venerdì 8 marzo 2013

La sagra di santa Gorizia

di Vittorio Locchi
L'Eroica, Milano, 1919

E tutte le sere
qualcuno non tornava alla baracca
o non faceva la tenda
co' i tre compagni, nel fango:
restava su nel letto
di melma del Calvario,
vicino alle tre croci,
sotto i reticolati,
fra i Cavalli di Frisia:
e i candidi bengala
gli facevan lume
La produzione letteraria e/o poetica della Grande Guerra è per buona parte di poco valore, intrisa di insopportabile retorica e di fastidioso nazionalismo, ma a volte anche in questi casi si possono trovare degli spunti interessanti, se li si legge con la dovuta "distanza". Più o meno questo è lo spirito con cui ho iniziato la lettura di questa poesia, che invero ispira diffidenza già dal titolo. La diffidenza è poi ulteriormente accresciuta dall'introduzione di Ettore Cozzani, il direttore de L'Eroica, il quale ci informa che l'autore, tenente della posta militare, "non apparteneva all'arma combattente", anche se "il suo servizio lo teneva sempre [...] su la linea del fuoco nel pericolo". Invero il Locchi operava lontano dal fronte e chiese il trasferimento in occasione dell'imminente presa di Gorizia (9 agosto 1916), che poi tradusse in versi - pare - su richiesta del generale Zadecchi. Egli morirà poi nel febbraio 1917 a seguito del siluramento del piroscafo su cui si trovava, scegliendo di inabissarsi anziché porsi in salvo. Nonostante Locchi non sia probabilmente paragonabile ai tanti cantori dei sacrifici altrui che se ne stavano comodamente al riparo, non si può leggere dei fanti che pregavano "Dacci la nostra guerra, la nostra guerra all'aperto, Signore, e lasciaci correre verso la fidanzata!" (ovvero, Gorizia) senza chiedersi quanto tempo il Locchi vi avesse trascorso insieme (ai fanti, ovviamente, non alla fidanzata). Se lo avesse fatto, probabilmente, li avrebbe sentiti cantare di nascosto tutt'altre canzoni, meno retoriche e più tristi, e forse in alcuni casi anche la famosa O Gorizia, tu sei maledetta:
O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu
[...]
Voi chiamate il campo d'onore
questa terra di là dei confini
Qui si muore gridando assassini
maledetti sarete un dì
(qui un link che racconta cosa succedeva in Italia, ancora negli anni '60, sentendo questa canzone). Altro che "ognun la chiamava/ col nome del suo amore;/ uno le offriva il cuore/ e l'altro il dolore"! Altrettanto stonato il disprezzo dell'avversario, del "nemico ignobile indegno dei nostri fucili, che disonora la guerra rubando e impiccando, pestando tutti i sacrari, col suo piede pesante di rosso rinoceronte", anche se lo sfogo è da porre in relazione con quel che si era consumato nel castello del Buonconsiglio di Trento. E molte altre citazioni simili si potrebbero trarre.

Cosa "si salva" dunque, a mio parere, di questo poemetto? Immagini carpite qua e là, a dire la bellezza della Natura in contrasto con quello che vi accade, la dichiarazione di "naturalezza" iniziale, attimi di affratellamento con i disgraziati e le loro tremende condizioni di vita (e di morte), l'attesa e l'attacco finale, a tratti quasi carducciano (senza offesa per Giosuè, ovviamente):
E venne l'ordine di avanzare.
L'ombre nere si levarono
dai lati della strada,
i lampi illuminarono
la selva dei fucili :
e il reggimento si sparse
pei campi, come un volo
d'uccelli
verso l'aurora.
Ma ad essere del tutto onesto, la cosa che ho apprezzato di più sono le riproduzioni delle xilografie di Francesco Gamba, in parte qui riportate! Se volete farvi un'idea personale, trovate il libro (in italiano e inglese, in una traduzione del 1918) qui.

Chiudo con il lucido giudizio di Formigari in La letteratura di guerra in Italia (1915-1935), che a p. 75 dice: "Si ricorderà qual viva commozione destasse, durante la guerra, La sagra di Santa Gorizia di Vittorio Locchi, per l'immediatezza lirica di alcune parti; vero è che con quell'immediatezza contrasta l'elemento letterario dannunziano, rappresentato, oltre che nel poco simpatico titolo, in più d'un'immagine sforzata, e nella insopportabile raffigurazione di una «Santa Gorizia nuda e pura al sole di ferragosto» ."

domenica 3 marzo 2013

Nulla al caso (o via degli strapiombi rotondi)

Sul 2° tiro

Giancarlo sul 3° tiro

Sul 4° tiro

Attacco del 5° tiro

Dopo il muretto del 6° tiro

Giancarlo sull'8° tiro

Giancarlo sul tiro finale

Tracciato della via (rosso). Le altre vie sono: Bega
(azzurro), Me te spleucco (arancio) e Patata bollente (verde).
Corma di Machaby
Parete S


Arrampicare qui mi è sempre piaciuto, sin dalla prima uscita di un lontano corso di roccia. Sarà lo stile di arrampicata, la roccia, la chiodatura... o forse l'immancabile contorno enogastronomico che corona ogni puntata in Valle d'Aosta. Fatto sta che negli anni ho iniziato dalle vie più facili al "Paretone" per finire a fare... ancora quelle facili, non essendo migliorato poi di molto! L'obiettivo principale di ieri era di rimpinguare la mia cantina con alcune bottiglie valdostane, il tutto mascherato da "nobili" intenti arrampicatori che ci hanno portato su Nulla al caso, soprattutto per via del nome alternativo... come si fa a non salire una via che si chiama "degli strapiombi rotondi"? In verità la via corre - e non potrebbe essere altrimenti - su placche, intervallate da qualche saltino più o meno impegnativo, e forse più o meno "rotondo". Solita arrampicata piacevole con buona chiodatura, anche se qualche fix è posizionato secondo me in modo poco furbo.
Accesso: uscita Pont-San Martin dell'autostrada TO-AO, poi a sinistra verso il forte di Bard, superato il quale si materializza la Corma di Machaby. Parcheggiare nell'apposito spazio al cospetto della Corma in corrispondenza di una lieve curva a sinistra della strada. Salire il bel sentiero, attrezzato con corde fisse in alcuni tratti, fino alla parete in corrispondenza della targhetta della via Bucce d'arancia. Poco a sinistra parte il Canale banano (scritta) e subito dopo si trova l'attacco della via (targhetta con scritta alla base).
Relazione: via in stile "Paretone" su placche rugose intervallate da un tratto più verticale e da un paio di muretti che costituiscono i punti più impegnativi della salita. Chiodatura buona, un poco più lunga sui tratti facili e più "sicura" in quelli impegnativi, ma non del tutto logica in alcuni passi. Inutili friend; bastano dodici rinvii. Tutte le soste sono su due fix con catena e anello di calata.
1° tiro: sale per placche fino al terrazzino; 30m, 5b, 8 spit.
2° tiro: a destra della sosta per placca fino ad un bellissimo (e facile) tratto più verticale a cubetti; 40m, 5a, 10 spit.
3: tiro: a sinistra su facili placche a raggiungere la cengia; 28m, 4a, 3 spit.
4° tiro: passo d'ingresso a superare un breve tratto verticale che non è banale e - secondo me - è protetto un po' alla buona (il primo spit è troppo basso e si rischia di cascare sulla cengia); poi a destra e dritto per placche; 20m, 6a, 7 spit. Se ci si sposta un paio di metri più a sinistra a prendere la fessura obliqua dall'inizio è più facile (diciamo 5c).
5° tiro: la via aggira il bel tettino davanti a voi (che a occhio si può salire sulla destra per piegare sopra seguendo una bella fessura... mah...) tramite una placca verticale alla sua sinistra, per poi proseguire su terreno più facile fino alla sosta sotto un muro a mezzaluna; 30m, 6a+, 10 spit. Lo spit dopo il passo-chiave è un poco alto, ma almeno quello sotto è posizionato bene.
6° tiro: salire fino sotto il muretto piegando un poco a sinistra, superare il tratto verticale (stavolta molto ben chiodato) e proseguire su placche fino alla sosta; 30m, passo di 6b, 11 spit.
7° tiro: ancora per placca fino ad un (ultimo) salto con un piccolo tetto (anche questo ben chiodato) dopo il quale si prosegue per placche; 35m, passo di 6a+, 9 spit. Attenzione a non spostarsi troppo a destra per uscire dal tetto.
8° tiro: per placche fino ad un tratto più verticale ma ben appigliato e placchetta finale per giungere in sosta; 35m, 4c/5a, 6 spit.
9° tiro: salire a piacere le facili placche finali, sia tenendosi un poco a sinistra della sosta o andando a prendere direttamente gli spit sulla destra che appartengono alla via adiacente, 27 all'alba; 25-30m, 3c,  1-2 spit.
Discesa: evitare la calata in corda doppia e seguire il sentiero che piega a destra e porta verso il borgo di Machaby. Attraversare il borgo e andare a prendere il sentiero che riporta verso destra in direzione della Corma. Qui parte un sentiero attrezzato che si ricongiunge a quello utilizzato nella salita. In alternativa si può seguire la strada del Santuario, più lunga ma più comoda. Vivamente sconsigliata, invece, la ripetizione del nostro "esperimento" che ci ha portato a seguire la vecchia strada di collegamento che parte dal forte Lucini: a metà strada frane e rovi rendono praticamente irriconoscibile il percorso, costringendo a discendere per tratti infestati di rovi e vegetazione, fino a ritrovare la strada più in basso. I frequenti macigni rotolati sulla via suggeriscono il probabile motivo dell'abbandono. La strada si congiunge alla SS26 in corrispondenza dei sassi utilizzati per bouldering, ma per gli amanti di questa disciplina suggerirei un accesso più comodo!

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 24 febbraio 2013

Vallée d'Aoste DOC Fumin 2006 Cave des onze communes

La mia cantina ospita diverse, per quanto sempre troppo poche, bottiglie della Val d'Aosta, ma la mia attenzione aveva sempre trascurato il Fumin, uno dei vitigni autoctoni della zona; giusto una bottiglia acquistata qualche anno fa aspettava da tempo di essere messa alla prova. Come ormai d'abitudine, l'occasione si presenta con il quasi-abituale invito a pranzo della domenica, anche conoscendo l'amore del mio anfitrione per i vini della Vallée.
Il nome del vino, legato al colore del grappolo, è già un programma, e, come tanti sui fratelli, è sempre stato considerato un vino da taglio, mentre solo di recente ha acquistato una certa importanza: merito della riscoperta dei vitigni autoctoni e dell'intraprendenza di alcuni vignerons della zona di Aymavilles, che ci permettono di assaggiarlo in purezza (la DOC ne prevede almeno l'85%).
Questa versione della Cave des onze communes affina in legno, ma sul sito si legge che successivamente si è passati (meritoriamente) all'acciaio. I sentori che salgono dal bicchiere, di un bel colore violaceo, sanno di frutti rossi e qualche leggera nota speziata. All'assaggio si avvertono subito le note affumicate, che sono poi coperte da sapori più noti di bosco e qualche spezia. Il vino si lascia bere con buona soddisfazione anche se non manca un po' di acidità e ruvidezza, il che - confesso una volta di più - mi pare un carattere tipico di diversi vini della Valle che apprezzo molto e che denota una loro personalità. L'abbondante nevicata che oggi ha imbiancato Bergamo ha certamente contribuito a creare un'atmosfera ideale per questo tipo di "esperimenti", che non mancherò di continuare in futuro!

sabato 23 febbraio 2013

Leonora Carrington (1917-2011)

Per una lunga serie di motivi discussi ampiamente in altre sedi e che non è il caso di sviscerare qui, l'arte è stata quasi sempre "roba da uomini". Poche le pittrici - per limitarci a questa forma d'arte - che godono di una certa notorietà oltre la cerchia degli appassionati: Anguissola, Gentileschi (grazie alla recente mostra di Milano), Teerline, Kaufman, Cassatt, Morisot, Kahlo, Lempicka e pochissime altre. Il nome di Leonora Carrington non entrerebbe certamente in questa lista; quantomeno non in Italia, dove le sue opere sono pressoché sconosciute, ed è un peccato. Carrington infatti - l'ultima dei surrealisti - sviluppa uno stile personale totalmente autonomo e originale fin dall'inizio della sua carriera artistica, stile che si affinerà poi durante il soggiorno messicano grazie all'incontro con la "cultura magica" di quei luoghi. L'inizio del percorso artistico di Leonora si può far risalire al 1936, quando conosce Max Ernst a Londra ed instaura con lui una relazione che durerà pochi anni ma lascerà un segno profondo. La coppia si trasferisce in Provenza dove Leonora scrive e dipinge ed entra in contatto con il gruppo surrealista. Nel 1939 la Francia entra in guerra con la Germania ed Ernst (che è tedesco) viene internato come "straniero non gradito", rilasciato dopo qualche mese e poi internato nuovamente nel 1940: per Leonora, psicologicamente dipendente da Max, è un colpo durissimo che la porta alla soglia della follia. Fugge verso la Spagna con amici e qui viene internata in una clinica per malati di mente, in cui resterà diversi mesi. Poi la fuga negli Stati Uniti e in Messico, dove si ritrovano diversi esuli dall'Europa e dove vivrà fino al 2011.
Per conoscere la figura di Leonora non c'è di meglio, in Italia, del libro di Tiziana Agnati: Leonora Carrington - il surrealismo al femminile, Selene edizioni, 2007. A partire dalla biografia dell'artista, Agnati ricostruisce alcune linee-guida per penetrare nel mondo fantastico di Leonora, analizzando sia l'opera pittorica che letteraria. Nei lavori del periodo surrealista (in senso "classico"; lei sarà surrealista in aeternum) i temi che corrono sottotraccia riguardano il desiderio di una maggiore libertà di espressione artistica (comunque preclusa alle donne anche dentro il movimento, che le relegava al ruolo di "muse"), riconoscibile nella figura del cavallo che popola i quadri, e l'insofferenza per l'ordine sociale, cui alludono gli animali che figurano nei racconti. Più complesso il mondo del periodo messicano, dove le leggende europee si mescolano con quelle native popolando i quadri di personaggi mitologici, uomini, animali e dei che convivono pacificamente. Vera surrealista "al femminile", Leonora continuerà ad indagare il ruolo della donna nella società e a proporre mondi onirici riconducibili all'elemento femminile, al suo "principio" generatore e magico. Ma attenzione; come ogni buon(a) surrealista, naturalmente, anche Leonora lascia molte cose inspiegate e inspiegabili!
Il libro della Agnati, la cui prima edizione è del 1997, contiene il racconto di Leonora Down below, curiosamente definito come "inedito" ignorando l'analoga pubblicazione Giù in fondo, Adelphi, 1988 (1a ed. 1979). È un testo autobiografico del 1943 con una genesi complessa (scritto, disperso, dettato nuovamente e pubblicato) che racconta un punto di svolta nella vita di Leonora: il suo internamento nella clinica per malati di mente in Spagna, la discesa agli inferi della pazzia ed il ritorno. Leonora ricostruisce lo sconvolgimento profondo che le provocò l'internamento di Ernst, la fuga (su una FIAT!) verso la Spagna, mentre comincia a perdere contatto con la realtà e a sostituirla con i fantasmi della mente, realizzando pienamente sul suo corpo l'esperienza surrealista. Nel mondo deformato di Leonora si aggirano individui con malefici poteri che ipnotizzano Madrid e il mondo, che possono essere liberati solo per via metafisica. Se voi foste stati il console inglese e qualcuno vi avesse raccontato con la massima serietà questa storia, cosa avreste pensato? "Quel bravo borghese britannico constatò immediatamente che ero pazza e telefonò ad un medico [...] il quale fu pienamente del suo parere non appena ebbe modo di ascoltare le mie teorie politiche". Dopo aver vagato per un paio di cliniche, Leonora finisce a Santander, dove lotta, graffia, si appende alle sbarre delle finestre a testa in giù, viene legata al letto e ivi lasciata "nelle mie stesse lordure, urina e sudore" per essere poi trattata a base di Cardiazol, un medicinale che provoca convulsioni, largamente usato negli anni '30 contro la schizofrenia sulla base di principi e dati opinabili e di dubbia efficacia, anche se bisogna dire che da un certo punto di vista Leonora è stata fortunata: esso sarà poi sostituito dall'elettroshock!
Nelle pagine del libro seguiamo la mente di Leonora, il suo corpo che diventa il centro del mondo ("Donna, Dio, Cosmo"), la lotta per raggiungere la conoscenza e le torture inflitte dai medicinali fino alla decisione di "trarre fuori da me i personaggi che mi abitavano", inizio della risalita. Ma la vera "guarigione" si ha proprio con la scrittura: "È il terzo giorno che scrivo e pensavo di liberarmene in poche ore; [...] Eppure devo raccontare la mia storia fino in fondo per poter uscire da questa angoscia".
Al periodo messicano appartiene invece Il cornetto acustico, Adelphi, 1984. Sin dall'arrivo in Messico, Leonora ha stretto un sodalizio umano ed artistico con Remedios Varo - altra artista sconosciuta da noi, morta nel 1963 - ed è entrata in contatto con il movimento femminista negli anni '70. Questi temi si ritrovano nel libro, filtrati dall'immaginario dell'infanzia di Leonora popolato di leggende celtiche, a regalarci la storia di Marion, un'indomita - e praticamente sorda - signora 99enne a cui una carissima amica regala un cornetto acustico. Marion apprende di essere destinata ad un ricovero per anziani, la Confraternita del Pozzo di Luce, dove si trasferirà controvoglia e dove l'immaginario celtico esploderà in una storia che richiama Maria Maddalena, il Graal, vescovi e badesse non proprio ortodossi, streghe e divinità dimenticate, fino alla distruzione dell'umanità e alla sua possibilità di rigenerazione attraverso un'unione tra uomini (o meglio, donne) e animali. Racconto sull'amicizia, sulla vecchiaia-saggezza ("della gente sopra i sette e sotto i settant'anni non ci si può fidare se non sono gatti") che compare anche nei suoi quadri più tardi, sulla forza dell'organizzazione tra donne, sul ribaltamento della "verità", il cornetto acustico è anche e soprattutto un libro divertentissimo dove innumerevoli episodi ci consegnano l'immagine di Leonora riflessa in Marion, una donna che ha sempre combattuto gli stereotipi che la società e l'arte hanno tentato di imporle.

Assolutamente da ricercare gli altri libri di Leonora, in inglese o francese.

mercoledì 20 febbraio 2013

Monticolo

Sulla via tetto
Matteo su Ang-bat
Sul 2° tiro di Ciclamino
Matteo su Cristiani
Tracciati delle vie. Da destra: Cristiani (arancio), Tetto (rosso),
Ang-bat (verde), Ciclamino (azzurro)

Parecchie volte avevo guardato la breve parete del Monticolo di Darfo viaggiando sulla SS42 alla volta del Tonale-Adamello, ma il posto veniva sempre scartato a favore del vicino - e certamente più interessante - Rogno. Almeno fino a sabato, quando la consueta caccia di un posto dove muoversi con le temperature non proprio generose ci conduce al cospetto della parete. Ci sono diverse strutture e noi abbiamo puntato al Monticolo propriamente detto; vie brevi di due tiri, difficoltà bassa seppur con passi mai banali e chiodatura nel complesso buona, anche se ci sarebbe bisogno di una controllatina. Posto ideale per un'introduzione all'arrampicata, almeno nel settore dove siamo stati noi, ma con ambiente purtroppo rovinato dalla SS42 che passa vicinissimo.

Accesso: recarsi a Darfo-Boario terme, oltrepassare le terme e seguire le indicazioni per Archeopark. Proseguire quindi sulla stradina fino ad un bivio in corrispondenza di un sottopasso ove si parcheggia (attenzione a non bloccare la strada). Aggirare il prato sulla destra e raggiungere la base della parete poco dopo l'ingresso di una evidente galleria. Scritte alla base un po' consumate.

Relazione: la struttura è poco più di una falesia, quindi una vera e propria relazione non serve; tuttavia qualche chiarimento può essere utile perché lo schizzo riportato sulla guida "Valli bresciane" è assai approssimativo e i tracciati si confondono sul secondo tiro. Friend inutili, ma c'è qualche tratto sprotetto (evitabile) sui tiri facili; portare 10 rinvii. Soste su due spit da collegare. Discesa in doppia dalle vie (basta una calata da 60m ).

Via tetto; attacca (l'avreste mai detto?) sotto l'evidente tetto:
1° tiro: paretina iniziale, poi placca e leggero strapiombo in corrispondenza del tetto; sosta all'altezza della cengia mediana; 25 m, passo di 6a, 6 spit.
2° tiro: a sinistra si vedono gli spit di Ang-bat; bisogna invece salire tenendosi un poco sulla destra puntando all'evidente strapiombo (tratto facile ma sprotetto). A questo punto si può salire direttamente lo strapiombo (6c?) oppure fare come il sottoscritto e prendere una fessura obliqua verso sinistra che porta alla sosta in comune con Ang-bat; 25 m, 4c, 1 spit, 1 chiodo.

Via Ang-bat; appena a sinistra del tetto della via precedente:
1° tiro: sale per placche alla sosta; 25 m, 5a, 9 spit.
2° tiro: per placche fino ad un muretto finale più ripido che si supera salendo in obliquo verso destra; 25 m, 4a, 4 spit.

Via Ciclamino; a sinistra di Ang-bat:
1° tiro: sale per placche alla sosta; 25 m, 5a, 8 fittoni, 1 chiodo.
2° tiro: dritto sopra la sosta, poi lievemente a sinistra a prendere una fessura; 25 m, 4c, 6 fittoni, 1 chiodo.

Via Cristiani; la prima che si incontra salendo, in corrispondenza di un diedro erboso:
1° tiro: salire il diedro e spostarsi a sinistra su una specie di cengia obliqua (ignorate lo spit sulla placca, che fa parte di Due rane); indi seguire la fila di spit più a destra (quella a sinistra è sempre Due rane) fino alla sosta; 28 m, 5a, 6 spit.
2° tiro: la via sale leggermente a sinistra con un lungo tratto facile, ma sprotetto. Conviene invece seguire la fila di spit a destra (Due rane) e salire il bel diedro e la lama successiva. A questo punto si può uscire a destra su Due rane, oppure unire il tratto più bello del tiro originale obliquando a sinistra a prendere l'ultimo spit di Cristiani; da qui si sale il pulpitino finale fino alla sosta; 30 m, 5a, 6 spit, 1 chiodo.

Tra Cristiani/Due rane e Tetto ci sono altre due vie che non abbiamo salito. Anche a sinistra dell'ultima via salita c'è qualcosa, anche qui con tracciato da andare a verificare. Sarà per la prossima volta...

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 17 febbraio 2013

Prealpi comasche varesine bergamasche

di Silvio Saglio,
CAI-TCI, 1948

Queste righe non possono non iniziare con un doveroso e sentito ringraziamento a Matteo - accanito cacciatore di libri di alpinismo ed enciclopedia vivente delle questioni relative; qui il suo blog - che mi ha regalato questo libro! Dopo il ritrovamento del volume sulle Orobie la mia attenzione di wannabe-bibliofilo si era infatti concentrata, almeno per il lato alpinistico, su questo volume, ed il graditissimo regalo mi ha permesso di completare la panoramica sulle... Orobie, visto che nessuno usa ormai la distinzione originale, basata su differenze geologiche tra le montagne che guardano la Valtellina, con vecchie rocce di origine Paleozoica, e quelle che stanno un po' più a sud, sostanzialmente calcari. In verità il libro si occupa di "prealpi lombarde", dedicando circa 75 pagine a quelle comasche (che arrivano ai Corni di Canzo), 25 a quelle varesine e più di 200 a quelle bergamasche, che partono dallo Zuccone Campelli e finiscono con la Concarena. Escluse le Grigne, già oggetto della guida del 1937, sempre di Saglio, che costituisce ora il prossimo obiettivo (assai meno impegnativo di questi; il libro è reperibile abbastanza facilmente).

Leggere le vecchie guide, scritte in lingua italiana non ancora violentata dall'asineria di ritorno, quelle che parlano di montagne che si è frequentato, di pareti che hanno attirato verso l'alto lo sguardo e i desideri, di uomini più o meno conosciuti di cui resta forse un nome su un torrione o un bivacco, le cui linee sono cancellate per farne falesie da oranghi, è un'esperienza assai appagante, che nulla ha a che fare con la lettura delle guide più recenti, che sono e restano dei pur utili elenchi di tracciati: qui si scoprono nomi, personaggi, storie, si allarga il perimetro degli interessi. Si disvelano vie e pareti dimenticate, linee di salita da esplorare o solo da sognare. E così è stato per questa guida, che mi ha riservato non poche sorprese.

Non mi soffermo - perché sono zone che non conosco - sulle prealpi varesine, tra cui compaiono delle vie al Poncione di Ganna, al Monte Tre Croci e un accenno al Monte Martica (se qualcuno volesse le poche informazioni riportate, chieda) e passo a quelle comasche, tra le quali spuntano i Denti della vecchia (scusate il calembour) e i Sassi Palazzi. Anche queste zone mi sono estranee e non ho un riferimento recente con cui verificare le condizioni delle vie indicate, ma quel che si trova sembra interessante e sarà il caso di dargli un'occhiata con un po' più di caldo. Segnalo solo che la guida riporta - tra le altre - una Comici-Calvi del 1935 alla N della Torre dei Gemelli o Sasso Piccolo, via che è abbastanza nota ai frequentatori ma che io ignoravo completamente. Curiosamente, il riferimento bibliografico indicato a p.49 è incompleto e mi tocca ricorrere ancora a Matteo che risolve la questione: Emilio Comici, Alpinismo eroico, Hoepli, 1942.
Da notare anche la dimenticanza del Corno Rat con la via Dall'Oro del 1940, mentre non mancano numerose vie ai Corni di Canzo, altra zona da esplorare.

Veniamo così al corpus delle prealpi bergamasche. Evidenzio di seguito le vie riportate nella guida e che si possono considerare più o meno "dimenticate" dalla letteratura successiva, trascurando però (per pigrizia) le cime più "popolate" di vie alpinistiche come Resegone (oltremodo simpatica la salita per il "buco della Carlotta" che oggi evocherebbe significati irriverenti), Presolana e Concarena. Poi ci sarebbero le vie dimenticate anche dallo stesso Saglio, ma qui la faccenda si fa complicata...

- Corna Camozzera: SO, via Eros Bonaiti (Esposito-Neri-Butta), 1940, VI
- Monte Spedone: SO, Longoni-Corti, 1936, VI - Cattaneo-Corti, 1933, VI - Esposito-Colombo, 1942, VI
- Torrione del Cancervo: Fracassi-Colombo, 1940, III
- Corna Piana: NE, Corio-Casari, 1927, III - NO, Corio-Casari, 1930, III
- Pizzo Arera: N, Corio-Rigoli-Cortinovis, 1931, IV - NE, Cesareni-Solimbergo, 1929, III
- Cima di Valmora: N, Corio-Carminati, 1929, IV
- Cima del Fop: N, Caccia-Corio-Previtali, III - NE, Locatelli-Carenini-Biffi, 1913, III
- Monte Secco: NE, Corio-Cortinovis, 1931, III
- Cima di Menna: O, Giulio-Prandi-Calvi-Rossini-Rovetta-Poloni, 1941, III
- Monte Alben: N, Maurizio-Ferrari, 1947, III - N, G. e F. Ferrari-Carrara, sd, V - itinerari vari sul Bottiglione, oggi riattrezzati a spit
- Corna delle quattro matte: O, Caccia-Piccardi, 1932, IV - O, Giaccone-Giulio, 1935, IV - N, G. e I. Longo-Giulio-Tacchini, 1934, VI
- Cima di Baione: NO, Vinante-Cacciamognaga-Enriconi, 1934, V - N del Torrione, Basili-Longoni, 1937, IV
- Cimone della Bagozza: NO, Bramani-Gasparotto-Camplani, 1930, IV - NNE, Bramani-Forgiarini-Alessio, 1931, IV - La Cassin la ometto perché non si può certo chiamare "dimenticata" - NO alla Torre Nino, Bramani-Castiglioni-Bonazzi-Forgiarini, 1930, III
- Monte di Vai Piane: nessuna via, ma Saglio riferisce: "la cima è stata tentata con esito disgraziato dal versante N". Qualcuno ha qualche notizia in più su questo incidente? In ogni caso, Armando (che ringrazio) mi riferisce di una via di Nembrini e compagni, che si trova in 88 immagini per arrampicare (Nembrini-Rho, parete NO, 1961).
- Cime di Varicla: creste, Giannantonj-Coppellotti, 1908, III - O, Giannantonj-Dall'Era, 1932, III
- Corna delle Pale: NE, Bramani-Fasana-Campani-Sala, 1930, IV
- Corna Clem del Monte Erbanno: SO, Giannantonj-Coppellotti, 1911, IV. Saglio poi dice: "La verticale parete SE non è stata ancora salita". Nessun local ha notizie più aggiornate?

Una nota finale sui gradi, che paiono decisamente da prendere con le pinze, anche quando sono "bassi". Già in "88 immagini per arrampicare" i III diventano IV, i IV sono IV+ e così via, ma le cose non convincono del tutto. A titolo di esempio, riporto alcuni estratti da relazioni che parrebbero poco più di passeggiate, a leggerne il grado:

[...] Si attacca il canaletto con un passaggi di spalla e, con l'aiuto di alcuni chiodi, se ne percorre il bordo di sin. fino allo strapiombo a forma di tetto. Si vince lo strapiombo con l'aiuto di un chiodo e, innalzandosi su di esso con il solo uso delle braccia, si mette piede su una cengia.[...] (N del Pizzo Arera, Corio-Rigoli-Cortinovis, 1931, IV)
[...] Si attraversa a d. con leggera salita per circa 2 m, si supera un masso sporgente, ci si alza il più possibile e, usufruendo di una scaglia di roccia situata a sin., con manovra di corda, si riesce al disopra del tetto [...] (Spigolo O della Corna delle quattro matte, Giaccone-Giulio, 1935, IV)
Tre copie della guida (due le ho poi regalate,
quindi non fatemi "proposte"...)

Postilla successiva: Siccome i libri (come il denaro e le donne, mi dice qualcuno in modo forse non troppo corretto) si trovano più facilmente quando già si hanno, trovai in seguito altre copie di questo libro, che poi presero altre strade...

martedì 12 febbraio 2013

Turasi DOCG 1999 Perillo

Devo aver già detto svariate volte che il vino del sud che preferisco è l'Aglianico, specialmente nella declinazione del Taurasi, ma devo confessare di non conoscere molti produttori e di "accontentarmi" (si fa per dire; si tratta di uno dei migliori vini italiani!) del Radici di Mastroberardino. Un bel po' di anni fa, qualcuno (ma chi?? Credevo di avere ancora un po' di tempo prima che la memoria degenerasse...) mi suggerì di assaggiare la versione di Perillo, di cui poi ho avuto modo di sentir parlare ancora: acquistata la bottiglia, la misi in cantina un congruo numero di anni fino alla recente emersione. Dico subito che mi aspettavo qualcosa di più, o forse avevo solamente delle aspettative superiori a quanto era lecito attendersi da un'annata che non veniva spacciata come une delle migliori; fatto sta che non sono rimasto completamente convinto.
Intendiamoci, parliamo comunque - secondo me - di un buon vino con caratteristiche interessanti; i bei sentori di frutti rossi e neri, le spezie ed il cuoio, la fattura "pulita"... tutto al posto giusto, ma non convince fino in fondo; c'è una specie di mancanza di equilibrio, qualcosa non risolto del tutto. O forse ero io che mi trovavo banalmente in una "giornata no"; chi lo sa?
Diciamo che per il momento sospendo il giudizio e mi fido di chi mi assicura che la produzione di Perillo è andata costantemente migliorando - appena possibile andrò a verificare con una bottiglia più recente!

domenica 10 febbraio 2013

El frend del trii e mes

Panorama sul lago

Giancarlo alla 1a sosta

Sulla fessura del 4° tiro

Il socio si mette "in posa" sul 4° tiro...

Arte moderna con le corde sul 5° tiro

Al rif. Piazza

Tracciato della via (rosso). In azzurro la
via delle poiane.
Monte S. Martino
Parete O


Mettiamo che un giorno vi venga voglia di andare a fare una vietta un po' "esplorativa", lontana dai conforti e dalle certezze di vie chiodate in stile falesia e su roccia perfetta, ma - siccome siete un po' conigli come il sottoscritto - vogliate propendere per gradi assolutamente non difficili. Bene: una possibilità è dare un'occhiata alla parete O del Monte S. Martino, appena dietro la città di Lecco, nella zona dei Pizzetti. Qui corrono alcune vie più o meno dimenticate, tra cui la nostra destinazione. Se sono dimenticate ci sarà un motivo, direte voi. E infatti c'è, e più d'uno: la via alterna tratti su roccia ottima ad altri immersi nei rovi, con l'aggiunta di alcuni passaggi su roccia friabile, soprattutto nei primi tiri che corrono appena sopra il sentiero. Noi abbiamo - a volte volontariamente, a volte... un po' meno - "ripulito" qualcosa, ma temo che volendo completare l'opera sarebbe necessario asportare buona parte della montagna. Meglio la seconda parte della via, anche se non mancano austeri e precari macigni che ammiccano da distanza ravvicinata. Insomma, una via che richiede un minimo di esperienza su terreno. Bellissimo il panorama lungo tutto il percorso.
Accesso: a Lecco percorrere tutto viale Turati; in fondo (chiesa) girare e destra e subito a sinistra in via S. Stefano. Proseguire fino ad una curva ad angolo retto a sinistra dove si può parcheggiare sotto un segnavia CAI che indica il sentiero che ci interessa. Dopo 40m si supera un cancello a destra e si segue il sentiero n.53 verso il Rif. Piazza. Il bel sentiero aggira un primo sperone salendo alla sua destra, supera un punto panoramico e continua a salire con bellissima vista sul lago fino ad un bivio. Seguire a sinistra (tratti con catene) fino ad un'evidente panchina. Qui parte la via delle poiane, dalle caratteristiche simili, ma forse più frequentata, visto che vi sono pure - incredibile!! - degli spit). Appena più avanti c'è una leggera discesa al termine della quale si risale per rovi fino ad un albero dove parte la via (chiodo rosso ben evidente); circa 30'.
Relazione: la via supera un primo salto di rocce rotte sotto cui passa il sentiero (attenzione!!), si sposta a sinistra e risale uno sperone con roccia migliore. Pochi chiodi sui tiri, ma posizionati in modo logico sui passaggi più impegnativi; utili friend (tra cui il famoso 3,5, che la BD non fabbrica più da tempo, per la fessura del 4° tiro, che in realtà è un passo che si protegge con un BD1 o 2 appena sotto). Tutte le soste tranne una sono su albero: portarsi i cordini necessari. Qui trovate la relazione degli apritori.
1° tiro: salire in corrispondenza del chiodo, poi a sinistra fino ad un saltino finale su roccia malsicura (ch.); 10m, passo iniziale di V- (più facile se siete alti); due chiodi. Nell'uscire dal tiro un macigno dall'aspetto solidissimo mi è rimasto tra le braccia manco fosse un'avvenente fanciulla e ho dovuto fare miracoli per non rotolarci a valle insieme e sistemarlo poi fuori pericolo (anche per chi dovesse ripetere).
2° tiro: a destra per una placchetta, poi salire 1m fino ad un chiodo in un diedro. Non salire l'invitante diedro ma spostarsi ancora a destra fino ad un chiodo poco prima di un alberello, dove si sale e si prosegue per rovi fino ad un albero di sosta. Attenzione ai sassi mobili; 20m, IV+, tre chiodi.
3° tiro: salire le rocce rotte sopra la sosta, fare molta attenzione quando si esce dal vago diedrino e proseguire fino ad un albero dove ricomincia la parete rocciosa; 20m, III+. Durante il tiro, Giancarlo ha appoggiato un piede su un blocco di dimensioni preoccupanti che ha colto l'occasione per farmi una visita, passandomi ad un metro, per fortuna senza far danni a persone o cose.
Dalla sosta, portarsi nel canale friabile a sinistra procedendo tra rovi e raggiungere un albero in corrispondenza di uno sperone roccioso dopo circa 20m; in alto si vede il (breve) passaggio della fessura.
4 tiro: salire lo sperone, superare la breve fessura oltre il quale le difficoltà calano e raggiungere un albero con cordino (poco utilizzabile). Da qui portarsi sul lato destro del canale di rocce rotte e salire la bella placca fino ad un albero di sosta; 40m, IV+, III, IV-. Roccia buona, ma attenzione ai sassi mobili ai lati della via e vicino alla sosta.
5° tiro: portarsi verso la parete a sinistra dove si vede una fessura con sassi (mobili!), risalirla e uscire su bella placca (forse sarebbe meglio salire direttamente sulle placche) fino ad un ripiano (vecchio cordone su spuntone). Salire ancora la bella placca fessurata fino ad un cordino in clessidra dove si sosta (nelle vicinanze due altre clessidre per rinforzare la sosta); 35m, IV; un cordone su spuntone.
6° tiro: dritti sopra la sosta (passo di V fino al ch.), poi le difficoltà scemano e si prosegue salendo una breve paretina oltre cui c'è un albero per la sosta; 30m, V, IV, III; due chiodi.
A questo punto si può salire per il canale "ravanoso" sulla destra come da relazione originale oppure salire l'ultima paretina una ventina di metri davanti a voi. In questo caso raggiungetela spostandovi un poco a sinistra fino ad identificare un vecchio chiodo rossastro a 3m da terra sotto ad un diedrino obliquo verso sinistra (altro ch. d'anteguerra visibile). Chi avesse notizia degli apritori mi faccia sapere...
7° tiro: salire al chiodo e puntare al diedrino. Per il secondo chiodo serve un cordino (meglio kevlar) singolo da annodare, perché l'occhiello è troppo piccolo per i cordini doppi (o almeno, per quelli che avevo io). Dopo un po' di tentativi con annessa lunga serie di improperi, ho rinunciato (la roccia nel diedrino non appare così ottima da uscire senza protezioni), mi sono abbassato di qualche metro spostandomi poi a destra fino ad una lama da dove si sale agevolmente fino all'ennesima, ultima pianta; 25m, V, IV; un chiodo (due se salite nel diedrino; da verificare la tenuta del secondo...).
Discesa: risalire il canale friabile finché si incrocia un sentiero che si segue verso sinistra giungendo al rif. Piazza. Da qui si riprende il n.53 che riporta alla partenza e poi a Lecco.
Via non difficile, ma che richiede un minimo di esperienza su terreno non ideale (per quanto, visti i macigni che abbiamo sganciato noi, ci sarebbe da dubitare della nostra "esperienza"...). Dimenticato questo, e i passaggi nei rovi (ve ne ricorderete alla fine...), la via offre dei bei tratti e può essere un diversivo per una giornata un po' diversa dalle solite vie invernali in Antimedale o dintorni. Sconsiglierei le stagioni più calde per il banale motivo legato alla frequentazione del sentiero sottostante.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

lunedì 28 gennaio 2013

Tuono (con varianti)

Sul 2° tiro

Antonella e Giancarlo sul 2° tiro

Sempre loro sul 4° tiro

Tracciato della via

Rocca di Baiedo
Parete S

Mi dicono che da quando le vie dello Zucco Angelone sono state attrezzate, la frequentazione della vicina Rocca di Baiedo ha subito un sensibile calo, mentre prima è probabile che Solitudine fosse una delle vie più ripetute della valle. Io - che non faccio peraltro testo - alla Rocca ero stato una volta sola molti anni fa, salendo qualcosa di cui non ricordo nemmeno il nome, e colgo volentieri l'occasione per tornarci, complici la neve e le temperature che ci ammoniscono di restarcene a bassa quota. Al bar-pasticceria di fronte alla Rocca vediamo un paio di cordate che si accodano su Solitudine e optiamo quindi per Tuono, sempre farina del sacco dei Condor. Via su placca breve e non difficile che offre un paio di varianti interessanti e più impegnative; ottima per le giornate invernali, soprattutto se siete freddolosi come il sottoscritto!

Accesso: si segue la strada della Valsassina fino a Pasturo e si parcheggia sulla sinistra appena prima del ponte (oltre il quale si stacca a destra la deviazione per il Sasso di Introbio e la Casa delle Guide). Si segue poi verso sinistra (faccia a monte) il sentiero che costeggia la Rocca e si sale alla seconda traccia verso destra, giungendo in corrispondenza dell'attacco di Solitudine. Si prosegue una decina di metri verso sinistra fino al canale colla placca di partenza (scritta).

Relazione: percorso sempre ovvio indicato dalla chiodatura, a parte le diverse varianti. Chiodatura buona, ma non "da falesia", con qualche passaggio impegnativo sulla variante. Portare solo rinvii; inutili friend. Tutte le soste sono su due spit con catena ed anello di calata.

1° tiro: la placca era bagnata, come spesso accade, e siamo saliti in corrispondenza di un pilastrino sulla destra (freccia), oltre il quale si sale cercando la roccia tra l'erba e riportandosi poi a sinistra alla sosta; 35 m, 4a, 6 spit (c'è un cordone in clessidra fuori via a sinistra; inutile).
2° tiro: la via originale sale a destra, ma la variante di sinistra è troppo invitante e la seguiamo. Placca con granuli di roccia bellissima, spostamento a sinistra e passo successivo un po' delicati, poi via fino alla sosta; 25 m, 6a+, 7 spit, 1 chiodo con cordone dall'aspetto un po' datato.
3° tiro: dalla sosta aggirare a sinistra un masso e seguire la via di destra (spit) che sale la placca fessurata con un passo di equilibrio prima della sosta; 20 m, 5a, passo forse di 5c, 6 spit.
4° tiro: la variante seguita fin qui salirebbe a sinistra (5b), ma vale la pena di valutare le altre possibilità: dritti (5c) o lievemente a destra. Noi abbiamo scelto quest'ultima (che in effetti potrebbe essere il tiro finale di Firefox): si sale fino ad un punto più verticale oltre il quale la pendenza diminuisce insieme alle difficoltà; 35 m, 6a, forse passo di 6a+, poi 5b, 8 spit. Tiro più facile del secondo, ma con chiodatura un poco più distanziata: per quanto mi riguarda, l'adrenalina non è mancata!

Discesa: evitate di proseguire oltre il 4° tiro, a meno che non vogliate recuperare un maglia-rapida abbandonato al primo fittone da qualche incauto "esploratore". Con due calate di circa 50-55 m si è alla base della parete.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 20 gennaio 2013

La crota di S. Pietro

Via S. Pietro, 52
Alzano Lombardo (BG)


Un angolo di Piemonte nel paese di Alzano Lombardo, a pochi km da Bergamo sulla strada della Val Seriana. Ieri, dopo aver visitato la mostra Bergamo antiquaria (che mi è sembrata in verità inferiore a quella dell'anno scorso, pur avendo dei pezzi - e prezzi - notevoli), raccogliamo un suggerimento e andiamo a dare un'occhiata (e non solo quella) a questo locale, aperto da circa un annetto. Il proprietario ci accoglie informandoci che il locale è normalmente chiuso a mezzogiorno tranne la domenica, ma che ha accettato comunque la nostra prenotazione; un buon viatico per quel che seguirà. Abbiamo così il ristorante e nostra completa disposizione, seppur con un menù un po' ridotto rispetto alla lista. Proprietario della valle ma, come ci dice, "mezzo piemontese", avendo acquistato da anni una cascina sulle colline di Nizza Monferrato; la cucina è rivolta alle Langhe e al Monferrato, con una cura per i prodotti e gli ingredienti di filiera. Locale ricavato da una vecchia torre con belle volte a botte e tavola apparecchiata con cura; come amuse bouche ci portano una mousse di zucca e amaretto che fa ben pensare a quello che ci aspetta.
Per uno scrupolo indegno (che naufragherà poi nella bottiglia) saltiamo gli antipasti dovendo "lavorare" nel pomeriggio e partiamo con i primi: mi lascio tentare da degli gnocchi di castagne e zucca dal gusto interessante, ma devo confessare che i classicissimi agnolotti al plin del mio commensale erano superiori.
Purtroppo il bollito misto a cui non avrei saputo né voluto rinunciare è disponibile solo su prenotazione, e la natura un po' improvvisata della nostra visita limita la scelta; ci dirigiamo entrambi verso la classica tagliata di fassona; carne ottima che mi lascia sempre e comunque recriminare sulle porzioni. Nel menù, per le prossime visite, anche un filetto di maialino e un guanciale di bue.
Siamo così ai dolci. Anche qui seguo la tradizione con il classicissimo bonet e un po' mi pento: nulla da dire sul piatto, per carità, ma quando vedo - e assaggio - la fantastica bavarese di castagne capisco di aver fatto ancora la scelta non ottima.
Discorso a parte per il pane fatto in casa, soprattutto quello nero; una vera tentazione che gareggia con i cibi, e per i vini. La vasta selezione copre piccoli produttori del Piemonte con un occhio al Monferrato con i suoi Dolcetto e Barbera. Poi ci sono i vini dell'azienda agricola di famiglia (Az. Agr. San Martino) di cui assaggiamo un Barbera 2009: vino interessante e dal gusto abbastanza rotondo, ma che secondo me lascia un po' troppo spazio al legno della barrique; anche la gradazione alcolica di ben 15° non aiuta. Con il dessert chiediamo un bicchiere di vino da accompagnamento ed il risultato è una bottiglia di Moscato che viene tranquillamente lasciata sul tavolo... e che finirà completamente svuotata!
Anche la cordialità dei proprietari è da rimarcare; va così a finire che tra un piatto e l'altro si chiacchiera della famosa cascina, della decisione di piantar tutto e darsi alla passione per la ristorazione, della nocciola delle Langhe e dei piatti che non abbiamo potuto assaggiare. Un posto dove ritornare assolutamente!

mercoledì 16 gennaio 2013

Rossese di Dolceacqua DOC 2010 Guglielmi

La Liguria è una terra fantastica, e rimpiango spesso di non frequentarla come vorrei. Fortuna vuole che nel ponente ligure ci sia la zona di Finale con le sue meravigliose pareti di arrampicata, che forniscono un'ottima ragione per spendere qualche fine-settimana da quelle parti. Ma non sono solo le pareti del Bric Pianarella o di altri rilievi che meritano un'attenta esplorazione; anche le enoteche della zona fanno la loro parte! E parlando di ponente ligure non si può non parlare del Rossese di Dolceacqua e dei suoi produttori più interessanti: Mandino Cane, Antonio Perrino e tanti altri. Tra questi, credo sia giusto includere anche Enzo Guglielmi, che non conoscevo e che ho fortunatamente acquistato (non lui, bensì le sue bottiglie) fidandomi del consiglio del rivenditore.
Assaggiato in un'uggiosa domenica di gennaio insieme e dei ravioli in brodo e ad un lesso di carne, questo Rossese 2010 è stato un abbinamento praticamente perfetto. Vino tradizionale lontano dalle sirene del gusto internazionale, non mostra muscoli di legno ma concede grazia e leggerezza di sapori, virando sulla ciliegia con qualche vago accento di spezie. Aroma decisamente non intenso, ma falsato dalla temperatura troppo bassa della bottiglia (ma quando imparerò a togliere i vini dalla cantina con sufficiente anticipo??).
A questo punto, appena la temperatura sale un poco, non mi resta che programmare la canonica gita a Finale Ligure e tornare a visitare l'enoteca di Finalborgo; non molto fornita, a dire il vero, ma con qualcuno che dispensa consigli giusti; e non è poco.

giovedì 10 gennaio 2013

Spinelo con variante P.G.

1° tiro

Giancarlo sul 4° tiro

Sul 7° tiro

Tracciato della via
Placche zebrate - Valle del Sarca
Parete E


Dove portate un amico che - incredibile!! - non è mai stato in Valle del Sarca ad arrampicare e vuole cimentarsi su una via non troppo impegnativa? Che domanda; alle placche zebrate, ovviamente!! E su quale via? Qui la scelta è ampia, ma io non volevo ripetere cose già fatte (come la bellissima perla bianca) e alla fine abbiamo deciso per questa Spinelo, raddrizzandone il percorso con la variante P.G. (piccola Giulia) ai primi tre tiri, che la "insaporisce" un po' sostituendo due bei tiri in placca ai primi tiri un po' erbosi della via originale. Peccato per il terzo tiro da fare in A0; secondo me se si fosse passati un po' più a destra...
La via sale nel settore centrale della parete zebrata, poco a destra della Perla bianca, tra placche molto belle e qualche passaggio con un po' di erba. Arrampicata sempre piacevole, mai faticosa e sempre ben protetta; una buona scelta per le giornate corte o di tempo incerto, o semplicemente per quando ci si vuole rilassare.
Accesso: dal parcheggio delle placche si prende il sentiero che conduce alla parete fino ad incrociare una sterrata, che si segue verso destra fino ad una piazzola di atterraggio per elicotteri, dove la strada si biforca. Si segue la traccia di destra in leggera discesa fino ad una baracca prefabbricata dove, sulla sinistra, si nota un ometto e una traccia di sentiero, che si segue fino all'attacco della via (scritta). E' anche possibile raggiungere l'inizio del sentiero parcheggiando più avanti e prendendo la sterrata nell'altro senso.
Relazione: percorso sempre ovvio indicato dalla fila di spit; portare solo 12 rinvii e il necessario per le calate in corda doppia. Tutte le soste sono su due spit con anelli di calata; a volte presente un cordone di collegamento (da verificare).
1° tiro: superare il muretto di partenza, seguire un sistema di fessure oblique fino alla sosta; 35m, 5c, 2 passi di 6a, 8 spit, 1 cordino in clessidra poco affidabile.
2° tiro: passo iniziale di equilibrio, poi spostarsi verso sinistra con minori difficoltà fino al limite della placche dove si sale alla sosta; 30m, 6b, 6a, 9 spit. Il tratto in A0 che compare nell'edizione 2007 della guida della Valle del Sarca di Diego Filippi è un refuso; il tiro si fa tranquillamente in libera ed è il più bello della via insieme all'ultimo!
3° tiro: dritto sulla placca liscia fino alla cengia dove si trova la sosta; 20m, A0, 7 spit. Qui termina la variante e ci si immette sulla via originale.
4° tiro: seguire la fessura indi proseguire per placca fino alla sosta; 55m, 5b (1 passo), 9 spit, 1 chiodo, 1 fettuccia in clessidra.
5° tiro: su placca un po' rotta fino alla sosta; 25m, 4c, 3 spit.
6° tiro: superare un facile muretto salendo verso sinistra, poi per facili placche alla sosta; 25m, 5b, 5 spit.
7° tiro: salire la bellissima placca un poco a destra della sosta; 50m, 5c, 6a, 11 spit.
Discesa: in corda doppia lungo la via, con cinque calate: sulla sesta sosta, poi alla quarta, alla terza, alla prima e a terra. Attenzione agli incastri di corda durante la seconda e terza calata.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

sabato 5 gennaio 2013

Zuffa '70

La parete SE della Pietra di Bismantova

Diego sul 1° tiro

Sul 2° tiro

Matteo sul 2° tiro

Paolo sul 3° tiro

Sul 3° tiro
Tracciato della via (rosso). In azzurro la Colata nera
in verde la Oppio.
Pietra di Bismantova
Parete SE

E' ben noto che ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la nostra filosofia; parafrasando il buon Guglielmo si potrebbe dire che ci sono più pareti di quante ne sappia la nostra conoscenza, per non dire di quante se ne possano salire. Per quanto mi riguarda, questa affermazione si adattava benissimo alla Pietra di Bismantova, che avevo sentito spesso nominare senza aver mai visitato. L'occasione si è presentata questo Capodanno, quando una serie di progetti volti ad andare ad "arrampicare al caldo" sono passati in cavalleria e ho raggiunto Matteo, Paolo e Diego per quelli che sono stati tre giorni fantastici passati tra le pareti della Pietra, le porzioni abnormi di tortelli e piatti vari di cucina emiliana, e l'ottima compagnia.

Il "battesimo" sulla Pietra non è stato proprio dei più leggeri ed il primo contatto con la caratteristica arenaria regala una sensazione di precarietà che richiede almeno un tiro per essere superata; poi, due tiri fantastici e piuttosto impegnativi portano sulla cima sfruttando un'evidente fessura della parete SE della Pietra, attraverso cui corre la Zuffa '70. Forse non proprio la via da consigliare a chi si avvicina alla Pietra per la prima volta, ma certamente una via molto bella e raccomandabile, ottima per queste giornate invernali decisamente non troppo fredde, visto anche il limitato sviluppo.

Accesso: dal piazzale ove si parcheggia salire la scalinata verso l'eremo e proseguire per il sentiero che costeggia la parete. Si passa sotto un sasso, poi si incontra un cavo metallico che si segue prima in discesa e poi in breve salita. Al termine della salita, dove il percorso continua in piano, ci si sposta qualche metro a sinistra lungo uno zoccolo (cavo metallico sfilacciato) fino alla sosta (due fittoni) dove inizia la via, in corrispondenza di un'evidente colata nera.

Relazione: via molto logica e continua su roccia che migliora salendo, come in gran parte della Pietra. La via è protetta a fittoni un po' distanziati, sicché è utile portarsi friend fino al 3BD per integrare le protezioni; bisogna dire che la fessura si presta ottimamente all'uopo. La direttrice della salita è sempre ovvia. Le soste sono su due fittoni con anelli di calata.

1° tiro: qualche metro a sinistra della sosta a prendere la fessura che non si abbandonerà più fino alla cima. 40 m, VI, VI+; undici fittoni.
2° tiro: superare un muretto ostico appena sopra la sosta, poi più facile fino ad un tratto finale difficile e da proteggere con friend. 40m, VII-, VI, VII; nove fittoni.
3° tiro: proseguire nel diedro verticale fino a quando la pendenza diminuisce ed uscire poi in cima. 40m, VI+, IV+; sette fittoni.

Discesa: seguire il sentiero verso sinistra fino ad incrociare il sentiero della Calanca che scende rapidamente e riporta verso l'eremo.
Nei giorni successivi abbiamo salito la vicina Fogli-Trebbi-Avanzolini, che ha visto il mio battesimo dell'artificiale, per iniziare l'anno nuovo con la Via degli amici, molto bella ma dove ho patito un freddo dell'accidente che mi ha rovinato buona parte del divertimento; da rifare con un clima migliore.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.