domenica 26 gennaio 2014

Capitani coraggiosi

Sul 1° tiro
Raffaele sulla placca del 2° tiro
Raffaele alla 2a sosta
Il muretto del 3° tiro
Sul 4° tiro
Raffaele sul 4° tiro
Raffaele in scioltezza sul 5° tiro
Tracciato della via (rosso). In azzurro la via Shangri La.
Sass de Mesdì - Monte Cimo
Parete E


Un gennaio abbastanza pietoso dal singolare punto di vista del "tempo nel week-end" non è certo il miglior viatico per le attività outdoor del 2014; le poche uscite al di fuori del circuito delle falesie vanno quindi centellinate e le mete scelte con cura. La destinazione di ieri - dopo poco più di un annetto di assenza - è il Monte Cimo, con guida "ad acquerelli" al seguito per scegliere la via. Puntiamo alla zona Mesdì-Boral, poi l'incrocio delle cordate e la mutua intersezione delle vie già ripetute porta alla decisione finale: una su Te lo do io il Verdon, noi su Capitani coraggiosi. Grande via e grande soddisfazione a fine giornata, per nulla mitigata dal vento freddo che ci ha tormentati per tutta la salita. Bello vedere che gli allenamenti in palestra danno qualche risultato!

Accesso: dal casello di Affi della A22 seguire per Brentino Belluno, scendendo in Val d'Adige e portandosi sulla destra dell'autostrada (per i cultori di storia e di architettura militare segnalo i forti Rivoli/Wohlgemuth, S. Marco e la tagliata Incanal). Si passa poi sul suo lato sinistro, si attraversa un ponte su un canale e si segue una curva sulla destra (possibile parcheggiare qui, ma scomodo e un po' maleducato). Poco dopo si prende a sinistra ad un bivio, seguendo sempre l'indicazione Brentino Belluno, e si giunge al cimitero del paese dove c'è uno spiazzo per parcheggiare. Si costeggia a ritroso il vigneto sino alla curva dove un evidente sentiero si infila nel bosco. Lo si segue (bolli e piastrine metalliche con scritta S5 seguita da altri codici - un modo opinabile di marcare i settori e le vie di arrampicata) superando un paio di tratti con corda fissa un po' malconcia fino all'altezza della parete dove il sentiero si biforca: Alla vostra destra svetta lo spigolo del IV sole; noi prendiamo a sinistra. Si prosegue con qualche saliscendi fino a portarsi sulla verticale di un evidente tetto triangolare; poco dopo si sale a destra per pochi metri seguendo una traccia che porta alla parete. Sulla destra ci sono i resti di un ometto, una scritta e la piastrina n. 18: siete arrivati.

Relazione: via bellissima su roccia fantastica (specialmente nel 2° e 3° tiro) che alterna placche lavorate dall'acqua, diedri e qualche muretto che richiede decisione. Chiodatura ottima a spit (più qualche chiodo quasi sempre inutile) in stile-falesia che rende superflua qualunque protezione veloce ma che contiene passi di 6a+ obbligato. Percorso sempre logico e indicato dagli spit (non tutti della stessa foggia); tutte le soste sono su due spit con catena ed anello di calata tranne la quarta (due spit e fettuccia).

1° tiro: salire per una placca lavorata e portarsi sulla sinistra; non seguire i chiodi che salgono verticalmente (nel caso, c'è un maglia-rapida in un cordino che non ci siamo sentiti di portar via...) ma spostarsi ancora a sinistra (spit non visibile) a doppiare il vago spigolino; il passo-chiave del tiro su roccia lisciata dall'acqua porta alla sosta; 25m, 6a+, 10 spit.
2° tiro: su per una bellissima placca a gocce fino a superare un pilastrino sulla sinistra; da qui non salire ad una sosta dove sono evidenti delle corde fisse ma proseguire sempre verso sinistra fino ad un infido diedro appoggiato (secondo me, il passo-chiave della via) che porta alla sosta; 35m, 6b+, 13 spit.
3° tiro: salire lungo il diedro e superare un primo muretto, poi lievemente a sinistra ad un secondo muretto e alla sosta per placche e risalti; 30m, 6b, 12 spit.
4° tiro: ancora per diedro fino ad un grosso blocco poco sotto il tetto. Qui conviene spostarsi a destra in un punto un po' erboso e salire un muretto per roccia lavorata giungendo in sosta; 20m, 6a+, 6 spit.
5° tiro: a destra in un difficile traverso (6c; azzerabile per mia fortuna), poi in verticale spostandosi a sinistra per aggirare il tetto; 25m, 6c o A0, poi 6a, 9 spit.
6° tiro: passo delicato a sinistra della sosta, poi per placche e risalti fino ad un albero oltre il quale c'è la sosta; 25m, 5c, forse passo iniziale di 6a, 7 spit.

Discesa: in corda doppia con 2 calate da 50m o poco meno e una terza più breve. Colla prima calata si raggiunge la sosta del 3° tiro; colla seconda si scende verticalmente ad una sosta della via Babo da cui si arriva alla cengia di partenza.


Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 15 gennaio 2014

Trattoria La cantina

Biglietto da visita: giratelo e
guardatelo dall'alto in basso!
Via IV novembre, 7
Esine (BS)

Risalendo la Valcamonica verso l'Adamello avevo spesso notato l'indicazione Monumento Nazionale passando presso il paesino di Esine. L'indicazione si riferisce alla chiesa di S. Maria Assunta e ai suoi mosaici, che ovviamente non sono mai riuscito a vedere, dovendomi accontentare del portone d'ingresso chiuso. Così qualche settimana fa scorso sono tornato al paese in questione per omaggiare la "cultura materiale" anziché quella artistica, sperando in miglior fortuna: destinazione la trattoria La cantina per una cena con prodotti "del territorio", a festeggiare la conclusione positiva di una faccenda antipatica. Il locale è all'interno di una vecchia e bella dimora in pietra e mattoni accanto alla piazza nel centro del paese, ma è arredato in pseudo-stile "trattoria di una volta" in modo fin troppo kitsch: vecchi attrezzi da lavoro, utensili da cucina, orpelli vari ed improbabili pendono da ogni dove e fanno da contrappunto alla musica, anch'essa d'anteguerra.
Fin qui niente di male; per fortuna l'abito non fa il monaco nemmeno in tema di osteria. Le cose si fanno più interessanti quando si passa al concreto: cucina rigorosamente camuna con ingredienti locali, la cui provenienza è indicata in una lista presente su ogni tavolo. I piatti disponibili (non molti, ma ciò non è necessariamente un male) sono elencati dall'oste, mentre manca un menù vero e proprio; è questo un punto debole del locale: dover decidere di fretta ricordando a memoria l'elenco dei piatti sarà utile per allenare la memoria ma è sempre un po' fastidioso; basterebbe una lista giornaliera su un foglio di carta.
Iniziamo comunque con dei buoni antipasti tra cui si fanno notare i salumi (salame, lardo, pancetta) e della ricotta fresca con miele e noci.
Scopro poi che in Valcamonica si coltiva del tartufo e non mi posso far mancare i bigoi colle trifole. L'oste ci ammonisce correttamente a non pensare che il tartufo locale sia identico a quello d'Alba, bensì più leggero, ma il piatto è decisamente interessante, così come la quantità di tartufo che lo accompagna. Molto buono anche il classico orzotto ai funghi.
La fame comincia a placarsi quando arrivano i secondi, uno stracotto d'asino ben fatto, in alternativa al classico manzo all'olio: piatti semplici senza troppi fronzoli, cucina "vera" che dà soddisfazione. Peccato solo che tra i secondi non ci fosse niente di... diciamo così, "peculiarmente locale" come è successo con i primi. Si finisce poi con il dessert, nel mio caso una fin troppo classica torta alle pere e cioccolato; buona ma non indimenticabile.
E siamo così ai vini: la lista (sì, questa esiste!) spazia un po' in tutta la penisola, ma noi ci concentriamo sulle etichette locali. Ci lasciamo consigliare dall'oste e accompagniamo la cena con un Lambrù, un Valcamonica Igt dell'azienda Togni. Uvaggio di barbera, marzemino e merlot, affinamento in acciaio, vino schietto e minerale che si è abbinato ottimamente ai piatti. Per finire, non poteva mancare un ottimo genepì (o un brodo di giuggiole per le signore, che però preferivano di gran lunga il primo!).

venerdì 3 gennaio 2014

Cocaine

Sul 1° tiro
Raffaele in uscita dal 1° tiro
Raffaele sul 2° tiro
Sul 2° tiro
Pietra di Bismantova
Parete SE


E con questo fanno due! Due capodanni passati alla Pietra di Bismantova alternando arrampicate e laute libagioni all'agriturismo il ginepro in piacevole compagnia d'un gruppo di amici. In mezzo c'era stata un'altra visita alla Pietra a fine ottobre, dove avevamo adocchiato questa via e dove mi ero detto che la stessa non poteva mancare nello scarno carnet di uno che suona la chitarra pure peggio di come arrampica e che ha ascoltato J.J. ed Eric per decenni. Quindi via, con Diego salimmo il primo tiro solo per scoprire che gli altri due sono totalmente da proteggere e che non avevamo abbastanza protezioni veloci per proseguire: seguì una rapida calata e la promessa di ritornarvi. Il 31 dicembre, armati di tutto punto, l'ho mantenuta e ho chiuso l'anno con soddisfazione (invero, per stare in tema, dopo Cocaine abbiamo salito la Oppio, ma qui la faccenda diventa pericolosa e le battute onomastiche si sprecano).
Accesso: dal parcheggio di piazzale Dante salire la gradinata e proseguire verso l'eremo. Prima di giungervi prendere a destra il sentiero con indicazione Ferrata alpini che lo aggira e riporta sotto la parete all'altezza della frana del 2012. Si prosegue passando sotto un caratteristico masso e si continua fino ad incontrare sulla destra una larga fenditura. Ancora avanti per poco fino a che il sentiero inizia una lieve discesa; qui si sale brevemente a sinistra in corrispondenza di una pianta dove c'è l'attacco della via (poco più a sinistra attacca la via delle due fessure).
Relazione: dalle varie guide della Pietra si apprende che Cocaine nasce come serie di varianti alla Via delle due fessure, che ha poi subito una serie di cambiamenti di percorso; fatto sta che i tre tiri costituiscono oggi una via autonoma e molto logica, che sale la bellissima fessura verticale appena a sinistra della Zuffa '70. Primo tiro protetto a fittoni (non guastano uno o due friend medi), secondo tiro totalmente da attrezzare, terzo tiro con pochissimi chiodi. Portare friend fino al BD3 raddoppiando le misure medie (anche un BD4, se c'è, non guasta...): non li userete tutti, ma - sapete com'è - melius abundare... ecc. ecc.
1° tiro: salire la fessura fino ad un pulpitino finale sopra cui si trova la sosta e che si sale più facilmente dal lato sinistro. 35m, 6a, forse passo di 6a+; dieci fittoni, tre chiodi di cui uno solo in posizione ragionevolmente utile. Sosta su due fittoni con anello di calata.
2° tiro: salire sempre lungo la bella fessura che diviene poi diedro, superare un piccolo strapiombo, non fermarsi alla sosta su una cengia alla sinistra (appartiene alle Due fessure) e salire qualche metro fino alla sosta corretta. 35m, V, V+ o VI-; un fittone. Sosta su due fittoni con anello di calata.
3° tiro: salire ancora lungo la fessura-diedro che diviene più impegnativa, superare un tratto finale in leggero strapiombo e uscire su una terrazza con arbusti dove c'è la sosta; proseguire ancora pochi metri a destra o sinistra del terrazzo ed uscire in vetta; 50m, V, VI (probabile VI+ in un tratto bagnato che ho evitato facendo dei numeri sulla sinistra); un fittone, tre chiodi. Sosta su anello cementato. Possibile usare qualche fittone delle Due fessure a sinistra (eventualmente portare due mezze corde e sfalsarle per evitare attrito).
Discesa: in doppia lungo la via con due mezze corde oppure lungo il sentiero di discesa della Pietra che si incontra prendendo a sinistra all'uscita della via.

Cocaine mi ha rimesso a confronto con le salite in stile tradizionale che mancavano da un po' e confesso che sul terzo tiro ho avuto un bel po' di esitazione in un paio di punti. Gran soddisfazione a fine via.
Sempre in tema di ispirazioni musicali per i nomi delle vie, abbiamo inaugurato il 2014 con la bellissima Danza dei grandi rettili. A seguire un'altra via... diciamo... "storica" e il 2 gennaio, per ripararci dall'acqua, esperimenti di artificiale sulla Casolari. Bismantova, ci rivediamo tra un anno... o forse prima!

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

lunedì 23 dicembre 2013

Storia della Grande Guerra: due (bei) libri a confronto

Ci sono infiniti libri sulla storia della Grande Guerra; alcuni li ho letti, altri aspettano pazientemente in biblioteca, della maggioranza del resto non saprò mai nulla. Ogni libro ha il suo approccio e il suo punto di vista, ma se ne dovessi raccomandare uno... ne indicherei due! I due libri in questione sono i più completi che ho letto finora e sono indicativi di due approcci diversi alla vicenda; per questo vale la pena di leggerli entrambi.

Avevo conosciuto gli scritti di Pieropan grazie al suo lavoro sulla battaglia dell'Ortigara (altra raccomandabile lettura) e mi sono indirizzato quasi-naturalmente a lui quando cercavo una storia della Grande Guerra che fosse ragionevolmente "oggettiva" (passatemi questo termine...). La sua Storia della Grande Guerra sul fronte italiano 1914-1918, Mursia, Milano, 2001 (1a ed. 1998, riedito nel 2009 con la modifica 1915-1918) è soprattutto una cronaca assai dettagliata degli avvenimenti e delle operazioni militari, costellata di ben 34 cartine delle diverse zone, utilissime per orientarsi e per comprendere appieno l'evolversi della situazione. Per quanto Pieropan non trascuri gli aspetti politici, l'enfasi del libro è sulle operazioni militari: ogni battaglia è anticipata da una descrizione delle forze in campo, della loro dislocazione, dall'ordine delle operazioni con i ruoli assegnati ai diversi gruppi; è seguita dettagliatamente nel suo svolgersi con ampi riferimenti alle relazioni ufficiali italiana e austriaca (qui tornano utili le cartine di cui sopra) per essere poi valutata nel suo tragico bilancio di morti, feriti e dispersi. Dopo duecento pagine circa dedicate a Caporetto (con cronaca quotidiana degli eventi, come per Vittorio Veneto) e alla battaglia di arresto, gli avvenimenti del 1918 chiudono il corposo volume (più di 800 pagine) con una inaspettatamente breve Conclusione in cui si trova il bilancio delle perdite. Le considerazioni dell'autore non mancano, ma sono sparpagliate nella sequenza di fatti.

Veniamo al secondo libro. Di Isnenghi ho adocchiato da un po' - ma non ancora letto - il famoso Mito della Grande Guerra, più o meno al seguito della lettura delle memorie di Gadda, Stuparich, Jahier e altri. Così quando vidi l'indice de La Grande Guerra 1914-1918, Sansoni, Milano, 2004 (scritta con Giorgio Rochat - 1a ed. 2000; ristampato nel 2009 da Il Mulino) fu subito chiaro che i due volumi sarebbero stati complementari. Qui i "fatti d'arme" sono trattati in una sia pur sapiente sintesi (molti, al di fuori del fronte isontino, anche trascurati) mentre l'attenzione si sposta sulla storia sociale, sulle condizioni di vita di militari e civili, sul "fronte interno" e sulla "mitologia". Ampio spazio è dato all'analisi della situazione politica del Paese e del sofferto ingresso in guerra (a spanne, un buon 25% del libro contro un 10% di Pieropan), notevoli i capitoli sulle condizioni degli uomini in trincea, sulle donne e la guerra, sui prigionieri di guerra e sul ruolo della propaganda (oltre alle ricche note bibliografiche). A ben vedere, questi temi sono dominanti; Caporetto è risolta in una trentina di pagine, Vittorio Veneto in due o tre.

Ogni approccio ha ovviamente i suoi pro e contro e risente del periodo in cui è stato scritto; da qui l'invito a non accontentarsi di un solo libro. Alcuni argomenti e valutazioni sono sviscerate meglio nel primo, altri nel secondo. Senza confrontarli pagina a pagina, mi limito ad accennare ad un paio di casi di valutazioni differenti:
Il piano di guerra di Cadorna: Pieropan, pur riconoscendo il "condizionamento politico e militare" che indirizzava verso l'Isonzo, sembra ritenere più conveniente un'azione nel Trentino che (p. 55) "avrebbe permesso di configgere un insidiosissimo cuneo verso la giunzione meridionale fra i due imperi centrali"; secondo Isnenghi-Rochat invece tale offensiva non era risolutiva "perché la perdita di una regione periferica non avrebbe intaccato la capacità di resistenza dell'Austria-Ungheria" (p. 152).
La figura di Cadorna: a parte la discussione sulla famosa libretta rossa (pagg. 119 e 153, rispettivamente), Pieropan non dedica uno spazio specifico all'analisi del suo comportamento, inserendo però diversi commenti (anche critici) in relazione alle singole operazioni. Una sostanziale difesa del "grande soldato e uomo integerrimo [...] al quale veramente mancò la fortuna" si trova al momento del suo esonero (p. 531). Più argomentata qui la disamina di Isnenghi-Rochat (p. 193) che mettono in evidenza sia le sue capacità di conduzione della guerra che i limiti personali (la tendenza all'accentramento che esautorava il Comando Supremo, l'ufficio informazioni, quello di collegamento, ecc. ecc., il disinteresse per l'organizzazione tattica, per l'addestramento degli uomini, per le condizioni dei soldati, l'ossessione del disfattismo e della ferrea disciplina, i pessimi rapporti col potere politico). Anche la figura di Diaz è tratteggiata più compiutamente in questo libro.

martedì 17 dicembre 2013

Le voci della sera

di Natalia Ginzburg
Einaudi, Torino, 1961

- E non lo sapevi, che era orribile? - disse. - Lo sapevi anche tu. Lo sapevi, e hai sotterrato questa consapevolezza. Hai fatto, anche tu, quello che tutti s'aspettavano che tu facessi. Sei andata, con tua madre, dai tappezzieri, dai mobilieri, e nei negozi di biancheria. E intanto, dentro di te, sentivi le grida lunghe della tua anima, ma sempre più lontane, sempre più fioche, sempre più coperte di terra.
Il romanzo è già nel titolo. Una serie di voci che si trovano, si inseguono e si sciolgono nuovamente in un paesino qualunque del Piemonte, nel dopoguerra. Le voci non raccontano molti pensieri; dicono del più e del meno, di pettegolezzi, di faccende quotidiane e - come in ogni buon borgo che si rispetti - finiscono col portare ai proprietari della fabbrica attorno a cui ruota il paese, la famiglia Balotta. Dei membri della famiglia - la vera protagonista del racconto - seguiamo le esistenze: il padre, socialista e imprenditore illuminato, il figlio adottivo che prenderà in mano l'azienda, l'incerto crescere e cercarsi una strada di quelli naturali. Il più giovane dei figli Balotta, Tommasino, chiude il cerchio del racconto grazie alla sua relazione con Elsa, una sorta di "collettrice" delle storie e co-protagonista in tono minore del libro.
Tutte le esistenze tratteggiate sono soffuse di malinconia; nessuna scelta - lavorativa, affettiva - è veramente felice e tutto si "sciupa" nell'abitudine, nella convenzione. Lo spessore umano dei personaggi non emerge, non può emergere: la voce racconta un particolare, un fatto, mai l'intimità. Fa eccezione Tommasino, perché parla direttamente con Elsa e le può confidare il suo soffocamento, la sua insofferenza per il paese, la gente, gli usi, le "vite già vissute" e consumate da altri, la finzione dei gesti, l'impossibilità del loro matrimonio. Banale e un po' melensa mi appare invece la reazione di Elsa di fronte al crollo del matrimonio, il suo ritornello del "ti amo" che non richiede altre spiegazioni, ma arguta è la presa di coscienza dell'impossibilità di un ritorno all'innocenza del prima. È un attimo; lo sprazzo di luce si richiude, anche questa vicenda naufraga nell'infelicità. Le voci ricominciano il loro raccontare senza dire...

Resta infine da segnalare che in libreria ho notato un'edizione ben più recente della mia, con un apparato critico ragguardevole. Mai accontentarsi di una sola edizione...

sabato 14 dicembre 2013

Torta caprese

La torta pronta per il forno

Risultato finale


Era un bel po' che non mi cimentavo con i fornelli e così ho colto l'occasione della guarigione della mia caviglia con annesso ritorno all'arrampicata per organizzare una cena con un po' di amici. Invero la guarigione risale a settembre, ma pare che abbia degli amici molto impegnati, sicché mancava sempre qualcuno; almeno fino a poche settimane fa.
Lasciamo perdere qui le ben cinque bottiglie che sono sparite durante la serata e concentriamoci sulla torta, ovviamente al cioccolato. La caprese è di facile realizzazione e di sicuro successo, con lo zucchero a velo che garantisce una morbidezza ineguagliabile; una delle mie torte preferite! Mi è uscita decisamente alta, ma forse è dovuto alla quantità di ingredienti che son finiti nella teglia... posso comunque garantire che il gusto non ne ha risentito!

Ingredienti
  • burro: 250g più il poco necessario per imburrare lo stampo;
  • mandorle: 250g, parte in granella e parte in polvere (ad es. 100 e 150g);
  • zucchero a velo: 200g più il necessario per coprire la torta quando pronta;
  • cioccolato fondente: 175g - io arrotondo sempre a 200g per golosità, con la scusa che un po' resta sempre sulle pareti del pentolino;
  • farina: 15g più il poco per infarinare lo stampo, ma si può evitare senza problemi se ne volete una versione per celiaci;
  • cacao: 15g;
  • uova: 3
Preparazione
  • fate ammorbidire il burro, unitelo in una ciotola collo zucchero a velo e amalgamatelo con un cucchiaio di legno (o con una frusta elettrica se preferite) fino ad ottenere un composto più o meno omogeneo;
  • spezzate il cioccolato e ponetelo a bagnomaria in un pentolino finché non è sciolto;
  • mentre il cioccolato si scioglie, unite all'impasto le mandorle, il cacao e la farina;
  • unite il cioccolato fuso e i tre tuorli d'uovo;
  • montate a neve gli albumi e uniteli all'impasto;
  • imburrate e infarinate una tortiera e versatevi l'impasto;
  • mettete in forno a 180°C per 35' circa;
  • lasciate raffreddare, coprite di zucchero a velo - se siete ispirati potete anche decorare la torta - e servite.
La torta è stata accompagnata con un Banyuls, uno dei miei abbinamenti preferiti con il cioccolato; più tardi scriverò un paio di righe...

lunedì 9 dicembre 2013

Sogni proibiti

Sul 1° tiro
Giancarlo sul 2° tiro
Sul 3° tiro
Giancarlo sul 3° tiro
Tracciato della via
Pilastro Irene - Antimedale
Parete SE


Ero già stato su questa via nel lontano 2007, uscendone in maniera pietosa tirando un rinvio dopo l'altro. Da allora mi ero ripromesso di tornarci quando sarei stato in grado di percorrerla senza sentirmi il solito alpinista-somaro, e ieri mi sono deciso. Dico subito che il passo-chiave (6b/6b+) mi ha costretto ancora ad un'invereconda tirata del rinvio accompagnata da sonore imprecazioni, ma il resto della via è stato percorso - seppur non brillantemente - quantomeno in modo onesto. Registro che ho ancora un certo blocco psicologico e paura di cadere, che ormai mi porterò dietro per secoli, ma va bene così: dopo due fine-settimana passati in falesia non ne potevo veramente più di monotiri!
Accesso: da Lecco si segue la vecchia strada per Ballabio e la Valsassina (SP62) per prendere a sinistra via Quarto all'altezza di un tornante verso destra. Al successivo slargo si sale per una ripida strada fino ad un tornante verso sinistra dove si parcheggia (sempre che si trovi posto; poco più avanti la strada è sbarrata). Si prosegue a piedi e, al successivo tornante, si prende il sentiero sulla sinistra, seguendo le indicazioni Antimedale e Ferrata Medale. Il sentiero sale ad aggirare due reti paramassi ed esce dal bosco in corrispondenza del canale di sfasciumi dell'Antimedale. Qui si lascia il sentiero (che conduce alla ferrata del Medale) e si segue la traccia in salita che conduce alla parete all'attacco della via Istruttori (scritta e ressa di cordate).
Relazione: via di quattro tiri (più i primi due degli Istruttori per giungere all'attacco) impegnativa e piuttosto "fisica", ben protetta nei passi più impegnativi; può essere utile qualche friend medio-piccolo per addolcire un paio di punti. Roccia ottima tranne un paio di prese ballerine, ma un poco unta in diversi punti; comunque niente di drammatico e niente di comparabile con quanto trovate su Chiappa o Istruttori. Percorso ovvio indicato dai fittoni; tutte le soste sono attrezzate con due fittoni, catena ed anello di calata.
1° tiro (via degli Istruttori): salire per placca e muretti fino alla prima sosta, ignorarla e avanzare ancora qualche metro fino ad una seconda sosta. 40m, III+; 2 fittoni, 1 sosta.
2° tiro (via degli Istruttori): salire dritti sopra la sosta (più facile) oppure un poco sulla destra proseguendo poi per rocce facili fino al terrazzo di sosta; conviene usare quella di Stelle cadenti pochi metri più a destra. 30m, 4a, 4 fittoni se dritti; 5a, 5 fittoni sulla destra.
Da qui attraversare verso destra fino a rinvenire il capo di una catena che aiuta la salita. Se non si procede in conserva è possibile allestire una comoda sosta su uno spit dopo 60m, al cospetto di Sentieri selvaggi. Da qui si segue ancora la catena verso destra fino al suo termine (attacco di Asen) e si sale ancora lungo la traccia fino alla parete del Pilastro Irene, davanti all'attacco della via (altri 60m circa). Attenzione ai sassi!
1° tiro: si sale in verticale seguendo una vaga fessura; giunti al cospetto di un tetto si attraversa a destra fino al chiodo e si sale alla sosta. Tiro sostenuto; 30m, 5c, 4 fittoni, 5 chiodi (l'ultimo con cordino).
2° tiro: salire qualche metro sulla sinistra e attraversare sempre verso sinistra su muro verticale fino ad agguantare una salvifica fessura (passo-chiave ben protetto; si può rubare...). Salire lungo la fessura indi spostarsi a destra per placca, risalire ancora un poco aiutandosi con buchi e uscire in sosta; 20m, 6b+, 4 fittoni, 2 chiodi.
3° tiro: a destra della sosta su un facile diedrino fin sotto una placca che si supera inizialmente sul suo lato destro per poi rientrare e giungere in sosta; 20m, passo di 6a in placca, 5 fittoni. La placca si può aggirare per rocce rotte sulla sinistra portando il tiro a 5a. Attenzione ad una "bella" presa un po' ballerina appena sotto il secondo fittone. Dopo averle indirizzato abbondanti improperi e aver rinviato l'abbiamo testata entrambi ed ha retto bene, ma non fidatevi troppo...
4° tiro: a sinistra della sosta a superare un bel muretto, poi un altro passo delicato per uscire da una placca a gocce e uno strapiombino bene appigliato pongono fine alle difficoltà. Su rocce facili si sale tendendo verso destra fino alla sosta appena dietro ad un masso, sotto ad un basso alberello (o quel che ne resta); 30m, 6a+ (uno o due passi), 5 fittoni, 4 chiodi.
Discesa: la via più breve è lungo l'odiosa ferrata del Medale: dalla sosta si salgono gli ultimi risalti e si attraversa verso destra per una ventina di metri fino ad incrociare i cavi della ferrata, che si seguono in discesa riportando sul sentiero di partenza. In alternativa, ovviamente, si può raggiungere la cima del Medale lungo la ferrata o tramite le vie Bonatti o Brianzi per poi scendere lungo il sentiero.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

lunedì 2 dicembre 2013

Presolana 1870 - 1970

di Angelo Gamba
Bolis, Bergamo, 1971
Perché infine le strade dei monti e le fatiche che su di essi abbiamo compiuto, stabilendo un valido rapporto con la nostra sensibilità e il nostro bisogno di bellezza, ci aiutino ad essere quello che dobbiamo essere, uomini, fin nel più profondo di noi stessi.
Decisamente il look anni '70 della copertina è la prima cosa che cattura l'attenzione, ma sarebbe sbagliato limitarsi a questo: il libro di Gamba racchiude anche un'interessante contenuto. Si tratta di un'accurata storia alpinistica della Presolana, scritta nel centenario della prima salita da parte di Medici, Curò e Frizzoni, il 3 ottobre 1870. Rovistando negli annuari, nei libretti delle prime guide e nelle pubblicazioni d'antan Gamba ricostruisce la cronologia delle salite, fa sfilare una serie di alpinisti noti e meno noti che si sono cimentati con questa montagna, i Calvi, Bramani, Castiglioni, i Longo, fino alle generazioni successive dei Nembrini, Piantoni, Pezzini, per finire con poche pagine sulle salite invernali e alcune fotografie come corredo.
Non è un libro di relazioni alpinistiche con fotografie, schizzi e gradi, ma una specie di lungo racconto, anche se le salite (descritte riprendendo stralci dalle relazioni originali) sono identificate piuttosto chiaramente. Tra le informazioni rilevanti che vi si possono trovare c'è l'elenco delle prime salite (fino al 1970, ovviamente), che riporto qui per informazione e che Gamba pubblicò anche sull'Annuario del CAI-BG dello stesso anno. Da questo elenco è iniziata la breve ricerca sulla Presolana di Castione e da questo elenco spunta un'altra via di cui si sono perse le tracce: Presolana occidentale - versante sud: Carlo Nembrini, Paolo e Pia Bozzetto, Sergio Arrigoni, Bruno Buelli (settembre 1970). La via fa parte di questo elenco, ma non è riportata tra le vie nuove nell'Annuario 1970 (modestia degli apritori?). In ogni caso... buone esplorazioni!

domenica 24 novembre 2013

Cirò DOC rosso classico superiore 2007 Tenuta del Conte

Il mio incontro con questo vino risale ad una vacanza itinerante in Calabria nel 2008, una sera a cena da U nozzularu a Sellia Marina: mi faccio consigliare un Cirò "tradizionale" e mi viene portato questo Tenuta del Conte, che sparisce velocemente insieme alla gustosa cena. Ne nasce una simpatica chiacchierata durante la quale chiedo informazioni su come raggiungere la cantina per comprare qualche bottiglia e, visto che le indicazioni invero non erano proprio lapalissiane, il gentilissimo titolare mi "passa" - con mia grande soddisfazione - un cartone da sei bottiglie a prezzo di costo; ricordo ancora che accompagnò l'offerta dicendomi in continuazione tra serio e faceto: "Ma dimmi tu, a Milano, a Bergamo, te l'avrebbero fatta una cosa simile? Quanto ti avrebbero fatto pagare, eh?".

Ho centellinato le bottiglie poiché non è facilissimo recuperarle da queste parti e le mie incursioni in sud Italia si sono fatte - purtroppo - più rare (sì lo so che esiste Interdet, ma a me non piace acquistare vino in quel modo...), così ogni volta che ne apro una non posso non ricordare la persona ed il simpatico aneddoto. L'ultima volta è successa qualche settimana fa, ma la lunga serie di post arretrati e il minor tempo che sto dedicando al "virtuale" han fatto sì che le poche righe subissero un certo ritardo; ma infine eccoci qui.

Veniamo al dunque: parliamo di Cirò prodotto con uve Gaglioppo al 100%, che Parrilla (il titolare) produce senza chimica e vinifica in acciaio; non so se si tratti di "vino biologico" certificato, ma certamente di qualcosa di molto simile, prodotto nel rispetto della tradizione. Bel colore rubino con buoni tannini e struttura; frutti rossi e neri e note terrose. Da bere subito o dopo qualche annetto (del resto devo avere in giro dei Cirò degli anni '90...). Un ottimo vino "conviviale" da dividere con amici, una dimostrazione di come si possano fare prodotti eccellenti senza inseguire tendenze opinabili.

Un altro tassello della continua crescita dei vini del Sud.

domenica 17 novembre 2013

Barbi

Massimiliano sul 3° tiro
Sul bellissimo 4° tiro
Tracciato della via
Torrione grigio - Rocca Sbarua
Parete E

Dopo una notte in tenda ad imprecare contro i "coinquilini" che russano tanto da farmi sembrare di avere accanto il biplano di Francesco Baracca e una mattina passata al Rif. Melano ad aspettare che spiova, ci vuole una via "super". Accantonata in fretta la Motti-Grassi (il rifugista ci parla di protezioni piuttosto lontane ed è molto scettico su quel 5b obbligato che riporta la guida), l'occhio cade sulla vicina Barbi, che lo stesso definisce - appunto - "super". Aveva ragione; la via ha completamente ripagato l'attesa ed è assolutamente raccomandabile; da non perdere per tutti gli amanti della Sbarua.
Accesso: da Pinerolo (TO) raggiungere il comune di Talucco e proseguire lungo la strada. Ad un bivio si tiene la sinistra (direzione località Crò) e ad un successivo la destra (direzione borgata Dairin). Poco dopo una curva sulla destra si nota un parcheggio dove si lascia l'auto, a poca distanza dalla borgata. Da qui parte un sentiero che con qualche saliscendi conduce al colle Ciardonet e al rifugio Melano (o casa Canada) in una mezz'oretta (consigliabile la deviazione per il sentiero Carbonera poco dopo il colle). Da quest'ultimo partono due sentieri, uno sulla destra in leggera discesa e uno più a sinistra in salita. Si prende il primo fino al canale che scende tra gli speroni Cinquetti e Rivero (indicazioni). Si sale tenendo poi la sinistra e aiutandosi con catene e cavi metallici. Il sentiero devia poi verso destra riportandosi verso il centro del canale; poco prima si nota un bivio con la scritta T.G. e freccia verso sinistra. Seguendo l'indicazione in breve si è alla base del Torrione, proprio all'attacco della via (poco più a sinistra c'è la targa della Motti-Grassi).
Relazione: la via sale il torrione con un percorso sempre logico che culmina nel bellissimo diedro inclinato che si vede dal basso, regalando un'arrampicata tra lame, diedri e fessure mai banale ma ben protetta (anche se non siamo in falesia). Sostanzialmente inutili i friend, anche se un paio di medio-piccoli possono aiutare in un paio di punti. Tutte le soste sono su due spit con catena e maglia-rapida di calata.
1° tiro: salire il diedro inclinato verso sinistra fino a prendere una lama rovescia, portarsi sulla destra e superare una placca che porta in sosta; 20m, 6a, 6 spit. Attenzione a non proseguire troppo e finire sulla sosta della Motti-Grassi; la sosta è vicina all'alberello.
2° tiro: salire la placca con fessure appena a destra della sosta fino a continuare aiutandosi con delle lame, proseguire fin sotto un piccolo tetto, uscire sulla destra e per placca - sempre verso destra - raggiungere la sosta; 15m, 6a e un passo di 6a+, 6 spit.
3° tiro: non seguire la linea di vecchi spit che sale in verticale ma spostarsi a sinistra doppiando lo spigolo, superare alcuni risalti fino a prendere una bella fessura che si risale fino alla sosta; 35m, 5b, 8 spit.
4° tiro: salire il bellissimo diedro a destra della sosta; forse il tiro più bello della via; 25m, 5a (uno o due passi 5c), 10 spit.
5° tiro: superare il saltino sopra la sosta e proseguire su terreno facile fino ad una breve placchetta prima del termine; 15m, 5a (passo), 3 spit.
Discesa: volendo evitare la calata in doppia si sale qualche metro in cima al torrione (tratto scivoloso; eventualmente assicurarsi) e si segue una traccia sul lato sinistro (scritta sbiadita discesa - bolli e qualche ometto) che procede verso sinistra attraversando un tratto con massi per poi scendere ancora a sinistra nel canale utilizzato per la salita, riportando all'attacco della via.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

giovedì 14 novembre 2013

Mandibola

Si arrampica sopra le nebbie basse...
Roberto alla prima sosta
Sul 3° tiro
Massimiliano sul 4° tiro
Il meritato (?) riposo a fine via...
Sperone Cinquetti - Rocca Sbarua
Parete S

Quest'anno l'arrampicata su granito si è fatta decisamente desiderare, come spesso accade negli ultimi anni, e non mi sono lasciato sfuggire l'occasione di aggregarmi al gruppo dei "milanesi" che si recavano in Sbarua per il corso AR1. La scelta è stata del tutto azzeccata: nebbie basse e tempo ottimo in parete a parte una scrollata di pioggia domenica mattina, sabato sera goliardico e divertentissimo, vie belle e piacevoli. In due cordate, con il sottoscritto poco convinto, ci dirigiamo verso Mandibola per quella che sarà una salita non troppo impegnativa e protetta ottimamente a spit; proprio quello che ci voleva per il rientro su granito dopo circa nove mesi.
Accesso: da Pinerolo (TO) raggiungere il comune di Talucco e proseguire lungo la strada. Ad un bivio si tiene la sinistra (direzione località Crò) e ad un successivo la destra (direzione borgata Dairin). Poco dopo una curva sulla destra si nota un parcheggio dove si lascia l'auto, a poca distanza dalla borgata. Da qui parte un sentiero che con qualche saliscendi conduce al colle Ciardonet e al rifugio Melano (o casa Canada) in una mezz'oretta. Da quest'ultimo partono due sentieri, uno sulla destra in leggera discesa e uno più a sinistra in salita (battuto da orde di alpinisti che si dirigono alla Gervasutti-Ronco). Si prende il primo e lo si segue fino ad un bollo con scritta "Rio plano" (se lo perdete, poco dopo c'è una sorgente d'acqua). Da qui si sale verso la parete dello sperone Cinquetti tenendo la destra in prossimità della parete; targhetta con scritta alla base.
Relazione: via che presenta un primo tiro (e metà del secondo) verticale su diedri e lame e quelli successivi su placche intervallate da brevi muretti. Protezioni ottime a spit in stile-falesia con qualche vecchio chiodo per chi non si accontenta; del tutto inutili friend. Sicuramente una bella via, anche se non eccezionale. Soste attrezzate con due spit più catena e maglia-rapida di calata.
1° tiro: salire un diedro-fessura fino ad un traverso sulla destra che conduce ad una placca da risalire fino alla sosta; 30m, 6a, 10 spit.
2° tiro: passo delicato a sinistra della sosta, poi si risale un vago diedrino con fessura, si prosegue su terreno più facile fino ad una placca finale (a volte bagnata) che conduce in sosta; 25m, 6a+ (passo iniziale), 8 spit.
3° tiro: conviene concatenare due tiri vista la breve lunghezza. Salire la placca a destra e raggiungere la prima sosta; proseguire oltre, ancora per placche fino alla sosta di fermata; 35m, 5c (passo poco prima della sosta), 10 spit, 1 sosta intermedia.
4° tiro: breve placchetta che porta ad un muretto, poi ancora placca fino alla sosta; 25m, 6a, 8 spit.
5° tiro: anche qui conviene unire gli ultimi due tiri: a destra della sosta si supera un primo muretto, poi per placca fino alla sosta intermedia; da qui un secondo facile muretto e l'ennesima placca porta alla sosta finale; 40m, 5c, 14 spit, 1 sosta intermedia.
Discesa: volendo evitare la discesa in doppia si segue una traccia dalla cima dello sperone che scende nel canale di sinistra (bolli ed ometti). Prima di un tratto più ripido e spesso bagnato la traccia piega verso destra, scende e torna sulla sinistra aiutandosi con cavi e catene metalliche. Si giunge così al sentiero di partenza che, sulla destra, riporta al rifugio.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

lunedì 11 novembre 2013

Agriturismo Il ginepro

Via Ginepreto Chiesa, 7
Castelnovo né monti (loc. ginepreto)

Ormai da un bel po' di mesi il ginepro non è per me un semplice agriturismo o ristorante;  il ginepro è diventato una componente imprescindibile delle scorribande arrampicatorie sotto l'insegna della Pietra di Bismantova. Merito della travolgente simpatia di Roberto, il gestore, e dei rocamboleschi aneddoti con cui intercala i piatti che arrivano al tavolo (l'ultimo in ordine di tempo riguarda la coltivazione dello zafferano), merito delle assidue frequentazioni dei miei compari, che fanno sì che ormai si sia considerati come ospiti a cui è riservato un trattamento un po' speciale; merito del posto stesso, in posizione invidiabile su un poggio a pochi minuti dal parcheggio dell'eremo. Merito, forse, delle abbuffate in cui si tramuta immancabilmente ogni pasto.
A questo punto dovrei spendere due parole sul cibo: piatti semplici e non elaborati, menù tipico emiliano dall'ottimo rapporto qualità-prezzo, scelta non estesa ma interessante. Ovviamente si inizia con un antipasto di salumi tra cui non può non spiccare un fantastico prosciutto crudo; si passa poi ai primi piatti: cappellacci di castagne (i nostri preferiti; decisamente ottimi), tortelli verdi, tagliatelle al ragù o con funghi. Se avete ancora spazio dopo le teglie dei primi piatti potete consolarvi con del canonico arrosto o delle scaloppine; in alternativa alla carne c'è un buon erbazzone con frittata. Si completa il tutto con delle torte casalinghe - che si ritrovano alla colazione della mattina, per gli ospiti delle camere (recentemente rinnovate) che non fossero ancora sazi. Lista dei vini essenziale, su cui non posso commentare trovandomi sempre in compagnia di amanti della birra e disdegnando di vuotare una bottiglia in solitudine.

Il ginepro non è un semplice agriturismo o ristorante; davanti ai piatti si leniscono le ferite dell'orgoglio per un rinvio tirato di troppo, un resting evitabile, una prestazione opaca. Si fanno progetti, al ginepro, la sera, padroni indisturbati della sala da pranzo, colla bottiglia dell'amaro sempre a distanza troppo ravvicinata. Progetti per il giorno dopo, per la settimana successiva, per il capodanno. Perché a Bismantova non si può non tornare. E Bismantova vuol dire il ginepro.

venerdì 1 novembre 2013

Via della colata nera

Sul 1° tiro
Diego sul 2° tiro
Esperimenti di artificiale sul 2° tiro...
Teo sul 3° tiro
Tracciato della Colata nera (azzurro). In rosso la
Zuffa '70, in verde la Oppio.
Pietra di Bismantova
Parete SE

Era da Capodanno che non tornavo alla Pietra di Bismantova e ho colto immediatamente l'invito di Matteo ad unirmi a lui e Diego per un fine-settimana tra cucina emiliana e arrampicata su arenaria o calcarenite che dir si voglia. A posteriori non so quale delle due attività sia stata più gratificante, ma inizio con la vita attiva per passare poi a quella... contemplativa (non me ne vogliano i teologi per il dissacrante paragone). La Pietra emana un fascino particolare anche per gli arrampicatori e l'arenaria, una volta passato il primo impatto, regala un'arrampicata unica, anche se talvolta accompagnata da un senso di precarietà. Il "problema" è che i due compari hanno già salito quasi tutte le vie della Pietra e trovare qualcosa di "nuovo" diventa un'impresa; così il sottoscritto si ritrova su vie decisamente piuttosto impegnative senza aver salito manco una delle "classiche"... ma non senza soddisfazione, devo dire!

Accesso: dal parcheggio salire la gradinata e proseguire verso l'eremo (se il cancello è chiuso, seguire il sentiero appena prima sulla destra con indicazione Ferrata alpini che lo aggira e riporta sotto la parete all'altezza della frana del 2012). Si prosegue passando sotto un caratteristico masso e si continua fino ad incontrare sulla destra una larga fenditura. A sinistra c'è l'attacco della via, sotto la colata nera che fornisce la direttrice della salita.

Relazione: la via sale verticalmente lungo la colata nera con due tiri (1° e 3°) di difficoltà contenute inframmezzati da un tiro decisamente più impegnativo (6c). Protezioni buone a fittoni, ma non tali da azzerare facilmente le difficoltà del secondo tiro; a mio parere sarebbe stato più logico sistemare meglio qualche fittone per rendere più omogenee le difficoltà (o almeno quelle obbligate). Roccia buona; inutili protezioni veloci - se siete di livello scarso come chi scrive portatevi una o due staffe per il secondo tiro; sarà una buona occasione per scandalizzare i puristi e apprendere i rudimenti della progressione in artificiale!

1° tiro: salire la placca a sinistra di una fessura, superare un alberello e "vincere" il muretto successivo raggiungendo una cengia dove si sosta sotto la colata nera; 30 m, 5b, 10 fittoni. Sosta su due fittoni con anello.
2° tiro: salire spostandosi verso destra entrando nella colata, procedere portandosi sulla sinistra seguendo una fessura fino a superare un muretto che porta alla cengia di sosta; 45 m, 6c (6b e A1), 18-19 fittoni. Sosta su due fittoni con anello.
3° tiro: la via originale sale assai probabilmente nel bel diedro a sinistra della placca fittonata; a voi la scelta. Superata la placca (lo spigolo aiuta molto...) si esce alla base del bel diedro finale che si sale fino alla sosta; possibile proseguire qualche metro fino ad un grosso anello in cima alla Pietra; 45 m, 6a, 8-9 fittoni. Sosta su anello cementato.

Discesa: a sinistra fino ad incontrare sulla destra il comodo sentiero che riporta all'eremo.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 20 ottobre 2013

Ustionando (ovvero le conseguenza di una caduta)

Giovanni e Giancarlo sul 1° tiro
Sul 2° tiro
Alla seconda sosta
Al termine della fessura del 3° tiro
Tracciato della via
Torrione Pertusio - Grignetta
Parete S

Avevo un "conto aperto" con questa via. Era il 4 maggio, al secondo tiro, quando una presa si staccava regalandomi un voletto con annesso trauma alla caviglia che mi obbligava ad una pausa forzata di quattro mesi. Alla ripresa, tutto era più difficile. Non solo per l'ovvia mancanza di allenamento; era il mio atteggiamento mentale ad essere mutato: ogni presa mi appariva instabile, ogni passo sopra la protezione sorgente di una potenziale caduta che avrebbe determinato ulteriori e ancora maggiori mesi di inattività. In poche parole: molta più paura e insicurezza di prima.
Per esorcizzare il tutto, ieri sono tornato sul luogo del misfatto, non senza apprensione, e ho finito la via. Ne sono contento, ma non bariamo: è stata una sofferenza, ho arrampicato veramente da cane due tiri su tre, ossessionato dall'idea della caduta, esitando infinite volte quando la roccia non sembrava ottima (e nei primi due tiri questa sensazione la proverete parecchie volte) o quando mi trovavo a tu per tu con i passi obbligati. Quello che a maggio avevo salito senza problemi era diventato più duro, richiedeva un friend in più di assicurazione, mi gettava nello sconforto. Alla fine ho vinto i miei fantasmi, ma per quanto?
Accesso: dalla chiesetta dei Piani Resinelli si prende a destra restando bassi e si segue la strada costeggiando un serie infinita di villette (la domanda sorge spontanea ogni volta: solo il simbolo di speculazione edilizia o anche in odore d'abusivismo di decenni fa?) fino a prendere la Via alle Foppe. Si prosegue fino ad uno slargo dove si parcheggia e si segue il sentiero per il rifugio Rosalba. Si supera il bivio per la Punta Giulia, quello del sentiero dei morti, fino ad un altro bivio dove si sale verso destra (indicazioni). Aggirato un torrione e passato l'ultimo bivio per il Torrione Ratti si è in breve alla base della parete. Vicino allo spigolo di destra sale una traccia che porta all'attacco dello Spigolo MIR (scritta); proseguendo pochi metri a sinistra si giunge all'attacco della via. Chiodo con cordone visibile.
Relazione: via che sale a sinistra dello spigolo MIR, un po' ricercata in alcuni passaggi e con roccia non proprio ottima nei primi due tiri. Chiodatura a spit nei punti più impegnativi,  ma con diversi passaggi obbligati; utili friend piccoli e medi per integrare. Tutte le soste sono su due fittoni con catena ed anello di calata; la relazione originale degli apritori si trova qui. Come in altri casi, uso la scala francese per i tratti ben protetti a spit e quella UIAA per quelli più "alpinistici", anche se il risultato può essere un po' caotico.
1° tiro: la relazione originale suggerisce di spostarsi a destra in placca all'altezza del chiodo; soluzione ricercata e poco logica, a mio parere. Salire invece il diedrino a sinistra della placca (utile BD0.75 o BD1) per poi spostarsi a destra e salire per roccia più facile, ma dubbia, fino alla sosta; 25m, V+, IV, 1 spit, 1 chiodo.
2° tiro: salire la placchetta sopra la sosta e spostarsi sul pilastro di sinistra che si risale fino ad un piccolo tetto fessurato. Lo si vince e si attraversa una fascia di rocce malsicure (qui il punto che mi tradì) puntando ad una bella placca che si segue fino alla sosta; 40m, V, VI-, V, 5c, 5 spit, 4 chiodi. Non usate il chiodo dopo il tetto, ma passate più a destra sulla linea dello spit... fidatevi dell'esperienza personale.
3° tiro: salire una fessurina obliqua e raggiungere lo spit, attraversare a destra fino allo spigolino e risalirlo sfruttando la fessura (c'è anche una fessura sul suo lato destro che aiuta la progressione); spostarsi poi lievemente a sinistra e salire le placche lavorate di un pilastrino fino a congiungersi cogli ultimi metri del MIR; non fermarsi alla sosta appena sotto la vetta ma proseguire qualche metro fino alla cima; 55m, IV+, 6a (passo), V+, 5c, III+, 4 spit, 2 chiodi, 1 cordone in clessidra, 1 sosta intermedia. Tiro molto bello.
Discesa: possibile la calata in doppia sulla via, ma meglio proseguire per la cresta fino ad una roccia con buco; sulla destra si nota una traccia che scende ripida e riporta in breve al sentiero di partenza.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.