venerdì 28 febbraio 2020

Via del Mario

Sul 2° tiro.
Sul 3° tiro.
Teo sul 6° tiro.
Teo sul 7° tiro.
Tracciato della via (azzurro). In rosso la via
Di tutto un po'.
Cà del liscio - Valle del Sarca
Parete E

Accesso: da Arco si raggiunge Dro ed il parcheggio del centro sportivo in località Oltra (uscite dalla Statale a Dro, attraversate il fiume e proseguite fino all'indicazione - se venite da Sarche, seguite le indicazioni e uscite a destra dalla Statale prima del paese). Dal parcheggio si prende la strada forestale verso Arco per seguire poi l'indicazione per il sentiero delle cavre. In breve si prende una traccia a sinistra che costeggia la parete e la si segue, superando gli attacchi delle vie Rudania e Heli. Poco dopo (ometto) si prende una traccia sulla destra che conduce a delle corde fisse e alla base della placconata di attacco (scritta). A destra parte la via Di tutto un po'.

Relazione: via simile all'adiacente Di tutto un po', che sale la parete tra placche e muretti. Arrampicata sempre piacevole, intervallata però da un paio di dure sequenze (che si risolvono in sane tirate di rinvii) che contrastano con il resto della via e rovinano la continuità. Le protezioni sono sempre buone; portare solo rinvii.

1° tiro: salire i primi gradoni e proseguire per placca fino alla sosta. 30 m, 4a; due fix, un cordone in clessidra. Sosta su due fix (uno con anello) e cordone.
2° tiro: salire verso destra fino ad una sporgenza orizzontale, spostarsi sul suo lato sinistro e salire alla sosta. 25 m, 5c; tre fix, due cordoni in clessidre, un chiodo. Sosta su due fix (uno con anello) e cordone.
3° tiro: salire verso destra e proseguire dritti fino ad uscire dalla placconata; continuare su rocce un po' dubbie fino alla sosta. Il traverso è inizialmente facile; poi sono necessari alcuni passi in A0 (o anche una staffata su cordino se volete fare meno fatica). 30 m; 5c, A0; sette fix, due chiodi. Sosta su due fix con anello e cordone.
4° tiro: seguire una rampa verso destra, continuare in placca fino alla pianta e salire alla sosta. 40 m, 5c (passo); tre fix, quattro cordoni in clessidra, un chiodo. Sosta su due fix (uno con anello) e cordone.
5° tiro: salire tenendo la destra, puntando alla parete rossastra e sostando alla base. 30 m, 4a; un fix un cordone in clessidra, un cordone su sasso incastrato. Sosta su due fix (uno con anello) e cordone.
6° tiro: salire a destra della sosta e proseguire per un diedro fin sotto il tetto. 15 m, 5a; tre fix. Sosta su due fix (uno con anello).
7° tiro: traversare a sinistra sotto il tetto (stare bassi all'inizio) fino alla sosta. 25 m, 6a+; sei fix. Sosta su due fix (uno con anello) e cordone. Tiro molto bello.
8° tiro: salire il bel muretto a sinistra della sosta. 35 m, 6a+ (un passo); nove fix, un chiodo. Sosta su due fix (uno con anello) e cordone.
9° tiro: spostarsi brevemente a sinistra fino alla sosta. 10 m, I, un cordone in clessidra. Sosta su due fix con anello. Attenzione a non proseguire oltre la sosta.
10° tiro: salire la pancia tirando due o tre rinvii, uscire a destra e proseguire dritti e poi a sinistra fino alla sosta. 30 m; A0, 6a; dieci fix, un chiodo. Sosta su due fix (uno con anello) e cordone.
11° tiro: salire a sinistra della sosta, superando un muretto finale. 30 m, 4c, un cordone su pianta. Sosta su cordoni su pianta.

Discesa: alzarsi brevemente a destra (viso a monte) della sosta fino ad una traccia che si segue verso destra e che conduce al sentiero delle cavre, che riporta in breve al punto di partenza.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

giovedì 27 febbraio 2020

Chianti classico DOCG Riserva 2010 Castellinuzza e Piuca

Torno dopo lungo tempo a dedicare un post ad un "consiglio" enologico. Non che nel frattempo abbia centellinato le mie degustazioni, non che nel frattempo non vi sia stata, tra di esse, qualche bottiglia degna di menzione; semplicemente, le tracce si sono perse qua e là. Questo "ritorno", però, è davvero notevole: l'azienda agricola (e agriturismo) Castellinuzza e Piuca è tra le poche della zona del Chianti che produce ancora il vino "di una volta", nel senso migliore del termine, senza aggiunte varietali bizzarre. Anche perché qui, nei colli fiorentini, nella zona di Lamole, non se ne dovrebbe sentire il bisogno.

Era il lontano 2014 quando, nel corso di un breve tour toscano insieme a Salvo, alla caccia del Chianti "vero", prendemmo la stradina che porta a questa azienda agricola, per assaggiare (e acquistare) i loro prodotti e, perché no, far due piacevoli chiacchiere. Qui la vinificazione è tradizionale; il loro Chianti classico affina in vasche di cemento, il Riserva vi fa la vinificazione, per poi passare in barriques per fortuna usate (vabbè, nessuno è perfetto...) e finire l'affinamento in bottiglia.

Come tanti altri suoi fratelli, questo Chianti è rimasto lì ad aspettare l'occasione "buona", sfiorendo un po'. Aperto dopo troppi anni e lasciatogli il tempo di prendere aria, si osserva un colore che ormai tende al granato del rimpianto e si avvertono ancora le note di frutti rossi, ciliegia, ribes.

Al gusto, la prima sensazione positiva è l'assenza del legno. Gli anni ci sono, ma il vino tiene! Note minerali accanto ai frutti, purtroppo un po' appassite per l'età. Ancora buona la struttura, ammorbiditi i tannini, e tanto rimpianto per non averlo bevuto prima. In cantina c'è anche un 2011 che a questo punto sarà bene stappare al più presto...

mercoledì 26 febbraio 2020

Trattoria Capelli

L'interno del locale
Misto di salumi tipici.
Il "quater" di tortelli.
Cinghiale alla cacciatora.
Zabaione cotto con visciole.
Via Fossola 78
Rivalta, fraz. di Lesignano de' Bagni (PR)

La piccola strada si attorciglia lungo le colline e ci conduce al borgo di Rivalta. È buio, il navigatore c'intima di fermarci... ma la trattoria dov'è? Bisogna attraversare la corte (c'è un'indicazione all'ingresso) e salire le scale per varcarne la soglia. Ambiente piacevolmente rustico, dove non mancano i soliti tremendi calici colorati per l'acqua. Menù rigorosamente emiliano, con una buona scelta di portate legate al territorio, da trattoria che vuole restare sè stessa senza spacciarsi per ciò che non è.

Tra gli antipasti spicca il prosciutto di salame nero, ma noi optiamo per un più popolare misto di salumi tipici, che comprende prosciutto, salame, gola e una buonissima culaccia. Porzioni generose, da trattoria verace.

I primi ruotano attorno alla pasta (fatta in casa), tra tortelli, tagliatelle, anolini e gnocchi. C'è anche la possibilità di combinare due o tre piatti, e io ne approfitto al volo scegliendo... quattro tipi di tortelli: verdi, alla zucca, alle erbette e alle patate. Tutti buonissimi e cotti al punto giusto, con un ripieno sostanzioso. Non dico che la cena potrebbe finire qui, ma quasi...

Nella lista dei secondi figurano "le cacciatore", specialità della casa: coniglio, galletto, cinghiale, capriolo, lepre... ancora un'ottima scelta. Mi precipito sul cinghiale con polenta: carne cotta a puntino, ma un po' sommersa dal saporitissimo sugo (siamo in Emilia...) che ne offusca il sapore. Il piatto - di cui c'è nuovamente da rimarcare la generosità - sparisce comunque in un attimo, insieme alla polenta cui si accompagna. Devo dire però che la polenta con tartufo nero non riscuote affatto i favori della mia compagna.

Siamo ai dolci. Anche qui, una buona scelta tra proposte legate al territorio: zuppa inglese, crostate e tiramisù. Prendo uno zabaione cotto con le visciole che conclude degnamente la scorpacciata.

La cantina è ben fornita, con un occhio di riguardo ai vini emiliani. Nella lista figura qualche mezza bottiglia, tra cui pesco un onesto Gutturnio di Tollara. E qui devo raccontare l'unico neo della serata: l'oste apre la bottiglia ed il vino spumeggiante si riversa sulla tovaglia, per fortuna senza lambirci. Non ci viene chiesto se vogliamo cambiare tavolo (ce ne sono di liberi), non viene nemmeno cambiata la tovaglia (i piatti devono ancora arrivare): si stende un panno sopra la macchia, e via. A fine cena, nemmeno un gesto simbolico tipo offrire un caffè o un amaro: un po' più di affabilità non avrebbe stonato, perché tra il non essere formali ed il non essere professionali c'è una bella differenza. Speriamo sia stato solo un caso sfortunato che non si ripeterà...

Il conto: 82 € per
1 antipasto
2 primi
2 secondi
1 dolce
2 caffè
mezza bottiglia di vino (7€)
2 bottiglie di acqua

venerdì 14 febbraio 2020

Via del vecio + Spigolone

Sul viscido primo tiro.
Anna sul 4° tiro.
Sul 5° tiro.
Sul 7° tiro.
Anna sull'8° tiro...
e sul 1° tiro dello Spigolone.
Sul 2° tiro dello Spigolone.

Val Borlezza - Corno Mailino
Parete SO

Accesso (via del vecio): si giunge al paese di Sovere e, se si proviene dalla SS42, si continua fino alla frazione di Piazza. Una volta si parcheggiava sulla destra all'inizio del paese, ma ora pare sia vietato. Proseguire quindi fino a prendere via II giugno sulla sinistra e parcheggiare nei dintorni. Rientrati sul Provinciale, si torna appena indietro e si sale per via S. Lucia, prendendo subito dopo a sinistra e continuando in piano fino al termine della strada, in corrispondenza di un'abitazione. Qui parte una mulattiera che si segue fino ad un bivio con cartelli indicatori con i nomi delle numerose vie. Si sale a destra (ometti e fascette di plastica su rami) fino alla parete dove attacca la via (scritta).

Relazione (via del vecio): via adatta alle giornate di tempo assai incerto, in cui conviene fare qualcosa di rapido e non impegnativo. La via è un po' discontinua e procede tra la vegetazione, ma non manca un tiro molto bello e qualche tratto divertente. Protezioni buone con cordoni e qualche fix; inutili i friend. Portare - se proprio volete esagerare - qualche cordino per le clessidre ed i numerosi arbusti. Roccia buona, ma viscida e spesso umida sul primo tiro, che avrebbe bisogno di una ripulita.

1° tiro: partenza su breve strapiombino con buone prese, poi spostamento a destra a prendere un appoggio cementato che permette di allungarsi fino ad una presa in fessura su cui ci si issa, uscendo in sosta su terreno facile. 20 m; V, 6a (passo), IV+; un fix, cinque cordini in clessidra. Sosta su golfaro e cordone su pianta. La difficoltà del passo-chiave cambia notevolmente se la roccia è viscida o bagnata (cioè, praticamente sempre); in ogni caso, il passo si fa tranquillamente in A0.
2° tiro: a sinistra della sosta a salire per placche lavorate. 45 m, IV+; quattro cordini in clessidra, un cordino su pianta. Sosta su golfaro e cordone in clessidra.
3° tiro: continuare dritti fino alla parete soprastante (non salire verso sinistra). 15m, II. Sosta su cavo metallico su pianta.
4° tiro: salire ancora per placche lavorate, per spostarsi poi a sinistra fino ad una seconda placchetta oltre la quale le difficoltà calano. 30 m, IV+; un golfaro, un fix, un cordino su pianta, quattro cordini in clessidra. Sosta su golfaro e cavo metallico.
5° tiro: salire il muretto lavorato e rimontare una pancetta. Continuare per belle placche, dritti e poi a sinistra, ignorando la via sulla destra (cartello con indicazioni a metà tiro), fino a giungere alla cengia di sosta. 30 m; V, IV+; sei cordini in clessidra. Sosta su golfaro e cordino su pianta.
6° tiro: Seguire la traccia verso sinistra fino alla parete. 15 m, I (tiro concatenabile col precedente).
7° tiro: salire verso sinistra per poi tornare lievemente a destra e raggiungere la cengia. Un fix "obbliga" a superare un breve muretto prima della sosta. 30 m, IV+; tre cordini in clessidra, un fix. Sosta su fittone e cordone in clessidra.
8° tiro: salire appena a sinistra dello spigolo fino alla sommità e proseguire per facili rocce fino al termine. 35m, IV+; un fix, un cordone in clessidra. Sosta su cordone in clessidra.

Discesa: seguire la traccia a sinistra (indicazioni base). Noi abbiamo evitato una deviazione a sinistra (indicazione granploc) che forse è una scorciatoia, e presa una seconda, ampiamente segnalata da ometti. Il sentiero, costellato di pittoreschi sassi, riporta sulla traccia di partenza, con il fondo ampiamente arato dai numerosi decerebrati  che lo percorrono in motocicletta. Seguita verso sinistra, ci si porta al bivio per lo Spigolone e al percorso di andata.

Accesso (Spigolone): come sopra per la via del vecio ma, giunti al bivio con i nomi delle vie, si prosegue dritti fino ad un secondo bivio con l'indicazione spigolone (qui si giunge anche se venite dall'alto, come indicato sopra). Si sale lungo la traccia giungendo in breve al diedro di attacco della via.

Relazione (Spigolone): simile alla precedente, ma più breve e con un bel secondo tiro. Tutti i passi più impegnativi sono ottimamente protetti a fix e golfari, ma la chiodatura allunga un po' sui tratti più facili, restando tuttavia sufficiente portarsi solo rinvii.

1° tiro: salire il diedro e proseguire per facili rocce fino alla sosta. 30 m; 5a, III; un fix, due cordini in clessidra. Sosta su due golfari.
2° tiro: salire e spostarsi verso sinistra fino ad uno strapiombo. Spostarsi a sinistra e salire lungo la fessura-camino, uscendo in sosta. 25 m, 5c; tre golfari, un fix, due cordoni in clessidra, un cordone su pianta. Sosta su golfare e cordone su pianta. Bel tiro.
3° tiro: salire puntando ad un corto diedrino, salirlo e continuare fino alla sosta. 25 m, IV, tre cordini in clessidra. Sosta su un golfare.
4° tiro: salire la parete e continuare per placca e rocce lavorate. 30 m, V+ (passo); un fix, tre cordini in clessidra. Sosta su cordoni su pianta.

Discesa: seguire la traccia che immette sul sentiero di discesa (vedi sopra).

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 5 febbraio 2020

Trattoria Dentella


Cotechino con purè di castagne e mostarda di zucca.
Foiade ai porcini e finferli.
Coniglio al valcalepio.
Bocconcini di cervo in umido.
via Cav. Dentella 25
Bracca (BG)

Il sito web del locale recita: Da noi non ci arrivi per caso, ci vieni appositamente... ma ne varrà la pena! Ecco, la recensione potrebbe finire qui, con risparmio di tempo mio e vostro. La prima volta che misi piede da Dentella fu una decina d'anni fa, ma si potrebbe dire che poche cose sono cambiate. Certo non l'atmosfera, decisamente informale da "trattoria di paese", certo non lo spirito che anima il menù, che ruota attorno alla cucina bergamasca con poche divagazioni. E chi si ricorda se l'affettatrice Berkel che fa bella mostra di sé all'ingresso c'era già?

Due sale al piano terra e una terrazza coperta. I tavoli sono forse un po' ravvicinati, ma non ci si fa troppo caso. Ordinario il pane, con i grissini confezionati che stonano un po'. Menù piuttosto semplice, con tre o quattro proposte per portata, basato in gran parte su prodotti del territorio. Iniziamo dividendo un antipasto: un cotechino vaniglia con purè di castagne e mostarda di zucca. La vaniglia qui non c'entra, ed il nome si riferisce ad un tipo di cotechino particolarmente tenero. Infatti, si scioglie praticamente in bocca, accompagnato strepitosamente dal purè di castagne. Se mai vi è capitato di ingurgitare i cotechini industriali, tenete presente che non riuscirete più nemmeno a guardarli dopo aver assaggiato questo!

Come primo piatto scegliamo delle foiade ai porcini e finferli. Buoni i funghi, ma peccato che la "pasta asciutta" sia in realtà poco... asciutta ed il sapore ne risulti un po'... annacquato. In una visita ancora più recente ho assaggiato i canonici casoncelli, che sono buoni, ma non memorabili... forse perché sono serviti troppo affogati nel burro.

Siamo ai secondi: il coniglio al valcalepio e lardo è cucinato a puntino ed è praticamente obbligatorio finire di spolparne le ossa aiutandosi con le mani, come facevo alla casa materna alcuni decenni fa. Ma pure i bocconcini di cervo in umido al profumo di anice stellato non scherzano! Tenerissimi, si mangiano che è un piacere. Ottima la polenta che accompagna i piatti.

I dessert non reggono secondo me il confronto con il resto: la crostata di prugne ed il semifreddo ai tre cioccolati sono più che discreti, ma si fanno anche dimenticare presto. Meglio la crostata di mandorle e fichi assaggiata recentemente.

La cantina non è ricchissima, ma con una soddisfacente selezione di vini. Per fortuna ci sono anche un paio di mezze bottiglie che possono far contento anche chi si ritrova a dover bere in solitudine. E, per finire, è giusto sottolineare l'ottimo rapporto qualità/prezzo di questo locale.

Il conto: 77 € per
1 antipasto
2 primi
2 secondi
2 dessert
2 caffè
1 bottiglia di acqua
mezza bottiglia di vino

mercoledì 29 gennaio 2020

Il disertore (zoccolo) + Via dei tre

Sul 1° tiro.
Sul 2° tiro.
Teo sul 4° tiro.
Sul 5° tiro.
Teo sul 6° tiro.
Tracciato della via.
Cima Nodice
Parete S

Accesso: Da Riva del Garda si prende la strada per la Val di Ledro, si supera la vecchia strada del Ponale (che conduce alla falesia Regina del lago) e si svolta a sinistra, poco prima del parcheggio (indicazioni). La strada conduce alla frazione di Pregasina e ad un parcheggio sotto la chiesa del paese. Si sale la scalinata di fronte e si continua verso destra, per tenere la sinistra poco dopo. Al termine della strada si continua per sentiero, che sale dapprima ripido per poi traversare verso la parete (ometti) e risalire un ripido canale, fino ad una piccola piazzola con un grande ometto (scritta rossa "Il Disertore"). Da qui una corda fissa consente di raggiungere la scomoda sosta di partenza (due fix con cordoni e maglia rapida). Mezz'oretta circa.

Relazione: la via battezzata come Disertore è in realtà il concatenamento di un itinerario preesistente (Via dei tre) e una variante di uscita (pure preesistente). Nuove sono le prime due lunghezze che risalgono lo zoccolo. Non so quanto l'apritore fosse al corrente del pregresso, ma direi che se vogliamo rispettare la storia alpinistica di questa piccola parete dobbiamo dire che il disertore è da considerare una variante di attacco alla via suddetta. Le vie della parete sono ben descritte da Teo qui.
Ciò detto, la via è molto piacevole e - tranne il primo tiro (che è peraltro chiodato vicinissimo) - corre su ottima roccia, dove a volte sembra di essere tra le placche e le lame dello Zucco Angelone. Inutili i friend; la chiodatura è buona nei tratti più impegnativi e un poco più lunga dove la salita è più facile.

1° tiro: portarsi sulla destra e superare un paio di muretti, uscendo in sosta. 30 m, 6a+ (un passo), undici fix. Sosta su due fix e cordone. Roccia da verificare. Al valente socio di cordata (che per fortuna saliva il tiro da secondo) è rimasto in mano un discreto "appiglio", che speriamo non abbia modificato la difficoltà del tiro...
2° tiro: salire lungo una fascia con placche, spostarsi a sinistra e superare un tratto verticale, raggiungendo la cengia dove si trova la sosta. 45 m, 5c, dodici fix. Sosta su due fix e cordone.
3° tiro: spostarsi a sinistra lungo la cengia fino ad un vecchio rudere di guerra, sotto gli spit nuovi che indicano il prossimo tiro. 25 m, I. Sosta da attrezzare su pianta.
4° tiro: salire la parete lavorata, spostarsi a destra e continuare per un tratto più verticale, uscendo poi verso destra a raggiungere la nicchia di sosta. 35 m, 6a; otto fix, un chiodo, quattro cordoni in clessidra. Sosta su quattro fix con anello e cordoni. Sopra la nicchia sono ben evidenti i vecchi spit della via omonima.
5° tiro: traversare a sinistra per proseguire poi in verticale lungo delle belle placche fino alla cengia. Continuare fin sotto il salto di roccia successivo. 55 m, 5c; sette fix, un cordone su pianta, tre cordoni in clessidra. Sosta su due fix e cordone.
6° tiro: salire la placca a destra della sosta, spostarsi a sinistra e continuare per placche fino al termine della via. 45 m, 4a; quattro fix, un cordone su pianta, cinque cordoni in clessidra. Sosta su un fix.

Discesa: dal termine della via si percorre il sentiero in discesa, passando davanti ai vecchi baraccamenti militari italiani e rientrando a Pregasina. E' consigliabile spendere un poco di tempo per esplorare la postazione sulla cima. Qui trovate alcune informazioni sulle operazioni della Grande Guerra nella zona di Riva del Garda.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 22 gennaio 2020

Per Luca

Sul 2° tiro.
Sul 3° tiro.
Teo sul 4° tiro.
Teo sul 6° tiro.
Anita sul 7° tiro.
Parete S. Paolo - Valle del Sarca
Parete E

Accesso: da Arco si prende la via che costeggia il castello ed i Colodri (via Paolina Caproni Maini, poi via dei legionari cecoslovacchi), si superano il secondo campeggio ed i vigneti sulla sinistra e si parcheggia poco dopo in un piccolo spazio sulla destra, in corrispondenza di un sentiero che scende al fiume e di un evidente sentiero che sale nel bosco a sinistra. Si prosegue appena lungo la strada fino ad un accenno di curva e un secondo sentiero che sale sulla sinistra (altro spazio ristretto per parcheggiare). Si sale e si tiene la sinistra, giungendo in breve alla rampa che porta all'attacco di Calliope. Poco dopo c'è l'attacco della via (scritta).

Relazione: via divertente e tutto sommato tranquilla, che risale la parete S. Paolo appena alla sinistra della sempre frequentata Calliope. Protetta a fix (ravvicinati) nei tratti più impegnativi, mai obbligati, e con cordoni in clessidra e qualche chiodo nei tratti più semplici; utile qualche friend per integrare le protezioni. Valutazione delle difficoltà mista a gradi francesi (per tratti con chiodatura prevalentemente sportiva) e UIAA (per quelli con protezioni prevalentemente tradizionali).

1° tiro: salire la paretina e sostare sulla cengia alla base di un pilastro. 15 m, V; un fix. Sosta su fix con anello e chiodo.
2° tiro: puntare al pilastrino sulla destra della parete antistante, salirlo e proseguire per la fessura di sinistra, uscendo su un ballatoio. Spostarsi ancora a sinistra e salire una bella placca oltre la quale si sosta. 35 m; 6a, VI-, V+; quattro fix, quattro cordoni in clessidra, un chiodo. Sosta su due fix (uno con anello). Tiro molto bello.
3° tiro: portarsi sotto la verticale di un tetto, aggirarlo sulla destra e riportarsi a sinistra lungo una fessura orizzontale. Salire facilmente alla sosta. 45 m; II, 5b, V-, III; due fix, due cordoni in clessidra. Sosta su un fix con anello.
4° tiro: salire un vago diedrino a sinistra della sosta, raggiungendo una terrazza. Indi proseguire per il diedro di destra fino ad una cengia. 35 m; V, IV, IV+, V-; un fix, un chiodo, un cordone su pianta. Sosta su due cordoni su piante. La roccia è un po' da verificare.
5° tiro: proseguire dritti risalendo un paio di placchette fino alla sosta. 20 m; II, V; un fix, un cordone su pianta. Sosta su due fix (uno con anello).
6° tiro: salire prima sulla sinistra e poi più a destra fino ad un salto lievemente aggettante. Superarlo, portarsi a sinistra e vincere un secondo muretto. Una breve placca porta alla sosta. 35 m; V+, VI-, tre fix, tre cordoni in clessidra. Sosta su due fix (uno con anello).
7° tiro: salire il diedro fessurato, prima dritti e poi verso sinistra, fin dove è possibile uscirne sulla destra. Per rocce più facili si raggiunge la terrazza sommitale. 30 m, 6a; quattro fix, un cordone in clessidra. Sosta da attrezzare su pianta.

Discesa: Dal termine della via si segue il sentiero verso sinistra che - con l'ausilio di corde fisse - riporta in breve alla base della parete e al punto di partenza.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

sabato 18 gennaio 2020

La letteratura di guerra in Italia 1915-1935

di Francesco Formigari
Ist. naz. fascista di cultura, Roma, 1935
Fu proprio questa letteratura ad esercitare un'alta influenza educativa su molti giovani che nel 1915 imposero la guerra e poi la combatterono; educazione letteraria, in reazione alla democrazia e alla demagogia, aristocratica e dannunziana, mossa dall'aspirazione all'avventura eroica che si fondeva con le considerazioni più propriamente politiche ed irredentiste. Inoltre, partire per andare a far la guerra all'Austria ricongiungeva i giovani alla storia del Risorgimento, li pacificava con essa.

Questo libro costituisce uno dei primi tentativi (se non il primo) di trarre un bilancio della letteratura relativa alla prima guerra mondiale, a vent'anni dal suo inizio per l'Italia. Diviso in tre parti, raccoglie i principali lavori in ordine più o meno cronologico, senza trascurare le corrispondenze dei giornalisti al fronte (ridicolizzandone gli enfatici reportage traboccanti di ottimismo), l'umorismo di guerra e le poesie.

Il volume è interessante per diversi motivi, in primis perché fornisce un utile riferimento a chi voglia accostarsi a questo "genere" di letteratura (anche se ovviamente esiste materiale ben più recente). Altro punto di interesse sono alcuni giudizi formulati dall'autore: Formigari prende le distanze fin dall'inizio dal vate D'Annunzio (Ma intanto, quel dannunzianesimo, che tanta parte aveva avuto nell'educazione letteraria delle generazioni del '15, tramontava freddo e purpureo sulle luride trincee stipate di poveri uomini in guerra, p. 17), che peraltro è relegato da tempo al Vittoriale, a cui preferisce decisamente Stuparich (p. 23). Riserve sono anche espresse sugli scritti di Borsi, cattolico osservante che gode di vederli [gli austriaci] colpiti in pieno dalle nostre granate (p. 31), sulla retorica di Locchi e su quella che accomuna molti scritti di guerra. Le preferenze dell'autore vanno a Monelli, Frescura, Jahier, per citare i più noti, ma tutte (o quasi) le opere sono trattate con intelligenza.

A compensazione di quanto detto, non mancano i limiti, a partire dall'impostazione: i migliori libri, per Formigari, sono quelli dal contenuto politico e morale (p. 5), che dipingono una guerra dove il popolo italiano si riscopre tale, dove le classi e le ideologie si dissolvono, la santità della guerra, nella quale gli ignoranti vedono barbarie (p. 26, ma lo scritto è di Salvioni) che conduce ad una nuova coscienza nazionale (e si è visto poi com'è finita!). Da qui il suo fastidio per, ad esempio, i libri di Comisso, di Viani, o per Rubè. Se è indubbio che una simile posizione si possa ritrovare in tanti scrittori dell'epoca, sentirsela ripetere ad ogni piè sospinto diviene alla lunga stucchevole, anche perché Formigari ne fa uso strumentale, compiacendosi dei socialisti "conquistati" dalla guerra (vi ricorda qualcuno?), criticando qua e là (peraltro ingenuamente) scrittori e poeti "non allineati", ed esaltando in continuazione questo immane sforzo collettivo che a dir suo trova il compimento nell'azione politica del partito che occupò il potere nel '22 (p. 51). E così, tacciando di retorica sia l'esaltazione dell'eroe a tutti i costi sia chi parla della "puzza di cadaveri" e dell'"inumano macello" (p. 26; non si capisce in che altri termini si possano definire i 650000 morti italiani) non si avvede che scivola nella retorica egli stesso. Chi di retorica ferisce...

Ecco, l'intento smaccatamente politico del libro, i passi imbarazzanti come la gerarchia che rende liberi e non servi (p. 24; si noti la parola gerarchia, non disciplina o altro...) o gli svarioni come l'onorata morte al fronte (p. 33) di Umberto Boccioni, che in realtà cadde da cavallo durante un'esercitazione, testimoniano che forse questo libro va visto non come un'antologia della letteratura di guerra, ma bensì come una rivisitazione del regime fascista della letteratura di guerra. Non è differenza da poco. Ma è una rivisitazione che merita lettura ed attenzione.

giovedì 9 gennaio 2020

Ristorante Polisena

Gnocchi alla zucca e castagne
Quaglia con salsa di menta e liquirizia
Pecora bergamasca (con polenta)
Ganache al cioccolato e mela al Calvados
Fondente di cioccolato e crema
Via Ca' di Maggio 333
Pontida loc. Riviera (BG)

Vale davvero la pena di salire la strada un po' tortuosa che si stacca dalla SP342 e porta a questo ristorante sulle colline sopra la Val S. Martino ed il paese di Pontida. La struttura è un agriturismo biologico con attività vitivinicola a cui si affiancano ospitalità e ristorante. Al piano terra, a parte la veranda esterna che è poco praticabile in questa stagione, troviamo due salette e una sala più grande: ci accomodiamo nella saletta più piccola, con belle volte in mattoni e qualche pupazzo di troppo sul muro in fondo. Iniziamo così-così: anche qui, come ormai nella gran parte dei ristoranti, pare sia impossibile trovare dei bicchieri dell'acqua semplici e senza pretese, come quelli che ognuno di noi ha in casa. Al loro posto, calici striati di dubbio gusto che c'entrano poco o nulla con tutto il resto.

Il nostro umore comincia a cambiare per il meglio dopo un bicchiere ed un amuse-bouche di benvenuto, quando diamo un'occhiata alla carta. Cinque-sei primi ed altrettanti secondi a spiccato carattere locale (senza rinunciare a qualche scelta di lago), rivisitati con attenzione dallo chef Ezio Gritti, che avevo già incontrato con soddisfazione anni fa all'Osteria di via Solata. Le materie prime vengono da agricoltura e allevamenti biologici di ottima qualità. Buono il pane (e i grissini) fatti in casa.

Iniziamo una volta tanto con una selezione di salumi con verdure agrodolci su cui spiccano lardo e prosciutto crudo, per passare poi agli gnocchi di patate alla zucca e castagne su guazzetto di pesci di lago che sono davvero ottimi ed appartengono a quella categoria di piatti di cui si rimpiange solo la quantità (su questo in effetti siamo un pochino carenti).

Per il secondo mi affido ad un piatto con petto e coscia di quaglia con salsa alla menta e liquirizia che ho trovato davvero strepitoso: per me, che amo soprattutto i primi, è uno dei rari casi in cui un secondo piatto è migliore del primo! Anche qui si rinnova la sensazione che qualcosa in più nel piatto si potrebbe mettere senza rovinare la qualità. Pure la pecora bergamasca riscuote un meritato successo, insieme alla polenta servita come contorno.

Siamo al dessert, per cui possiamo ripetere le considerazioni suddette. Molto buona la ganache di cioccolato e mela al Calvados, ed altrettanto il fondente di cioccolato e crema mou.

L'unica nota negativa della cena è purtroppo il vino. Mi lascio tentare dai prodotti dell'annessa azienda agricola Tosca, a me sconosciuta, chiedendo come al solito che il vino non faccia barrique. Ci viene proposto il Valcalepio riserva Dionigi Farina (che in realtà si affina in tonneaux). A noi risulta imbevibile: un marmellatone muscoloso di 15° che non ha nulla a che fare con il mio concetto di vino. Peccato. È certamente un posto dove ritornare per un pranzo o cena di qualità (e in genere la qualità ha il suo prezzo...), ma dove scegliere un vino diverso!

Il conto: intorno ai 110-120 € per
1 antipasto
2 primi
2 secondi
2 dessert
2 caffè
1 bottiglia di acqua
1 bottiglia di vino (25 €, se ricordo bene)

giovedì 26 dicembre 2019

Bergamo-Milano Lambrate: ritardi novembre-dicembre 2019 e riassunto annuale (2608/10809)

Fig. 1: Distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2608 (8:02)
nei bimestri novembre-dicembre dal 2015 al 2019.
Fig. 2: Ritardi mensili del treno 2608 (8:02).
Fig. 3: Distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 10809 (17:43)
nei bimestri novembre-dicembre dal 2015 al 2019.
Fig. 4: Ritardi mensili del treno 10809 (17:43).
Fig. 5: Distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2608 (8:02)
negli anni dal 2015 al 2019.
Fig. 6: Come sopra, ma per il treno 10809.
Fig. 7: Ore di ritardo annuali per i treni 2608 e 10809.

Bimestre novembre-dicembre 2019:

Eccoci qui, al bilancio finale di questo 2019 di fantastici spostamenti ferroviari. Come al solito, partiamo dal bimestre finale, che in genere è abbastanza schifoso (anche rispetto all'andazzo solito). Nel caso del 2608, però, devo dire che ormai i tempi di percorrenza fanno così pena che è difficile far peggio, ed infatti il treno si mantiene sui valori degli ultimi mesi, sempre peggiori rispetto agli anni precedenti, escluso il 2018 (Fig. 1): puntualità al 3% (TRE!!) che sale al 53% entro 5' di ritardo. Unica nota positiva: il ritardo massimo è di 14 minuti, in diminuzione (e che un simile ritardo, pari al 38% del tempo di percorrenza sia anche solo concepibile la dice lunga).

Se si guarda il trend mensile dei ritardi dello stesso treno (Fig. 2), si nota meglio quanto detto: ormai si viaggia stabilmente con 5' di ritardo senza che nessuno ci trovi nulla da ridire.

Andiamo ora a guardare i dati per lo stesso periodo relativi al 10809 (Fig. 3): puntualità al 26%, e al 69% se calcolata entro 5' di ritardo. Massimo ritardo: 27 minuti (su 42 di viaggio!). Si vede che qui il problema più grosso è la gestione del 20% dei casi (un giorno a settimana) in cui c'è sciopero, guasto al treno, guasto alla linea, rapimenti del personale da parte degli alieni e così via. Dalle curve si nota anche come tutto sia peggiorato rispetto al 2015 e come questo problema sia perennemente irrisolto.
Di nuovo, l'andamento mensile dei ritardi per questo treno (Fig. 4) conferma quanto detto: media e mediana quasi comprese nella fascia dei 5', ma l'ultimo decile è francamente vergognoso.

Riassunto annuale:

Se ora buttiamo nel calderone tutti i dati raccolti finora possiamo confrontare tra loro gli ultimi cinque anni (fa un po' tristezza e un po' rabbia pensare a quante ore io abbia buttato via grazie alla pessima qualità del servizio di Trenord). Il risultato è nelle ultime tre figure. La Fig. 5 mostra i ritardi annuali per il 2608, troncati a 40' per carità di patria (notare la "scala normale" sull'asse verticale, a differenza delle figure 1 e 3). La puntualità valutata sull'anno è del 6% (58% entro 5'). Se escludiamo il 2018 - anno in cui i pendolari avrebbero dovuto essere pagati per viaggiare - notiamo come i ritardi siano i peggiori dei tre anni precedenti! Unica consolazione i ritardi massimi, che tornano a valori comparabili a quelli del 2017 (ma pur sempre inaccettabili).

Il 10809 (Fig. 6) è, se vogliamo, più anonimo, tornando a confondersi con gli anni precedenti il 2018. Puntualità al 18% (77% entro 5'), di poco peggiore rispetto al 2015-2016, ma anche qui con un ritardo massimo in diminuzione.
L'ultima figura rappresenta le ore di ritardo maturate sull'anno. Il totale è praticamente uguale a 40, circa 10 ore in più del 2016 e 2017, e lo stesso risultato del 2015. Quattro anni in cui non è cambiato assolutamente nulla, a parte ovviamente il costo di biglietti ed abbonamenti.

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.