martedì 20 ottobre 2015

Via del diedro

Paolino sul 2° tiro.
Sul 3° tiro.
Paolino sul 4° tiro.
Tracciato della via.
Torre di Aimonin - Valle dell'Orco
Diedro SO


Paolino dalla sosta, con aria distratta, mentre io cerco di infilare il friend giusto nella fessura del 3° tiro:
– Ah... ti serve il friend del 3 per proteggere la fessura... ce li ho qua tutti e due io...
– (commenti irriferibili)...

Tra le poche certezze maturate in anni di arrampicata spicca una massima incontrovertibile: mai fidarsi delle proposte di Paolino! Così, quando mi lascio convincere a partire il venerdì sera per la valle dell'Orco per dormire nel furgone ed essere pronti la mattina, sfoggio - per usare l'espressione che proferì una studentessa di fronte al mio esame di Elettronica - l'entusiasmo di un Dodo. In programma non può che esserci una delle vie neglette della valle, quelle che nessuno mai ripete (chiedetevi perché!), che però troviamo bagnata sul tratto-chiave del primo tiro. Gran delusione di Paolino, un po' meno del sottoscritto e del resto della compagnia. Si vira allora per la torre di Aimonin, dove l'unica via libera è la via del diedro. Bello tornare dopo tanto tempo in Valle e avere la conferma di essere negati per questo stile di arrampicata!
Accesso: si lascia l'auto nel parcheggio della piazza di Noasca (o appena di là dal fiume) e si prende la strada di fronte che sale verso sinistra, abbandona le case del paese e diviene presto sentiero. Si tiene la destra ad un paio di bivi (indicazioni) e si giunge in una mezz'oretta al cospetto della Torre di Aimonin, nei pressi della partenza delle vie del Pesce d'aprile e dello Spigolo (numerose cordate presenti alla base e lungo le vie). Proseguire verso destra in leggera discesa, costeggiando la parete fino a giungere sotto un evidente diedro dove parte la via.
Relazione: bella via, con percorso logico, nello stile della valle, ovvero quasi interamente da proteggere. Difficoltà non esagerate, ma che richiedono familiarità con le protezioni veloci e con l'arrampicata in fessura; portare friend fino al 3 BD. Le soste (tranne l'ultima) sono attrezzate con due fix, catena ed anello di calata; speriamo che almeno queste non vengano prese a martellate da qualche talebano.
1° tiro: per rocce rotte ed una fessura fino al terrazzo di sosta; 15m, IV+.
2° tiro: a destra della sosta a prendere il diedro (passo iniziale sbilanciante) che si risale per lame e fessure fino al gradino di sosta; 40m, VI-, V+; cinque chiodi.
3° tiro: salire il diedrino sopra la sosta, poi per fessura e breve camino si esce in cima al pilastro; 20m, V, VI, V-; un friend incastrato nel camino.
4° tiro: rimontare il gradino con mugo, portarsi una decina di metri verso destra a prendere una cornice che riporta verso sinistra sotto un diedro obliquo fessurato. Sopra questo si prosegue per placche o sul filo dello spigolo fino ad una pianta dove si sosta; 45m, VI+, IV+; un dado e un friend incastrati, un chiodo. Sosta su cordoni con maglia-rapida.
La via presenta un quinto tiro ormai dimenticato.
Discesa: bastano due calate in corda doppia da poco meno di 60m (sulla via o su una delle soste delle vie alla sinistra). Prima calata dalla 4a sosta alla 2a, seconda calata fino a terra.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 16 ottobre 2015

Rossese di Dolceacqua DOC Maixei 2013 Coop. Riviera dei fiori

C'è un proverbio che tutti conoscono sull'errare e il perseverare, l'umano e il diabolico. Ora, è certamente vero che l'inferno è popolato di gente ben più interessante che non il paradiso (che dev'essere di una noia... mortale!), ma non sono del tutto sicuro che questo autorizzi il perseverare in alcuni errori, uno in particolare: quello di tardare troppo ad aprire una bottiglia, col risultato di doverne poi gettare il contenuto.
Se questo capita ad una cena chez moi, non c'è problema (a parte il dispiacere per l'occasione sciupata): si scende in cantina e si rimedia; quando capita con una bottiglia che porto ad un ritrovo conviviale da amici, invece, il danno è duplice ed al momento irreparabile.
Per rimediare all'ultima di queste figuracce, orditami da una bottiglia di Rossese di Dolceacqua da cui mi aspettavo grandi cose, mi sono ripresentato dal mio anfitrione con un altro Rossese, dell'ultima annata disponibile. Un produttore - meglio, una cantina cooperativa con una trentina di soci - mai incontrato prima, un Rossese dal nome intrigante: Maixei. Partiamo da questo: come spiegato nel retro dell'etichetta, maixei è il nome dialettale dei muretti a secco che sorreggono le terrazze dove si trovano le vigne, su terreni impervi che obbligano ad una raccolta manuale delle uve. Rossese in purezza, fermentazione ed affinamento in vasche di acciaio, una lavorazione "minima ed essenziale", come spiegato sul sito della cantina. Ed il risultato non delude: colore rubino, aromi di frutti rossi e note floreali. Al palato è innanzitutto giovane e morbido, assai piacevole; ai sapori già percepiti si affianca una nota speziata ed il "classico" finale un po' amarognolo, il tutto sorretto da un buon corpo. Un'altra dimostrazione di come nelle infinite (forse troppe) piccole DOC di questo paese si nascondano dei veri tesori enologici.
Sempre restando sul Rossese, da assaggiare quanto prima il Superiore della stessa cantina, mentre il Barbadirame mi suscita meno entusiasmo per via del suo passaggio in legno... ma mai giudicare prima di aver assaggiato!

domenica 11 ottobre 2015

Fivy (con var. L'incertezza al 3° tiro)

Callisto all'uscita del 1° tiro.
Sul 3° tiro.
Calisto sul 4° tiro (peccato per la
messa a fuoco sbagliata...).
Tracciato della via (azzurro). In rosso la Via lunga.
Bric Pianarella
Parete O


– Scusa, sai che grado ha questa variante? L'originale l'abbiamo già fatta...
– Mah, sarà 6a-6b...
– Ah... a guardarla si direbbe di più... allora la provo...
Appeso lungo il traversino verso sinistra, mentre l'amico in sosta mi indirizza muti improperi, mi ripeto che devo smetterla con questo inguaribile ottimismo nei confronti del prossimo. Per superare il tetto, appendo zaino e ferraglia (il programma originale prevedeva una via con protezioni da integrare che abbiamo trovato occupata), salgo e ridiscendo a prendere il materiale; sopra finisco i rinvii ma ne trovo uno abbandonato che mi fa giungere in sosta senza altre peripezie. Più tardi, a Finalborgo, aspettando che apra l'enoteca per rimpinguare le mie scorte di Rossese, tra la festa di Finale for Nepal, scoprirò che la variante è valutata 6c+. Mai fidarsi di chi si incontra in via!
Accesso: dall'uscita del casello autostradale di Orco-Feglino dirigersi verso Finale. Dopo circa un paio di km si nota un cartello Finale ligure sulla sinistra e poco dopo un ponte scassato sulla destra che conduce ad un ben noto agriturismo. All'altezza del ponte, sulla sinistra, si parcheggia e si prende il sentiero che sale in corrispondenza di una chiesetta votiva. Si giunge ad una parete e si prende a sinistra, seguendo il sentiero per una cinquantina di metri fino ad un bivio con ometto dove si sale verso destra all'attacco della via. Scritta sbiadita alla base.
Relazione: via breve ma molto bella e consigliabile, con solo qualche tratto un po' rovinato dalla vegetazione. Se è la prima volta che la percorrete, consiglio vivamente di attenersi al percorso originale, che supera la placca superiore sulla destra (un passo di 6a+). Se ci tornate per una più o meno casuale ripetizione, valutate una delle (più impegnative) varianti. La via è protetta a fittoni resinati mentre nei dintorni corrono altre vie a spit; difficile perdersi! Inutili friend, portare solo rinvii.
1° tiro: salire la placchetta fino alla cengia e spostarsi a destra ad una sosta; proseguire per il diedro con uno spostamento delicato verso sinistra all'altezza di un piccolo tetto triangolare e continuare fino ad uscirne per placchette e vegetazione in corrispondenza di una grotta. 35m, 6a; cinque fittoni, due cordoni in clessidra, una sosta, un chiodo. Sosta su due fittoni con catena e anello di calata. Allungare la protezione sulla sosta intermedia (oppure spezzare il tiro in due).
2° tiro: uscire dalla grotta sulla destra e salire una placchetta fino ad una zona con alberi; da qui si prosegue per un diedro sino ad uscirne su un terrazzo con massi ed alberi. Passare sotto un masso e raggiungere la sosta. 30m, 4c; due fittoni. Sosta su due fittoni con catena e anello di calata.
3° tiro: la via originale va a destra (cordone blu in clessidra); a sinistra si vede la linea di Gibbo, dritti sopra la sosta vi aspettano i fittoni della variante L'incertezza. Salire dritti, poi spostamento delicato a sinistra e breve tetto seguito da placchetta via via più facile. 25m, 6c+ (6a/6a+ e A0); quattordici fittoni. Sosta su tre fittoni e un cordone in clessidra.
4° tiro: Dritto sopra la sosta continua L'incertezza con un tiro decisamente troppo impegnativo per noi, che torniamo sul percorso originale. Si va quindi in traverso a sinistra della sosta, ignorando un fittone alto (è l'uscita di Gibbo) e proseguendo ancora lungo la placchetta fino ad una specie di ripiano. Qui si sale passando a destra di un grottino giallastro e si esce verso sinistra alla piazzola di sosta. 25m, 5b (passo); tre fittoni, due chiodi, un cordone in clessidra. Sosta su albero.
Discesa: traversare brevemente verso sinistra e salire nel bosco fino ad incontrare il sentiero principale. Seguirlo verso sinistra fino alla deviazione ancora verso sinistra che riporta alla base della parete.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 6 ottobre 2015

Le prime guide alpinistiche delle Grigne

E la [...] guida non risulterà un elenco sistematico di itinerari, ma l'opera di un grande impegno e di una profonda passione. Soprattutto l'opera di un uomo.

Dopo le guide delle Orobie e delle Prealpi bergamasche, continuo le mie peculiari letture delle guide alpinistiche d'antan volgendo l'attenzione alle vicine Grigne (che in realtà sarebbero poi parte delle prealpi suddette, ma poiché l'Italia è il paese dei campanili è meglio soprassedere): accantoniamo quindi le pubblicazioni a carattere non spiccatamente alpinistico e le prime monografie pubblicate sulla Rivista Mensile per percorrere quasi cinquant'anni di arrampicate in quel gruppo con l'ausilio di tre guide, scritte in decenni differenti.

Il vate che ci accompagna negli anni '20 è Gianni Barberi, autore di Grigna - arrampicate Grigna meridionale, la prima guida alpinistica del gruppo, pubblicata dalla SUCAI nel luglio 1925 (la prima pagina riporta un curioso 1. Edizione N. 000). L'introduzione spiega che la SUCAI si affidò per la compilazione della guida nientemeno che al Gruppo Amatori delle Alpi (!!), che rifilò il lavoro al Barberi. La prima edizione, "trattando unicamente la parte prettamente alpinistica della montagna, ne descrive la salita ad ogni singolo Torrione, limitandosi però ad un solo itinerario, quello comune". Una guida quindi essenziale, che riporta 24 salite ad altrettanti torrioni (incluso il Dito Dones e un ormai dimenticato Torrione Vaghi). Tutte le vie sono... anonime, nel senso che i nomi dei primi salitori non sono riportati (fanno eccezione quelli del Sigaro Dones), e sono accompagnate da schizzi di Angelo Calegari. Assai divertente la descrizione della salita all'Ago Teresita con lancio della corda e alcune calate in corda doppia su singolo chiodo, ma con la raccomandazione di "assicurarsi la solidità"!

La guida era pensata come preambolo ad una seconda edizione "che presto vedrà la luce" e che invece non sarà mai stampata, ed il motivo è assai probabilmente da ricercarsi in quanto si legge nella temuta rubrica Personalia della Rivista Mensile del CAI del novembre-dicembre 1926 (p. CXXIII): Barberi cade sul Disgrazia il 29 giugno, lasciando incompiuto il progetto.

Si passa così agli anni '30, alla mitica Guida dei Monti d'Italia, vero fiore all'occhiello del CAI. Nel 1934 inizia la seconda serie e nel 1937, con soli quattro volumi pubblicati, Silvio Saglio inaugura con Le Grigne la sua attività di instancabile compilatore di guide che lo porterà a completarne (anche in collaborazione) poco meno di una decina. Il lavoro è immane: l'unica pubblicazione precedente (quella del Barberi) è limitatissima e le vie nuove nel gruppo delle Grigne sono numerosissime. Saglio consulta, legge, chiede, vagabonda per i sentieri, fotografa e ripete qualcosina; non ho idea di quanto tempo impieghi a raccogliere il materiale, ma il risultato è impressionante: quasi 500 pagine. Tolti i Cenni generali, le Vie d'accesso e i Rifugi, la parte alpinistica va da p. 141 a p. 472, dove il volume termina con due brevi sezioni su scialpinismo e speleologia: escludendo le descrizioni delle salite oggi annoverate come escursionistiche, restano circa 300 pagine o poco meno.

Numerosissimi gli spunti, le informazioni e gli aneddoti presenti, che rendono interessante la lettura. Sull'aspetto più propriamente alpinistico segnalo la scoperta (per me) dell'esistenza di una via del 1931 di Ettore Castiglioni in Grignetta, alla parete O della Guglia Angelina (p. 262), valutata di IV. Lo stesso apre poi una variante alla salita per il versante N della stessa guglia (p. 264). E che dire della salita del 1° novembre 1923 di III per la fessura N e lo spigolo NO della Torre Cecilia (p. 301, vedi figura)? Due cordate salgono, e la seconda è composta nientemeno che da Sandro Bartoli e Dino Buzzati! Chi sapeva di una via in Grignetta del grande scrittore, allora diciassettenne? Invero, Saglio scrive Dino Buzzatti, ma che si tratti di una svista (corretta nelle guide successive) è testimoniato dal nome del compagno di cordata: Bartoli fu compagno di liceo e di arrampicate di Buzzati, citato in diversi racconti, e morì in montagna a 21 anni. Naturalmente, siamo andati subito a ripetere la via.

Lasciamo Dino e proseguiamo, leggendo la storia alpinistica (e non solo) degli anni '30 nei nomi delle salite, nomi che oggi sono comprensibilmente (e fortunatamente) dimenticati: la via di Dell'Oro, Varale e Cassin alla O dell'Angelina si chiama via XXVIII ottobre, infausto giorno della marcia su Roma e del suicidio politico dell'Italia, anche se Saglio cita la data come quella di fondazione dei Fasci di combattimento, che è diversa. Ci ricorda anche che "il fatto è ricordato da una lapide posta all'attacco, dono del Fascio di Combattimento di Lecco al Gruppo Giovani Fascisti Nuova Italia" (p. 262). E che i tre salitori ai tempi non facessero mistero delle loro poco argute simpatie lo rivela la famosa Via del Littorio (p. 320). Ma non sono i soli: la salita allo spigolo S della Piramide Casati di Basili e Confortini è dedicata alla squadra d'azione Carnaro (p. 291).

L'associazionismo però non è sempre esplicitamente politico, ed è così che sulla vetta del Fungo "venne issato in seguito un fanale, simbolo del Gruppo Audaci Scalatori, associazione alpinistica ora scomparsa" (p. 245), per non parlare dell'Ago Teresita, sulla cui vetta "venne issato un remo (simbolo del canottaggio) di cui il primo salitore [Erminio Dones] fu campione europeo" (p. 254). Poco male: meglio i remi e i fanali che i fasci littori (e Dones era esperto di entrambi...)!

Anche le descrizioni delle salite riservano sorprese, a partire da quella (ricordata sopra) relativa all'Ago Teresita con lancio di corda (p. 256) fino al superamento degli strapiombi con piramide umana (O del Campaniletto, p. 237 e S della Torre Cecilia, p. 308) o al superamento a cavalcioni di un masso mobile (!) alla O del Fungo (p. 249), per finire con le vie a traversata aerea a mezzo di funi, come quella tra Lancia e Fungo (p. 250) e tra Teresita e Angelina (p. 259), entrambe di Giovanni Gandini. Salutiamo i corvi che nidificavano alla Casati (pp. 295 e 296) e scopriamo l'origine dei nomi Rosalba e Cecilia (p. 300), figlia e moglie di Davide Valsecchi, che donò il rifugio al CAI, sorridiamo al leggere del fiume d'Oa sul versante di Mandello, "che la gente crede provenga dalla Valsassina e passi sotto al Grignone" (pp. 98 e 344) e terminiamo con la descrizione del profilo del Monte S. Martino, la cui cresta occidentale "si presenta con il profilo di Napoleone [...] (Stoppani, Bel Paese). Da Lecco invece il complesso sembra un testone d'allocco co' suoi bravi cornetti. Verso la Val Gerenzone, da opportuni punti di vista, presenta la figura di Rossini in età avanzata". Riferimenti culturali ormai scomparsi, similitudini che nessuno userebbe più. Anche qui sta il fascino di questa guida.

Passano quasi 35 anni prima che qualcuno rimetta mano al lavoro di Saglio, 35 anni in cui gli alpinisti "sono i maggiori frequentatori del Gruppo" (oggi temo che non si potrebbe più fare impunemente cotal affermazione), le vie nuove crescono ancora e molte cose cambiano. L'opportunità di aggiornare (e correggere) la guida precedente è colta dal benemerito editore Tamari di Bologna all'interno della collana Itinerari alpini e la cura della composizione è lasciata a Claudio Cima, altro noto compilatore di guide, soprattutto in ambito dolomitico (Pale di S. Martino, Sella, Dolomiti meridionali). Cima è allora studente ventenne a Milano e di lì a poco sposterà la sua attenzione verso i monti pallidi, inizia il lavoro nel 1968 e pubblica Le Grigne nel 1971 (2a ed. 1975, dove alcuni errori sono corretti). 220 pagine totali, 177 dedicate alle relazioni alpinistiche, due belle cartine allegate. L'impostazione e tutto l'impianto suonano assai diversi da quelli di Saglio, a partire da una certa sensibilità che oggi potremmo definire ambientalista ante litteram, che porta l'autore a deplorare il depauperamento del patrimonio vegetale e animale delle montagne e lo sviluppo edilizio dei Resinelli con la "troppo inopportuna evidenza" del grattacielo (p. 23), conscio però che "siamo in Italia, e non possiamo lamentarci di come conciano la Natura, e la Montagna in particolare: ci poteva andare anche peggio" (p. 15). Un accenno polemico è riservato anche alla "ferratura" del "crestone NO" del Sasso dei Carbonari, "onde permetterne il transito anche ad alpinisti di mezza tacca", mentre a p. 111 l'autore perde un poco la pazienza con il suo predecessore: "Sulla guida Saglio si accenna a delle varianti che evitano la placca terminale [del Fungo]. Sinceramente non riesco a capire dove si sia andati in quei tempi (1914-1923)!". Decisamente più moderne anche le descrizioni dei punti di appoggio e di fondovalle, che assumono connotazioni quasi turistiche (incluso il venditore di bibite in vetta alla Grignetta, menzionato tra i "posti di chiamata" a p. 16) e dove apprendo che la strada dei Resinelli richiedeva un pedaggio di ben 200-300 lire (p. 24). Anche l'approccio alla relazione alpinistica è diverso: Saglio è, per così dire, ecumenico, sistematico ed enciclopedico nello stile della collana del CAI; Cima dà invece un'impronta personale alla guida: sceglie, seleziona, valuta cosa inserire e cosa no, cosa consigliare e cosa no. È un precursore delle guide odierne.

Dalla lettura delle relazioni, dove compaiono Bonatti, Gogna e tanti altri nomi familiari, notiamo così che ancora negli anni '70 il superamento di strapiombi con piramide umana non era passato di moda (Fasana alla E del Magnaghi Centrale, p. 82; Lucini-Prina alla O del Campaniletto, p. 106; Bianchi al Medale, p. 182; Cassin alla O e Pensa alla N del Pizzo d'Eghen, p. 209), che il masso mobile della Ferrero-Lucini alla SO del Fungo ("bisogna attaccarvisi!") era ancora lì e sarebbe interessante sapere che fine ha fatto oggi, e che la valutazione dei gradi e della... ehm... etica dell'arrampicata doveva ancora definirsi per bene: "salire dritti, prendere dei chiodi, superati i quali si va ad una cengia" (p. 118), "girare uno spigoletto, aggrapparsi ad un chiodo, su dritti ad un altro chiodo,..." (p. 172) o il simpaticissimo "un passo di VI se manca un chiodo" (p. 179) che lascia supporre una sana tirata in presenza di detto chiodo, pratica cui peraltro nessun alpinista di mia conoscenza si è mai sottratto, io in primis. Del resto i chiodi si usano senza troppa parsimonia: 220 chiodi sulla Oppio alla SE del Sasso Cavallo (p. 196) e 250 sulla Redaelli alla OSO dello stesso (p. 200). Chiudo le citazioni con la descrizione della "via del rampino della stufa" (p. 64) al Torrione della Grotta: "Anche questa via è opera di Filippo Berti con 'Johnny' [Valerio Carrara], 1955 o 1956. Luciano Tenderini e Gigi Alippi ne tentarono una ripetizione, ma il passaggio chiave non si lasciò vincere neppure con il rampino suddetto, forse a causa di un appiglio venuto via". V e A1 sulla guida di Pesci... mah...

Dal punto di vista, diciamo così, "storico", è interessante leggere la vicenda del Diedro Colnaghi al Medale (p. 183, vedi figura), qui chiamato "Spigolo ESE" e definito un po' troppo sbrigativamente "poco interessante", mentre la prima invernale alla parete Fasana del Pizzo della Pieve è attribuita ad una cordata nel 1950 (p. 203), dimenticando la storica impresa del grande Eugenio Vinante nel 1935 (errore che si ritrova anche nella guida CAI di Pesci del 1998). Serve poi un po' di orientamento per districarsi nei toponimi desueti, come la Torre Zio (ora Torrione Ratti), la Piramide Guedoz (ora Torrione Mandello) o la Torre Casati (ora Torre Vitali), mentre diamo merito a Cima di aver individuato "una possibilità a sinistra della fessura Gasparotto" che diventerà poi la via Franco Dolzini. Chiudono il libro poche pagine su Campelli, Resegone e Corni di Canzo.

venerdì 2 ottobre 2015

Nebbiolo d'Alba DOC Occhetti 2000 Prunotto

Ci sono bottiglie che restano in cantina, anno dopo anno. Non parlo necessariamente di Barolo o Brunello, Amarone o Taurasi, di bottiglie cosiddette "importanti", e nemmeno di bottiglie guardate con diffidenza, ma di bottiglie che semplicemente se ne restano lì, senza essere portate in tavola: è troppo giovane, non si abbina, volevo bere altro... insomma, restano preservate da una serie fortuita di eventi. Poi, ad un certo punto, l'occhio le nota in maniera diversa, si fanno due calcoli, si pensa: "Mi sa che questa ormai è andata", si tergiversa ancora un po', fino a quando non si trae il dado.
Recentemente ho ripescato due di queste bottiglie, identiche tranne l'anno, 1999 e 2000. Ricordavo benissimo dove le avevo comprate, le circostanze, i piccoli significati che si attribuiscono a certi oggetti, le memorie che si depositano con gli anni sui fondi delle bottiglie, ma tutto ormai visto da lontano, senza particolare nostalgia. Ho quindi deciso che me le sarei bevute in beata solitudine, come vecchi amici.
La bottiglia del 1999 è stata una mezza delusione, col vino ormai sfinito dal lungo invecchiamento e io che mi davo del fesso per non averla aperta prima. Dopo poche settimane, senza alcuna attesa, ho aperto il 2000 e... sorpresa! Una bottiglia ancora incredibilmente viva, che certo porta i suoi annetti e non è al massimo della forma, ma che ancora dispensa nobili aromi e gusto.
Dal sito del produttore (molto dettagliato, con le informazioni sulle diverse annate) si legge che l'Occhetti 2000 invecchia per dieci mesi in grandi botti e tonneaux, più quattro mesi in bottiglia. Il colore è granato, non trasparente. Frutti rossi e qualche leggera nota floreale salgono dal bicchiere, buoni l'acidità e il tenore alcolico, che accompagnano l'assaggio insieme ad una buona persistenza. Certo, il vino ha perso un po' di freschezza con gli anni ma si è arrotondato e mostra un buon equilibrio complessivo.
Una vera, gradevole, sorpresa.

lunedì 21 settembre 2015

Cengia Martini

Sul 1° tiro.
Ettore sul 1° tiro.
Sul 3° tiro.
Ettore sul 4° tiro.
Tracciato della via.
Piccolo Lagazuoi (Gruppo di Fanis)
Parete S

Dopo aver percorso la Vonbank, cosa di meglio se non passare dall'altro lato del fronte, dove combattevano gli alpini del maggiore Martini? E cosa meglio della postazione che più di tutte minacciava la Vonbank, esposta al tiro degli italiani riparati sulla Cengia Martini? Qui gli alpini resistettero all'esplosione di ben quattro mine, abbandonando la posizione solo dopo Caporetto. E oggi, uscire dalla via dopo una piacevole arrampicata e ritrovarsi proiettati indietro di un secolo regala una sensazione insolita.

Accesso: dal parcheggio della funivia si risale il sentiero che corre lungo la pista da sci, prendendo a sinistra all'indicazione "palestra di roccia". Si giunge così alla piccola falesia, si punta all'evidente fessura e ci si sposta a destra di un avancorpo dove parte la via in corrispondenza di un vago diedrino. Mezz'ora circa.

Relazione: via breve ma piuttosto interessante che sale la parte destra del Piccolo Lagazuoi sbucando sul percorso della Cengia Martini. Roccia ottima, forse un po' liscia nel primo tiro rispetto alle sue consorelle della parete. Difficoltà contenute, ma chiodatura essenziale: portare friend per integrare. Contare un paio d'ore circa.

1° tiro: salire i primi metri fino ad un terrazzo con piccolo tetto, indi decidere cosa fare: la via originale si sposta verso destra e risale rocce facili, ma ora vi si trova un fix di una via moderna; per congruità conviene invece proseguire dritti nel diedrino, poi su per placca verso sinistra fino ad infilarsi nel camino che si risale sino alla sosta sulla destra. 30 m, IV-, IV+ (forse passo di V-), IV; tre chiodi, un cordone in clessidra. Sosta su due cordoni in grossa clessidra.
2° tiro: ignorare un cordone che si nota in alto a sinistra della sosta e salire dritti seguendo una lama, indi proseguire a piacere lungo la placca: la via dovrebbe spostarsi a destra, ma un chiodo porta invece a salire tenendosi lievemente verso sinistra avvicinandosi al canale, per poi uscire verso destra in vista della sosta su un terrazzo. 30 m, IV; tre chiodi. Sosta su cordone in clessidra e chiodo.
3° tiro: salire a prendere un canalino che si risale verso destra per poi spostarsi a sinistra su bella placca fin sotto ad un tratto verticale; qui ancora a sinistra in un canale-camino che si risale verso destra giungendo alla sosta. 35 m, IV; un cordone in clessidra. Sosta su cordone in clessidra e chiodo.
4° tiro: a destra della sosta a risalire una placca fin sotto la parete verticale. La via ora va a sinistra, verso un evidente chiodo con lungo cordone, per poi salire una fessura (nota: non è la fessura obliqua strapiombante appena sopra il chiodo, ma quella alla sua sinistra). Io mi sono invece spostato a destra, salendo una specie di diedro di roccia giallastra (più solida di quanto non sembri; tratto non chiodato, ma proteggibile) per spostarmi poi a sinistra verso la sosta una volta uscito sulla cengia. 35 m, IV, forse un passo di IV+; un chiodo. Sosta su tre fix.
5° tiro: proseguire lungo la cengia fino ad una zona di rocce rotte che si risalgono per uscire sugli sfasciumi terminali che conducono ad una galleria della Cengia Martini dove termina la via. 60 m, un chiodo. Sosta sui cavi metallici della Cengia.

Discesa: seguire la Cengia Martini verso destra fino a ritornare a passo Falzarego; mezz'oretta circa.


Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

giovedì 17 settembre 2015

Vonbank

Sul 1° tiro.
Ettore sul 4° tiro.
Sul 5° tiro.
Ettore sul 7° tiro.
Sull'8° tiro.
Tracciati della via (rosso) e della Valerio Giordano,
Orizzonti di gloriaAlice.

Piccolo Lagazuoi (Gruppo di Fanis)
Parete S

In fuga dal maltempo che promette di rovinare il fine-settimana, torno ad assaporare la cucina del rif. Dibona e mi ritrovo ad accompagnare Ettore nel suo "battesimo" dolomitico. All'uopo, cerchiamo una via tranquilla, esposta a S e non troppo lunga, che ci permetta di goderci la salita senza troppi pensieri; scartate quelle già percorse, la scelta obbligata è la Vonbank, dal nome della postazione austriaca situata all'attacco della via, perno della difesa del passo di Valparola insieme alle posizioni del Sass della Stria e base per una galleria che sarebbe dovuta servire per attaccare la cengia Martini occupata dagli italiani. Scelta indovinata, anche perché alla fine avanza un sacco di tempo per una seconda via nei paraggi...

Accesso: da passo Falzarego, al parcheggio della funivia del Lagazuoi, si segue il sentiero che risale la pista da sci per prendere poco dopo a sinistra il sentiero dei Kaiserjaeger (indicazione). Lo si segue fino ad un grosso masso in corrispondenza dell'evidente ghiaione erboso di foggia triangolare che marca la base della via, alla sinistra della parete, ben visibile dal parcheggio. Qui si lascia il sentiero per salire alla parete, dove si trova la trincea e due gallerie (visitabili) della postazione austriaca Vonbank. La via parte tra le due gallerie, in corrispondenza di un piccolo slargo (chiodo con cordino visibile). Mezz'oretta circa.

Relazione: via piacevole che risale la parete del Lagazuoi con un percorso non del tutto lineare nella parte alta, figlio del voler limitare le difficoltà su gradi assai abbordabili. Roccia ottima con qualche tratto sulle cenge dove fare attenzione, chiodatura non proprio abbondante: portare friend piccoli e medi per integrare. Calcolare tre orette circa, senza fretta.

1° tiro: salire in corrispondenza del chiodo e piegare verso sinistra a prendere un diedro che si segue fino ad uscire su un terrazzino; poco più a sinistra si trova la sosta. 30 m, IV+, III; tre chiodi (uno con cordino). Sosta su cordone in clessidre.
2° tiro: salire aggirando a sinistra la parete giallastra sovrastante per poi rientrare verso destra fino ad un terrazzo di sosta nei pressi di un pilastro. 20 m, IV-, IV; un cordone in clessidra. Sosta su due chiodi con cordone e maglia-rapida.
3° tiro: salire dritti sopra la sosta seguendo una specie di fessura, superare un breve saltino e raggiungere la sosta posta immediatamente sopra. 25 m, IV+, IV; un chiodo. Sosta su due chiodi e clessidra con cordoni.
4° tiro: rimontare il pilastrino posto a sinistra della sosta e proseguire sempre verso sinistra a superare un canale; alzarsi per rocce più facili puntando alla base dell'evidente sperone giallastro ove si trova la sosta. 30 m, IV, III. Sosta su chiodo e clessidra con cordone.
5° tiro: alzarsi qualche metro sopra la sosta, non seguire la fessura giallastra ma traversare a destra fin quasi alla fine della placca nerastra sovrastante, dove questa diviene più facilmente accessibile. Salirla spostandosi lievemente verso sinistra per seguire una rampa ancora a sinistra che porta al termine dello sperone giallastro. 30 m, IV-, I, IV, II; una clessidra con cordone. Sosta da allestire su spuntone e chiodo alla sua sinistra. Un friend incastrato nella fessura giallastra suggerisce che sia possibile percorrere un'interessante variante a questo tiro.
6° tiro: a destra della sosta fino ad un pilastrino staccato dall'aria un po' preoccupante. Lo si supera sulla sua destra e si sale fino alla cengia che si segue verso sinistra. Si supera un primo cordone in clessidra con chiodo (possibile sosta un po' scomoda) e si prosegue fino ad un secondo cordone dove si sosta. 30 m, IV; un chiodo, due cordoni in clessidra. Sosta su cordone in clessidra.
7° tiro: proseguire a sinistra lungo la cengia fino ad incontrare una fessura obliqua che si segue verso destra, superando un tratto più verticale per giungere su una nuova cengia. Da qui traversare verso destra per facile rampa fino ad uno spuntone. 30 m, IV-, V (un passo), III; un chiodo, tre cordoni in clessidra. Sosta da attrezzare su spuntone.
8° tiro: salire la placca nerastra a destra della sosta fino ad una cengia detritica. Superare il saltino e traversare verso sinistra fino ad uscire dalla parete. 25 m, V-, III+. Sosta da attrezzare su spuntone con allegra vista su croce di caduto di guerra e resti di scatolette, legname e materiale vario.
9° tiro: salire per facili rocce fino ad una terrazza in corrispondenza di una vecchia postazione dove si sosta. 25 m, III. Tiro evitabile.

Discesa: si raggiunge il sentiero dei Kaiserjaeger che passa nelle vicinanze e lo si segue in discesa fino al punto di partenza.


Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 16 settembre 2015

Alto Adige DOC Lagrein 2008 Hofstatter

Dopo un'estate spesa felicemente tra arrampicate su calcare e su granito e la scrittura dei post relativi, era tempo di dedicare qualcosa alle care vecchie gozzoviglie enologiche, che invero non sono mancate. Anzi, il soggiorno glasvegiano di quest'anno è stato caratterizzato non tanto dal canonico whisky, ma da una quantità ragguardevole di assai più continentale vino: francese, spagnolo e americano, grazie alla munificenza del mio anfitrione.
Di almeno una di queste bottiglie, la migliore, mi ero ripromesso di scrivere, ma poi ho compreso che ricordavo molto poco e ho preferito lasciar perdere, anche perché l'anonimo anfitrione di cui sopra ha già recensito detta bottiglia nel suo blog, a cui rimando (aggiornamento: il blog ha cessato di esistere; l'amico però c'è ancora!).
Rieccomi quindi in Italia, per la precisione in una delle mie regioni preferite, enologicamente (ma non solo) parlando! Rieccomi ad assaggiare un Lagrein, che insieme a dei fantastici Pinot noir è per me l'espressione più riuscita di questo territorio, almeno per quanto attiene ai vini rossi. E tra i Lagrein non si può tralasciare quello prodotto a Termeno dalla cantina Hofstatter, cantina che si caratterizza tra l'altro per un approccio affine alla biodinamica e per un uso... diciamo così... "ragionevole" delle barriques in alcuni vini. I vigneti stanno tra i 250 e gli 800 m di altezza, conferendo all'azienda quel carattere di vinicoltura di montagna con cui da sempre sono in sintonia.
Il Lagrein base vede 10 mesi in botti di rovere di Slavonia e 6 mesi in bottiglia ed il legno non lascia sentore, che è invece dominato dai frutti rossi e da note speziate, seppur non particolarmente intense. Il colore violaceo scuro, con lievi punte granate per l'invecchiamento, si tramuta in bocca in note minerali accompagnate da una discreta acidità, senza che il vino sia troppo alcolico. Morbido e ben equilibrato, persistenza media, buona bevibilità (nel mio caso il problema si pone raramente, ma insomma...). Un vino che accompagna perfettamente i piatti della meravigliosa cucina altoatesina (e non solo) e che meriterebbe una fortuna e una notorietà migliori di quanto (forse) non abbia; ma forse anche in questo sta parte del suo fascino.

mercoledì 9 settembre 2015

Bergamo-Milano Lambrate: ritardi maggio-luglio 2015 (2608/10809)

Ritardi all'arrivo nel trimestre maggio-luglio 2015 per i
treni 2608 e 10809 nel tragitto Bergamo-Milano Lambrate.
Ritardi all'arrivo nel periodo gennaio-luglio 2015 per i
treni 2608 e 10809 nel tragitto Bergamo-Milano Lambrate.
Ritardi (medio e al 90% della cdf) per il treno 2608
Come sopra, ma per il treno 10809.
È tempo di aggiornare i dati relativi alle magnifiche prestazioni del Leviatano ferroviario lombardo per il periodo estivo! Visto che ad agosto mi sono preso le agognate vacanze del caso, i dati si fermano a fine luglio e stavolta parliamo di tre mesi: maggio, giugno e luglio 2015. Risparmio ai malcapitati lettori uno dei due grafici consueti, quello del ritardo alla partenza, e mi concentro sul ben più rilevante ritardo all'arrivo in stazione. Trattenete la compassione per i miseri viaggiatori e, se proprio volete, anche gli improperi all'indirizzo del gestore del servizio, e guardiamo i dati per bene (spiegazioni varie sono nel primo post della serie), iniziando dal treno 2608 delle 8:02: rispetto agli analoghi periodi precedenti (qui e qui), il caldo pare aver avuto due effetti contrastanti: da un lato, la maggioranza dei treni ha diminuito il ritardo, e la percentuale di treni che arrivano entro 5' si è portata all'83% circa contro circa il 70% del bimestre precedente. Dall'altra, però, la "coda" della distribuzione, ovvero i treni che arrivano in ritardo, sono andati assai peggio: ad esempio, per una percentuale del 95%, ovvero una coda del 5%, ovvero qualcosa che capita in media una volta su venti (più o meno un volta al mese) si è passati da circa 10' a 17'; un aumento del ritardo pari al 70%! Se ricordate che il tempo ufficiale di percorrenza del tragitto è di circa 40', ciò implica che cotal ritardo è passato dal 25% al - udite udite - 42.5% della durata nominale del viaggio.
Se questi dati hanno un sapor dolceamaro, l'effetto perverso della caldissima estate si disvela appieno nel pomeriggio, dove con il treno 10809 si assiste allo sfacelo del concetto di trasporto pubblico ferroviario: il ritardo è contenuto entro 5' solo per il 60% dei treni (era il 66% nel bimestre precedente) ed il ritardo al 95% cresce da un già nefasto 18' ad un inconcepibile 33'; più di mezz'ora di ritardo su quaranta minuti di percorso! In casi estremi qualcuno (tra cui il sottoscritto) ha avuto anche la fortuna di raddoppiare il tempo di percorrenza: ritardi fino a 45' per soppressione treni, scioperi prolungati oltre la scadenza e altre amenità che influenzavano, in un'interminabile catena di S. Antonio, sia il 10809 che il treno successivo su cui si era caricati a mo' di carro-bestiame.
La seconda figura mostra invece la statistica complessiva sui primi sette mesi del 2015, che risente del pessimo trimestre: ritardi entro 5' solo per il 60-70% dei treni, ritardi interminabili sul fallimentare 10809 (27' circa per il 5% peggiore). No comment.
Infine, dopo tutti questi mesi, è giunto il momento di dare uno sguardo veloce d'insieme. Visto che la distribuzione è largamente asimmetrica, la media non è un indicatore sufficiente del comportamento complessivo, e l'ho quindi integrata con un altro parametro, relativo al ritardo del "caso peggiore", osservandone l'andamento col passar dei mesi. Come "caso peggiore" ho preso il valore al 90% di probabilità cumulativa, ovvero il 10% peggiore, ovvero una volta su dieci giorni: è quello che vi tocca (statisticamente parlando) un giorno lavorativo ogni due settimane. Qui si vede immediatamente l'anomalia dei mesi estivi, soprattutto nel pomeriggio (colpa del caldo? di Expo?), anomalia che fa incredibilmente rimpiangere le schifezze precedenti! Se comunque prescindiamo (a fatica) da questi dati orripilanti, in attesa che passi settembre "per vedere di nascosto l'effetto che fa", si intuisce una lieve tendenza al miglioramento. Vedremo se sarà confermata.

giovedì 3 settembre 2015

Gloire à Satan

Edo sul 3° tiro.
Sul 4° tiro
Tracciato della via.
Poire d'Ailefroide
Parete E


Non temete, non ho abbracciato alcun culto satanico, anche perché la mia - per così dire - poca simpatia per il mondo soprannaturale e metafisico coinvolge tutti e tre i regni di dantesca memoria; è vero però che il nome della via ha contribuito alla sua scelta tra quelle presenti sulla poire. Frequentazione assai maggiore che sul Pelvoux, ma solo sulle vie più facili; noi abbiamo arrampicato in beata solitudine. Via molto bella, raccomandata agli amanti dell'aderenza, con un minimo di "ingaggio" nel secondo tiro.
Accesso: si raggiunge la Vallouise e si risale la valle fino alla frazione di Ailefroide, dove vi è un parcheggio non troppo grande sulla sinistra. Si prosegue a piedi e, subito dopo la prima curva a destra della strada, si prende uno sterrato sulla sinistra, si attraversano un paio di torrentelli e si prosegue. Si oltrepassa un altro torrente e poco dopo si prende una deviazione sulla sinistra (ometto). Il sentiero attraversa una zona di massi (ometti) e poi si biforca. Si tiene la destra e si prosegue fino a giungere in corrispondenza di un grosso masso e del canale-spaccatura che separa la poire vera e propria (sulla destra; solita fastidiosissima bandiera presente) da una "peretta" più piccola sulla sinistra, dove si trova la via, la prima alla sinistra del canale. Appena a destra di esso parte una delle vie più facili della Pera con annessa coda di arrampicatori, incastri di corde e urla babeliche. Tenersi alla larga!
Relazione: via breve su placca con un tratto in diedro a superare l'evidente muro; protezioni a fix buone ma un po' distanziate nel secondo tiro, lunghezza-chiave della via con difficoltà obbligata. Soste attrezzate con due fix e cordone (non proprio nuovissimo...) ed anello di calata, tranne la terza. Portare solo rinvii.
1° tiro: salire il facile muretto e proseguire per placche (qualche tratto erboso) fino alla sosta. 35m, 4c; sette fix.
2° tiro: per bellissima placca di aderenza con un paio di passi obbligati fino ad una sorta di bombamento che si risale sulla sinistra fino alla sosta. 25m, un paio di passi di 6a/6a+; sei fix.
3° tiro: ancora per placca che diventa più verticale appena prima della sosta. 20m, passo di 6a/6a+ (ben protetto); sette fix.
4° tiro: spostarsi a destra della sosta a prendere un diedro obliquo che consente di superare un muretto e proseguire per placche verso sinistra fino alla sosta. 30m, 6c (ma per me A0); undici fix.
5° tiro: ancora dritto per placche finali fino alla cima. 30m, 5b; quattro fix.
Discesa: in doppia sulla via. Prima calata alla quarta sosta, poi alla seconda e da qui direttamente a terra (con due mezze corde da 60m).

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 28 agosto 2015

Marche au supplice

Edo sul 1° tiro.
Sul 2° tiro.
Sul 4 tiro.
Edo sul 5° tiro.
Sul 6° tiro.
Edo sul 9° tiro.
Tracciato della via.
Monte Pelvoux
Parete E


Dopo le Dolomiti, cosa di meglio di un po' di arrampicata su granito, magari anche un po' plaisir per cambiare? E quindi, via in Francia, alla scoperta della tanto decantata zona di Briançon, tra un'arrampicata, un tuffo nella piscina del campeggio e qualche maldestro tentativo di resuscitare il mio già pessimo francese, non più parlato (si fa per dire...) da una decina di anni. Il mio cuore continuerà a battere per i monti pallidi, ma oltre confine c'è un intero mondo da scoprire!
Accesso: si raggiunge la Vallouise e si risale la valle fino alla frazione di Ailefroide, dove vi è un parcheggio non troppo grande sulla sinistra. Si prosegue a piedi e, subito dopo la prima curva a destra della strada, si prende uno sterrato sulla sinistra, si attraversano un paio di torrentelli e si prosegue. Si oltrepassa un altro torrente e poco dopo si prende una deviazione sulla sinistra (ometto). Il sentiero attraversa una zona di massi (ometti) e poi si biforca. Si tiene la sinistra e si risale, in vista della parete, fino alla base della larga spaccatura obliqua dove parte la via (fix visibili). Poco a destra, la solita bandiera francese dal sapore (per me) un po' sciovinista.
Relazione: via molto bella che risale le placche del contrafforte E del monte Pelvoux, non disdegnando qualche passaggio più verticale. Percorso sempre ovvio e ben indicato dalle protezioni, sempre ottime a fix: portare solo rinvii ed il necessario per le calate. Le soste sono attrezzate con due fix e qualche vecchio cordone (no catena e maglia-rapida o anello di calata a parte la sosta finale). I gradi indicati nella nostra guida erano decisamente esagerati in molti tiri; l'obbligato è sul 6a ed il tempo necessario si aggira sulle cinque ore. Questa la mia valutazione dei tiri:
1° tiro: salire i gradoni, rimontare una paretina e spostarsi a destra per placche fino alla sosta. 30m, 5c; sette fix.
2° tiro: a destra della sosta a risalire un muretto per poi proseguire facilmente ancora verso destra. 20-25m, 6c (o 6a e A0); nove fix.
3° tiro: per facile placca a destra della sosta. 20m, 5a; quattro fix.
4° tiro: dritti fino ad un muretto fessurato che si supera per proseguire in placca. 20m, 5c; nove fix.
5° tiro: ancora per placca e breve muretto. 30m, 5c; otto fix.
6° tiro: continuare lungo la placca fino alla cengia e sostare in corrispondenza di un albero. 35m, 6a+ (passo iniziale) e 5c; undici fix.
7° tiro: proseguire lungo la cengia, superare un tratto terroso e la placca successiva fino alla sosta. 35m, 5b; sette fix.
8° tiro: passo iniziale sbilanciante seguito da traverso più facile. 25m, 6a+ (passo iniziale) e 6a; dieci fix.
9° tiro: verso destra a prendere un bel pilastro che si risale fino alla sosta. 25m, 6b; otto fix.
10° tiro: traversare a sinistra per pochi metri e salire la placca (un passo delicato). 15m, 6a+; cinque fix.
11° tiro: per gradoni e rocce finali fino alla cima del pilastro. 35m, 5b; sette fix.
Discesa: in doppia dalla via (necessarie due mezze corde). La prima calata porta a sinistra della decima sosta, la seconda a sinistra dell'ottava. Nella terza calata, saltare una sosta su un'esile cengia con mugo e proseguire fino alla sosta su fix. La quarta calata porta ad uno zoccolo di rocce rotte dove si trova l'ultima sosta di calata (un po' a sinistra, faccia a monte, rispetto alla verticale di calata) che deposita alla base. È possibile anche scendere a piedi lungo il sentiero che si stacca dall'ultima sosta.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 19 agosto 2015

Soldà

Raffaele alla partenza del 2° tiro.
Sempre lui sul 6° tiro.
Sul 7° tiro.
Sull'11° tiro.
Raffaele all'uscita della via.
La calata nel vuoto.
Tracciato della via.
La "firma" della cordata sul libro del rif. Vicenza.
Prima torre del Sassopiatto
Parete NE


Cosa fare dopo la salita al Salame se non la Soldà alla prima torre del Sassopiatto? L'unico problemino sono le nostre condizioni quando rientriamo dalla Comici dopo innumerevoli scivolate nel ghiaione di discesa: uno sfoggia una mano dolorante, l'altro un piede gonfio! Terminiamo quindi una cena da gourmand e ci cacciamo a letto presto, confidando nelle virtù taumaturgiche del canonico grappino, che invero funzionano solo a metà, nel senso che il giorno dopo faccio i primi due tiri con la sensazione che il piede destro stia rotolando a valle ad ogni passo. Poi le cose migliorano e ci ritroviamo in cima e, stavolta senza danni, di nuovo al rifugio, a firmare la salita come il giorno prima: "CAI BG - PoliMI". Bisognerà proprio crearlo, un gruppo alpinistico al Politecnico!
Accesso: dal rif. Vicenza (ci si arriva da passo Sella con la cabinovia per il rif. Demetz o da S. Cristina con il sentiero 525, anche qui con possibilità di usare una funivia per abbreviare il percorso) si prende il sentiero per la ferrata del Sassopiatto (subito dietro il rifugio), salendo fino ad un ghiaione all'altezza della base della Torre del Sassopiatto (ben visibile sulla destra). Si attraversa verso destra senza percorso obbligato fino alla parete. L'attacco è appena a sinistra di un muro giallastro, in una specie di larga nicchia. 15' dal rifugio.
Relazione: la via risale la parete NE della Torre sfruttandone i punti deboli con geniale intuizione e con difficoltà contenute (tre tiri impegnativi; passaggio di VI obbligato nel 6° tiro), ma con chiodatura essenziale. Portare friend fino al 3BD per integrare. Rispetto alla relazione riportata sulla guida di M. Bernardi, alcune soste (3a, 4a e 5a) sono state spostate e sistemate (chiunque sia stato: grazie). Calcolare 4h e mezza circa.
1° tiro: salire sul bordo destro della nicchia ed uscirne sulla destra (oppure salire direttamente dritti partendo poco più a destra), spostarsi a sinistra sulla placca nera e salire spostandosi verso destra fino ad una terrazza. 40m, IV, V, V+; due chiodi + due collegati. Sosta su due chiodi.
2° tiro: traversare verso sinistra, salire un muretto verticale e spostarsi a destra (oltre la sosta di partenza) fino ad un terrazzino dove si sosta. 25m, VI-, V+, V, IV; due chiodi (uno con cordone penzolante). Sosta su due chiodi.
3° tiro: sopra la sosta a superare un breve tetto, poi spostarsi verso destra fino ad una terrazza di sosta. 20m, V+ (un passo), IV; un chiodo. Sosta su due chiodi con cordone.
4° tiro: a destra della sosta a salire una zona di rocce facili (appena a destra dello spigolo si nota la nicchia della sosta originaria) fino alla sosta su un terrazzino. 50m, IV. Sosta su due chiodi e cordone.
5° tiro: ancora dritti fino ad uscire su una rampa erbosa, superarla (attenzione ai sassi), salire un muretto e portarsi sulla sinistra dove si sosta. 35m, III, IV; un chiodo. Sosta su chiodo e clessidra con cordone.
6° tiro: in obliquo a sinistra a puntare ad una fessura giallastra, salirla e continuare per una specie di diedro-caminetto fino ad una nicchia. 30m, III, V+, VI, V; due chiodi. Sosta su clessidra.
7° tiro: alzarsi a sinistra della sosta e salire per una rampa verso destra fino ad una grande nicchia. 25m, IV+, III, I. Sosta su enorme clessidra nella nicchia.
8° tiro: uscire a destra dalla nicchia, salire traversando sempre verso destra superando un canale, a prendere una rampa erbosa. NON continuare sulla rampa fino allo spigolo, ma salire verso sinistra per roccette fino alla sosta. 30m, I, V, III, IV. Sosta su due chiodi.
9° tiro: salire il muretto a sinistra della sosta e giungere ad una prima nicchia, superare una paretina ancora verso sinistra fino ad una seconda nicchia. 20m, V (un passo), IV; un chiodo. Sosta su clessidra alla sinistra della nicchia.
10° tiro: a sinistra della nicchia a risalire il caminetto fino ad un gradino sotto lo strapiombo. 25m, IV-. Sosta su clessidra.
11° tiro: a destra della sosta a salire un caminetto di roccia gialla (meno friabile di quanto sembri). Giunti su un primo terrazzo si può continuare ancora per un paio di metri lungo il camino oppure spostarsi a destra ed uscire su paretina. Si percorre quindi una rampa erbosa, si ignora un primo spuntone leggermente in basso a destra e si sosta su un secondo spuntone, alla destra di una grande nicchia nera. 50m, V-, III+, I. Sosta su spuntone.
12° tiro: su per la paretina di fronte, poi si continua su rocce facili fino ad un pilastrino. 40m, IV, III+. Sosta su clessidra.
Da qui si continua per un'ottantina di metri circa in conserva fino al colletto appena sotto la vetta. I e II. Sosta su spuntone.
Discesa: si scende verso sinistra (rispetto alla direzione di salita) fino ad un ancoraggio sulla destra da cui ci si cala nel canale. Ora si scende nel canale cercando il lato migliore fino ad un secondo ancoraggio: con due calate da 50 e 25m si arriva dove il canale si allarga. Si scende ora sulla destra facendo molta attenzione (terreno friabile all'apparenza interessato da una frana recente) fino ad un terreno più facile, raggiungendo un grande salto all'altezza di un grosso masso incastrato. Si scende pochi metri (facile, ma esposto) e sotto il masso si trova un ancoraggio. Scendere ancora pochi metri sulla sinistra (eventualmente con una breve calata) ad un secondo, migliore, ancoraggio da cui ci si cala nel vuoto (50m) sino al ghiaione terminale che si discende fino al sentiero di partenza. Un'ora e mezza circa.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.