curva cumulativa (Fig. 1) conferma quanto registrato nell'ultimo bimestre, ovvero un miglioramento rispetto agli anni precedenti (curve rosse). I dati sintetici sono riportati in Fig. 2 in funzione dell'anno: dopo i valori decisamente impresentabili degli anni 2022-23, si comincia a vedere un miglioramento, con la media di poco superiore ai 5' ed il nono decile sotto i 10 (non si vedeva dal 2020!). Quando anche la curva blu scenderà sotto i 5' potremo finalmente dire di avere un servizio puntuale. Aspettiamo fiduciosi... ma neanche troppo.

Passiamo ora al 2275: puntualità al 31% e al 69% entro 5'; massimo ritardo di 33', verificatosi ben tre volte (6, 12 e 19 maggio) per treno cancellato oppure fermato a Verdello per eccessivo ritardo e conseguente arrivo a Bergamo con il successivo 2237. Non è una novità: fino a circa 10' di ritardo il comportamento non è così diverso da quello del 2218; oltre ciò, i ritardi aumentano spaventosamente. Questi dati si vedono anche in Fig. 4, dove media e mediana sono anche migliori del 2218, ma il dato al 90% continua ad essere inaccettabile... anche con i nuovi, ridicoli, standard di valutazione!

Ed eccoci al capitolo delle giustificazioni: su sedici segnalazioni per ritardi sopra i 10', quattro sono relative a guasti o lavori alla linea, una allo sciopero del 23/5, il resto sono affari di Trenord: sei per guasti al treno o altre non meglio precisate esigenze tecniche, cinque per ritardo di altri treni.

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita spesso Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.

sabato 23 agosto 2025

En coulisse

Michele sul 1° tiro
(non chiedetemi perché la parte centrale è sfocata).
...e qui sul 4°.
Sul 5° tiro.
Tracciato della via.
Piramide del Col dei Bos
Parete SE

Accesso: Da Cortina d'Ampezzo si sale in direzione del passo Falzarego fino all'altezza del ristorante Strobel sulla destra (o del rif. Col Gallina sulla sinistra), dove si parcheggia. Si prende il sentiero che parte in fondo al piazzale del ristorante, che sale e si immette in una mulattiera pianeggiante da seguire verso destra fino a giungere sul piazzale del vecchio ospedale militare della Grande Guerra. Si lascia a sinistra la ben evidente Torre grande di Falzarego dove sale la via Dibona e si prosegue in piano per il percorso che conduce all'attacco della ferrata (segnalato, ma ben evidente per la fila di persone che la affollano). Si continua brevemente oltre detto attacco, superando quello dello Spigolo Alpini e raggiungendo il punto più basso della parete, dove attacca la via. Fix evidente. A sinistra corre un'altra linea a fix.

Relazione: En coulisse dovrebbe stare per "in sordina", "dietro le quinte", e testimonia quantomeno della modestia degli apritori che scovano questa linea nel 1997, tra l'assai frequentato Spigolo Alpini e le vie più lunghe del Col dei Bos. L'arrampicata è discontinua ma non priva di tratti interessanti, e si adatta bene per i giorni dove non si ha molto tempo a disposizione. La chiodatura è mista a fix e qualche chiodo, ottima nei passi più impegnativi, distanziata nei tratti facili: friend non strettamente necessari, ma tutto dipende dalla confidenza personale. Roccia ottima.

1° tiro: salire il pilastrino e sostare sulla cima. 20 m, 4c, quattro fix. Sosta su un fix.
2° tiro: salire per il muretto sopra la sosta e proseguire per rocce più facili fino alla sosta. 40 m; 4c, IV; due fix. Sosta su fix e chiodo.
3° tiro: proseguire in verticale fino ad una sella nei pressi della quale si trova la sosta. 35 m, III. Sosta su due chiodi.
4° tiro: attraversare a destra superando un canalino e continuare per facile placca appoggiata fino alla sosta. 45 m, III; un fix, un cordone in clessidra. Sosta su fix e cordone in clessidra con maglia-rapida. Il tiro può essere spezzato in due sostando sul fix.
5° tiro: salire la parete fessurata di sinistra e continuare per un vago diedro fino alla sosta sotto una paretina. 35 m; IV, III; un fix. Sosta su un fix.
6° tiro: superare il muretto salendo verso destra e continuare fino a raggiungere la sosta. 25 m; 4c, IV; tre fix, un cordone in clessidra. Sosta su fix e cordone in clessidra.
7° tiro: salire lungo lo spigolo a destra e continuare lungo una terrazza fino ad una paretina dove si sosta. 50 m; IV, IV+, II; due anelli cementati, due cordoni in clessidra. Sosta su anello cementato.
8° tiro: risalire la paretina e spostarsi a sinistra fino alla sosta sulla parete. 20 m; II, I. Sosta su due fix.
9° tiro: la via (in comune con lo Spigolo Alpini) prosegue a sinistra, seguendo gli anelli cementati. Noi abbiamo invece seguito una variante lungo il canale di destra, salendolo fino ad un masso che lo chiude. Se le corde lo consentono, salire a sinistra appena prima del masso e sostare. 55 m, III. Sosta su anello cementato (o su spuntone).
10° tiro: spostarsi a sinistra e salire un corto muretto con prese un po' unte. Continuare per facili rocce fino alla sommità. 30 m; IV-, III; un anello cementato. Sosta da attrezzare sul cavo metallico della ferrata.

Discesa: seguire la ferrata e scendere alla sella che separa la Piramide dal Col dei Bos. Qui prendere un canalino a sinistra (verso il passo Falzarego) e scendere per rocce facili e tratti friabili (è possibile calarsi in corda doppia sfruttando gli ancoraggi presenti) fino a ricongiungersi con il sentiero che porta al Col dei Bos. Seguirlo verso sinistra per ritornare al sentiero di accesso nei pressi del vecchio ospedale militare.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 25 luglio 2025

Dibona

Teo alla partenza del 2° tiro.
Ancora lui sul 4° tiro.
Sul 5° tiro.
Sul 7° tiro.
Tracciato della via (la foto della parete è
presa da Google Earth).
Torre Innerkofler (Gruppo del Sassolungo)
Parete SE

Accesso: parcheggiare a Passo Sella e scendere verso la val Gardena (qualche sporadico parcheggio), tenendo una scorciatoia sulla sinistra che conduce verso il rif. Valentini (possibilità di parcheggio a pagamento). Continuare lungo la strada sterrata (sbarra), puntando alla stazione di arrivo della seggiovia. Per via di uno sterrato a destra e una traccia si raggiunge l'evidente crinale, che si segue verso sinistra, superando la Punta Grohmann dove sale la via Dimai e giungendo in vista della parete E della Torre Innerkofler, alla cui base si nota un evidente avancorpo grigiastro. Salire il canale tra l'avancorpo e la Torre vera e propria, superando diversi salti rocciosi e qualche residuo nevoso, fino ad identificare due chiodi con cordino rosso a poca distanza l'uno dall'altro. Un'ora e mezza circa.

Relazione: via che supera la parete della Torre con un percorso piacevole e mai difficile, dove spiccano un divertente terzo tiro in traverso in camino e una bella fessura nel settimo, scovato dall'intuito del grande Angelo Dibona con Luigi Rizzi, accompagnati dai due fratelli Mayer, il 6 agosto 1910 (sulla guida CAI-TCI del Sassolungo di Ivo Rabanser del 2001 si dice per errore 1911). La roccia è discreta nei primi due tiri per poi migliorare sensibilmente (ma ovviamente serve sempre un po' d'attenzione), e la chiodatura è abbastanza essenziale: utile qualche friend per integrare i passi più delicati. L'avvicinamento, la salita fino alla vetta e la lunga discesa la rendono comunque una salita remunerativa, da affrontare solo con buone condizioni meteorologiche.

1° tiro: Salire la fessura obliqua verso destra in corrispondenza del chiodo più a monte, uscirne su una rampa e salire ancora verso destra fino a quando è possibile piegare a sinistra facilmente. Puntare ad un muro giallo, alla cui base di trova la sosta. 45 m; IV, III; una sosta intermedia (due chiodi con cordino e maglia-rapida) vicino ad un cordino in clessidra (un po' fuori via; allungare la protezione). Sosta su due chiodi (uno a pressione) con cordino e maglia-rapida.
2° tiro: Superare la lama appena a sinistra della sosta e salire per placca fino alla sosta. 20 m, IV. Sosta su due chiodi.
3° tiro: Salire appena a sinistra della sosta, traversare a destra per una lama ed entrare in un camino. Salire brevemente e atttraversarlo uscendo in corrispondenza di una terrazza. Alzarsi per pochi metri fino a identificare la sosta sulla roccia giallastra a sinistra. 30 m; IV, IV-, III, II; due chiodi, un cordone su masso incastrato. Sosta su due chiodi.
4° tiro: Traversare a sinistra e continuare in obliquo lungo una rampa fino a giungere alla base di un camino nascosto, dove si trova la sosta. 35 m; IV+, IV, III; due clessidre con cordone. Sosta su due chiodi con cordone.
5° tiro: Salire in verticale ed imboccare il canale/camino sulla sinistra, che si segue fino alla sosta sulla sinistra. 35 m; IV, III+, IV; due  chiodi, un cordone in clessidra. Sosta su chiodo con anello e cordone in clessidra.
6° tiro: Continuare lungo il canale/camino fino a raggiungere una forcella, dove si sosta sulla destra. 55 m; IV-, IV+; due chiodi, due clessidre con cordone.  Sosta su due chiodi con cordone.
7° tiro: Portarsi dal lato opposto della forcella e salire a sinistra dell'evidente fessura per pochi metri, fino a quando è possibile traversare a destra, superando la fessura per salire alla sua destra, sfruttando una seconda fessura meno marcata. In alto si ritorna a sinistra per gli ultimi metri. 25 m; IV (un passo di IV+); un cordone in clessidra, due chiodi. Sosta su cordone su spuntone.
8° tiro: Abbassarsi sul canale di destra e salire tenendo inizialmente la destra e spostandosi poi più a sinistra, fino a raggiungere una forcella dove si sosta. 40 m; III, IV, III, IV; un chiodo con cordone. Sosta su due chiodi.
9° tiro: Salire sopra la sosta e spostarsi a destra per entrare in un canale. Seguirlo fino a quando questo si chiude e sostare sulla sinistra (ometto poco visibile). 50 m; IV-, III. Sosta da attrezzare su spuntone.
10° tiro: Alzarsi sopra la sosta e proseguire in obliquo fino a quando è possibile passare sul versante opposto. Abbassarsi qualche metro e attrezzare una sosta su spuntone. 30 m, III.

Per raggiungere la vetta ed il percorso di discesa bisogna abbassarsi qualche metro fino ad una forcella. Salire sul muretto opposto e ridiscendere dall'altro lato ad una seconda forcella. Proseguire fino a quando è possibile salire a sinistra lungo facili risalti rocciosi. Raggiunto un muro giallo, traversare a sinistra seguendo qualche ometto per circa una decina di metri e salire in verticale fino a raggiungere il filo di cresta che dà su un ampio canale. NON scendere verso il canale, ma affrontare un breve passaggio (III+), per proseguire lungo il filo di cresta fino ad una forcellina. Spostarsi pochi metri a sinistra e guadagnare un'altra forcella, da dove ci si abbassa per entrare nel canale, che si risale seguendo tracce di passaggio e qualche ometto fino alla vetta. 300 m circa di sviluppo.

Discesa: Lunga e non banale se le condizioni meteo non sono buone. Dalla vetta ritornare sui propri passi (sud) fino all'ampia terrazza. Qui piegare a sud-est (destra; direzione Pozza di Fassa) e abbassarsi seguendo i vari ometti di roccia e qualche bollo rosso. In corrispondenza di uno sperone si trova la prima sosta di calata (spuntone + cordino + chiodo). Scendere per 25 metri.
Continuare tendendo verso destra (viso a valle - numerosi ometti) e doppiare uno spigolino, oltre il quale si trova un'evidente sosta di calata (chiodi e clessidra), pochi metri a destra della quale ve n'è una seconda su fittoni resinati). Scendere per 25 metri.
Dal termine della calata bisogna risalire una rampa verso destra (viso a valle) che conduce ad un bollo ben evidente dalla sosta di calata. Noi abbiamo invece seguito la linea di soste di calata ben evidenti (che dovrebbero appartenere a L'apparizione - grazie a Matteo per la segnalazione): se seguite questa soluzione, bisogna scendere con tre calate tra i 20 e 30 metri su chiodi e/o clessidre con cordoni, fino a raggiungere una sosta con fix e cordoni con maglia-rapida. Da qui, calarsi per poco meno di 60 metri.
Guadagnata una sosta con cordini, chiodo, e maglia-rapida su spuntone, scendere per 55 metri fino ad arrivare nel canale tra la Torre ed il Dente. Non resta che scendere a sinistra lungo il canale e ritrovare il sentiero di avvicinamento che riporta a passo Sella. Tre ore circa.

Lo schizzo sulla guida [3].

Piccola nota bibliografica

La salita di Dibona e Rizzi è menzionata per la prima volta nel notiziario (Mitteilungen) del DOEAV del 1911 [1], a cura di Max Mayer, ed è ripetuta dal fratello Guido, che partecipò all'ascensione, all'interno di una lunga monografia di quasi 70 pagine sul Sassolungo pubblicata nell'Annuario (Zeitschrift) del DOEAV del 1913 [2]. Se parliamo di guide alpinistiche, la prima menzione che sono riuscito a reperire si trova nel terzo volume della guida delle Dolomiti di Julius Gallhuber (da cui fu estratta la parte relativa al Catinaccio, tradotta e pubblicata meritoriamente dal CAI Bergamo intorno al 1929-30) [3]. Ecco la relazione (traduzione mia molto approssimativa):

Per la parete sud-est e lo spigolo sud-est. (via senza ghiaccio, ma con un punto estremamente difficile)
Attraverso i prati fino all'inizio della gola che si estende da sud verso la forcella Grohmann
[nota: è la sella tra la punta Grohmann e la Torre Innerkofler], divisa in basso da uno sperone. Nel primo ramo, salire brevemente fino a quando la parete orientale si dissolve leggermente in ghiaioni. Ora attraverso una fessura stretta, che diventa più profonda in alto, con due gradini (aperti verso la forcella) e per una spaccatura verso sud per 30 m, fino ad un alto camino con gradoni. Dopo 150 m di salita fino ad una forcella e 30 m molto difficili, per fessura o per placca alla sua destra, si sale verso nord fino a una cresta. Da qui a destra in un camino simile a una gola e attraverso questo, un po' frammentato, verso lo spigolo SE e per ripidi gradoni fino alla cima, 3 ore.

Per una guida italiana della zona del Sassolungo bisogna aspettare il 1944, con il volume della Guida dei Monti d'Italia di Tanesini [4]. In esso, la Torre è chiamata col toponino italiano Punta Pian de Sass. L'itinerario è definito il migliore della montagna, di III+ con un passaggio di IV+, da farsi in cinque ore.

[1] Mitteilungen des Deutschen und Osterreichichen Alpenvereins n. 18, 1911, p. 215
[2] Zeitschrift des Deutschen und Osterreichichen Alpenvereins 1913, p. 295
[3] Julius Gallhuber, Dolomiten, Vol. 3, Vienna, 1928, p. 159
[4] Arturo Tanesini, Sassolungo Catinaccio Latemar, CAI-TCI, Milano, 1944, pp. 209-210

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 6 luglio 2025

L'ora di lezione - per un'erotica dell'insegnamento

di Massimo Recalcati
Einaudi, Torino, 2024 (1a ed. 2014)
Non è in questo che consiste, in ultima istanza, la posta in gioco di tutta la partita dell'insegnamento? La Scuola non dovrebbe avere questo come suo proprio compito? Rendere il sapere un oggetto in grado di muovere il desiderio, un oggetto erotizzato capace di funzionare come causa del desiderio, in grado di spostare, attirare verso, mettere in movimento l'allievo. Non è questa la funzione [...] che dobbiamo riconoscere a un sapere che si rivela erotico, cioè capace di mobilitare il desiderio di sapere?

Tutti noi (o almeno, i più fortunati) abbiamo incontrato un docente che ha cambiato, se non la nostra vita, almeno la nostra relazione con il sapere, che ha dato un senso alle ore passate in classe, stimolando non solo l'apprendimento di concetti, ma la passione stessa per l'apprendimento e lo sviluppo di un metodo critico da seguire nella propria ricerca personale. Forse il più fortunato dei numerosi saggi di Recalcati, L'ora di lezione è un omaggio a questi docenti.

Il libro è diviso in quattro parti, iniziando da un'introduzione alle diverse "scuole" che si sono susseguite nei decenni, da quella frequentata dai "diversamente giovani" di oggi, frutto di alleanza tra insegnanti e genitori, gerarchica ed autoritaria, alla scuola di oggi, post-contestazione, dove l'alleanza si stabilisce invece tra genitori e figli (pp. 25-27):

I genitori si alleano con i figli e lasciano gli insegnanti nella più totale solitudine [...] a supplire alla funzione latitante del genitore, cioè a fare il genitore degli allievi.
La nuova alleanza tra genitori e figli disattiva ogni funzione educativa da parte dei genitori che si sentono più impegnati ad abbattere gli ostacoli che mettono alla prova i loro figli per garantire loro un successo nella vita
[che non ad educarli...]. I figli si confondono con i padri, [...] le ore di lezione sono dedicate a rincorrere un silenzio e un'attenzione che sembrano impossibili da raggiungere, gli esami all'università non possono superare un certo numero di pagine, i voti considerati ingiusti dai figli mobilitano le proteste accorate dei genitori, [...] la parola [...] viene sopraffatta da una cultura delle immagini, che tende a favorire un'acquisizione passiva e senza sforzo. [nota mia: opinabile]

La soluzione, o per meglio dire l'auspicio, di Recalcati è una scuola che faccia da sintesi alle prime due, dove l'autorità dell'insegnante si costruisca "dalla testimonianza della forza della parola" (p. 35) che vivifica il sapere. Il resto del libro è dedicato alla disamina di questo concetto secondo due direttrici strettamente legate: la prima indica il sapere non come semplice trasferimento di nozioni dal maestro all'allievo, ma come fine di un percorso di ricerca individuale che il maestro deve saper indicare (la "mancanza" del sapere che causa il desiderio) (p. 43):

L'apprendimento non avviene per travaso passivo da un bicchiere più pieno a uno più vuoto, perché il modello sul quale si fonda non è mai quello di un vuoto da riempire - le teste vuote degli allievi dentro le quali si deve versare il cemento del sapere - quanto di un vuoto da aprire.

Il secondo concetto è quello del sottotitolo: l'insegnamento non è indottrinamento, non è clonazione di discepoli, non è ascolto passivo di "verità", ma il generatore di una ricerca personale. L'insegnamento deve generare amore per il sapere, e l'insegnante è il testimone di questo desiderio (p. 47):

Un insegnamento degno di questo nome non inquadra, non uniforma, non produce scolari, ma sa animare il desiderio di sapere. Per questa ragione ogni insegnamento che sia tale muove l'amore, è profondamente erotico, è in grado di generare quel trasporto in cui consiste in ultima istanza il fenomeno che in psicanalisi chiamiamo ‭«transfert». Non c'è trasmissione del sapere che possa avvenire senza passare dal transfert. [...] Solo che il maestro è colui che sa dislocare il transfert amoroso mobilitato dall'allievo dalla sua persona all'oggetto del sapere. Egli è amato in quanto ama il sapere [...].

Già da questi termini si intravede poi un'interessante analogia che percorre tutto il volume, ovvero quella tra insegnamento e psicanalisi. Come il maestro, anche l'analista deve dislocare il transfert, deve permettere al soggetto di trovare la propria strada, anche se talvolta l'autore si lascia trascinare dal gergo e dall'influenza di Lacan (p. 68): La pulsione sembra rifiutare l'obbligo della separazione introdotto dalla Legge della castrazione per mantenersi aderente alla Cosa materna e ai suoi surrogati incestuosi, per rimarcare che la scuola separa dalla famiglia, generando sì un trauma, ma per aprire nuovi mondi.

La seconda parte del libro focalizza (non senza qualche ripetizione) questi concetti sulla Scuola, le sue funzioni e motivazioni. Infatti, se l'allievo deve trovare la sua strada, a che serve il maestro, in fin dei conti? Attenzione: non bisogna farsi ingannare dal mito ipermoderno dell'autogenerazione di sé stesso (p. 63), e riconoscere il debito che abbiamo con i nostri maestri, evitando l'uccisione del padre (simbolico), che funziona in psicanalisi ma non nell'insegnamento: il motore del nostro interesse al sapere si origina sempre dal sapere ricevuto da altri. Ed è proprio come forma di resistenza a questo mito (l'Autodidatta de La nausea citato nel libro, ma anche Frank Drummer di Spoon River, il matto di De André) e all'iperedonismo acefalo che governa la nostra società (p. 68) che si configura la Scuola, che agisce quindi in controtendenza rispetto alle pulsioni che feticizzano "alcool, droga, psicofarmaci [vabbè...], l'immagine del proprio corpo, oggetti estetici e tecnologici" (p. 69). A tutto ciò si oppone un piacere diverso, meno immediato ma più duraturo: lettura, scrittura, la cultura nelle sue diverse forme. Tutto largamente condivisibile, a parte qualche nota retorica e un approccio che evita volutamente di scendere nel concreto, con forse qua e là un tono un po' troppo negativo verso la tecnologia, cui sembra negata qualunque possibilità di integrazione nell'insegnamento, che deve avvenire sempre e solo attraverso la Legge della parola.

Dopo aver toccato la relazione tra insegnamento e vincoli dell'istituzione scolastica, stile del docente ed esperienza (nota a tutti) di "parlare ai muri", così come quella del dono (la trasmissione implica sempre la dimensione del dono; p. 114) e del mistero dell'apprendimento, il libro si chiude con un ricordo personale, dove l'autore ripercorre le sue difficoltà scolastiche e l'incontro salvifico con una professoressa. Ecco, questa è la cifra principale del volumetto: non una disamina di come nascano questi insegnanti "speciali", quasi psicoterapeuti, di come tutto questo si possa/debba inserire in un'ora di lezione, particolarmente nelle assai eterogenee scuole superiori, ma piuttosto un sentito grazie a tutti questi docenti, che faccio mio (grazie Emilio e Armanda in primis) ed estendo per assurdo anche agli "altri", a quelli che stavano in classe con meno voglia di noi studenti, che trasmettevano noia e frustrazione, per avermi spinto a cercare nei libri quello che non potevo/volevo sentire in classe.

venerdì 13 giugno 2025

Il pilastro Micheluzzi della Marmolada - 3: gli altri

Per finire questa ricognizione, dopo le parti dedicate a Tita Piaz e a Walter Stosser, non resta che raccogliere qualche informazione su alcuni tra i restanti personaggi di questa vicenda. Ovviamente non su Micheluzzi e Piaz, su cui molto è già stato scritto, e nemmeno su Stosser, per cui vale più o meno altrettanto. Peraltro, non sono nemmeno riuscito a raccogliere informazioni sui suoi compagni di cordata, Schütt e Kast, colpa certamente anche della mia ignoranza del tedesco (e non solo di quello). Restano tre persone:

Roberto Perathoner (?, 14-12-1937)

Non ho trovato molte informazioni su di lui. Compare nell'elenco delle guide della Val di Fassa ed è menzionato diverse volte in operazioni di salvataggio di alpinisti in difficoltà. Un brevissimo ritratto si trova in Alpinismo goliardico 1936 di Vittorio Cesa De Marchi [1], dove si legge (p. 409):

Al « Vajolet » viveva accanto a noi anche un altro bel tipo — montanaro ed intrepido scalatore di crode della Val di Fassa — nonchè guida patentata del C. A. I.: Roberto Perathoner — giovane strano, irrequieto e chiassoso al cento per cento durante le ore di sosta, quanto audace impetuoso e deciso sul terreno della lotta, lungo pareti, spigoli e fessure. Anch'egli è cresciuto alla scuola del grande maestro fassano [ovvero Tita Piaz] e, per quanto di carattere diverso, un poco gli assomiglia.

Non ho trovato tracce di altre sue prime salite oltre a quella in questione, durante la quale (cito dal libro di Dante Colli [2]) Roberto si fa carico di portarsi sotto il tetto e di far passare la corda nel foro, passando in testa alla cordata per i camini successivi e cedendo di nuovo l'onere/onore di capocordata a Micheluzzi nella parte finale. In occasione della fallita ripetizione con Glück e Tutino Steel, citata nella parte 1, pare che Perathoner sia stato perculato da Micheluzzi, che condusse il complesso recupero [3]. Ci sta, ma fino ad un certo punto: la cordata si bloccò perché il foro era ostruito, non per mancanza di capacità! Anche Castiglioni e De Tassis [4] si ritrovarono nelle stesse condizioni, e patirono non poco per incidere i gradini e forare il vetrato, per non parlare di Kasparek [5] e Buhl [6].

L'articolo su Lo Scarpone [5].

Purtroppo, le uniche altre menzioni sono relative all'incidente che gli sarà fatale: ne Lo Scarpone del 1937 [7] si legge

Gruppo di sciatori decimato da una valanga al Sasso Beccè
Al momento di impaginare il giornale ci è giunta la notizia della grave sciagura avvenuta l'altro ieri in val di Fassa, lungo le pendici del Sasso Beccé. Una comitiva di 21 allievi maestri di sci, sotto la guida di Giovanni Steger, stava compiendo un'escursione a sud del Passo del Pordoi, dirigendosi in località Belvedere, quando verso le 14,30 venne travolta da un'immane slavina lunga oltre 150 metri
[...]
Fra gli scomparsi la figura più nòta è Roberto Peratoner, guida di Canazei. Egli infatti aveva compiuto ascensioni di grado superiore nei gruppi del Sella, del Catinaccio e del Pordoi, che conosceva, si può dire, in ogni anfratto. La sua impresa più importante, che lo pose fra i più forti alpinisti italiani, è quella del settembre 1929 allorché, insieme a Luigi Micheluzzi e a Cristomanno, aprì una nuova via sulla Marmolada e cioè sullo spigolo sud, una delle classiche vie di sesto grado nelle Dolomiti.

Sempre ne Lo Scarpone del 1938 [8] si può leggere un resoconto più dettagliato degli eventi, che costarono la vita a ben otto persone: la valanga non era di grandissime dimensioni, tanto che gli sciatori non se ne preoccuparono, ma scendendo trascinò con sé diversi macigni che furono la causa principale delle morti. Che sfiga!

Demeter Walther Christomannos (1903, 1977?)

Christomannos con Olga Signorini (da qui).

Figlio di Theodor Christomannos, il famoso antesignano del turismo dolomitico nonché ideatore della Strada delle Dolomiti, Demetrio lascia ancora meno tracce di sé di Roberto. Il suo anno di nascita si trova qui. Sulle riviste di montagna non compare più, ed è lecito pensare che dopo un simile exploit abbia appeso gli scarponi al chiodo. Il nome è presente in una lista di maestri di sci [9] e, stando a [3], fu sciatore agonista, partecipò al principio della spedizione Nobile al Polo Nord ritirandosi subito (ed infatti di lui non vi è traccia nei relativi documenti), e aderì al fascismo diventando responsabile del settore Pusteria. Conclude Magalotti: chiuse la sua esistenza terrena alla fine degli anni Settanta in un paese della collina pistoiese.

Al riguardo, è interessante segnalare una notevole coincidenza: In questo resoconto di eventi della Seconda guerra mondiale nella linea gotica compare un capitano tedesco:

Victor Demetrio Christomannos era di origine greca, ma proveniva dal Lago di Carezza in Alto Adige e faceva parte degli Alpini tedeschi; nel ’38 prese la doppia cittadinanza e unì al suo nome anche Hermann. Nonostante fosse un ufficiale tedesco fu molto amato dagli abitanti di Collina, perché riuscì con il suo operato a proteggere e salvaguardare il paese. Uomo di cultura, parlava cinque lingue, era laureato in economia. Aveva partecipato in gioventù alla spedizione di Nobile al Polo Nord.

Incaricato di sovrintendere ai lavori per la Linea Gotica, Demetrio conosce Olga Signorini, proprietaria di un albergo in zona, e diserta l'esercito tedesco per restare con lei. Sarebbero poi mancati entrambi nel 1977. Molti dati coincidono e fanno pensare che si tratti della stessa persona (purtroppo, una email inviata al riguardo al sito in questione è ancora in attesa di una risposta). Certo, è bello pensare che l'amore per l'Italia di Demetrio lo abbia portato dalla parete della Marmolada al ripudio dell'esercito tedesco (e sperabilmente delle deliranti idee che aveva abbracciato in gioventù).

Hulda Jane Tutino Steel (?, ?)

Anche in questo case le informazioni non sono numerose. In questo link alla biografia di Paula Wisinger la si definisce "milionaria", citando [10]. Inglese, ma sconosciuta agli annuari dell'Alpine Club (anche di quello americano), afferisce alla sezione CAI di Bolzano e lega la sua attività alpinistica alle Dolomiti, in compagnia di Piaz, Comici, del Torso, Gluck, e altri. Sulla Rivista Mensile del 1935 [11] c'è un ritratto un po' irridente di Giordano Bruno Fabian:

Mi voltai e ravvisai nel veloce centauro il caro amico Comici, mio maestro e compagno di tante avventure alpine. Portava dietro al suo sellino qualche cosa di non ben definito ma che, dall'aspetto, sembrava una persona non troppo in confidenza con un tale mezzo di locomozione.
Era infatti una donna, e che donna! Nientemeno che la celebre arrampicatrice J. H. Tutino Steel, nome di vasta risonanza nell'ambiente alpinistico, anche perché pareva che gli incidenti avessero una particolare predilezione per questa simpatica signora, ed in segno di questo sviscerato affetto sovente la mandavano a riposare, per un po' di tempo, in qualche luogo di cura.
Presentazioni. M'informai subito, naturalmente, dello stato della sua salute.
Mi rispose in un italiano masticato come lo masticano gli inglesi quando parlano l'italiano: « Non c'è male, grazie. Sono uscita sessanta giorni fa dall'ospedale, dove ero ricoverata in seguito ad una caduta, ed ora mi sento un po' debole ma passerà ».
« I suoi progetti, signora? »
« Ma ho bisogno di un po' d'allenamento e di una forte reazione alla mia debolezza, vado perciò con Emilio a fare la Stoesser della Grande e poi si vedrà ».

Dopo il rientro, la cordata capitanata da Comici che include anche Jane Hulda tenta la salita alla Punta Frida ma deve ritirarsi per il maltempo. Riprova il 2 agosto 1934 senza Tutino Steel:

Riprendemmo la scalata il giorno 2 agosto con una variante nella comitiva. L'amico Pompei, un ragazzo che accomuna alla passione molte buone disposizioni a diventare un ottimo alpinista, sostituì l'amabile signora H. J. Tutino Steel che, per una diversità di vedute sul modo di scendere a corda doppia, sorta fra lei e Comici, rassegnò le sue dimissioni onde appoggiare energicamente la sua affermazione. Non la rividi più, ma seppi che esattamente sessanta giorni dopo essa rioccupava il suo posto all'ospedale in seguito ad un'ennesima sfortunata caduta.

Via Tutino-Lezuo al Sass Becè
(da [9])
Se il racconto di Fabian è velato da un po' di cattiveria, molto più simpatico è quello di Sandro del Torso [12]:

Una donna e un'impresa
Ci siamo incontrati in luglio dell'anno scorso al Pordoi, da Tita Piaz. La montagna è tutto per Jane Tutino Steel e, nel parlarne, il suo sguardo, a tratti assorto — forse nella visione di lontani paesi e vicende — s'illumina, scintilla e dalla sua persona spira energia, volontà. Sono racconti senza fine; poich'ella tutto sa e conosce delle Dolomiti tra cui ormai ha fissato dimora.
Ascoltiamo a lungo, poi Tita estrae l'orologio e lo depone sul tavolo: tre quarti d'ora... un'ora sono passati. L'antica allieva ammutolisce e sorride.
Arrampicavamo assieme per allenamento, studiando e combinando varianti alle vie note dei gruppi prospicienti il Passo.. Una sera, percorrendo il sentiero che fiancheggia il versante Sud-Est del Sass Beccé, nello scrutare la parete incombente scopro una nuova via alla vetta lungo la fessura che solca lo spigolo.
— Guardi — dico.
La luce radente aveva posto in rilievo ciò che ordinariamente sfuggiva all'occhio e la cosa appariva d'alto interesse.
— Una meraviglia! — risponde.
— Sarà per domattina — soggiungo.
Ma il giorno seguente piovve e l'indomani altri impegni mi richiamarono in Friuli.
Una settimana dopo mi raggiunge una laconica cartolina: « Ho fatto la fessura. Jane ».
Ritrovatici al Pordoi a fine agosto, mi narra come, all'insaputa di Piaz, preso con sè per compagno Emilio Lezuo, aveva compiuto la scalata, superando passaggi che, soggiungeva, era assai desiderosa sentire come sarebbero stati giudicati e, in contrasto con la sua abitudine, accennava a quelli con una parsimonia di parole sconcertante. Non ci voleva altro per destare, oltre la mia, la curiosità di Tita e una mattina, senza dire un bel nulla alla compagna, ci si trova noi due soli all'attacco di quella che ormai è la « Via Tutino; diretta al Sass Beccé, spigolo Sud-Est ».
Fin dagli approcci, Piaz aggrotta le ciglia. Un canalone marcio ci porta sotto un arduo strapiombo cui sovrasta un imponente masso triangolare. Dalla base di questo partono divaricando due fessure.
La Tutino doveva essere salita a sinistra; così appariva dall'unico chiodo di sicurezza ancora infisso, ma Tita non vuole persuadersi; giura che non è possibile; si butta verso la fessura di destra e la vince, da me trattenuto, con lavoro di tre chiodi ed un cordino. A mia volta proseguo, ma preferisco assaggiare l'altro percorso. In arrampicata delicatissima, d'estrema difficoltà, che avrebbe impegnato chiunque, raggiungo il compagno.
— Caro mio — gli dico — se quella donna è passata, c'è da farle tanto di cappello!
E il vecchio amico a spergiurare sempre: — È uno scherzo: non c'era che il chiodo del tentativo.
Mezza cordata più sopra, ci troviamo all'inizio d'un caminone, svasato in basso, schiacciato a metà, notevolmente strapiombante. Non si scorgono tracce.
— Vedi, ho ragione io — esclama Piaz.
— Avrà levato i chiodi Lezuo — gli dico — E poi sbagli: Jane m'ha detto d'averne lasciato infisso un altro solo dopo il camino.
Non ottengo risposta. Scuotendo il capo e brontolando. Tita batte un chiodo, poi un secondo, s'insinua nel camino che non era arrampicatile esternamente, fa una fatica d'inferno perchè la sua giacca alla cacciatora s'impiglia più volte nella strettoia, e guadagna l'uscita.
— Perdio, è vero! — sento gridare dall'alto.
Mi affretto lungo il passaggio durissimo e sbuco fuori. Nella parete giallastra sovrastante, solcata da un'incrinatura, l'ultimo chiodo della Tutino irrideva all'incredulità di Piaz.

NOTA TECNICA

SASS BECCÈ, m. 2535 (Dolomiti Occidentali - Pordoi) - Via diretta Tutino-Lezuo, sul versante Sud- Est, 23 luglio 1934-XII.
Attacco al limitare del pendio erboso. 20 m. circa a Sud della perpendicolare calata dalla fessura. Su per roccia marcia diagonalmente a destra fino a raggiungere lo strapiombo sormontato dal caratteristico blocco triangolare. Superare la fessura obliqua di sinistra (estrem. diff.: chiodo), indi raggiungere l'imbocco del grande camino schiacciato. Uno o due chiodi per lo strapiombo iniziale di questo: prosecuzione all'interno (straord. diff.) e uscita su comoda terrazza. Vincere la parete gialla sovrastante lungo la fessura che la solca (due chiodi; oltrem. diff.). Guadagnare l'orlo superiore in leggero strapiombo. Prosecuzione per roccia facile in vetta. (Ore 2,30 a 3 altezza m. 180 circa).

Terminiamo con un elenco di prime salite:

1928-8-14 - Piz Ciavazes, parete S, Via dei camini o Via Glück-Tutino, con Ferdinand Glück e Hans (Giovanni) Demetz [13]

1929-6-13 - Odla da Cisles, parete S, Camino del diavolo, con Ferdinand Glück e Moz Demetz [14]

1929-9-30 - Quarta Torre del Sella, parete O, Via Demetz-Glück, con Ferdinand Glück e Moz Demetz [15]

1931-7-23 - Seconda Torre del Sella, parete SO, con Ferdinand Glück [16]. In realtà i due seguirono praticamente lo stesso itinerario percorso da G. Delago e Moz Demetz il 25-9-1930 [17]

1931-? - Mésules da las Biesces, parete O, Via della Y, con Ferdinand Glück [18]

1934-7-20 - Torre gialla del Pordoi, parete NO, Con Sandro del Torso. Bepi Pellegrinon propone di chiamare il pinnacolo Guglia Sandro [19]

1934-7-23 - Sass Becé, parete E, Via Tutino-Lezuo, con Emilio Lezuo [12]

? - Sass Becé, spigolo S, variante alla via Piaz, con Sandro del Torso [20]

In questo sito è riportato un elenco che include diverse vie con Ettore Castiglioni nella zona della Croda di Toni negli anni 1941-42 che in realtà furono compiute da Saverio Tutino (che di Ettore era nipote) [21]. Si riporta inoltre la prima salita femminile allo spigolo NO (direi Dibona) della Cima Grande di Lavaredo, con Emilio Comici nel 1934, ma al riguardo non sono riuscito a trovare alcun riferimento bibliografico.

Bibliografia

[1] Vittorio Cesa De Marchi, Alpinismo goliardico 1936, Rivista Mensile del CAI 1936, n. 10, pp. 406-412.
[2] Dante Colli, Storia dell'alpinismo fassano, Tamari (Bologna), 1999, pp. 73-80.
[3] Tommaso Magalotti, Marmolada regina. Pagine di storia alpinistica, Gribaudo (Milano), 1993, p. 179.
[4] Ettore Castiglioni, Le pareti della Marmolada, Rivista Mensile del CAI 1937 n. 3, pp. 92-101.
[5] Fritz Kasparek, Il famoso "tetto" della Marmolada, Le Alpi Venete 1953 n. 1, p. 49.
[6] s.A., Il pilastro sud della Marmolada, Le Alpi Venete 1953 n. 2, p. 137.
[7] Gruppo di sciatori decimato da una valanga al Sasso Beccè, Lo Scarpone 1937 n. 24, p. 1.
[8] La valanga del Pordoi nella relazione del magg. Zanelli, Lo Scarpone 1938 n. 3, p. 1.
[9] Dove trovare un maestro di sci?, Lo Scarpone 1939 n. 3, p. 3.
[10] Martin Krauß: Der Träger war immer schon vorher da: die Geschichte des Wanderns und Bergsteigens in den Alpen, Nagel & Kimche (Monaco, DE), 2013, p. 115.
[11] Giordano Bruno Fabian, "Direttissima Sud" alla Punta di Frida, Rivista Mensile del CAI 1935, n. 12, pp. 615-620.
[12] Sandro del Torso, Una donna e un'impresa, Rivista Mensile del CAI 1936, n. 6, pp. 266-267.
[13] Rivista Mensile del CAI 1928 n. 7-8, p. 276.
[14] Ettore Castiglioni, Odle Sella Marmolada, CAI-TCI (Milano), 1937, p. 274.
[15] Ettore Castiglioni, Odle Sella Marmolada, CAI-TCI (Milano), 1937, p. 373.
[16] Rivista Mensile del CAI 1931 n. 10, p. 629.
[17] Fabio Favaretto, Andrea Zannini, Gruppo di Sella, CAI-TCI (Milano), 1991, pp. 84-85.
[18] Fabio Favaretto, Andrea Zannini, Gruppo di Sella, CAI-TCI (Milano), 1991, p. 173.
[19] Bepi Pellegrinon, Quaranta vie sul massiccio del Sass Pordoi, Bollettino del CAI 1967, p. 213.
[20] Bepi Pellegrinon, Marmolada, Nuovi Sentieri (Belluno), 1979, p. 103.
[21] Antonio Berti, Dolomiti orientali vol. I, CAI-TCI (Milano), 1950, pp. 587, 593-594, 596-597, 599, 602, 604-606, 608-610.

venerdì 6 giugno 2025

Sperone centrale

Michele sul 2° tiro.
Sul 7° tiro.
Sul 12° tiro.
Francesco sul 13° tiro.
Vallone di Bourcet - Val Chisone
Parete E

Accesso: si raggiunge Torino e Pinerolo e si sale lungo la strada provinciale della val Chisone (quella che porta al bellissimo forte di Fenestrelle e all'assai meno bello abitato di Sestriere). Si supera Perosa Argentina e si giunge a Roreto, frazione del "comune sparso" di Roure. Poco dopo uno spiazzo con parcheggio sulla sinistra si infila una stretta stradina sulla sinistra (via dei romani), appena prima di una curva a sinistra con bar. Si attraversa il fiume e si parcheggia subito dopo il ponte a destra. Da qui si segue la sterrata fino all'indicazione per lo sperone centrale, appena prima di una bacheca in legno. Si segue la traccia con ometti fino alla parete dove attacca la via (targhetta metallica con nome).

Relazione: una delle vie più lunghe del Vallone, che risale lo sperone per placche e diedri collegati da qualche cengia che interrompe un po' la continuità della salita. Bella la seconda parte, dove le placche cedono il passo ai diedri pur senza scomparire del tutto. La chiodatura è ottima a fix e spit (indicati per semplicità come fix nel seguito) nei tratti più impegnativi, con un grado obbligato intorno al 5b/c, ma alcuni tratti di IV sono chiodati un po' più lunghi; valutate voi se munirvi di un paio di friend BD 1/2. Il percorso è sempre ovvio e indicato da segni blu dove c'è qualche ambiguità. Tutte le soste sono su due fix con catena e maglia-rapida od anello tranne ove indicato.

1° tiro: salire dritti per placca fino alla sosta. 25 m, 5b, sei fix.
2° tiro: continuare verso destra lungo la placca, rimontare un corto strapiombo sempre sulla destra e proseguire in placca delicata fino alla sosta. 25 m, 5a, cinque fix.
3° tiro: salire dritti sopra la sosta, spostarsi a sinistra e proseguire per muretti e rocce più facili. 25 m, 5b, cinque fix.
4° tiro: superare la placca iniziale e continuare fino alla cengia di sosta. 25 m, 6a, cinque fix.
5° tiro: superare il muretto e proseguire per uno sperone fino a sostare sulla sinistra. 25 m, 5b, quattro fix.
6° tiro: salire il muretto e proseguire per rocce più facili. 15 m, 5b, tre fix.
7° tiro: salire per una fessura e continuare per placca fino alla sosta. 20 m, 5b, tre fix.
8° tiro: salire il muro a buchi e proseguire fino alla cengia di sosta. 20 m, 6a, sei fix.
9° tiro: spostarsi a destra, salire lungo una fessurina e una facile placca, e camminare fino ad un murettino oltre il quale si sosta. 25 m, 4b, tre fix. E' possibile proseguire verso destra nel bosco e sostare su un cordone su pianta.
10° tiro: traversare nel bosco fino alla base di un diedro, salirlo e uscire verso destra per sostare poco dopo. 30 m, 6a+ (passo in uscita); cinque fix (uno con cordone), un cordone su pianta. Sosta su cordoni ed anello su pianta.
11° tiro: camminare verso sinistra, alzarsi e passare sull'altro versante per traversare fino alla sosta. 20 m, 3b; un fix, un friend incastrato.
12° tiro: traversare a sinistra, salire un diedro e portarsi ancora a sinistra per salire un secondo diedro fino alla sosta. 20 m, 5b; cinque fix, due chiodi. Tiro molto bello.
13° tiro: Salire ancora nel diedro fino a dove questo è chiuso da un tettino. Spostarsi a destra con passi in placca e proseguire per rocce più semplici fino alla sosta. 25 m, 6a, quattro fix (uno con cordone).
14° tiro: Salire lo spigolo fino alla sommità. 25 m, 4b, quattro fix. Sosta su cordone con anello su pianta.

Discesa: seguire la traccia con ometti verso sinistra, prima in piano e poi in salita, e scendere seguendo dei cavi metallici.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.