Longanesi, Milano, 1966
L'Introduzione alla vita mediocre di Arturo Stanghellini (ripubblicato dalla Libreria dell'orso, 2007) ha un tono diverso; la descrizione dei fatti è meno "analitica" e più filtrata dalle emozioni personali, ed il titolo prende consistenza già dalle prime pagine: "<<Che si fa in Italia?>> La domanda aveva la tristezza di chi non ha niente di più da offrire perché gli sguardi degli indifferenti si volgano ancora una volta verso di lui". E dopo (1917): "Non si racconta la guerra a chi l'ha fatta, ma nemmeno al pubblico che ci s'è divertito sopra, al cinematografo, e che l'ha sfruttata, o che se n'è disinteressato al punto di dimenticarla. Racconto di quel che m'è passato nel cuore di tristezza, di nostalgie, di sconforto." Ed ecco gli amici, più volte ricordati, la commozione per i "figli migliori" della Patria mandati al macello, la consapevolezza del distacco tra il Paese civile ed il fronte, il dolore per i sacrifici resi inutili dalla disfatta di Caporetto, l'orrore per i soldati ladri e ubriachi nel momento in cui tutto sembra perduto (la descrizione del caos della ritirata ricorda quella di Hemingway in Addio alle armi). Sul Piave e sulle Melette, nel 1918, l'elemento per così dire "eroico" prende un po' il sopravvento, compare dell'odio per l'invasore, poi stemperato nel novembre, nella consapevolezza che "il sentimento di patria tanto più è degno quanto meno l'amore per la propria terra comprende l'odio per la terra altrui". Il diario si chiude con il tema ricorrente dell'indifferenza del Paese per tutti gli sforzi e i sacrifici, con il ritorno a quella vita mediocre paventata dal titolo. È interessante confrontare, ad esempio, Stanghellini con Soffici: anche in Kobilek si consumano questi drammi, ma l'accento è fortemente nazionalista e fa prevedere l'accodamento al Duce; Stanghellini ha capito molto di più, denuncia l'ingiustizia senza revanscismo e prenderà un'altra strada.
La città effimera di Giuseppe Scortecci è la vera sorpresa di questa trilogia. Come recita il sottotitolo, è un romanzo di prigionia, ma si tratta in realtà di un romanzo sulla decadenza fisica e morale degli uomini, sul loro abbrutimento sotto la prigionia e la fame. Anche Gadda scrive della prigionia a Celle Lager, ma il suo dramma appare meno intenso, vuoi perché si rifugia nell'analiticità, vuoi perché riceveva gli ambiti pacchi con i viveri. Il mondo di Scortecci è invece popolato di esseri in perenne lotta tra loro per la sopravvivenza, preda della fame, del freddo e degli insetti, "striscianti al limite della vita", uomini ridotti a "crisalidi" che vagano a rovistare tra i rifiuti e muoiono nell'indifferenza più totale. Del tutto inesistenti gli episodi di generosità (a parte un bicchier d'acqua recato ad un malato), l'egoismo domina la città delle baracche sotto il sudario della morte. Potrebbe essere qualunque guerra, potrebbe anche non essere la descrizione della vita in una prigione di guerra, potrebbe anche non essere una prigione. E forse proprio questo è il lato più perturbante di questo romanzo.












