mercoledì 21 gennaio 2015

Carnevale

di Karen Blixen
Adelphi, Milano, 1990

I pirati, le cui anime infelici sono condannate a stare su quest'isola insieme alla mia, hanno portato con sé i loro tesori, e i loro cuori sono incatenati ad essi; nel profondo della loro afflizione l'oro li rende felici. Ma ciò che rimpiango io... dov'è? Non c'è. La fanciulla che mi stringeva tra le braccia... [...] Oh, così i miei pensieri volteggiano sopra quei luoghi dove la mia vita, che mi fu rubata, doveva essere vissuta. E mentre il pensiero che altri piangono per noi, che le loro lacrime bruciano i nostri cuori incapaci di piangere ci sgomenta, nella nostra folle nostalgia aneliamo a partecipare alla loro vita. [...] Oh, finché si è vivi bisogna trovare degli amici, dei cuori che scorderanno la nostra immagine, delle labbra che di quando in quando pronunzieranno il nostro nome dimenticato... dobbiamo lasciare un segno finché è in nostro potere farlo, non dobbiamo permettere che la vita si chiuda alle nostre spalle senza che rimanga una traccia di noi.
Carnevale (e altri racconti postumi) racchiude quattordici racconti: undici effettivamente inediti e tre "quasi inediti" che furono pubblicati dall'autrice nel primo decennio del Novecento, al suo esordio letterario. Se contiamo che l'ultimo racconto, Secondo incontro, è di dieci mesi precedente la morte della Blixen, si può dire che questo libro attraversa tutta la vita della scrittrice. Ci sono i temi delle saghe nordiche, c'è la descrizione della società aristocratica dell'epoca ormai al declino, c'è il tono aristocratico (a volte seccante) dell'autrice, la sua indubbia capacità di costruire trame narrative... eppure qualcosa non funziona del tutto, o almeno non ha funzionato con me: manca spesso quel qualcosa che nobilita una storia e le dà dignità letteraria, cosicché la scelta della Blixen di tenere questi lavori "nel cassetto" mi appare tutto sommato condivisibile.
Veniamo subito ai due racconti per me migliori: Gli eremiti e L'ultimo giorno. Il primo è il racconto d'esordio della Blixen, nel 1907, ed è bellissimo (a parte il tono epistolare), ambientato su un'isola deserta dove una coppia si ritira e dove gl'immancabili fantasmi - forse solo proiezioni dell'inconscio della protagonista - trarranno Lucie per sempre nel loro mondo. Il secondo intreccia la storia dello zio Valdemar con quella di un conte eroe di una poesia, entrambi di fronte alla morte ma non rassegnati a rinunciare al proprio passato o alla propria fede: Odino misericordioso interverrà in entrambi i casi, seppure in maniera insolita. Il racconto è poi reso interessante dall'incontro tra Johannes (il prete moralista che frequenta la prostituta) e Boline (la prostituta dal cui augurio nascono i racconti).
Non male nemmeno L'orso e il bacio e Secondo incontro, mentre Carnevale (unico racconto ambientato nel Novecento) si distingue per la splendida descrizione dell'atmosfera aristocratica del tempo, rinchiusa in un orizzonte estetizzante (la maschera di Kierkegaard; sarei stato curioso di vederla...) che assorbe persino il povero Zamor, che si ritroverà a "far da coscienza" al ricco Arlecchino, ma senza aver avuto il denaro che voleva: la coscienza va bene, ma i soldini son evidentemente un'altra cosa!
Gli altri racconti, a mio parere, sono storielle simpatiche o poco più (banalissimo I figli dei re, il peggiore; bello l'incipit de L'aratore, ma la retorica del lavoro come espiazione no, per carità, ecc. ecc), con un'eccezione molto interessante che è stato il motivo del mio approccio alla Blixen: Anna, il racconto più lungo della raccolta e purtroppo incompiuto. La postfazione lo definisce ispirato a un saggio di argomento italiano dello storico dell'arte Christian Elling (su cui non so nulla); in realtà l'ispirazione è... Bergamo! Insieme ad un non trascurabile numero di altre novelle, incluso La peste a Bergamo del conterraneo Jens Peter Jacobsen, è infatti ambientato nella città della Commedia dell'Arte, la patria di Arlecchino (e non solo), che ha lungamente affascinato l'Europa dei secoli scorsi. Molto bella la descrizione della Città Alta che come un falco un topo, tiene d'occhio la più moderna Bergamo bassa e l'enfatizzazione del carattere degli abitanti, che fanno pensare ad una conoscenza non superficiale del luogo (la descrizione dei figli della nobile famiglia della Città Alta sarà ripescata nei Racconti di due vecchi gentiluomini, contenuto in Ultimi racconti). Anna mostra ancora una volta la maestria della Blixen nel congegnare l'intreccio della trama e si interrompe poco prima del finale; prevedibilmente lieto, visto il tono un po' favolistico che pervade tutte le pagine.

Ci sarà tempo, prima o poi, di tornare su racconti più meditati della Blixen; per ora sospendo il giudizio.

sabato 10 gennaio 2015

Ristorante Collina


Si apprezza il sigaro e rum.
via Capaler 5
Almenno S. Bartolomeo (BG)

Cena pre-natalizia di "quelli dell'8.02", ovvero lo sparuto drappello d'inermi vittime che subisce da anni o decenni - a seconda dell'anagrafe - le impunite angherie, menefreghismi ed inefficienze varie di chi gestisce (per modo di dire...) la terza peggiore linea ferroviaria d'Italia. E cosa c'è di meglio di un buon, anzi; ottimo, ristorante per scrollarsi di dosso il fetore delle carrozze (e di alcuni recidivi occupanti...) e il pensiero dei mesi di vita di cui si è sistematicamente depredati?
Il ristorante Collina giace in bellissima posizione sulla strada che porta alla Roncola, con vista magnifica sulla pianura bergamasca. Si cena in una sala grande (piena di rumorosi convitati) e una più raccolta in cui siamo stati fatti accomodare con nostro sollievo; ambiente moderno, elegante e... orrendi quadri astratti alle pareti, che invoglino vieppiù a scrutare l'ameno panorama dalla vetrata o a concentrarsi sul proprio piatto.
Il menù viene spiegato dal proprietario in modo molto esauriente, insieme alla filosofia del locale, l'attenta origine dei prodotti e la rivisitazione della tradizione con qualche incursione moderna. Cura molto attenta nel gusto e negli abbinamenti di sapori, piatti molto delicati da gustare boccone dopo boccone. Si inizia con un amuse-bouche con mousse di ricotta con pomodoro, poi noi saltiamo gli antipasti (nemmeno stavolta sono riuscito a convincere i commensali a prendere il menù degustazione!) e passiamo ai primi: i ravioli ripieni di pesce di lago sono delicatissimi e fanno solo rimpiangere che le porzioni non siano più generose (questo commento si ripeterà unanime anche coi secondi ed è l'unico appunto che si può muovere).
Restiamo in tema di pesce d'acqua dolce per i secondi: la scelta non è decisamente vasta, com'è ragionevole se ci si basa sul pescato fresco, ma ci affidiamo con soddisfazione ad un fritto misto di lago con persico, lavarelli, missoltini e altri vertebrati d'acqua dolce. Il pane merita una citazione a parte: fatto in casa, viene servito su una "barca" in sette o otto varietà differenti, tutte gustosissime: assolutamente degno del cibo che accompagna!
E siamo così al dessert. La scelta è obbligata: sigaro e rum. Si tratta di cioccolato messo in infusione con foglie di tabacco per essere poi lavorato in forma di sigaro, accompagnato da crème brûlée: fantastico, un dessert che vale da solo l'intero pranzo! Era molto tempo che non traevo cotanta soddisfazione dal dolce.
Altra segnalazione d'obbligo è la piccola pasticceria, varia e pure buonissima, che accompagna il caffè, servita in un cofanetto a mo' di tesoro: sparita anch'essa in un lampo.
Sulle pendici dell'Albenza si trovano anche l'Osteria Burligo ed il ristorante Camoretti.

lunedì 5 gennaio 2015

Capitan Alekos (con parziale ripulitura)

Paolo sul 1° tiro.
Paolo sul 2° tiro.
Sul 3° tiro.
Tracciato della via.
Lavagna (Pilastri di Rogno)
parete SE

Dopo la capatina di fine 2014, Rogno inaugura anche la prima breve vietta del 2015. E quale luogo migliore della Lavagna per iniziare l'anno nuovo? Quella placca nerastra mi ha sempre affascinato, e anche le linee più tranquille e su roccia più lavorata regalano sempre una bella sensazione. Se aggiungiamo che recentemente l'ampia boscaglia alla base delle pareti è stata ripulita e che alcune vie sono state riattrezzate... cosa aspettate a tornare a Rogno, magari portandovi dietro una spazzola di metallo (costo indicativo: 2 €) per dare una ripulita ai primi metri delle vie che percorrete? Noi abbiamo eliminato un po' di zolle d'erba e ripulito dal muschio la parte finale del terzo tiro e qualcosa sul primo, ma c'è ancora molto, molto da fare (anche perché non avevamo nulla per scopar via i residui di muschio e la via è rimasta un po' sporchina; confidiamo che il vento migliori la situazione). La via è comunque percorribile senza alcun problema; anzi, con soddisfazione!

Accesso: dal piazzale del cimitero di Rogno si sale lungo il sentiero superando la prima struttura (Piramide) e proseguendo lungo il sentiero principale che sale verso destra. Si continua dritti ad un primo bivio (indicazione Lavagna; a sinistra si va invece allo Sperone Poses) e si giunge ad un bivio con indicazioni. Si sale a sinistra seguendo l'indicazione Lavagna e ci si porta alla base dell'evidente placconata nerastra. Subito sulla sinistra si nota la scritta (con una e di troppo; Alekos era il soprannome di Alexandros Panagulis) che marca l'attacco.

Relazione: via piacevole in placca con un paio di brevi muretti, di difficoltà contenute e riattrezzata recentemente, mantenendo però lo stile di questo posto. Sostanzialmente inutili friend & Co., anche se magari un paio delle misure piccole si riescono a piazzare qua e là. Un po' di muschio su metà circa del primo tiro non disturba più di tanto; occhio ad un grosso masso presso la fine del secondo tiro che ha un'aria instabile: non saliteci sopra.

1° tiro: salire puntando al primo evidente spit, proseguire prima verso destra e poi verso sinistra fino ad un vago diedrino che porta nei pressi della sosta. 30 m, 4c; 4 spit. Sosta su 3 golfari ed un vecchio spit con catena ed anello.
2° tiro: spostarsi qualche metro a sinistra della sosta per salire lungo la placca fino ad un muretto (passo-chiave; spit nelle vicinanze) oltre il quale si continua per placca e un tratto lavorato più verticale fino alla sosta. 30 m, 5c (un passo); 5 spit. Sosta su un golfaro e due vecchi spit con catena ed anello.
3° tiro: ancora per placca a superare un muretto oltre il quale si prosegue fino alla sosta. 25 m, 4c; 4 spit. Sosta su due golfari e due vecchi spit con catena ed anello.

Discesa: in corda doppia dalla via.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 2 gennaio 2015

Dieci anni dopo + Gorby e Ronnie

Raffaele saggia la selvaggia partenza di Dieci anni dopo.
Sul 2° tiro di Dieci anni dopo.
Raffaele sul 3° tiro di Dieci anni dopo.
Tracciato della via (rosso). In azzurro e verde le vie
Digiuno delle galline e Scopa... LA senza manico.
Sul 1° tiro di Gorby e Ronnie.
Raffaele sul 2° tiro di Gorby e Ronnie.
Tracciato di Gorby e Ronnie.
Piramide di Cheope e Pilastro dei Pitoti (Pilastri di Rogno)
Pareti SE

Rogno per me ha il fascino dei posti dove si sono mossi i primi incerti passi sulla roccia... e dove un po' di incertezza, o almeno invito alla prudenza, fa sempre capolino dalle protezioni piuttosto parche e spesso vetuste. È quindi con una certa soddisfazione che abbiamo notato che la nostra meta, Dieci anni dopo, era stata risistemata nel rispetto della chiodatura originale (le piastrine presenti hanno comunque un aspetto artigianale, ma sembrano stabili). Il lodevole progetto (segnalato da scritta alla partenza) è lungi dall'essere completato; infatti sulla seconda via della giornata, Gorby e Ronnie (che avevo percorso anni fa perdendomi al secondo tiro...) abbiamo ritrovato i vecchi spit ballerini di sempre. Contributi al progetto sono quindi ben accetti, sia economici che di forza-lavoro; scrivete a perfalesiarogno@gmail.com.

Accesso (Dieci anni dopo): dal parcheggio di fronte al camposanto di Rogno si prende il sentiero che in breve giunge ad uno spiazzo dove partono le vie della Piramide: Digiuno delle galline, Decennale e altre (scritte). Si prosegue verso sinistra per qualche decina di metri fino all'evidente scritta con nome.

Relazione: via decisamente poco frequentata, e a torto, perché i due tiri originali (si esce sul Digiuno; l'ultimo tiro originale è sepolto dalla vegetazione - grazie a David per l'informazione) sono veramente belli, in particolare il secondo. Purtroppo la roccia presenta diversi tratti coperti da muschio e obbliga a qualche attenzione in più. La scritta alla partenza segnala: friend 2 e 3,5; in effetti un BD2 è utile per la fessura orizzontale del 2° tiro.

1° tiro: salire puntando ad un albero e proseguire fino alla parete; salire spostandosi verso sinistra fino ad un cespuglio oltre il quale si ritorna verso destra e si sale fino al terrazzo di sosta. 45 m, 5b; 3 spit, 1 chiodo. Sosta su 2 spit e 1 fittone con anello di calata.
2° tiro: subito verso destra con passo delicato a rimontare una placca muschiosa che porta ad un muretto e ad una bella fessura orizzontale poco dopo la quale si trova la sosta. 30 m, 5c; 5 spit. Sosta su 3 spit con 2 anelli di calata.
3° tiro: salire verso destra fino a raggiungere una cengia oltre la quale si prosegue dritti fino alla sosta (tratto in comune col Digiuno delle galline). 40 m, 4c; 3 spit. Sosta su 2 spit.

Discesa: si segue verso destra una facile ma esposta traccia (corde fisse) che porta su un sentiero che passa sotto la placca dell'ombra e lo sperone dei boscaioli per giungere ad un bivio con ometto. Si prende a destra e si giunge in breve al punto di partenza.

Accesso (Gorby e Ronnie): come la precedente, ma giunti alla Piramide si prosegue lungo il sentiero principale che sale verso destra, si continua dritti ad un paio di bivi, ignorando le deviazioni a destra e a sinistra e si giunge ad un altro bivio con indicazioni. Si prosegue verso destra (indicazione Pitoti) e in breve si nota la parete del Pilastro dei Pitoti (ovvero dei graffiti, che ora sono stati saggiamente rimossi) sulla sinistra. La via parte dalla sosta più a destra della parete.

Relazione: via in condizioni assai migliori della precedente, con un po' di muschio solo sui primi metri e su brevi tratti degli altri tiri. In compenso le protezioni, ad oggi, sono quelle "standard" di Rogno, quindi spit vecchi e un po' ballerini. Molto bello il 2° tiro, ma anche gli altri sono meritevoli di una visita: si arrampica perlopiù su placche lavorate e qualche muretto a mo' di variazione sul tema. Tutte le soste sono su due spit con anello di calata. Sostanzialmente inutili i friend.

1° tiro: dritti sopra la sosta seguendo una specie di rientranza della roccia, poi lievemente a sinistra ad aggirare un piccolo strapiombo e ancora in verticale fino alla sosta; 40 m, 5a, 5 spit. La sosta è la prima sulla destra, ma si può anche proseguire un paio di metri e fermarsi a quella di Anestesol sublime e Via del campo.
2° tiro: non seguire gli spit sulla placca (sono delle vie sovramenzionate), ma spostarsi verso destra a prendere il filo dello spigolo che si risale (muschioso) fino a portarsi sotto un tetto. Si esce sulla destra e si risale la placca fino alla sosta; 45 m, 6a (un passo subito dopo il tetto), 6 spit. Sfalsate le mezze corde sui due spit ravvicinati sotto il tetto.
3° tiro: ancora lungo la placca, in obliquo verso destra, poi in verticale fino alla sosta; 35 m, 5b (un passo), 3 spit. Sosta bassa e decisamente scomoda; molto meglio sarebbe stato piazzarla un paio di metri più in alto.
4° tiro: si risale un pulpitino sopra la sosta e si prosegue per placca fino alla sommità; 25 m, 5a, forse un passo 5b, 3 spit.

Discesa: si segue il sentiero che scende sul lato sinistro del pilastro, attrezzato con un paio di corde fisse malandate, che in breve riporta lungo il sentiero di partenza.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 30 dicembre 2014

Le due zittelle e La pietra lunare

di Tommaso Landolfi
Adelphi, Milano, 2004 (1a ed. Bompiani, Milano, 1946)
Rizzoli, Milano, 1990 (1a ed. Vallecchi, Firenze, 1939)

So bene che l'ammazzerete, questo che a voi appare deforme e immondo essere, questo che è essere santo e divino al pari di Dio, di cui è parte; che l'ammazzerete per un orrendo misfatto che è invece un naturale suo moto. Ma se così sarà, segno che dovrà essere così, anzi che così sarà senz'altro. Il Dio, sempre per parlare al vostro modo, che gli ispirò di dir messa, avrà anche ispirato a voi la viltà, l'insipienza, la vergogna del vostro, ora sì, misfatto... la scimia ha scompisciato l'altare: e con ciò?
Sentii nominare Landolfi molti anni fa in uno scritto di Dorfles, lessi La pietra lunare, ci misi sopra un punto di domanda e passai oltre. Ma ogni tanto il nome ricompariva... Calvino, Bloom e altri ne lodavano lo stile e m'istillavano il dubbio di averlo mal letto. Così, passando in una di quelle rivendite di libri usati dove al prezzo di un biglietto d'autobus si trovano edizioni intonse di capolavori e di libracci, collocate fianco a fianco, mi diedi una seconda chance verso l'autore e presi Le due zittelle, rileggendo per l'occasione anche la pietra.
Le due zittelle fa capire già dal titolo che ci si muoverà su un terreno affascinante e insidioso, dove la lingua è oggetto d'invenzione o, per meglio dire, di attenta analisi filologica. Se D'Annunzio e Leopardi sono acclamati a più voci come numi tutelari dell'autore, il pensiero corre invece al contemporaneo Gadda, ad un uso "evocativo" della lingua che ne ampli le possibilità attingendo dal patrimonio della tradizione.
La tornita prosa ci porta in una "scena della vita di provincia" (sottotitolo de La pietra lunare) dove due timorate zittelle conducono un'esistenza su cui si è da tempo deposta un'impalpabile polverina grigia, in compagnia di una domestica (pardon, una fantesca) e della tirannica vecchia madre. La madre ipocondriaca, che negli ultimi suoi anni si esprimerà percuotendosi il petto a mo' di affricano timballo è un espediente che introduce, anche figurativamente, il nuovo maschio di casa, ovvero Tombo, la scimia. Quando si scopre che l'animale ha l'usanza di penetrare nottetempo nella cappella dell'attiguo convento dove, imitandovi i gesti umani, divora ostie consacrate e beve il sacro vino, compiendo infine i propri bisogni sull'altare (si spera, non ad imitazione dell'officiante), la sordina e la penombra delle vite delle zittelle sono squarciate. Come punire Tombo del sacrilegio?
La seconda parte del racconto è una sorta di processo alla scimia, dove alle tre bigotte si aggiunge un monsignore della più declamatoria e retriva genia ed un giovane prete straniero che si opporrà alla stolida e partigiana applicazione del concetto umano di peccato ad un animale (anche qui, come ne Gli egoisti di Tecchi, le figure ecclesiastiche positive sono straniere; la Curia romana non era evidentemente da prendere ad esempio), riaprendo l'eterna questione di Dio e del libero arbitrio. Ma, sebbene le argomentazioni di padre Alessio siano ben più ragionevoli dell'oscurantismo di provincia dei suoi interlocutori, Landolfi non rinuncia ad istillarvi una dose di distacco e di ironia, portandolo su una specie di panteismo che culmina con il memorabile: me ne sbatto della vostra sacra vivanda! che suggella la fine della discussione e la cacciata del padre dalla casa. Il destino farà così il suo corso.
C'è un altra analogia con questa storia, ed è Billy Budd di Melville, dove però la legge è quella degli uomini, infranta da un essere puro ed inconsapevole (e si lasci a Calderoli l'idiozia di trarre paragoni indecenti tra Budd e Tombo).
La prosa, e in un certo senso anche una religiosità (pagana e molto, molto sui generis), si ritrovano ne La pietra lunare, meno bello del precedente, ma forse più complesso. Giovancarlo è uno studentello di lettere un po' sfigato che - l'avreste mai detto? - compone versi e trova insopportabile il mondo borghese (a cui appartiene e a cui ritornerà), la famiglia dello zio, abituata a odiare chi non possa essere in alcun modo compatito, le donne alte membrute e ben formate [...] che s'aggirano, la fronte e l'occhio sereni, per i salotti, [...] che osano produrre una schizzinosa femminilità [...] la quale sta loro come una perla sulla fronte d'una scrofa (un po' misogino qui il nostro Landolfi, eh?).
Giovancarlo è "scelto" da Gurù, splendida fanciulla che vive in romito castello fuor dal borgo, e la loro relazione inizia. Gurù però è indecifrabile, "lunare", capra-mannara e in una notte di luna piena condurrà il "solare" ragazzo in un mondo fantastico tra i monti dove assisterà ad una specie di sabba e ad altre avventure insieme a briganti morti da generazioni, per rientrare poi nel suo mondo quotidiano e ripartire per la città. Quasi una trama da racconto fantastico ottocentesco.
Personalmente trovo noiosetti i capitoli delle avventure fantastiche coi banditi e molto più riusciti i primi "realistici" cinque (la descrizione del cammino nel Cap. VI è però magistrale), ma i due elementi si compenetrano dall'inizio, fin dal piede caprino di Gurù; Gurù che nelle notti di luna piena si congiunge con una capra riemergendo capra-mannara, donna dall'ombelico in su e capra nel resto, creatura che appartiene ad entrambi i mondi, reale e fantastico (non è questa la mia vita, risponde a Bernardo), la sola che può garantire a Giovancarlo l'accesso al reame lunare.
Ma perché proprio a lui? Perché solo lui vede il piede caprino della fanciulla ed è predestinato all'avventura (sono venuta per andare con lui dirà subito Gurù)? Ci sono due caratteri che lo contraddistinguono, ovvero gli donano una sensibilità particolare: il suo essere "colto" ed il suo essere "artista", quindi capace di rielaborare la cultura, di superare i confini del mondo reale, di creare mondi nuovi. Ma allora il mondo fantastico cosa rappresenta, la creazione letteraria stessa? Il recupero di un mondo primitivo e arcaico (i briganti, l'immagine delle Madri)? O solo tutto quello che ci rifiutiamo di vedere?

Concludo con un altro dubbio, questo sì senza risposta, che mi ha attanagliato durante la lettura, laddove la fanciulla si denuda suscitando il comprensibile appetito di Giovancarlo che non l'aveva mai vista così, dati certi curiosi pudori di lei (ah, queste belle relazioni d'altri tempi...). Divenuta capra-mannara, Gurù vorrebbe abbandonarsi ad amorosi trasporti, ma viene interrotta da Bernardo... visto però che sotto l'ombelico trionfa la natura caprina, come sarebbe andata a finire? Forse a Giovancarlo è andata bene così; Landolfi in ogni caso non si dilunga su questi dettagli anatomici.

mercoledì 24 dicembre 2014

Torta con mele e cannella

A dicembre conviene invero tralasciare ogni velleità sportivo-arrampicatoria, rinunciando all'inane lotta con la falange di cene ritrovi festeggiamenti celebrazioni ricevimenti rinfreschi libagioni nonché feste comandate, abbandonandosi all'abbraccio consolatorio con il cibo. In effetti i post del mese riflettono cotal inclinazione dello spirito, e questo non fa eccezione. Trattasi di torta alle mele aromatizzata alla cannella (ma ovviamente altri aromi sono possibili), che resta abbastanza asciutta e quindi consigliabile per la colazione (almeno, così vuole la vulgata). Ingredienti semplici, veloce e facilissima realizzazione (come al solito; altrimenti il sottoscritto non saprebbe come fare), per un ottimo aspetto e un gusto "classico" che non delude.

Ingredienti:
  • burro: 170 g
  • zucchero a velo: 170 g
  • farina: 170 g
  • uova: 3
  • mele: 2
  • zucchero di canna: due cucchiaini
  • cannella: qualche stecca (io ne ho messo uno sproposito, ma si può essere più morigerati)
  • limone: 1
  • farina e burro per lo stampo
  • sale
Preparazione:
  • Grattugiate la scorza di un limone;
  • Sbriciolate le stecche di cannella fino a ridurle a minuti pezzettini;
  • Sbucciate le mele e fatele a spicchi sottili (eliminando il torsolo, ça va sans dire);
  • Montate il burro con lo zucchero a velo e un pizzico di sale finché non si ottiene un composto morbido;
  • Unite le uova e la farina e continuate a mescolare di buona lena (Fig.1);
  • Unite la scorza di limone;
  • Unite la cannella e continuate a mescolare;
  • Imburrate lo stampo (o usate la carta da forno);
  • Versate l'impasto nello stampo e infilate gli spicchi di mela (Fig.2, avanzerà qualcosa);
  • Spolverate con 3 cucchiaini di zucchero di canna;
  • Infornate a 175°C per 50'.

giovedì 18 dicembre 2014

Avanzini + Via dei re

Il Castello della pietra
Paolo sul tiro della Avanzini
Tracciato della via Avanzini
Sul 2° tiro della Via dei re
Paolo medita in vetta...
Castello della pietra e Biurca (rocche del Reopasso)
Spigolo E e parete S


In questa stagione e con questo tempo non sono molte le possibilità di passare qualche oretta arrampicando su qualcosa di più naturale della plastica; ma mai arrendersi: la Liguria ha sempre risorse insospettate, almeno per noi. E infatti, durante la colazione, un avventore del bar ci suggerisce, tra un bianchino e l'altro, il Reopasso, località orecchiata in qualche guida ma sulla cui ubicazione vantavamo un'ignoranza quasi proverbiale. Roccia tutto sommato buona, chiodatura ottima, clima ideale: decisamente un posto da consigliare. Nei dintorni c'è poi lo "storico" Castello della pietra colle vie ormai abbandonate (e probabilmente proibite); val comunque la pena di spendere due parole per la bellezza del posto, anche se la qualità della roccia e delle protezioni è assai meno attraente del caso precedente.
Accesso (via Avanzini o spigolo E): uscire dalla A7 Milano-Genova ad Isola del cantone e girare a destra passando sotto l'autostrada. Al bivio seguire per Vobbia risalendo l'omonima valle per circa 7 km, giungendo in vista del Castello della pietra. Si parcheggia in apposito spazio sulla sinistra sotto la muschiosa parete N e si prosegue a piedi per circa 200m fino all'ingresso vero e proprio, dove si prende un sentiero che in breve conduce in vista del castello. Giunti al cospetto delle mura si tiene la destra ad un bivio poco prima dell'ingresso, si risale brevemente e si segue la facile crestina a sinistra che porta sotto lo spigolo E dove parte la via.
Nota: da febbraio 2014 il sentiero di accesso e il castello stesso sono chiusi in seguito ad una frana e ai conseguenti lavori di risistemazione del tutto (qui l'avviso). Non so dire se l'arrampicata sia pure vietata, ma è probabile che sia così, visto l'approccio tipico delle amministrazioni comunali a questa attività.
Relazione: la via è composta in pratica da un solo tiro di una quarantina di metri; il secondo, facile, tiro che giungeva in vetta alla torre E è stato cancellato dal sistema di scalette che permette (permetterà?) l'accesso dal castello. La via è ben protetta (anche se gli spit sono vecchiotti e da verificare) e non ha difficoltà elevate, ma la roccia è un conglomerato di scarsa qualità e discreta friabilità; fare attenzione. In Cento nuovi mattini si trova scritto al riguardo (p. 72): ogni appiglio è una boccia rotonda di pietra che fuoriesce più o meno dal cemento del materiale roccioso legante. Ma dopo la prima impressione passa. Immagino che Gogna intendesse la pietra, che si stacca e... passa giù!
1° tiro: superare il saltino di partenza, portarsi verso destra e risalire un secondo risalto, indi dritti fin sotto una fessura obliqua verso sinistra che si risale sbucando alla sosta; 40m, 5a (un passo per uscire dalla fessura), 9 spit. Sosta su tre spit con catena e anello di calata.
Accesso (via dei re): lungo la SP8 da Isola del Cantone fino a Vobbia e da qui salire a Crocefieschi, grazioso paesino sulla sella tra le valli Vobbia e Seminella. Poco prima di entrare in paese c'è un tornante a destra con parcheggio sulla sinistra dove si può lasciare l'auto; in alternativa proseguire fino alla curva successiva, superare una stradina a destra con cartelli indicatori per le Rocche del Reopasso e parcheggiare poco dopo. Seguire la suddetta stradina che porta alla cappella della Madonna della guardia e diviene sentiero pianeggiante che conduce in una mezz'oretta al cospetto delle Rocche (cartello indicatore). Proseguire dritti (a destra si va per la ferrata) tagliando la parete della Biurca fino ad uno spit evidente con scritta.
Relazione: via piacevole su conglomerato di qualità ben migliore del precedente e buone protezioni; fare comunque attenzione se transita qualcuno sul sentiero. Percorso ovvio indicato da spit e fittoni, più qualche vecchio chiodo sostanzialmente inutile.
1° tiro: superare il gradino e proseguire su roccia sporca; salire a sinistra in corrispondenza di una paretina e ancora per roccia sporca ed erbosa fino alla sosta; 40m, 3c, 4 spit. Sosta su due spit.
2° tiro: salire verso sinistra in un vago diedrino, poi ancora a sinistra a superare un muretto (passo-chiave ben chiodato) e per rocce più facili verso destra fino alla sosta su una cengia friabile; 25m, 6a+ (un passo), 6 fittoni, 1 spit. Sosta su due fittoni con catena e anello di calata.
3° tiro: superare il muretto sopra la sosta e proseguire dritti superando sulla destra una zona un po' erbosa; un muretto finale porta in sosta; 35m, 5a, 10/11 fittoni. Sosta su due fittoni con catena e anello di calata.
4° tiro: salire a sinistra della sosta, poi spostarsi verso destra su un'esile cengia e proseguire fino in vetta, ignorando una sosta intermedia e superando due facili risalti; 45m, 4b, 15 fittoni, 1 sosta intermedia. Sosta da allestire sul cavo della via ferrata.
Discesa: lungo la via normale: seguire il cavo della ferrata fino al colletto e risalire sulla cima N della Biurca; seguire poi il sentiero di discesa (quadrati gialli) che in breve riporta alla base.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

sabato 13 dicembre 2014

La Grande Guerra - operai e contadini lombardi nel primo conflitto mondiale

a cura di Sandro Fontana e Maurizio Pieretti
Silvana editoriale, Milano, 1980 (collana Mondo popolare in Lombardia n.9)

E la più vera e vergognosa ipocrisia e il farsi credere cultori d'arte veder versare torrenti d'indignazione per una pittura fiamminga, per un Cristo spirante su una tela [...] e non sentire dolore per quelli che muoiono la davanti alle trincee squartati e sventrati dalle bombe nemiche, non sentire dolore per quelli che muoiono di freddo e di miseria [...].
Bruccino le vergine dipinte, al diavolo le sedi governali, i Papiri del san'scritto, sono le vite umane che bisogna salvare, solo le lagrime umane che bisogna asciugare, sono le vite e i corpi umani che bisogna aiutare.
La quarta pagina di copertina recita: "La collana (ndr: mondo popolare in Lombardia) rappresenta il più organico tentativo in atto oggi in Italia per raggiungere una rappresentazione critica e di prima mano della realtà culturale popolare di un territorio regionale". È assai probabilmente vero, e l'iniziativa, ben prima che dubbi figuri si autoproclamassero difensori del localismo sproloquiando in dialetto, fu certamente meritoria. Naturalmente parecchi dei volumi (la lista completa si può trovare qui) sono di poco interesse al di fuori degli appassionati di tradizioni locali, ma questo fa eccezione, si rivolge ad un pubblico ben più vasto di quello lombardo (anche se purtroppo non credo che abbia avuto la diffusione che meritava) e affronta un tema tuttora assai dibattuto e lontano dall'essere concluso: l'atteggiamento dei soldati di fronte alla guerra.
La questione è nota: la maggior parte dei diari di guerra appartengono a ufficiali e sottufficiali, la cui conoscenza si può dire soddisfacente, ma cosa sappiamo dei soldati? Perché combattevano? Quali erano le loro motivazioni? Quanto diffuso il dissenso? Per contribuire al dibattito, nel volume si riportano numerose testimonianze scritte e orali, raccolte negli Archivi di Stato e direttamente dai reduci una sessantina di anni dopo il conflitto. Dal primo gruppo di lettere (AdS Brescia) emerge un panorama che mi pare confermi alcune linee-guida già individuate: i soldati (perlopiù contadini) nelle loro lettere a casa si preoccupano del quotidiano, si informano del raccolto, del bestiame, danno indicazioni su come sbrigare alcune faccende. Parlano sì della vita di trincea, ma senza troppi particolari (forse anche per non allarmare i loro cari) e senza dilungarsi a spiegare le loro motivazioni.
Molto più interessante il secondo gruppo (Archivio centrale di Stato) che inizia con una notevole lettera di un militante socialista: i soldati che maledicono i superiori, i "volontari" per missioni che specialmente chi va non tornano più comandati dietro minaccia di morte: certo si rischia la pelle, altrimenti la pelle me la fanno i nostri superiori e quel Trieste lo prederemo col binocolo che sarà anche stato "disfattismo", ma a cui non fa difetto il realismo. Intuita l'aria che tira, saggiamente il soldato non firma la lettera e le richieste di identificazione del Comando restano... lettera morta (scusate il gioco di parole).
Ma non c'è solo questa lettera: nel gruppo ce ne sono diverse scritte da prigionieri e da - veri o sospetti - disertori, molto interessanti perché non frequenti. Alcuni sono anarchici riparati in Svizzera, altri riparati o prigionieri con "dubbi sulla cattura". I primi parlano di politica (oltre alle faccende personali, naturalmente), alcuni dei secondi rivendicano la propria diserzione e denunciano i trattamenti inumani dell'esercito: un bel contraltare rispetto alle lettere di ufficiali e sottufficiali che mostrano - ma non è una novità - una convinzione ben maggiore che assume a volte una connotazione un po' macchiettistica (come nel personaggio che prima si fa scrupoli sul dovere e poi se ne va beatamente a caccia perché ferito ad una mano).
E veniamo alle fonti orali, da prendere naturalmente con le pinze per quanto riguarda gli aspetti ideali, in quanto rese decenni dopo i fatti. Ricordi comuni sono lo spregio della vita umana da parte dei Comandi italiani, le fucilazioni di guerra, il forte spirito di corpo (che in parte è affratellamento di poveracci sotto lo stesso tragico destino, in parte irregimentamento nella struttura dell'esercito), la convinzione che il disastro di Caporetto sia stato sì un tradimento, ma dei generali Cadorna e Capello che avrebbero venduto il loro Paese, e l'orrore per la carneficina, non disgiunto da una certa pietas per il nemico (a fianco comunque di affermazioni anche contrarie ben più recise). Curioso poi l'aggettivo ricorrente "terrematte" per i soldati meridionali. Molto interessanti e vividi i ricordi diretti degli eventi, dall'Isonzo al Trentino e - per quanto riguarda i miei interessi personali - l'Adamello, dove diversi degli intervistati prestarono servizio.
Le testimonianze sono introdotte da tre saggi. L'ultimo si occupa del linguaggio usato dai soldati, mentre i primi due affrontano la questione sui soldati prima delineata. Il primo (di Fontana) ha un imprinting democristiano (l'editore è la regione Lombardia di quegli anni...) e, volendo svincolarsi sia dalla visione (semplifico...) liberale che socialista finisce coll'insistere sul ruolo del cattolicesimo nell'orientamento della coscienza contadina; un po' poco. Il secondo (di Pieretti) è di più ampio respiro, anche se talvolta pare uscire dai confini della questione, e orientato da una prospettiva di classe.
Un vero peccato che la saggistica successiva non si sia praticamente accorta di questo volume!

venerdì 5 dicembre 2014

Trattoria Altavilla

Via ai Monti 46
Bianzone (SO)


Ero stato in questa trattoria più di una decina di anni fa, in occasione delle "Cantine aperte", approdativi dopo un lungo peregrinare tra i produttori valtellinesi con annesse degustazioni. Non ricordo molto di quel pranzo, ma ne ebbi un'impressione assolutamente positiva; tanto durevolmente positiva che domenica scorsa, trovandomi in Valtellina al fatidico momento del pranzo, non ho avuto dubbi e ho dirottato Matteo qui. È quasi commovente constatare come ci siano locali per cui il tempo sembra non passare, che propongono una "sana" (anche se forse non dal punto di vista dell'apporto calorico) cucina del territorio, correttamente rivisitata e - particolare non trascurabile - con porzioni più che oneste.
Il nostro pranzo inizia con un antipasto, ovviamente composto da bresaola accompagnata da sottaceti: molto buona la prima, tranquillamente eliminabili senza danni i secondi. Poi si entra nel vivo del pranzo: ordino i classici pizzoccheri con patate, formaggio casera, verze e cipolle e mi arriva una teglia corrispondente alla porzione per due. Scopro con sorpresa che il contenuto è tutto per me e mi ritrovo con un piatto stracolmo e perlopiù buonissimo, che sparisce con rapidità sorprendente lasciandomi praticamente satollo. Ma alla golosità non si comanda ed il pranzo prosegue.
Il secondo piatto è una lombata di vitello con pera al Sassella; ottima carne, molto asciutta, ben cotta e saporita. Ma niente regge il confronto con i pizzoccheri di cui mi sono appena rimpinzato. La stessa cosa può valere per il dolce, una torta alle mele che in verità mi appare discreta, ma niente di più.

E veniamo al vino. La lista comprende tutti i maggiori (e minori) produttori locali, ma non disdegna il resto del Paese ed i ricarichi sono onesti. Noi scegliamo un Sassella "stella retica" di ARPEPE, ottimo e con un rapporto qualità/prezzo da far invidia; il compagno ideale di questo lauto pranzo valtellinese.

Speriamo solo di non dover attendere altri dieci anni per tornare in questo fantastico locale!

martedì 2 dicembre 2014

Torta al cioccolato gianduia e noci

Il clima del mese di brumaio sarà anche avvilente per qualcuno, ma per quanto mi riguarda, oltre ad amare il paesaggio reso irreale e dai contorni indefiniti dai nebbioni - che ormai, purtroppo, sono una rarità - genera una certa tentazione culinaria. In occasione dell'uscita in falesia dell'altra settimana mi sono quindi buttato su una ricetta facile-facile per coronare i nostri sforzi sui monotiri - sforzi peraltro sostanzialmente vani, senza alcun miglioramento degno di nota.
La torta è semplice e senza burro, quindi apprezzata anche da chi ha problemi con i latticini. Sì, è vero, c'è il cioccolato gianduia che in genere è al latte, ma nel caso si può trovare anche la versione fondente.

Ingredienti:
  • farina: 40 g
  • zucchero: 100 g
  • uova: 5
  • cioccolato gianduia: 250 g
  • noci (gherigli): 50 g
Preparazione:
  • tritate grossolanamente le noci
  • mettete il cioccolato a fondere in un pentolino a bagnomaria
  • mentre curate il cioccolato, sbattete i tuorli delle uova con lo zucchero
  • unite il cioccolato e mescolate
  • unite la farina e le noci tritate e fate un bel composto (piuttosto denso)
  • montate a neve gli albumi, uniteli e mescolate fino ad ottenere qualcosa di ragionevolmente omogeneo
  • imburrate la tortiera o ricopritela di carta da forno
  • versate il tutto (Fig. in alto)
  • cuocete in forno a 160°C per 30 minuti
  • fate raffreddare e coprite con zucchero a velo
Dopo la sfaticata, noi ce la siamo gustata in compagnia di una birra rossa di quelle un po' speziate; abbinamento decisamente interessante e consigliabile.

Nota: provata recentemente con mandorle al posto delle noci, con la stessa soddisfazione. Vista la diversa consistenza, però, le prime vanno tritate ben fini.

mercoledì 26 novembre 2014

Shangri La

Diego sul 1° tiro
Paolo sul 2° tiro
Sul 3° tiro
Diego e Paolo sul 4° tiro. La sosta (che io ho saltato)
è sul grosso arbusto.
Sul 5° tiro.
Tracciato della via (azzurro). In rosso la via Capitani coraggiosi
Sas de Mesdì - Monte Cimo
parete E

Torno su questa parete dopo quasi un anno, in compagnia di amici dai propositi bellicosi: Diego e Paolo mi consegnano un paio di staffe, attrezzo del cui utilizzo (e non solo di quello) sono massimamente ignorante, e mi trascinano sotto un paio di tetti poco rassicuranti. A furia di "Dai dai, che sopra si scala in libera...", di malriposti consigli su come usare gli infernali arnesi, di indicazioni su dove porre piedi, fifi e ammennicoli vari, giungo alla seconda sosta. Da lì passo avanti, ma la qualità delle protezioni e della roccia non aiuta a rilassarsi; sbaglio entrambe le soste successive, fermandomi prima fuori via, poi a metà tiro per esaurimento del materiale: i sacrosanti sberleffi dei soci mi accompagnano così fino alla sosta finale. Una via oggi un po' scorbutica che potrebbe diventare interessante a valle di una sistemata.

Accesso: dal casello di Affi della A22 seguire per Brentino Belluno, scendendo in Val d'Adige e portandosi sulla destra dell'autostrada (per i cultori di storia e di architettura militare segnalo nei pressi i forti Rivoli/Wohlgemuth, S. Marco e la tagliata Incanal). Si passa poi sul suo lato sinistro, si attraversa un ponte su un canale e si segue una curva sulla destra. Poco dopo si prende a sinistra ad un bivio, seguendo sempre l'indicazione Brentino Belluno, e si giunge al cimitero del paese dove c'è uno spiazzo per parcheggiare. Si costeggia a ritroso il vigneto sino alla curva dove un evidente sentiero si infila nel bosco. Lo si segue (bolli e piastrine metalliche con scritta S5 seguita da altri codici - un modo opinabile di marcare i settori e le vie di arrampicata) superando un paio di tratti con corde fisse cambiate di recente fino all'altezza della parete, dove il sentiero si biforca: alla vostra destra svetta lo spigolo del IV sole; noi prendiamo a sinistra. Si prosegue con qualche saliscendi fino a portarsi sulla verticale di un evidente tetto triangolare; poco dopo si sale a destra per pochi metri seguendo una traccia che porta alla parete e si segue la cengia verso destra; si supera la via Capitani coraggiosi e si raggiunge la piastrina n. 19, con scritta.

Relazione: via sostanzialmente abbandonata, con chiodatura tutto sommato buona, ma vetusta e dall'aspetto spesso poco affidabile (tranne che nel 2° e 5° tiro), con passaggi obbligati di 6a. Stando al libro di via, la nostra è stata la sesta ripetizione in quindici anni (!!), il che ha ovvie conseguenze: nella parte alta la roccia è un po' invasa dalla vegetazione e con alcuni tratti da verificare, nonostante qualche decina di chili finiti nel bosco sottostante al nostro passaggio: se cercate vie sportive su roccia pulita siete fuori strada. Fatte queste premesse diciamo che la linea, pur non avendo il fascino della vicina Capitani coraggiosi, è meritevole di una ripetizione, e se siete un po' meno brocchi del sottoscritto - cosa non difficile - potete limitare i tratti in artificiale. Il percorso è piuttosto ovvio (soprattutto se avete una relazione, al contrario di noi!); inutili le protezioni veloci. Portare due staffe per superare il primo tiro tiro senza penare.

1° tiro: salire a superare un primo bombé (valutato 7b dagli apritori), spostarsi a destra e risalire la placca fin sotto ad un tetto. Qui attraversare a destra fino alla sosta; 30m, A2; 14 spit. Sosta su due spit e 1 chiodo con cordone e maglia-rapida.
2° tiro: superare il tetto sopra la sosta e proseguire in verticale fino ad una zona di rocce rotte in corrispondenza di arbusti dove si sosta; 25m, 6c (oppure A1/2 se non volete faticare); 9 spit, 2 chiodi. Sosta su due spit.
3° tiro: in traverso verso sinistra su roccia da verificare; giunti al cordino in clessidra NON andare all'evidente sosta sulla sinistra, ma salire in obliquo, attraversare a sinistra e superare un muretto che porta alla sosta; 40m, passo di 6a/6a+; 8 spit, 3 chiodi, 1 cordone in clessidra. Sosta su albero con vecchio cordone.
4° tiro: a sinistra a risalire le rocce vicino al filo dello spigolo; quando gli spit "finiscono" si doppia lo spigolo sulla sinistra e si raggiunge la sosta; 25m, passo di 6a per arrivare in sosta; 7 spit. Sosta da attrezzare su due spit in un canalino disturbato dalla vegetazione.
5° tiro: uscire a sinistra, NON salire allo spit con cordone ma attraversare a sinistra fino alla fessura, risalirla e superare il muretto leggermente strapiombante. Spostarsi a sinistra e salire per rocce facili fino al terrazzo di sosta; 35m, 6b; 6 spit, 1 cordone in clessidra. Sosta su due spit con catena. Libro di via.
6° tiro: salire per facili rocce fino al termine della via. Dopo una ventina di metri io mi sono spostato verso sinistra su rocce non bellissime, raggiungendo il filo dello spigolo e doppiandolo per portarmi sulla sosta di calata di Capitani coraggiosi; 30m, III+. Facile, ma esposto e non protetto (c'è qualche clessidra che si può usare). In alternativa (relazione apritori) salire dritti fino alla sosta, spostarsi poi a sinistra e calarsi fino alla sosta di Capitani coraggiosi.

Discesa: in corda doppia lungo Capitani coraggiosi

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie..

mercoledì 19 novembre 2014

Ristorante Zü

Via XXV aprile, 53
Riva di Solto - loc. Zü (BG)


E rieccoci ad una nuova puntata della caccia ai sapori di lago, quei posti dove la cucina lombarda si sposa all'acqua e acquista varietà, delicatezza e ancor più interesse. Anche questa volta la meta è ad est: sponda bergamasca del lago d'Iseo, poco distante dal paese di Riva di Solto. Il ristorante Zü è posto in ottima posizione sotto la strada, con bellissima vista sul lago e sulla corna Trentapassi; solo qualche rudere di troppo rovina la vista dalla terrazza. Stile raffinato e servizio cortese completano la presentazione di un locale che rivisita in stile moderno e ben riuscito i piatti tradizionali locali. I prezzi non sono certo da trattoria, ma devo dire che la qualità del cibo è decisamente alta.
Veniamo al dunque: noi saltiamo l'antipasto e passiamo direttamente al primo piatto, assaggiando le mezzelune di pasta fresca con farcia di salmerino. Piatto ben presentato, decorato con cubettini di pomodoro e molto buono. Il mio commensale esprime qualche perplessità sulla cottura; io confesso di aver deprecato solo che la quantità non sia stata doppia!
Ma il meglio arriva con il coregone al forno e polenta integrale, un piatto tanto ricco di sapore quanto delicato, che mi son trattenuto dallo sbafare in un minuto! Era da un bel po' di tempo che non mangiavo così bene.
Giunti al dessert, cado vittima una volta di più della mia inconsulta passione per il cioccolato e ordino un fondente Araguani con gelato al pistacchio, restando meno impressionato rispetto al piatto precedente e non del tutto convinto dall'abbinamento... ma forse sono io che devo decidermi a cambiare tipologia di dolci; ormai son diventato quasi incontentabile col cioccolato!
Ben fornita la cantina, anche se con ricarichi un po' altini. Noi abbiamo accompagnato il tutto con un Franciacorta brut di Monzio Compagnoni che ha retto bene il confronto.

Un ottimo posto dove tornare senza indugio!

Il conto (visita di aprile 2019): 126€ per
2 primi
2 secondi
2 dolci
2 caffè
1 bottiglia di acqua
1 bottiglia di vino (24€)

martedì 18 novembre 2014

Sagrantino di Montefalco DOCG 2000 Còlpetrone

Va bene, lo devo confessare: ho in cantina anche qualche bottiglia che è transitata nei dintorni delle barriques, residuo di acquisti che ormai non faccio più! Non sono le mie preferite, ma devo dire che, mentre non riesco a sopportarne l'effetto su nebbiolo e sangiovese, riconosco che alcune "realizzazioni" (adesso si dice così?) su altri vitigni possono avere degli aspetti non disdicevoli.
Il sagrantino di Còlpetrone non arriva ai 22 mesi in barrique (un'eternità) del Collepiano, e per fortuna! Si ferma a 12 mesi tra barrique e tonneaux per poi passare in bottiglia per 6 mesi. Vino da invecchiamento, si dice, e io l'ho messo alla prova stappando un 2000 la settimana scorsa, a cena da un amico che non vedevo da anni, ponendolo di fronte ad un ottimo risotto ai funghi mentre si riesumavano ricordi di Politecnico, lavoro e montagna.
Vino curioso, il sagrantino, difficile da domare; i tannini, l'alcool... ma forse è proprio questa sua spigolosità che me lo fa apprezzare. Qui partiamo da un colore veramente impenetrabile, appena appena orlato da sfumature granate ai bordi. Il tempo di aprirsi un po' (c'è anche un Aglianico della Cantina del Notaio con cui ingannare il tempo...) e arrivano le note di frutta e un po' di spezie... poi all'assaggio emerge l'alcool e - purtroppo - un po' di concentrazione di troppo per i miei gusti, mentre i tannini paiono ammorbiditi dall'invecchiamento. Tutto sommato, una "realizzazione" non male di un vino non facile.

Dopo aver scolato le bottiglie (anche quella di aglianico subì medesima sorte) lessi la leggenda di Eracle ad una delle figlie di Tecla e Lorenzo, ma non sono sicuro di essere stato nelle migliori condizioni per adempiere al mio dovere di didatta...

venerdì 14 novembre 2014

La mostra di Alberto Vitali a Bergamo

Il Palazzo della Ragione dove si tiene la mostra.
Il catalogo dei dipinti
Il catalogo delle incisioni
È in corso fino al 6 gennaio 2015 la mostra Alberto Vitali e Bergamo, una storia d'arte e di profonda bellezza al Palazzo della Ragione, nella Piazza Vecchia di Bergamo Alta. Un'occasione unica per rivedere dopo quarant'anni dalla mostra del 1975 le opere principali del pittore più rappresentativo del novecento a Bergamo e di rilevanza nazionale tutt'altro che secondaria, anche se qualche sprovveduto si ostina ancora a definirlo artista "locale".
Scrissi un post su Alberto Vitali qualche tempo fa, quando completai la raccolta dei libri relativi (invero ne manca uno, ma pazienza) ed avevo mirato e rimirato le riproduzioni dei quadri in lungo e in largo. Poi Amedeo - mesi fa - mi informa della prossima mostra e posso così seguire l'evolversi dell'organizzazione: il pellegrinaggio dai collezionisti privati, la definizione del catalogo e degli autori dei contributi critici, le prime bozze... momenti di soddisfazione e momenti di sconforto che accompagnano la gestazione, da lui sempre superati in nome dell'affetto e della riconoscenza verso l'antico maestro.
L'inaugurazione è stata un successo, con la folla delle grandi occasioni accorsa a vedere le opere nella sala delle capriate del Palazzo, magnificamente allestita. L'opera di Vitali è suddivisa per temi, permettendo così di cogliere l'evoluzione dell'approccio dell'artista verso i paesaggi (con un occhio di riguardo alle vedute di Bergamo), le nature morte, le figure, i ritratti ed autoritratti e le mascherate. In dialogo con la settantina di quadri esposti si trovano poi opere di artisti italiani con cui Vitali ha intessuto relazioni, come Sironi, Carrà, Tosi, Rosai, Morandi.
Il bel catalogo della mostra è un viaggio nella pittura di Vitali grazie alle ottime riproduzioni dei dipinti, accompagnate da tre saggi critici e da un ricordo di Amedeo.

A pochi passi dal Palazzo della Ragione, nell'(ex) Ateneo, si è poi inaugurata martedì 11 novembre la mostra delle incisioni di Vitali, completando così il percorso di riscoperta dell'artista (invero ci sarebbero anche gli acquerelli, ma forse è chiedere troppo...). Per me è l'occasione di vedere queste incisioni per la prima volta dal vero e di ammirarle ancora di più. Molto interessante il confronto tra la versione pittorica e grafica di uno stesso soggetto, osservando come i personaggi e le "storie" emergano in maniera diversa nei diversi mezzi espressivi, come sottolineato da Bertelli nel catalogo che accompagna questa seconda mostra. Catalogo che include anche uno scritto di Amedeo che mette, come si suol dire, i puntini sulle "i" su incisione e arte contemporanea e riproduce l'acuto scritto critico dello stesso che accompagnava il precedente catalogo del 1973. Tecnica prediletta l'acquaforte (87 incisioni + 13 con passaggio in acquatinta), ma non mancano 24 incisioni alla puntasecca, frequenti soprattutto nei primi anni, e 4 legni incisi. Materiale d'elezione lo zinco, mentre il rame è stato usato solo per 10 incisioni. Per citare ancora Amedeo, "Riproporre l'opera incisa nel 2014 è interessante per il netto contrasto con gli smodati manierismi che inquinano il misterioso ed autentico mondo dell'incisione fino a trasformarla in un ambiguo doppio di se stessa".

Non resta che andare a Bergamo Alta a visitare le mostre di Vitali. Non ve ne pentirete!

martedì 11 novembre 2014

Nuova ossessione

Giancarlo sul 1° tiro
Sul 2° tiro
Giancarlo sul 3° tiro
Tracciato della via (rosa). A destra la via Oliver (arancio),
a sinistra I birraioli (rosso).
Placche di Pian - Bec Cormoney
Parete NE


Complice l'acquazzone che imperversa altrove, si torna - con piacere - in Val d'Aosta. La meta di stavolta - oltre a mocetta, lardo e vino che costituiscono lo scopo primario delle mie scorribande - non è la solita Corma, ma l'arrampicata su placca, una delle mie preferite. Ne approfittiamo quindi per scoprire un posto nuovo, decisamente isolato e tranquillo, con l'unica pecca di essere un po' freddo in questa stagione: abbiamo un valido motivo per tornarci questa primavera a completare le poche vie (quattro) presenti sulla struttura.
Accesso: Si raggiunge il paese di Donnas (uscita Pont Saint Martin della A5) e poco prima del centro si prende il sottopasso ferroviario a sinistra seguendo le indicazioni per la frazione Outrefer. Si parcheggia prima del paese, al termine della strada, si entra in paese per svoltare poco dopo a sinistra (freccia gialla) ed imboccare il bel sentiero che risale la valle del Fer (segnavia 5 e 5A). La mulattiera porta prima al bivio per la via Neri Camilla e, proseguendo su segnavia 5A, ad un pilone dell'ENEL e a delle baite. Si continua fino ad un secondo pilone della linea elettrica e, al successivo tornante verso destra, si lascia il largo sentiero per prendere a sinistra (indicazioni P.P.). Il sentiero (bolli rossi e strisce gialle) scende verso il torrente (attenzione dopo le piogge!) dove vi è una scritta rossa su masso ("I birraioli" e "Oliver" accompagnate da due frecce). Si attraversa il torrente (bolli) e un paio di metri a destra si nota il primo spit della via. Un'oretta circa dal parcheggio.
Relazione: via molto piacevole su placca intervallata da brevi muretti, con chiodatura a spit buona, ma con difficoltà obbligate; inutili friend o ammennicoli vari. Tutte le soste sono su due spit con catena e maglia-rapida (un po' vecchiotte).  Attenzione se ci andate dopo un acquazzone (come noi!) perché l'esposizione non aiuta la roccia ad asciugare, i tiri superiori restano bagnati e diventano un po' più preoccupanti.
1° tiro: superare il primo salto, seguire gli spit di sinistra (quelli che salgono dritti sono di Oliver) risalendo la placca, attraversare un tratto erboso e rimontare la placca fino alla sosta sulla sinistra; 50m, 5a, 8 spit.
2° tiro: ancora per placca tenendosi lievemente a destra, superare un saltino e proseguire fino a raggiungere un breve muretto con cespugli; spostarsi appena a sinistra e salire fino alla sosta sulla sinistra; 45m, 6a, 13 spit.
3° tiro: per placca verso sinistra ad infilare una striscia di roccia tra cespugli che riporta verso destra e alla sosta; 45m, 6a, 11 spit.
4° tiro: partenza su infida placchetta muschiosa (soprattutto se avete le scarpette bagnate) a superare un breve salto; tenere poi verso sinistra su terreno più facile fino alla sosta, 35m, 6a+ (un passo), 9 spit.
5° tiro: raggiungere il salto poco sopra la sosta; superarlo e tenere un po' a destra fino a raggiungere un secondo saltino oltre il quale si prosegue dritti fino alla sosta; 45m, 5a (un passo), 6 spit.
Discesa: in doppia sulla via; le soste di Oliver sono un po' più nuove e possono essere utilizzate per lo slalom tra i cespugli.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.