domenica 23 settembre 2012

Tre romanzi della Grande Guerra - Frescura, Stanghellini, Scortecci

A cura di Mario Schettini
Longanesi, Milano, 1966

A distanza di quasi un secolo dagli eventi, la memorialistica della prima guerra mondiale non accenna a diminuire; sempre nuovi scritti o diari sono rinvenuti tra ricordi di famiglia e trovano una strada verso la pubblicazione. Ciò è certamente positivo dal punto di vista della documentazione, ma quanti sono gli scritti che hanno anche un valore letterario? Tra questi conoscevo "di fama" il Diario di un imboscato di Attilio Frescura, pur senza averlo mai letto. Ma più di questo, ciò che mi ha fatto acquistare il volume nonostante le sue condizioni non proprio "fresche di stampa" (e peraltro ad un prezzo irrisorio) sono stati gli altri due titoli, che ignoravo totalmente. Alla fine del libro, non posso che felicitarmi con me stesso per la decisione, e con il curatore per la felice scelta di questa antologia. Unico rimpianto, il fatto che le versioni proposte non siano integrali, bensì frutto di una selezione dello Schettini.
Il Diario di un imboscato di Attilio Frescura (ripubblicato da Mursia, 1981) unisce una registrazione puntigliosa degli avvenimenti con una lucida analisi degli individui, il tutto accompagnato da una notevole dose di ironia. Dall'avanzata (si fa per dire...) del maggio 1915 che viene fermata dal comando dopo il primo morto all'offensiva austriaca sugli altipiani, dai casi di fucilazione per codardia vera o presunta ai tribunali militari che esentano gli ufficiali della giuria che non applicano la pena di morte, dagli alienati di guerra agli infiniti casi di mutilazioni volontaria che i soldati si provocavano per sfuggire alla morte in trincea (su questo aspetto, descritto con singolare precisione, è da leggere il bel L'officina della guerra di Antonio Gibelli), giù giù fino alle offensive del 1917, colle mitragliatrici pronte a sparare sui fanti che non fossero usciti dalle trincee al momento dell'attacco (come Stanghellini ricorderà i cadaveri di soldati austriaci ammanettati alle mitragliatrici), Caporetto, la ritirata, il Tagliamento e il Piave, la battaglia del solstizio e la "chiusura del libro della guerra", il Diario fornisce sempre un punto di vista arguto e disincantato, pur restando il Frescura, come molti intellettuali del suo tempo (uno per tutti, Gadda), favorevole alla guerra. Fenomenale la descrizione dell'incredulità italiana verso i disertori che annunciavano la Strafexpedition: "L'uomo (un disertore) non fu creduto e ritenuto un emissario. Egli offrì dei particolari: peggio, peggio, peggio [...] Anche a un aspirante disertore non si credette [...] si rideva quand'egli raccontava come avrebbero attaccato gli austriaci [...] Un sergente portò dati di una tale precisione da essere sospetti [...]. <<Non credere>> è il motto di noi italiani che nelle processioni reggiamo il cero perché Iddio ci doni la pioggia in tempo di siccità e facciamo gli scongiuri se incontriamo un prete!". A Caporetto si sarebbe ripetuta la stessa tragedia.
L'Introduzione alla vita mediocre di Arturo Stanghellini (ripubblicato dalla Libreria dell'orso, 2007) ha un tono diverso; la descrizione dei fatti è meno "analitica" e più filtrata dalle emozioni personali, ed il titolo prende consistenza già dalle prime pagine: "<<Che si fa in Italia?>> La domanda aveva la tristezza di chi non ha niente di più da offrire perché gli sguardi degli indifferenti si volgano ancora una volta verso di lui". E dopo (1917): "Non si racconta la guerra a chi l'ha fatta, ma nemmeno al pubblico che ci s'è divertito sopra, al cinematografo, e che l'ha sfruttata, o che se n'è disinteressato al punto di dimenticarla. Racconto di quel che m'è passato nel cuore di tristezza, di nostalgie, di sconforto." Ed ecco gli amici, più volte ricordati, la commozione per i "figli migliori" della Patria mandati al macello, la consapevolezza del distacco tra il Paese civile ed il fronte, il dolore per i sacrifici resi inutili dalla disfatta di Caporetto, l'orrore per i soldati ladri e ubriachi nel momento in cui tutto sembra perduto (la descrizione del caos della ritirata ricorda quella di Hemingway in Addio alle armi). Sul Piave e sulle Melette, nel 1918, l'elemento per così dire "eroico" prende un po' il sopravvento, compare dell'odio per l'invasore, poi stemperato nel novembre, nella consapevolezza che "il sentimento di patria tanto più è degno quanto meno l'amore per la propria terra comprende l'odio per la terra altrui". Il diario si chiude con il tema ricorrente dell'indifferenza del Paese per tutti gli sforzi e i sacrifici, con il ritorno a quella vita mediocre paventata dal titolo. È interessante confrontare, ad esempio, Stanghellini con Soffici: anche in Kobilek si consumano questi drammi, ma l'accento è fortemente nazionalista e fa prevedere l'accodamento al Duce; Stanghellini ha capito molto di più, denuncia l'ingiustizia senza revanscismo e prenderà un'altra strada.
La città effimera di Giuseppe Scortecci è la vera sorpresa di questa trilogia. Come recita il sottotitolo, è un romanzo di prigionia, ma si tratta in realtà di un romanzo sulla decadenza fisica e morale degli uomini, sul loro abbrutimento sotto la prigionia e la fame. Anche Gadda scrive della prigionia a Celle Lager, ma il suo dramma appare meno intenso, vuoi perché si rifugia nell'analiticità, vuoi perché riceveva gli ambiti pacchi con i viveri. Il mondo di Scortecci è invece popolato di esseri in perenne lotta tra loro per la sopravvivenza, preda della fame, del freddo e degli insetti, "striscianti al limite della vita", uomini ridotti a "crisalidi" che vagano a rovistare tra i rifiuti e muoiono nell'indifferenza più totale. Del tutto inesistenti gli episodi di generosità (a parte un bicchier d'acqua recato ad un malato), l'egoismo domina la città delle baracche sotto il sudario della  morte. Potrebbe essere qualunque guerra, potrebbe anche non essere la descrizione della vita in una prigione di guerra, potrebbe anche non essere una prigione. E forse proprio questo è il lato più perturbante di questo romanzo.

mercoledì 19 settembre 2012

Scoobidoo

Il Liss dei Pesgunfi

Callisto sul 1° tiro

Sul 3° tiro

Giancarlo sul 7° tiro

Si arrampica coi piedi sul 7° tiro

Giancarlo sull'11° tiro

Calate in lotta col tempo...

Tracciato (fino alla seconda cengia)
Liss dei Pesgunfi
Parete S

Un'altra delle (tante) viette che volevo percorrere da un po' di tempo, questa Scoobidoo regala un'arrampicata divertente su belle placche di granito, sempre ben protetta a spit e con gradi accessibili. Nonostante le placche corrano parallele alla vegetazione, questa non è mai fastidiosa e l'unico difetto della via è la suddivisione in tre parti separate da tratti erbosi da percorrere a piedi. Altro punto da tener presente è che si tratta di una via di 14 tiri e altrettante calate in corda doppia, con più di 650m di sviluppo, e così molte cordate la percorrono solo fino alla seconda cengia (10 tiri) per risparmiare tempo. Noi, ovviamente, ne abbiamo combinata un'altra delle nostre: l'abbiamo percorsa, più o meno convintamente, fino alla fine, ma la nostra astuzia ci ha condotti all'attacco della via molto, troppo tardi. Risultato: calate in corda doppia mentre il cielo scuriva e rientro lungo il sentiero nell'oscurità, alleviata fortunatamente dalla lampada frontale di Giancarlo. La vicinanza dell'accesso e l'ottima attrezzatura della via consentono di fare queste fesserie senza patemi d'animo, ma se la ripetete, siate più furbi e partite per tempo!
Accesso: è forse il punto più debole delle varie relazioni che si trovano su interdet, e che ci ha fatto perdere una quantità incalcolabile di tempo vagando come anime purganti alla ricerca del sentiero giusto o di un'indicazione amica. Si raggiunge il Sasso Remenno e si lascia l'auto nel parcheggio di fronte alla parete N (per intenderci, quella sulla curva, dove c'è una targa e una scritta dedicatorie); il biglietto giornaliero costa 2 €. Alla vostra sinistra ci sono due rilievi: il Liss dei Pesgunfi è quello più a sinistra (vedi foto), e la via sale sul versante S, che appare infestato di erba (ed infatti lo è!). Subito dopo il Remenno, lungo la strada in direzione di S. Martino, c'è sulla destra una costruzione interrata per l'acqua. Poche decine di metri più avanti, sulla sinistra, c'è un piccolo spiazzo erboso che diviene subito sentiero: è lui, seguitelo! Il bel sentiero sale per il bosco, prima verso destra e poi verso sinistra, sfiora qualche sasso e si riporta a destra verso il torrente. Si supera il bivio per le placche (seguire indicazione: Pesgunfi) e si guada il torrente in corrispondenza di ricoveri in pietra, giungendo alla base della parete. Proseguire verso sinistra ignorando gli attacchi di due o tre vie innominate fino ad un cartello col nome desiderato; impossibile sbagliare.
Relazione: sostanzialmente basta seguire gli spit; l'unico punto in cui abbiamo avuto qualche dubbio è la seconda cengia e l'ultimo tiro. Inutili friend o altro; bastano 10 rinvii. Tutti i tiri vanno dai 40 ai 60m; soste su 2 spit attrezzate per la calata in corda doppia (salvo dove indicato). I tiri valutati 5c (e anche alcuni 5b) sono in realtà singoli passaggi; il resto è ancora più tranquillo.
1° tiro: dritti per placca fino alla sosta; 45m, 5b, 7 spit
2° tiro: a sinistra della sosta e via in placca; 45m, 5c, 10 spit. Sosta su albero con cordoni e maglia-rapida.
3° tiro: a sinistra, salire la placca, superare un saltino e proseguire in placca; 50m, 4c, 8 spit
4° tiro: ancora placche, poi piegare a destra e superare un muretto; 55m, 5c, 8 spit
5° tiro: per placche (l'avreste mai detto?) fino ad un muretto che adduce alla sosta; 45m, 5c, 8 spit
Salire per rocce ed erba obliquando un poco a sinistra fino alla fascia rocciosa. C'è una sosta a metà, se non volete procedere in conserva.
6° tiro: dritto per placche; 45m, 5b, 5 spit
7° tiro: idem; 45m, 5b, 7 spit
8° tiro: idem, con saltino finale; 45m, 5c, 8 spit
9° tiro: per placca fino ad un diedro; 45m, 5a, 6 spit
10° tiro: salire il vago diedro, poi a sinistra dello spigoletto e per placche alla sosta; 45m, 5c, 10 spit
Si risale ancora per erba ripida e roccette puntando alle placche, ma senza spostarsi troppo a sinistra. Sosta su albero; c'è anche una sosta intermedia.
11° tiro: per placche alla sosta; 50m, 5b, 8 spit
12° tiro: come sopra; 45m, 5b, 7 spit
13° tiro: idem; 45m, 5b, 7 spit
14° tiro: salire un muretto e raggiungere lo spit successivo. Da qui non si vedono altri spit, ed infatti bisogna andare decisamente a destra (fidatevi!) e salire in corrispondenza di alcune rocce rotte; lo spit è poco sopra (e si può vedere dalla sosta). Un ultimo salto sulla destra porta alla sosta finale; 35m, 5b, 3 spit.
Discesa: in corda doppia lungo la via. Servono praticamente 14 calate o qualcuna in più se non volete scendere i tratti erbosi a piedi; consigliato calarsi in due contemporaneamente per risparmiare un po' di tempo.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 18 settembre 2012

L'opera grafica di Mirando Haz

AA. VV.
Libreria antiquaria Prandi, Reggio Emilia, 1981

Ero convinto di possedere ormai l'opera omnia (letteraria, se non grafica) di Amedeo, alias Mirando Haz, conosciuto ad una lontana mostra a Bergamo nel 1993, ma - "rovistando" nella sua sterminata biblioteca - scopro d'un tratto che non è così! Il "problema" si risolve immediatamente con l'ennesimo graditissimo regalo da parte dell'autore, il che mi fornisce l'occasione per un ulteriore viaggio nel suo primo decennio o poco più di produzione grafica (l'altro riferimento per il periodo è Le acqueforti di Mirando Haz, Scheiwiller, 1976 o il più recente L'opera incisa, Nuages, 1999). Ma andiamo con ordine: il libro inizia con un'antologia di scritti su Haz, tra i quali possiamo citare quelli di Giulio Carlo Argan, Carlo Bertelli, Raffaele De Grada, Cesare Segre e altri (e scusate se è poco!). Seppur interessanti, gli scritti critici cedono però il passo alla nota dell'autore, curiosamente affidata ad un foglio allegato al libro anziché alle pagine dello stesso. In essa Haz lamenta con rabbia la mercificazione dell'arte contemporanea, la quotidiana creazione di "grandi artisti" - che poco o nulla hanno da dire - da parte di critici raramente disinteressati, che finisce col creare un cortocircuito letale con la sostanziale incompetenza di un pubblico credulone che vede ormai l'arte solo come un "investimento". Nella seconda parte dello scritto trova posto una breve descrizione della propria opera e di alcuni temi ispiratori; fatto piuttosto interessante e non proprio frequente.
Infine ci sono alcune riproduzioni di incisioni, tra le quali cito solamente l'acquaforte della bottega delle maschere e l'acquatinta de lo sputo, ed il catalogo completo delle prime 650 opere. Motivi letterari e ricordi di famiglia, riferimenti "nordici" e mitteleuropei si alternano nella lunga lista, a testimoniare l'originalità della ricerca artistica di Mirando Haz, a mio modesto parere uno dei sommi incisori del panorama del '900 italiano che, guardandoci ambiguamente dalla fotografia alla pag. 4 ammonisce: "Come superstite di una strage la mia ricerca artistica cade dalle gelide altezze della morte, da labbra chiuse nell'ironia, da alberi genealogici definitivamente segati".

venerdì 14 settembre 2012

Cassin + Graziella

Sul 1° tiro de Il chiodo del Bigio

Giancarlo sul 2° tiro della Cassin

Sul 3° tiro della Cassin

La via Cassin

Giancarlo sul 1° tiro della Graziella

Giancarlo sul 2° tiro della Graziella

Tracciato della via Graziella
Sigaro Dones e Torrione Magnaghi Meridionale - Grignetta
Pareti NO

Attaccai la Cassin al Sigaro Dones un paio d'anni fa, ma un sopraggiunto malore ci costrinse ad una ritirata dopo il secondo tiro. Come sempre quando le cose sfuggono sul più bello, la via mi aveva lasciato a metà tra l'indispettito ed il bramoso di ritornarci, e sabato è stato il secondo sentimento ad averla vinta.
Finita la via, non paghi della discreta fatica, aggravata dall'allenamento ormai inesistente dopo il mesetto di ferie dedicato a piaceri ben più immediati di quelli che regala l'arrampicata, ci portiamo all'attacco della Graziella, pochi metri più in alto. Altra via, altra faticaccia e piena consapevolezza di essere fuori forma! Il programma originale, che prevedeva anche la Chiappa-Mozzanica al Secondo Magnaghi, muta e la via in questione viene subito sostituita dall'accoppiata birra + panino e da... un buon motivo per ritornare su queste pareti!
Accesso: all'inizio del piazzale dei Piani Resinelli prendere la via Carlo Mauri sulla destra e svoltare subito dopo a sinistra. La strada sale ripida e termina in corrispondenza di un piccolo spazio con pochi posti per parcheggiare. Da qui seguire la traccia che si stacca dalla sinistra della strada e che si unisce poi col sentiero n.7 della cresta Cermenati, che si sale fino a prendere il sentiero n.3 per i Torrioni Magnaghi (indicazioni). Giunti al canalone Porta, al cospetto del gruppo, lo si risale (sentiero n.2), si oltrepassa la fiumana di gente in coda per salire il canalino Albertini e ci si porta alla spaccatura tra il Sigaro Dones ed il 1° Magnaghi; un'oretta circa dall'auto.
Relazione via Cassin: unica via con chiodatura tradizionale del Sigaro, dove non si corre certamente il rischio di trovare gente, la Cassin regala un'arrampicata atletica, protetta con chiodi abbondanti, ma non sempre dall'aspetto affidabile. Consiglierei di evitare di provare la "libera" se - come me - non avete troppa familiarità con i gradi della via, che rimane comunque un'ottima alternativa alle più frequentate Rizieri e Colombo.
1° tiro: la via originale sale il camino tra Sigaro e 1° Magnaghi (nessun chiodo), ma non molti seguono questo percorso, preferendo salire il 1° tiro della Rizieri. Noi abbiamo invece puntato agli spit che si vedono sul Magnaghi, che indicano la via Il chiodo del Bigio. All'altezza del 5° spit circa si attraversa e destra, si salgono gli ultimi metri del camino e si raggiunge la forcella dove si trova la sosta, pochi metri e sinistra della sosta della Rizieri; 25m, 5a, cinque spit. Sosta su due spit e catena.
2° tiro: risalire il masso incastrato a sinistra della sosta e prendere la cengia che riporta sopra la sosta, fino ad una fessura verticale e un po' strapiombante decorata con vecchi chiodi. Salirla per poi uscire a destra su buoni appigli e risalire per rocce più facili fino alla sosta, in comune colla Rizieri; 35m, IV+, VI+ (V+/A0), IV+, nove chiodi. Sosta su due fittoni e catena con anello; un chiodo con anello poco sotto.
3° tiro: salire verticalmente per una decina di metri seguendo la linea dei chiodi, fino ad incontrare una fessura orizzontale. Da qui non continuare la salita verticale (chiodi grigi più nuovi), ma spostarsi a sinistra qualche metro fino a ritrovare i cari chiodi degli anni '30, superare uno strapiombo e uscire a sinistra su facile terreno che conduce alla sosta; 35m, V+, VII (V+/A0), otto chiodi, un fittone (della Rizieri). Sosta su due fittoni e catena.
Discesa: spostarsi pochi metri a destra alla sosta della Rizieri. Da qui una singola calata da poco meno di 60m riporta alla base.

Accesso via Graziella: salire ancora la placchetta del canalone Porta, superare la spaccatura Dones e una prima sosta e giungere ad una fessura obliqua verso sinistra alla cui base si trova la sosta di partenza (2 spit e catena).
Relazione via Graziella: la via sale le belle placche verticali con qualche salto strapiombante, con arrampicata atletica su roccia buona. Via "di soddisfazione" con percorso indicato dai fittoni, presenti con una certa parsimonia. Utili friend per integrare in un paio di punti.
1° tiro: salire la fessura fino alla sosta; 25 m, passo di V all'inizio, poi IV+, un chiodo, un fittone. Sosta su due fittoni.
2° tiro: proseguire per fessura verticale sopra la sosta, per poi spostarsi un poco a destra e superare un paio di strapiombi. Il terzo strapiombo porta ad una cengia orizzontale dove si sosta; 30 m, V e strapiombo finale di V+ (forse VI-), due fittoni, quattro chiodi. Sosta su due fittoni.
3° tiro: ancora diritti sopra la sosta per placche fino ad un saltino finale oltre cui si esce a destra verso la sosta; 30 m, V-, V, due fittoni, quattro chiodi. Sosta su due fittoni.
4° tiro: salire ancora le placche sopra la sosta fino d uscire su terreno facile; 30 m, IV, due fittoni. Sosta su due fittoni.
Discesa: raggiungere la cima del Torrione (II) e portarsi sul lato sinistro (verso O). Superare un masso in corrispondenza di una vecchia croce abbattuta e raggiungere la sosta di Nastassia Kinski. Da lì una calata di poco meno di 60m riporta nel canalone, da cui si scende (possibile altra doppia) fino al punto di partenza.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 11 settembre 2012

Salice salentino DOC Riserva 2002 Leone de Castris

Non sono molte le aziende vitivinicole che riescono a coniugare una grossa produzione con il mantenimento di una certa qualità, ma per quel che mi riguarda la Leone de Castris rientra in questo ristretto novero. Se poi pensiamo che si parla dell'azienda che ha introdotto il primo rosato in bottiglia in Italia, nei remoti anni '40, non si può non guardarla con interesse.
Ma in effetti, a me, più dello sguardo interessa l'assaggio, e quindi domenica ho pescato dalla cantina questo Salice salentino 2002, preparandomi a piangere su una bottiglia che immaginavo ormai sfinita dal lungo invecchiamento.
Diciamo subito che forse qualche annetto di meno avrebbe giovato alla "causa", ma il vino - una volta rinvenuto - non mi ha deluso. Colore rubino con tendenze al granato e profumi di frutti rossi che si mischiano con note speziate, per concludere con un bel finale rotondo. 13° che non deludono, anche e soprattutto se si considera che questo vino, una specie di marchio di fabbrica della cantina, ha un prezzo assolutamente accessibile.
Da provare in futuro il Donna Lisa, una specie di versione "moderna" di questo vino. Anche se temo che deplorerò un uso eccessivo della barrique.

venerdì 7 settembre 2012

Marshall 5010 - stadio di potenza

Fig.1: schema dello stadio di potenza

Dopo un lungo periodo di oblio, torno sulla scena del delitto per completare la mia breve analisi dello schema dell'amplificatore Marshall 5010. Dopo aver scrutato il preamplificatore e il controllo toni con la rete di presence, manca ora solo lo stadio finale di potenza (ci sarebbe anche l'alimentatore, ma si tratta di un semplice alimentatore lineare che necessita di pochi commenti). Lo schema è quello indicato nella Fig.1, ed i valori dei componenti sono indicati di seguito:

  • $C_{17} = 0.22~\mu$F, $C_{18} = 22~\mu$F, $C_{20} = 470$ pF, $C_{21} = 100~\mu$F
  • $R_{17} = 10~\Omega$, $R_{20} = 470~\Omega$, $R_{21} = 10~\mathrm{k}\Omega$, $R_{22} = 3.9~\mathrm{k}\Omega$, $R_{23} = 4.7~\mathrm{k}\Omega$, $R_{24} = 680~\Omega$, $R_{25} = 10~\Omega$, $R_{26} = 2.2~\mathrm{k}\Omega$, $R_{27} = R_{28} = R_{29} = 1.5~\mathrm{k}\Omega$, $R_{30} = 10~\Omega$, $R_{31} = 39~\Omega$
  • $\mathit{TR}_2 = \mathit{TR}_3$ = BC182, $\mathit{TR}_4$ = BC212, $\mathit{TR}_5$ = BC184, $\mathit{TR}_6$ = MJ3001, $\mathit{TR}_7$ = MJ2501
  • $\mathit{ZD}_1 = 9.1~\mathrm{V}$

Diamo un’occhiata di massima allo schema: si tratta di un amplificatore reazionato il cui guadagno è fissato dalle resistenze $R_{21}$ ed $R_{20}$ e vale $1 + R_{21}/R_{20} \approx 22$ (il condensatore $C_{18}$ limita inferiormente la banda a circa 15 Hz). La polarizzazione della coppia differenziale è garantita da ZD1 e dalla resistenza $R_{23}$, mentre la coppia push-pull di uscita è polarizzata dal moltiplicatore di $V_{BE}$ dato da $\mathit{TR}_5$, $R_{26}$ e $R_{27}$. Le resistenze di qualche decina di Ω in serie alle basi dei transistori di uscita riducono le oscillazioni che si possono instaurare; è una soluzione classica riportata in diverse fonti sugli amplificatori audio. La coppia $R_{17} - C_{17}$ di uscita, invece, introduce una coppia polo-zero che serve a compensare il polo introdotto dall'impedenza dell’altoparlante. La banda superiore dell’amplificatore è determinata da $C_{20}$. Prima di procedere con qualche calcolo sul circuito, spendo due parole sulla scelta dei transistori, iniziando da quelli di uscita, che hanno il compito di erogare corrente al carico: la coppia selezionata è una coppia complementare (quindi idealmente con le stesse caratteristiche) di Darlington, progettati per applicazioni audio di potenza. La massima tensione che possono sopportare è 80 V, le massime correnti e dissipazione di potenza sono 10 A e 150 W; siamo ampiamente nei limiti del nostro amplificatore, che lavora con 20 V di alimentazione e circa 4 A al massimo. Per il resto, i BC182 e 184 sono molto simili, e l’utilizzo di quest’ultimo può essere solamente un motivo di costo.

Polarizzazione

Trascuriamo le correnti di base e poniamo $V_{BE} \approx 0.7$ V (tranne che per i Darlington di uscita). Ricordando che la base di $\mathit{TR}_3$ è a massa attraverso la resistenza $R_{10}$ dello stadio di Presence e che l'uscita è tenuta a massa dall'altoparlante, si ottiene la corrente che fluisce nei transistori della coppia differenziale di ingresso:

$$I_2 = I_3 \approx \frac{9.1 - 0.7}{2R_{23}} = 0.9~\mathrm{mA},$$

che polarizza $\mathit{TR}_4$ attraverso $R_{24}$. Si ha quindi $g_{m3} \approx 47$ mS, ovvero $1/g_{m3} ≈ 20$ Ω. Per la polarizzazione dello stadio di uscita, osserviamo il moltiplicatore di $V_{BE}$ già evidenziato: la tensione $V_{CE}$ di $\mathit{TR}_5$ si ottiene osservando che la sua tensione BE forza la corrente in $R_{27}$, che è la stessa che fluisce in $R_{26}$. Si ha cioè:

$$V_{CE} \approx V_{BE} \left( 1 + \frac{R_{26}}{R_{27}} \right) = 1.7~\mathrm{V},$$

che pare anche un po’ poco per una coppia di Darlington. La corrente di polarizzazione di $\mathit{TR}_4$ diventa

$$I_4 \approx \frac{20 - 0.85}{R_{28} + R_{29}} = 6.4~\mathrm{mA},$$

di fatto portata in maggior parte da $\mathit{TR}_5$, visto che le resistenze del moltiplicatore portano circa 0.5 mA. La transconduttanza è $g_{m4} \approx 250$ mS.

Fig. 2: Schema semplificato del circuito su segnale
per il calcolo del guadagno di andata
Guadagno

Il calcolo del trasferimento ideale è immediato, come già evidenziato poco fa. L'unico problema diventa allora quello di calcolare la larghezza di banda dell'amplificatore ad anello chiuso. Procediamo in modo semplice, trascurando i condensatori di polarizzazione e i componenti reattivi associati agli elementi attivi. Si ha allora un sistema a singolo polo, determinato da $C_{20}$, che quindi presenta un prodotto guadagno-banda ($\mathit{GBWP}$) costante.

Calcoliamo quest’ultimo ad anello aperto, ovvero “stacchiamo” la rete di reazione mettendo $R_{21}$ a massa (teniamoci invece $C_{21}$ connesso all'uscita, che gioca un ruolo importante) e disegniamo lo schema su segnale, eliminando le resistenze “piccole” e gli elementi superflui (es., gli stadi follower). Per il calcolo della resistenza di collettore di $\mathit{TR}_4$ si può notare come il moltiplicatore di $V_{BE}$ si comporti come una bassa impedenza (sostanzialmente $(1 + R_{26}/R_{27})/g_{m5}$). Inoltre, $R_{28}$ è cortocircuitata dal condensatore $C_{21}$, connesso al nodo di uscita che segue il collettore di $\mathit{TR}_4$; ne segue che la resistenza vista è sostanzialmente $R_{29} \parallel (R_{21} + R_{20}) \approx R_{29}$; lo schema risultante è indicato in Fig. 2. Il guadagno a bassa frequenza vale

$$G \approx \frac{g_{m3}}{2} R_{24} g_{m4} R_{29} $$

mentre il polo si trova usando l’approssimazione di Miller:

$$f_p \approx \frac{1}{2\pi C_{20} g_{m4} R_{29} R_{24}},$$

da cui si ottiene il prodotto guadagno-banda

$$\mathit{GBWP} = G f_p = \frac{g_{m3}}{4\pi C_{20}} \approx 8~\mathrm{MHz},$$
Fig.3: Trasferimento dello stadio di uscita ottenuto da
simulazione dello schema e dai calcoli indicati.

che darebbe una banda ad anello chiuso di circa 360 kHz. La Fig. 3 mostra il confronto tra questi calcoli e una simulazione completa del comportamento del circuito: la banda reale è lievemente più stretta, ma il risultato mi pare soddisfacente. In particolare, notiamo che il trasferimento dello stadio di uscita è piatto in tutto l’intervallo di frequenze di interesse.

Con calma, metterò assieme i vari pezzi dell'analisi dello schema. Chissà, magari a qualcuno potrebbe anche essere utile...

lunedì 3 settembre 2012

GaMi2

Giancarlo sul 1° tiro della GaMi2

Sul 2° tiro

Sul bellissimo 4° tiro

Giancarlo sul 4° tiro
Quarta torre dello Zucco Pesciola (Gruppo dei Campelli)
Parete N

Circa due settimane fa, nell'intermezzo tra le vacanze dolomitiche e quelle calabre tento di sfuggire al caldo infernale rifugiandomi presso la parete N dello Zucco Pesciola. L'aria vacanziera si fa sentire e la scelta cade su una via tranquilla, con partenza non proprio mattiniera. La GaMi fu aperta nel 1971 dai fratelli Minozio e Ganassa, ed è un'alternativa molto consigliabile alle frequentatissime vicine Bramani e Gasparotto, soprattutto per il bellissimo penultimo tiro. La via resta un po' bagnata dopo le piogge, particolarmente nei primi due tiri. Anche se non è molto difficile e la chiodatura è buona, fate un po' di attenzione. Per raggiungere l'attacco della via conviene salirne prima una dello zoccolo, la Comune o la Diretta delle guide. Noi abbiamo salito la seconda.
Accesso: raggiungere i pressi del rif. Lecco da Barzio (funivia) o da Ceresole di Valtorta e proseguire risalendo il vallone dei camosci. Dove il sentiero spiana si segue una deviazione sulla destra che raggiunge il fondo del vallone e risale un ghiaione (via di salita per lo zucco Pesciola). All'altezza dello zoccolo traversare a destra fino all'attacco della Comune (scritta alla base); appena prima si vede la linea della Diretta delle guide.
Relazione: come ormai per quasi tutte le vie di questo gruppo, la sistemazione con fittoni resinati ha reso ovvio il percorso. La chiodatura è buona, per cui sono praticamente inutili friend o altro; tutte le soste sono su due fittoni da collegare.
1° tiro Diretta delle guide: risalire il pilastro fino alla sosta. 20m, 4a, 4 fittoni.
2° tiro Diretta delle guide: salire il diedro-fessura a sinistra della sosta fino ad un canale. 35m, 5c, 8 fittoni.
3° tiro Diretta delle guide: ancora nel canale fino alla larga cengia. 30m, 2a, 3 fittoni.
Qui giunti, lasciate perdere le cordate che urlano sul pur bello diedro Bramani e seguite la cengia verso destra, scendete leggermente nel canale puntando al diedro e risalite un masso fino alla sosta di partenza della GaMi2 (scritta).
1° tiro: salire il saltino iniziale e seguire la placca verso destra. 25m, 4c, 5 fittoni.
2° tiro: continuare nel diedro fino alla sosta. 30m, 4c, 6 fittoni.
3° tiro: salire sopra la sosta e spostarsi a sinistra fin sotto la placca verticale. 15m, III+, 1 fittone.
4° tiro: sulla bella e continua placca verticale, che obliqua verso destra per poi uscire verso sinistra alla sosta.  25m, 5c, 9 fittoni.
5° tiro: sopra la sosta a seguire uno spigoletto per attraversare poi una spaccatura e salire alla sosta. 30m, III+, 3 fittoni.
Discesa: raggiungere la cima dello zucco Pesciola e seguire il sentiero di discesa che riporta nel canalone e in breve all'attacco.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 31 agosto 2012

Pubblicità boomerang


La mia esposizione alla pubblicità televisiva è tutto sommato limitata, per il semplice motivo che l'elettrodomestico in questione si accende per il TG delle 20 e si spegne subito dopo la sua fine, salvo rare eccezioni. Non sono però riuscito ad evitare il martellamento dell'accoppiata Fiorello-Wind, e in particolare l'ultima trovata che vuole l'ormai insopportabile personaggio "sposare" la compagnia telefonica. Il messaggio è chiaro: anche per l'italiano più impenitente, il matrimonio è sinonimo (formale o sostanziale) di fedeltà; prendetevi Wind per la vita e non se ne parli più!
Secondo me, però, lo spot rischia seriamente di generare un effetto boomerang, veicolando il messaggio opposto. Non è l'unico caso e, in linea generale, direi che si possono annoverare almeno un paio di motivi per un potenziale insuccesso di una campagna pubblicitaria: le sensazioni generate dalle immagini e la storia raccontata. Sul primo punto, le tensioni, i rilassamenti, gli spazi chiusi e aperti, ecc. ecc., ne so poco. Il secondo punto, invece, mi pare più elementare, più logico: la "storia" raccontata deve essere coerente con il messaggio, altrimenti non funziona. Ricordo una vecchia pubblicità della RAI (forse erano gli anni '90) che parodiava la scena iniziale dei Promessi Sposi (tratta dallo sceneggiato in B/N trasmesso a puntate negli anni '60), quella in cui i bravi intimano il famoso "questo matrimonio non s'ha da fare" allo spaurito don Abbondio. In quella versione, i bravi intimavano il pagamento del canone; quando la vidi mi parve decisamente ridicolo e controproducente che mamma RAI si servisse dei bravi per promuovere il pagamento di una tassa!
Lo stesso fenomeno si verifica qui: Fiorello "sposa" la compagnia, ma quando si "alza il velo" il sogno si trasforma in incubo, e il matrimonio non è per nulla quello che avrebbe desiderato. Forse, prima di firmare questo contratto, anche se non è per la vita, sarà meglio togliergli il velo e dargli un'occhiata per bene.

martedì 28 agosto 2012

Ristorante Hale-Bopp

via Anile, 8
Pizzo Calabro (VV)

Stanno ormai finendo questi giorni in Calabria, ospite di un carissimo amico e consorte. Tante le storie che ci sarebbero da raccontare, ascoltate la sera (tentando vanamente di decifrare il dialetto) sulla piazza del paesino; storie di emigrazione, di lavoro che manca o è sempre temporaneo, di case costruite a metà per figli che non torneranno più, di un "mondo dei vinti" da cui è difficile fuggire. Ma anche - per contrasto - di una piccola "ricchezza" di case e terreni che garantiscono una fonte di sussistenza forse meno frequente in altre zone del Paese e - soprattutto - di una gentilezza ed ospitalità veramente imbarazzanti e quasi commoventi. Ma scrivere di questo sarebbe complicato, ed inoltre non ho voglia di dissezionare il posto dove sono stato quasi "adottato" per questi giorni.
Domenica matura all'improvviso la decisione di organizzare la solita cena tra gli amici che si ritrovano ogni anno al paesello per l'estate. Nicola ci conduce senza esitazioni a Pizzo; la stagione è ormai abbastanza avanti, o forse sarà la "crisi", ma riusciamo a trovare posto nel piccolo parcheggio davanti al locale senza problemi. Cucina rigorosamente di pesce (vabbè, poi ci sono le pizze...) che inizia per me con dei ravioloni ripieni di pesce spada, mentre diretti ai miei commensali sfilano degli spaghetti allo scoglio (o con vongole, o polipi) dall'aria interessante. Una frittella di bianchetti parte dell'antipasto di Giuseppe scatena un'ondata di analoghe richieste, dopo di che la golosità, se non la fame, ha il sopravvento e si passa al secondo. Lascio perdere il vassoio del pesce fresco e mi lascio tentare da delle seppie alla griglia con salsa di liquirizia; insolito e ottimo abbinamento. Selezione di vini sufficiente e giustamente centrata su Calabria e sud Italia. Dopo la cena non può mancare un salto da Ercole per il tartufo nero di Pizzo!
Volendo essere pignoli e cercare l'unico neo della bella serata, indicherei gli amici che discutevano di calcio, di cui a me non può interessare di meno. La parentesi agostana, in cui l'argomento "donne" aveva preso il marcato sopravvento, volge decisamente al termine!

Billy Budd, sailor and other stories

di Herman Melville
Bantam books, New York, 1989

Dopo un periodo di letture disordinate e poco interessanti ho ripescato questo libro in occasione del viaggio a Boston, e non potevo far altro che finirlo insieme alle vacanze agostane. È una raccolta di sei racconti dell'autore di Moby Dick; un paio (The piazza e The bell-tower) poco interessanti, cui si aggiunge una specie di resoconto di viaggio alle isole Galapagos (The encantadas) diviso in dieci sketches, tra i quali i migliori risultano il settimo e il nono, sulle isole Charles e Hood. Va detto però che la geografia del racconto si prende parecchie licenze immaginifiche e si nutre di riferimenti letterari che ad un asino in letteratura anglo-americana quale il sottoscritto sono sfuggiti totalmente tranne uno, banale, nello sketch ninth; una lettura al riguardo si può trovare qui.
Decisamente migliori - e ben più famosi - gli altri tre racconti. Billy Budd, sailor affronta l'eterna questione bene-male o, se vogliamo, del significato e interpretazione della legge. Billy, descritto più volte come una specie di innocente ragazzo o di "primitivo", è totalmente "puro" nel senso che non conosce le malignità degli uomini e, quando ne è vittima, reagisce come farebbe un animale braccato: colpisce, e uccide il suo maligno detrattore. È da considerarsi colpevole? Il capitano Vere che discute e orienta la decisione della corte marziale applica la legge pur sapendo dell'intima innocenza di Billy o è una specie di Ponzio Pilato che se ne rifugia? E il resoconto finale è una ricostruzione "ufficiale" fittizia della vicenda o ci dice che la verità potrebbe essere diversa da quella che ci è stata raccontata per tutto il romanzo?
Bartleby è forse il racconto più famoso e più enigmatico di Melville, e quel I would prefer not to con cui il copista si rifiuta di eseguire dapprima semplici mansioni e poi via via lavori sempre più grandi fino a smettere di lavorare del tutto è ormai celeberrimo. Cosa rappresenta la resistenza passiva di Bartleby? Trasposizione autobiografica dell'autore, che rifiuta di scrivere novelle che si vogliono da lui fino a smettere completamente di scrivere, denuncia ante-litteram dell'alienazione del lavoro, ultima ed estrema libertà?
Anche Benito Cereno non è esente da interpretazioni opposte: dietro la trama (che si intuisce subito nonostante Melville crei un alone di ambiguità) vi sono toni razzisti o il loro contrario? Leggere che like most men of a good, blithe heart, Captain Delano took to Negroes, not philanthropically, but genially, just as other men to Newfoundland dogs è quantomeno ambiguo se non offensivo, così come la chiosa finale del racconto. D'altra parte Babo è descritto in antitesi con molti stereotipi dell'epoca e, singolarmente intelligente, si prende gioco dei due "bianchi" per tutto il racconto. A parte questa questione, Benito Cereno resta una storia di violenta ribellione che rimane perlopiù incompresa dai bianchi che infine la reprimono; purtroppo, una condizione singolarmente attuale.

mercoledì 22 agosto 2012

Cucina di Carnia...

Mi ritrovo in Friuli per la seconda volta quest'anno, e la cosa non può che farmi piacere. Al rientro in Italia per il passo di Monte croce carnico ci fermiamo a Paluzza per arrampicare sul facile e bello spigolo De Infanti al Pal Piccolo, ma un motivo non secondario di questa sosta è la possibilità di assaggiare le specialità della Carnia. A Timau, dopo una visita al sacrario con la tomba di Maria Plozner, unica donna medaglia d'oro nella prima guerra mondiale, e senza dimenticare il relativo museo, vale la pena di fermarsi "da Otto". Ristorante e albergo fin dall'800, con una cucina strettamente legata alle ricette tradizionali. Dopo un antipasto di salumi siamo passati ai primi, dove sono rimasto letteralmente conquistato dai cjarsons (o cjalsons), sorta di tortelli di pasta con patate dal gusto agro-dolce. Chiedo lumi sul piatto e Diego, il titolare, ci spiega che letteralmente ogni famiglia ha una sua propria ricetta, sicché è praticamente impossibile mangiarne due identici. Il ripieno che abbiamo assaggiato noi era fatto di uvetta, erbe di montagna, menta, cannella, cioccolato (ebbene sì!) e altri ingredienti che mi sono stati elencati puntigliosamente (non prima di avermi chiesto con una punta di malizia cosa ero riuscito a riconoscere...), e che sono stati puntualmente dimenticati. Da ricordare anche delle ottime crespelle con asparagi. Il menù dei secondi è più tradizionale e non ho potuto sottrarmi all'assaggio del gulasch, penetrato in Friuli dall'Ungheria. Un refosco buono ma un po' troppo barricato accompagna piacevolmente la cena.

La sera successiva scoviamo il Salon un poco più a valle, albergo e ristorante con annessa un'osteria dove si serve una selezione degli stessi piatti del ristorante, in ambiente più rustico e con prezzi più contenuti; anche qui la tradizione di famiglia è piuttosto antica, risalendo ai primi del novecento. Vedendoci agghindati come possono esserlo due che hanno passato quasi una settimana ad arrampicare senza preoccuparsi troppo dell'eleganza (lo zaino pesa!), ci suggeriscono - con nostra grande soddisfazione - l'osteria. Vado subito a verificare l'affermazione della sera prima e ordino di nuovo i cjarsons: il sapore è lievemente diverso con note più dolci e più "cioccolatose". Un galletto come secondo è buono ma non all'altezza del primo, ma una nota di merito va al refosco del Molino delle Tolle, servito ad un prezzo più che onesto e di cui purtroppo non sono riuscito a fare scorta. Altra nota di merito per il dolce, una buonissima torta di mele alla carnica.

Bell'esempio di una regione che ha saputo valorizzare i piatti della tradizione, grazie anche all'opera di alcuni chef rinomati, la Carnia si presenta oggi particolarmente interessante da molti punti di vista, storico, culturale (sorprendente la bella ancona lignea e gli affreschi del '500 presenti nella cappella vecchia della chiesa di Paluzza)... senza dimenticare quello gastronomico!

sabato 18 agosto 2012

Spigolo O (Westkante) con variante Blasl

Sentiero di accesso

Il freddo 1° tiro

Cinzia sulla cengia del 3° tiro

Carlo sul 4° tiro

Sulla placca dell'8° tiro

Matteo sulla cresta finale

Foto di vetta

Tracciato dei primi 6 tiri
Große Laserzwand - Dolomiti di Lienz

Dopo la parentesi americana, ed in attesa di terminare queste vacanze da un amico in Calabria, ci voleva proprio questa parentesi dolomitica! Seguendo le indicazioni di Massimo, la meta è oltre confine, in una zona decisamente assai meno frequentata rispetto alle consorelle italiane, seppur non mancante di fascino. Unico inconveniente: le temperature non proprio "estive" e una presenza quasi-costante di vento da nord che rende i primi tiri piuttosto fastidiosi. In zona ci sono vie per tutte le difficoltà e una via ferrata lunga ed interessante; noi ci siamo decisamente rilassati su vie non impegnative.
Accesso al rifugio: raggiungere la Val Pusteria e superare il confine a Prato alla Drava, raggiungendo la città di Lienz. Alla rotonda si gira a destra, passando la stazione ed il ponte. Poco dopo ancora a destra per la frazione Tristach per poco meno di 4 km, dove si prende la strada a destra per la Dolomiten Hütte. La strada prende quota per poi diventare a pagamento (7.50 € per veicolo, ma l'accesso è libero dal tardo pomeriggio) e sbucare infine al parcheggio vicino alla Dolomiten Hutte. Da qui parte una strada sterrata con adiacente scorciatoia su sentiero che in circa 75' porta alla Karlsbader Hütte, il rifugio dove abbiamo alloggiato. Luce presente solo negli spazi comuni (portarsi la frontale), birra quasi più economica dell'acqua e gran zuppe servite come primo piatto a cena; ogni tanto è piacevole variare il regime alimentare, ma al rientro in Italia, in Friuli (non eravamo ubriachi, è stata una deviazione consapevole per "tastare" la roccia delle alpi carniche) ci siamo sfogati in un paio di pantagrueliche cene sulle quali riferirò a breve, inneggiando senza remore alla "cultura materiale" nazionale.
Accesso: dal rifugio si scende la sterrata fino a prendere un sentiero sulla destra che per prati costeggia la parete S della Laserzwand. Si procede a mezza costa fin quasi alla fine della parete, dove si risale una facile rampa (II) fino allo spigolo. Un'ora circa dal rifugio.
Relazione: tracciato non difficile con chiodi nei passi più impegnativi. Se come me siete negati per le salite in camino, fate attenzione al 5° tiro; potreste non avere una cordata amica che vi fornisce un "aiutino"...
1° tiro: salire la facile rampa che adduce all'evidente fessura obliqua verso destra fino al terrazzino di sosta. 40m, III, IV+, tre chiodi. Sosta  su chiodo e fittone.
2° tiro: Nella fessura obliqua a sinistra; non salire la prima fessura verticale che si incontra (chiodo), ma spostarsi a sinistra per poi rientrare verso destra, salire una facile placca e spostarsi e destra fino alla corda fissa. 30m, IV, V, IV-, III, 6 chiodi. Sosta su spit e corda fissa.
3° tiro: risalire le roccette a sinistra e procedere per cengia fino ad un masso incastrato ove si trova la sosta. 40m, II. Sosta su fittone con anello.
4° tiro: dal pulpito a sinistra in bella esposizione fino a raggiungere un diedro-fessura che si risale fino alla sosta. 25m, V, IV+, 3 chiodi. Sosta su fittone con anello.
5° tiro: a sinistra della sosta per una rampa che termina in un camino con un masso incastrato; risalirlo tenendosi sulla sinistra nella parte alta. In alternativa, salire la placca a sinistra del camino con difficoltà maggiori, ma con maggior proteggibilità. 35m, III, IV+. Sosta su fittone.
6° tiro: salire obliquando a destra della sosta per poi portarsi verso sinistra fino alla cima del pilastro. 35m, IV-, passo di IV+ in partenza, 1 chiodo. Sosta su spit e corda fissa.
7° tiro: seguire la traccia in leggera discesa fino alla base di una placca. 15m, II. Sosta su spit e fittone.
8° tiro: salire la bella placca protetta da due fittoni e proseguire su rocce semplici. Saltare una sosta e fare un tiro da 60m. 60m, V+, III+, 3 fittoni, 1 chiodo. Sosta su fittone con anello.
Da qui in avanti ci sono ancora un paio di tiri di cresta da 60m (che si possono spezzare in due tiri da 30m l'uno, se avete voglia di passare il tempo in questo modo...), poi con facilità alla cima.
Discesa: si segue l'evidente sentiero che in breve riporta al rifugio.
Nei giorni successivi abbiamo salito un altro paio di vie rilassanti, la Darmstädter Weg al Seekofel e la Domenigg-Konig alla Große Terplitzer Spitze, prima di fare una capatina  al Pal Piccolo nelle alpi carniche. Altre vie interessanti sono rimaste per la prossima volta, perché il posto merita certamente un ritorno.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

lunedì 6 agosto 2012

Nantucket

Il faro

La casa del Cap. Pollard

Hadwen house

Scheletro di capodoglio
L'accento è sulla "u" (fatta salva la pronuncia), e non vi azzardate a dirmi anche voi, come tempo fa qualcuno, che il libro che vi è più indissolubilmente legato "pensavate fosse una cosa da ragazzi"! L'autore lo scrisse nel lontano 1851 senza averla visitata, e così ne inizia la descrizione al Cap. 14:
"Nantucket! Take out your map and look at it. See what a real corner of the world it occupies; how it stands there, away off shore, more lonely than the Eddystone lighthouse. Look at it - a mere hillock, and elbow of sand; all beach, without a background. There is more sand there than you would use in twenty years as a substitute for blotting paper".
E dopo aver letto e amato il libro, nella bella traduzione di Pavese, io effettivamente la cercai, setacciando palmo a palmo la costa del nord America sull'atlante geografico metodico, unico mio depositario della cartografia mondiale nell'era pre-internet, ma invano. Passano gli anni (e anche i lustri e i decenni, purtroppo), e nel programmare la visita a Cape Cod mi accorgo che l'isolotto che avevo cercato tempo fa è lì, a un paio d'ore di traghetto! Ci vado, in una giornata che rapidamente peggiora e si risolve in un acquazzone che affoga ogni tentativo di visitare accuratamente l'isola e che si somma alla mia conclamata imperizia fotografica (e non solo tale), risultando in immagini anche peggiori del solito; ci vado coll'animo fermo a metà Ottocento, tra fantasia e realtà, tra il chowder del Try Pots e lo sfortunato capitano Pollard dell'Essex (alla cui tragedia si ispira il libro) e del Two brothers. Ma i 150 anni e passa che sono trascorsi hanno lasciato il segno, e si vede! Del Cap. Pollard si vede ancora la casa al 46 di Centre Street, ma ridotta a negozietto insignificante - solo una targa ricorda il comandante, poi finito a fare il guardiano notturno di Nantucket dopo il secondo naufragio; la zona vicino al porto è diventata un susseguirsi di fast-food e ristoranti di dubbia qualità contornati da negozi di souvenir; le strade sono infestate di automobili parcheggiate in ogni dove, sì che pare di essere in centro Milano piuttosto che negli USA.
Per ritrovare qualcosa della Nantucket che fu famosa fino alla seconda metà dell'Ottocento, quando sia problemi all'ingresso del porto, sia l'introduzione di infrastrutture come le ferrovie, che rendevano più competitivi i porti della costa, sia infine l'utilizzo del kerosene che rese - vivaddio - non più conveniente lo spermaceti ne determinarono il declino, bisogna addentrarsi oltre le vie a ridosso del porto, andare a scovare le ricche case, alcune oggi visitabili, dei mercanti che si arricchirono con l'industria, e infine fare un giro al whaling museum. Qui, in una vecchia fabbrica di candele ci si immerge nel "vero" mondo di Nantucket, tra registri di bordo di baleniere, reperti delle navi d'epoca (tra cui le poche cose sopravvissute al disastro dell'Essex), una serie impressionante di ramponi e lance utilizzate per massacrare i poveri cetacei, uno scheletro di capodoglio (morto naturalmente per spiaggiamento, per fortuna) e i prodotti della lavorazione, olio, candele e altro. Ve lo avevo detto che il libro di cui parlavo è Moby Dick?

venerdì 3 agosto 2012

Tre ristoranti a Cape Cod


Old Yarmouth Inn


Degli USA ho sempre preferito l'Ovest, a parte la notevolissima eccezione di New York, ma anche la East Coast dà le sue soddisfazioni: dopo anni che vengo negli USA, bisognava capitare a Boston per vedere un'auto parcheggiata in doppia fila! Nei giorni precedenti ho esplorato un po' i dintorni, e segnatamente Cape Cod, dove l'atmosfera del New England ed il fantastico ambiente sono purtroppo rovinati da una massa enorme di turisti da spennare. Siamo alle radici degli USA; nel 1620 qui arriva la Mayflower, che porterà alla fondazione della vicina Plymouth (dal nome del porto inglese di partenza). Nel 1696, a metà strada tra Plymouth e Provincetown, nasce l'Old Yarmouth Inn, la locanda più vecchia di tutto il Cape, a cui naturalmente non potevo mancare di recare omaggio. Ambiente accogliente con sala un po' troppo romantica per i miei gusti, e menù interessante. Scelgo il seafood sauté, che contiene astice, gamberi e capesante in salsa di astice - e fin qui tutto bene, anzi benissimo - a cui si aggiunge però della pasta, che ovviamente è scotta, nella "miglior" tradizione anglosassone! Peccato; il piatto è buono e la porzione abbondante, e sarebbe stato ottimo con una pasta cucinata per bene, e meglio ancora senza pasta del tutto! Il dessert non regala particolari emozioni, ma il posto merita certamente una visita.
Sempre nel Mid Cape, a Hyannis, dove ho fatto tappa per visitare agevolmente un luogo su cui dovrei decidermi a scrivere un post, c'è The Paddock (20 Scudder Ave., Hyannis, MA). Anche qui s'impone l'astice, visto che nel menù c'è un piatto interessante: astice stufato ripieno - dev'essere una moda locale - di gamberi e capesante. Piatto ottimo, ma anche qui un po' rovinato da un'eccessiva quantità di pangrattato. Il vizio del cibo italiano contagia anche questo posto, ed il piatto arriva accompagnato da una porzione - per fortuna separata - di risotto ai funghi su cui stendo un velo pietoso.
L'ultimo locale, sempre a Hyannis e che manco aveva il biglietto da visita è The naked oyster (410 Main Street, Hyannis, MA). La trilogia dell'astice si conclude accompagnandolo con un filetto di haddock (credo che il nome italiano sia poco usato); ottima preparazione e nulla da dire sul piatto; rispetto agli altri due posti le porzioni sono un po' più da "nouvelle cuisine".
Per variare questa dieta, a Boston ho iniziato il tour delle cucine etniche, ma questa è un'altra storia...

mercoledì 1 agosto 2012

Il ruolo del docente

Sono negli USA per partecipare ad un incontro di selezione dei lavori per un'importante conferenza di settore e qualche giorno fa ci hanno comunicato che il lavoro che abbiamo presentato ad una (altra) conferenza internazionale ha vinto lo Student paper award, un riconoscimento per il miglior lavoro scientifico presentato da un dottorando di ricerca. Ovviamente c'è stata grande soddisfazione, ma scrivo questo non tanto per autocompiacimento, quanto perché è proprio nei momenti in cui sembra che le cose vadano per il meglio che bisogna interrogarsi. Vorrei quindi cogliere l'occasione di questo piccolo "successo" per riproporre una domanda che mi faccio spesso e di cui spesso, di questi tempi, discuto con Andrea, amico e collega: qual è il nostro ruolo? Non in senso astratto, ma il ruolo di docenti universitari di Elettronica oggi, in questo Paese, con le "condizioni al contorno" ben note.
La domanda può sembrare banale, e forse lo è, ma conviene ricapitolare i termini della questione per i "profani": io - e tanti altri colleghi come e meglio di me - conduco un'attività didattica (che in questo momento non ci interessa) e una di ricerca scientifica. Oltre all'aspetto scientifico, la ricerca ha anche una valenza formativa: gli studenti - soprattutto quelli di Dottorato - sono esposti a problemi scientifici rilevanti e contribuiscono ad affrontarli, acquisendo sia un modus operandi che delle competenze specifiche che li rendono poi appetibili dalle aziende di settore.
Il problema è appunto questo: per mantenere un livello scientifico "alto", che ci consenta di competere a livello internazionale, si deve lavorare su argomenti che sono anni-luce avanti a quello che può servire alle famigerate "aziende del territorio" o anche nazionali. Il "mio" (in senso di appartenenza e non di possesso) gruppo di ricerca lavora sulle tecnologie nanoelettroniche di punta per memorie non-volatili, ma queste tecnologie sono oggi sviluppate in USA o nel Far East (Corea, Giappone, Taiwan); in Europa c'è piuttosto poco e in Italia siamo messi male con tendenza al peggioramento. Non è un problema peculiarmente mio: la stessa cosa vale per i colleghi che lavorano sul progetto di circuiti integrati avanzati, per non parlare poi di chi si occupa di argomenti meno connessi con lo sviluppo tecnologico. Il risultato di questa situazione è che le persone più qualificate, quelle che si guadagnano il titolo di Dottore di Ricerca (il famigerato Ph.D.) in Ing. Elettronica, se ne vanno a lavorare all'estero. Per loro è certamente un bene: stipendi e prospettive migliori; per il Paese forse no. Ma l'Università fa pur sempre parte del Paese, e qui scatta la domanda: qual è il nostro ruolo di docenti? Quello di formare persone ad alto livello che poi lasciano l'Italia?
Un'alternativa potrebbe essere lo sbandierato trasferimento tecnologico alle imprese del territorio. Ci sono colleghi che lo fanno e lo fanno bene, ma la mia esperienza è drammaticamente negativa: i problemi su cui si lavora possono essere anche interessanti e non banali, ma non hanno nulla di scientifico e non incrementano la conoscenza (per tacere dei casi in cui dietro questo paravento si vuole solo avere manodopera gratis o sottopagata per lavori di routine). Qual è il mio ruolo? Questo? Devo rinunciare ad un'attività che forma ad alto livello i Dottorati di domani per adagiarli su problemi contingenti le aziendine lombarde?