sabato 3 maggio 2014

Gli egoisti

di Bonaventura Tecchi
Bompiani, Milano, 1961 (1a ed. 1959)

Adesso, mentre discendeva in furia, giù per quei ciottoli duri, cattivi, che la rincorrevano alle calcagna quasi come mastini, giù per le svolte di quella strada scabra, arida, maledetta, non ricordava più per quale ragione, a un certo momento, gli avesse rivolta una domanda strana e per lei tanto importante. Sulla solitudine dei corpi, delle anime? Sulla tremenda solitudine nell'amore? Che cosa gli aveva chiesto?
Questo è un libro che a mio parere poteva essere un capolavoro ed è invece "solamente" bello. Ma andiamo con ordine: Tecchi ci racconta le vicende sentimentali di cinque uomini che conosciamo nel pranzo di apertura del racconto. Uno di loro serve solo come escamotage per la relazione di Marcello ed Isabella ed esce di scena rapidamente; quindi quattro: Paolo, il medico ed anfitrione, e Fausto, il dotto orientalista, i più anziani; Roberto, lo scienziato, e Marcello, traduttore ed artista in erba, i giovani. Tutti uomini d'ingegno, come Tecchi rimarca più volte, eppure tutti incapaci di accedere alla dimensione profonda dell'amore: i giovani Marcello e Roberto sono accomunati dall'approccio verso le loro mogli/compagne (a loro volta accomunate da un tragico destino), con le quali non riescono ad elevare la relazione oltre la dimensione carnale o affettiva, su fino alla comunione degli spiriti (questo dissidio anima/corpo è un po' stucchevole letto oggi): le donne - ammirevolmente descritte - sono ineluttabilmente private dell'accesso all'anima dei loro uomini, si ritrovano perennemente escluse da un mondo che pure gli è fortemente debitore, condannate alla solitudine dall'incomunicabilità affettiva degli uomini, dal loro egoismo.
Il più anziano Fausto, che introduce il tema portante del rapporto bene/male già nelle prime pagine, vorrebbe rappresentare una compiaciuta ed intelligente amoralità (invero assai blanda se rapportata ai giorni d'oggi) e finirà col misurarsi e perdersi con donne mai neppure citate per nome, in un posto (Pavia) mai nominato ma solo suggerito, in una di quelle tipiche sovrapposizioni tra luoghi e sentimenti che percorrono felicemente il romanzo (si pensi al colle innominato sopra Ospedaletti). Nemmeno Paolo, che fa un po' da baricentro alle vicende e i cui trascorsi viviamo retrospettivamente, è immune da questo "male" e dalle sue "vittime"; vi ha sempre convissuto e ne tenterà una comprensione insieme a Marcello nel finale.
Fa da contraltare a codesti signori padre Van der Bergen (vi è poi un altro Monsignore assai indulgente con la mondanità che illustra il proverbio dell'abito), che appare all'inizio a marcare le polarità entro cui si muove il racconto e assume via via importanza nella seconda parte: impossibilitato a fermare il destino di Isabella, il prete olandese donerà infine consapevolezza a Marcello, illuminando l'eterno dilemma bene/male con cui il libro si apre. Di più non si può chiedere, la soluzione dev'essere cercata da ognuno dentro di sé. Ma l'accenno di contrapposizione fede/ragione che corre più o meno velatamente nel libro non può non provocare un po' di fastidio, e le pur belle pagine finali avrebbero potuto suggerire un senso diverso - o nessuno affatto - alle traversie di Marcello e Paolo (per tralasciare un sospetto tremendo sul futuro del primo). Questo, insieme ad una certa schematizzazione dei ruoli uomo/donna (carnefice/vittima), riporta alla frase iniziale. Un libro comunque da non perdere, che contiene altresì numerosi spunti sottotraccia, dall'egoismo dell'artista e la sua incomunicabilità col pubblico alla genesi del processo creativo.

Tecchi fu compagno di prigionia a Celle Lager di Carlo Emilio Gadda, che lo menziona nel Diario di prigionia; da qui la curiosità di leggere qualcosa di suo. Un altro esempio di come i migliori percorsi di lettura siano suggeriti dai libri stessi.

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