lunedì 28 gennaio 2013

Tuono (con varianti)

Sul 2° tiro

Antonella e Giancarlo sul 2° tiro

Sempre loro sul 4° tiro

Tracciato della via

Rocca di Baiedo
Parete S

Mi dicono che da quando le vie dello Zucco Angelone sono state attrezzate, la frequentazione della vicina Rocca di Baiedo ha subito un sensibile calo, mentre prima è probabile che Solitudine fosse una delle vie più ripetute della valle. Io - che non faccio peraltro testo - alla Rocca ero stato una volta sola molti anni fa, salendo qualcosa di cui non ricordo nemmeno il nome, e colgo volentieri l'occasione per tornarci, complici la neve e le temperature che ci ammoniscono di restarcene a bassa quota. Al bar-pasticceria di fronte alla Rocca vediamo un paio di cordate che si accodano su Solitudine e optiamo quindi per Tuono, sempre farina del sacco dei Condor. Via su placca breve e non difficile che offre un paio di varianti interessanti e più impegnative; ottima per le giornate invernali, soprattutto se siete freddolosi come il sottoscritto!

Accesso: si segue la strada della Valsassina fino a Pasturo e si parcheggia sulla sinistra appena prima del ponte (oltre il quale si stacca a destra la deviazione per il Sasso di Introbio e la Casa delle Guide). Si segue poi verso sinistra (faccia a monte) il sentiero che costeggia la Rocca e si sale alla seconda traccia verso destra, giungendo in corrispondenza dell'attacco di Solitudine. Si prosegue una decina di metri verso sinistra fino al canale colla placca di partenza (scritta).

Relazione: percorso sempre ovvio indicato dalla chiodatura, a parte le diverse varianti. Chiodatura buona, ma non "da falesia", con qualche passaggio impegnativo sulla variante. Portare solo rinvii; inutili friend. Tutte le soste sono su due spit con catena ed anello di calata.

1° tiro: la placca era bagnata, come spesso accade, e siamo saliti in corrispondenza di un pilastrino sulla destra (freccia), oltre il quale si sale cercando la roccia tra l'erba e riportandosi poi a sinistra alla sosta; 35 m, 4a, 6 spit (c'è un cordone in clessidra fuori via a sinistra; inutile).
2° tiro: la via originale sale a destra, ma la variante di sinistra è troppo invitante e la seguiamo. Placca con granuli di roccia bellissima, spostamento a sinistra e passo successivo un po' delicati, poi via fino alla sosta; 25 m, 6a+, 7 spit, 1 chiodo con cordone dall'aspetto un po' datato.
3° tiro: dalla sosta aggirare a sinistra un masso e seguire la via di destra (spit) che sale la placca fessurata con un passo di equilibrio prima della sosta; 20 m, 5a, passo forse di 5c, 6 spit.
4° tiro: la variante seguita fin qui salirebbe a sinistra (5b), ma vale la pena di valutare le altre possibilità: dritti (5c) o lievemente a destra. Noi abbiamo scelto quest'ultima (che in effetti potrebbe essere il tiro finale di Firefox): si sale fino ad un punto più verticale oltre il quale la pendenza diminuisce insieme alle difficoltà; 35 m, 6a, forse passo di 6a+, poi 5b, 8 spit. Tiro più facile del secondo, ma con chiodatura un poco più distanziata: per quanto mi riguarda, l'adrenalina non è mancata!

Discesa: evitate di proseguire oltre il 4° tiro, a meno che non vogliate recuperare un maglia-rapida abbandonato al primo fittone da qualche incauto "esploratore". Con due calate di circa 50-55 m si è alla base della parete.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 20 gennaio 2013

La crota di S. Pietro

Via S. Pietro, 52
Alzano Lombardo (BG)


Un angolo di Piemonte nel paese di Alzano Lombardo, a pochi km da Bergamo sulla strada della Val Seriana. Ieri, dopo aver visitato la mostra Bergamo antiquaria (che mi è sembrata in verità inferiore a quella dell'anno scorso, pur avendo dei pezzi - e prezzi - notevoli), raccogliamo un suggerimento e andiamo a dare un'occhiata (e non solo quella) a questo locale, aperto da circa un annetto. Il proprietario ci accoglie informandoci che il locale è normalmente chiuso a mezzogiorno tranne la domenica, ma che ha accettato comunque la nostra prenotazione; un buon viatico per quel che seguirà. Abbiamo così il ristorante e nostra completa disposizione, seppur con un menù un po' ridotto rispetto alla lista. Proprietario della valle ma, come ci dice, "mezzo piemontese", avendo acquistato da anni una cascina sulle colline di Nizza Monferrato; la cucina è rivolta alle Langhe e al Monferrato, con una cura per i prodotti e gli ingredienti di filiera. Locale ricavato da una vecchia torre con belle volte a botte e tavola apparecchiata con cura; come amuse bouche ci portano una mousse di zucca e amaretto che fa ben pensare a quello che ci aspetta.
Per uno scrupolo indegno (che naufragherà poi nella bottiglia) saltiamo gli antipasti dovendo "lavorare" nel pomeriggio e partiamo con i primi: mi lascio tentare da degli gnocchi di castagne e zucca dal gusto interessante, ma devo confessare che i classicissimi agnolotti al plin del mio commensale erano superiori.
Purtroppo il bollito misto a cui non avrei saputo né voluto rinunciare è disponibile solo su prenotazione, e la natura un po' improvvisata della nostra visita limita la scelta; ci dirigiamo entrambi verso la classica tagliata di fassona; carne ottima che mi lascia sempre e comunque recriminare sulle porzioni. Nel menù, per le prossime visite, anche un filetto di maialino e un guanciale di bue.
Siamo così ai dolci. Anche qui seguo la tradizione con il classicissimo bonet e un po' mi pento: nulla da dire sul piatto, per carità, ma quando vedo - e assaggio - la fantastica bavarese di castagne capisco di aver fatto ancora la scelta non ottima.
Discorso a parte per il pane fatto in casa, soprattutto quello nero; una vera tentazione che gareggia con i cibi, e per i vini. La vasta selezione copre piccoli produttori del Piemonte con un occhio al Monferrato con i suoi Dolcetto e Barbera. Poi ci sono i vini dell'azienda agricola di famiglia (Az. Agr. San Martino) di cui assaggiamo un Barbera 2009: vino interessante e dal gusto abbastanza rotondo, ma che secondo me lascia un po' troppo spazio al legno della barrique; anche la gradazione alcolica di ben 15° non aiuta. Con il dessert chiediamo un bicchiere di vino da accompagnamento ed il risultato è una bottiglia di Moscato che viene tranquillamente lasciata sul tavolo... e che finirà completamente svuotata!
Anche la cordialità dei proprietari è da rimarcare; va così a finire che tra un piatto e l'altro si chiacchiera della famosa cascina, della decisione di piantar tutto e darsi alla passione per la ristorazione, della nocciola delle Langhe e dei piatti che non abbiamo potuto assaggiare. Un posto dove ritornare assolutamente!

mercoledì 16 gennaio 2013

Rossese di Dolceacqua DOC 2010 Guglielmi

La Liguria è una terra fantastica, e rimpiango spesso di non frequentarla come vorrei. Fortuna vuole che nel ponente ligure ci sia la zona di Finale con le sue meravigliose pareti di arrampicata, che forniscono un'ottima ragione per spendere qualche fine-settimana da quelle parti. Ma non sono solo le pareti del Bric Pianarella o di altri rilievi che meritano un'attenta esplorazione; anche le enoteche della zona fanno la loro parte! E parlando di ponente ligure non si può non parlare del Rossese di Dolceacqua e dei suoi produttori più interessanti: Mandino Cane, Antonio Perrino e tanti altri. Tra questi, credo sia giusto includere anche Enzo Guglielmi, che non conoscevo e che ho fortunatamente acquistato (non lui, bensì le sue bottiglie) fidandomi del consiglio del rivenditore.
Assaggiato in un'uggiosa domenica di gennaio insieme e dei ravioli in brodo e ad un lesso di carne, questo Rossese 2010 è stato un abbinamento praticamente perfetto. Vino tradizionale lontano dalle sirene del gusto internazionale, non mostra muscoli di legno ma concede grazia e leggerezza di sapori, virando sulla ciliegia con qualche vago accento di spezie. Aroma decisamente non intenso, ma falsato dalla temperatura troppo bassa della bottiglia (ma quando imparerò a togliere i vini dalla cantina con sufficiente anticipo??).
A questo punto, appena la temperatura sale un poco, non mi resta che programmare la canonica gita a Finale Ligure e tornare a visitare l'enoteca di Finalborgo; non molto fornita, a dire il vero, ma con qualcuno che dispensa consigli giusti; e non è poco.

giovedì 10 gennaio 2013

Spinelo con variante P.G.

1° tiro

Giancarlo sul 4° tiro

Sul 7° tiro

Tracciato della via
Placche zebrate - Valle del Sarca
Parete E


Dove portate un amico che - incredibile!! - non è mai stato in Valle del Sarca ad arrampicare e vuole cimentarsi su una via non troppo impegnativa? Che domanda; alle placche zebrate, ovviamente!! E su quale via? Qui la scelta è ampia, ma io non volevo ripetere cose già fatte (come la bellissima perla bianca) e alla fine abbiamo deciso per questa Spinelo, raddrizzandone il percorso con la variante P.G. (piccola Giulia) ai primi tre tiri, che la "insaporisce" un po' sostituendo due bei tiri in placca ai primi tiri un po' erbosi della via originale. Peccato per il terzo tiro da fare in A0; secondo me se si fosse passati un po' più a destra...
La via sale nel settore centrale della parete zebrata, poco a destra della Perla bianca, tra placche molto belle e qualche passaggio con un po' di erba. Arrampicata sempre piacevole, mai faticosa e sempre ben protetta; una buona scelta per le giornate corte o di tempo incerto, o semplicemente per quando ci si vuole rilassare.
Accesso: dal parcheggio delle placche si prende il sentiero che conduce alla parete fino ad incrociare una sterrata, che si segue verso destra fino ad una piazzola di atterraggio per elicotteri, dove la strada si biforca. Si segue la traccia di destra in leggera discesa fino ad una baracca prefabbricata dove, sulla sinistra, si nota un ometto e una traccia di sentiero, che si segue fino all'attacco della via (scritta). E' anche possibile raggiungere l'inizio del sentiero parcheggiando più avanti e prendendo la sterrata nell'altro senso.
Relazione: percorso sempre ovvio indicato dalla fila di spit; portare solo 12 rinvii e il necessario per le calate in corda doppia. Tutte le soste sono su due spit con anelli di calata; a volte presente un cordone di collegamento (da verificare).
1° tiro: superare il muretto di partenza, seguire un sistema di fessure oblique fino alla sosta; 35m, 5c, 2 passi di 6a, 8 spit, 1 cordino in clessidra poco affidabile.
2° tiro: passo iniziale di equilibrio, poi spostarsi verso sinistra con minori difficoltà fino al limite della placche dove si sale alla sosta; 30m, 6b, 6a, 9 spit. Il tratto in A0 che compare nell'edizione 2007 della guida della Valle del Sarca di Diego Filippi è un refuso; il tiro si fa tranquillamente in libera ed è il più bello della via insieme all'ultimo!
3° tiro: dritto sulla placca liscia fino alla cengia dove si trova la sosta; 20m, A0, 7 spit. Qui termina la variante e ci si immette sulla via originale.
4° tiro: seguire la fessura indi proseguire per placca fino alla sosta; 55m, 5b (1 passo), 9 spit, 1 chiodo, 1 fettuccia in clessidra.
5° tiro: su placca un po' rotta fino alla sosta; 25m, 4c, 3 spit.
6° tiro: superare un facile muretto salendo verso sinistra, poi per facili placche alla sosta; 25m, 5b, 5 spit.
7° tiro: salire la bellissima placca un poco a destra della sosta; 50m, 5c, 6a, 11 spit.
Discesa: in corda doppia lungo la via, con cinque calate: sulla sesta sosta, poi alla quarta, alla terza, alla prima e a terra. Attenzione agli incastri di corda durante la seconda e terza calata.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

sabato 5 gennaio 2013

Zuffa '70

La parete SE della Pietra di Bismantova

Diego sul 1° tiro

Sul 2° tiro

Matteo sul 2° tiro

Paolo sul 3° tiro

Sul 3° tiro
Tracciato della via (rosso). In azzurro la Colata nera
in verde la Oppio.
Pietra di Bismantova
Parete SE

E' ben noto che ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la nostra filosofia; parafrasando il buon Guglielmo si potrebbe dire che ci sono più pareti di quante ne sappia la nostra conoscenza, per non dire di quante se ne possano salire. Per quanto mi riguarda, questa affermazione si adattava benissimo alla Pietra di Bismantova, che avevo sentito spesso nominare senza aver mai visitato. L'occasione si è presentata questo Capodanno, quando una serie di progetti volti ad andare ad "arrampicare al caldo" sono passati in cavalleria e ho raggiunto Matteo, Paolo e Diego per quelli che sono stati tre giorni fantastici passati tra le pareti della Pietra, le porzioni abnormi di tortelli e piatti vari di cucina emiliana, e l'ottima compagnia.

Il "battesimo" sulla Pietra non è stato proprio dei più leggeri ed il primo contatto con la caratteristica arenaria regala una sensazione di precarietà che richiede almeno un tiro per essere superata; poi, due tiri fantastici e piuttosto impegnativi portano sulla cima sfruttando un'evidente fessura della parete SE della Pietra, attraverso cui corre la Zuffa '70. Forse non proprio la via da consigliare a chi si avvicina alla Pietra per la prima volta, ma certamente una via molto bella e raccomandabile, ottima per queste giornate invernali decisamente non troppo fredde, visto anche il limitato sviluppo.

Accesso: dal piazzale ove si parcheggia salire la scalinata verso l'eremo e proseguire per il sentiero che costeggia la parete. Si passa sotto un sasso, poi si incontra un cavo metallico che si segue prima in discesa e poi in breve salita. Al termine della salita, dove il percorso continua in piano, ci si sposta qualche metro a sinistra lungo uno zoccolo (cavo metallico sfilacciato) fino alla sosta (due fittoni) dove inizia la via, in corrispondenza di un'evidente colata nera.

Relazione: via molto logica e continua su roccia che migliora salendo, come in gran parte della Pietra. La via è protetta a fittoni un po' distanziati, sicché è utile portarsi friend fino al 3BD per integrare le protezioni; bisogna dire che la fessura si presta ottimamente all'uopo. La direttrice della salita è sempre ovvia. Le soste sono su due fittoni con anelli di calata.

1° tiro: qualche metro a sinistra della sosta a prendere la fessura che non si abbandonerà più fino alla cima. 40 m, VI, VI+; undici fittoni.
2° tiro: superare un muretto ostico appena sopra la sosta, poi più facile fino ad un tratto finale difficile e da proteggere con friend. 40m, VII-, VI, VII; nove fittoni.
3° tiro: proseguire nel diedro verticale fino a quando la pendenza diminuisce ed uscire poi in cima. 40m, VI+, IV+; sette fittoni.

Discesa: seguire il sentiero verso sinistra fino ad incrociare il sentiero della Calanca che scende rapidamente e riporta verso l'eremo.
Nei giorni successivi abbiamo salito la vicina Fogli-Trebbi-Avanzolini, che ha visto il mio battesimo dell'artificiale, per iniziare l'anno nuovo con la Via degli amici, molto bella ma dove ho patito un freddo dell'accidente che mi ha rovinato buona parte del divertimento; da rifare con un clima migliore.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 26 dicembre 2012

Panettone ripieno con glassa di cioccolato

Superata la fanciullezza e caduto il mito di Babbo Natale, le feste natalizie cominciano a perdere il loro fascino e diventano vieppiù una discreta rottura di scatole. Calano le uscite in montagna, o almeno quelle meritevoli di un paio di righe qui dentro, chiudono le palestre, il clima è inclemente, e ci si deve dedicare ad attività che diano altri tipi di soddisfazioni. Tra queste - tralasciando ovvie battute - prende corpo la cucina, naturalmente di piatti "natalizi"; è così che ieri, dopo il canonico pranzo, ho iniziato a preparare un dolce per il "secondo round" del giorno di S. Stefano. Niente variazioni particolari, niente aggiunta di ingredienti bizzarri: il nipotino che avrebbe funto da giudice insindacabile non sarebbe stato d'accordo, e non avrebbe mascherato l'eventuale disappunto dietro la cortesia dei "grandi". Ho quindi tentato un esperimento farcendo un panettone con della crema e coprendolo poi con abbondante cioccolato. Credo di poter dire che l'esame sia stato superato!
L'unica cosa che non mi convince è l'aspetto solitario del panettone; ci vorrebbe una qualche decorazione, ma non mi è venuto in mente nulla di fattibile in "tempo reale". Suggerimenti al riguardo sono assai benvenuti...

Ingredienti

  • un panettone, meglio se basso, di circa 1Kg
  • cioccolato fondente: 250-300 g; se usate un panettone alto direi 400 g
  • latte: mezzo litro
  • zucchero: 125 g
  • pistacchi: 100 g, meglio se già pelati. Se sono da sgusciare, considerate un fattore due sul peso
  • farina: 40 g
  • uova: 4
  • aroma di vaniglia (di solito venduto in fialette monodose)

Preparazione

  • Scaldate il latte in un pentolino - non portate a bollore
  • Mescolate i 4 tuorli con la farina e lo zucchero (Fig.1), poi aggiungete il latte e l'aroma di vaniglia (Fig.2)
  • Fate bollire la crema a fuoco basso per una decina di minuti, sempre mescolandola, in modo da farla restringere. Lasciate raffreddare
  • Mentre la crema si fredda, sgusciate i pistacchi se necessario e passateli nel frullatore. Aggiungeteli alla crema
  • Svuotate il panettone: rovesciatelo e appoggiatelo in una ciotola di dimensioni opportune e fate un taglio circolare profondo, poi colle manine togliete la mollica dall'interno, lasciando il "guscio" (Fig.3).
  • Riempite il panettone, alternando uno strato di crema e una "fetta" di mollica. Non preoccupatevi se quando avrete finito, l'ultimo strato risulterà un po' più in basso del panettone originale; quella parte non si vede!
  • Mettete il panettone in frigo, sempre girato verso il basso. Io ce l'ho lasciato tutta una notte, ma dovrebbero bastare 5 o 6 ore. Indi toglietelo e giratelo su un piatto
  • Preparate la glassa. Se siete bravi, temperate il cioccolato; se siete apprendisti stregoni come me limitatevi a farlo fondere in un pentolino a bagnomaria, facendo attenzione a non aumentare troppo la temperatura (spezzate il cioccolato prima di metterlo nel pentolino per facilitarne la fusione)
  • Togliete il pentolino del cioccolato dal bagno e iniziate a coprire il panettone, aiutandovi con una spatola (Fig.4); se invece del panettone vi accorgete che state glassando il piatto che lo sorregge, potete sempre riutilizzare il cioccolato, rimettendolo nel pentolino. Non è una prassi ortodossa, ma funziona
  • Conservate il panettone in frigo e toglietelo un po' prima di servirlo per dar modo al cioccolato di ammorbidirsi un po', facilitando così il taglio.

martedì 25 dicembre 2012

Il riso rosso

di Leonida Andreieff
Mongini, Roma, 1905

Un vento caldo mi soffiò sulla guancia destra, barcollai furiosamente e fu tutto, ma davanti ai miei occhi, al posto del pallido viso, c'era qualcosa di piccolo, arrotondato, rosso, e da lì scorreva del sangue, come da una bottiglia stappata, come è disegnato sulle banali insegne. E in questo punto minuscolo, rosso, zampillante persisteva ancora un sorriso, una timida risata - il riso rosso.
Si dice che il motto delle ciliegie sia: "una tira l'altra". Io lo proporrei invece per i libri: non c'è niente di meglio di un libro per trovare suggerimenti per infinite altre letture. Avevo letto del riso rosso (e di molti altri) nel bel saggio di Gibelli L'officina della guerra, dove si discuteva - tra l'altro - del fenomeno delle pazzie di guerra durante la prima guerra mondiale. Il racconto di Andreev ne è, da un certo punto di vista, una descrizione ante litteram, nel contesto della guerra russo-giapponese del 1904-05. La perizia di Andreev ha dell'incredibile: pur non essendo mai stato in guerra né essendosi mai avvicinato al fronte, riesce a descriverne gli orrori con un realismo che avvince, che genera talvolta un vero e proprio (e sacrosanto!) disgusto, amplificato dalla ripetizione e dall'ossessività, diventando un pamphlet antimilitarista, dalla follia di guerra alla follia della guerra.
La prima metà del libro racconta, attraverso frammenti del diario di un ufficiale, la pazzia che pervade gli uomini che vivono perennemente sotto la minaccia della fine, l'orrore, la morte, il sangue. Ma che la guerra, pur giocando un ruolo dominante, sia la metafora di una disgregazione più grande che investe tutta l'umanità (si pensi al periodo di irrequietezza che sfocerà nella rivoluzione fallita del 1905) si capisce nella seconda metà del libro, ambientata nella città lontana dalla zona di guerra, dove la follia si fa largo attraverso l'incapacità o l'impossibilità di comprendere quel che sta accadendo, in un crescendo drammatico fino all'allucinante visione finale.
Questo riso rosso, con le sue evidenti influenze della nascente psicanalisi e l'atmosfera fin de siècle, mi pare un'introduzione interessante alle opere di Andreev, ingiustamente sconosciuto in Italia insieme a buona parte degli scrittori russi della sua generazione. 

giovedì 20 dicembre 2012

Ermanno Olmi - Il sentimento della realtà

di Daniela Padoan
Editrice San Raffaele, Milano, 2008

La realtà ci parla solo se siamo capaci di ascoltarla, di osservarla in silenzio, e allora ci dice qualcosa che non è traducibile in termini scientifici, logici o fenomenologici. Chi è in grado di raccontare il silenzio di due innamorati? È impossibile. Eppure il cinema ci dà questa possibilità: raccontare il silenzio.
Ricordo, molti anni fa, la visione de L'albero degli zoccoli, le cascine così simili a quelle che capitava ogni tanto di vedere nel paesello d'infanzia di mia madre, le analogie con i suoi racconti, il dialetto un po' oscuro a me "bergamasco di città". Ricordo come quel mondo si allontanava di anno in anno; i lavori, il paesaggio, tutto cambiava rapidamente ed il film diventava quasi testimonianza, documentario. Di Olmi ho poi visto quasi tutti i film, rintracciando qua e là questa vena, ma senza mai ascoltare direttamente la sua voce - fatta salva qualche breve apparizione televisiva. La curiosità è stata infine soddisfatta grazie a questo libro-intervista e a Matteo che me l'ha regalato.
Il libro è una felice scorribanda attraverso la visione del mondo di Olmi e la sua rappresentazione mediante la macchina da presa. Impossibile definire un vero e proprio percorso, perché la natura colloquiale del libro porta a ritornare sugli stessi argomenti in istanti diversi, illuminandoli da punti differenti. Certo, ci sono le tematiche care ad Olmi - prima di tutto il rapporto con il sacro - e ci sono le opere, ma la lettura che lo stesso regista dà alle sue opere è spesso imprevedibile e sorprendente, come sorprendenti sono gli "smarcamenti" di Olmi dalle posizioni e dai "dogmi", siano essi di natura religiosa o laica, commerciale.
Il punto di partenza del lavoro di Olmi è senza dubbio la fede, ma calata negli uomini, come è per don Gallo, per capirci (spero che i due non se la prendano per questo accostamento), una fede che deve trovare le proprie risposte da sola senza vederle calare dal cielo o leggerle nei libri (pensate a Centochiodi), e questo rende assai interessanti queste pagine anche per me, non proprio attirato dalla tematica religiosa. Ma non pensate di leggere una predica; Daniela Padoan è assai brava ad orientare la conversazione sulle opere di Olmi, dove l'amore per l'uomo supera di gran lunga quello per Dio e la dimensione del sacro si estende alla realtà, a spiegare la sua passione per i documentari. Numerosi gli aneddoti, dai rapporti con Fellini (che si innamorò - come dargli torto - de Il tempo si è fermato) e Rossellini al boicottaggio dell'Oscar a L'albero degli zoccoli, numerosi i "chiarimenti" sui film e la loro collocazione nel percorso culturale di uno dei pochi veri intellettuali di questo Paese.
Se poi vi venisse voglia di scaricare da internet qualche film di Olmi, consolatevi: il Maestro dice: "Cosa vuoi che me ne importi se uno scarica? Quello che mi interessa è che se uno scarica un mio film, probabilmente lo fa perché gli piace, e questa è una bella soddisfazione"!!

domenica 2 dicembre 2012

Ristorante Monferrato

Via Monferrato, 6
Torino

Le Commissioni di concorso sono una sonora rottura di scatole: la (giustificata) paura di arbitrii e l'amore (un po' meno giustificato) per i barocchismi formali hanno fatto sì che ora si passi gran parte del tempo a fare dell'aritmetica sul numero delle pubblicazioni e su indici vari ed eventuali di "produttività"; operazioni che hanno il merito di tentare di introdurre criteri più oggettivi di valutazione, ma che sono discretamente noiose. Ci sono poi i lati positivi, per cui io partecipo sempre piuttosto volentieri a dette commissioni: innanzitutto sono occasioni ideali per conoscere colleghi di altre sedi, e poi si vedono città, si conoscono luoghi. Così qualche giorno fa ero a Torino e la sera mi sono lasciato condurre al Ristorante Monferrato per un convincente excursus nella cucina piemontese. Locale raffinato ma non troppo, servizio discreto e menu decisamente orientato verso i sapori locali, che cambia a seconda delle stagioni. Siamo seduti nell'angolo, vicino ad un'invitante colonna di bottiglie di grappa...
Dopo un rapido assaggio di salumi (ottimo il lardo), gli antipasti prendono la forma di un tortino ai funghi e un flan di spinaci; interessanti ma non memorabili. La situazione migliora assai con il primo piatto, degli gnocchi di sairass alla fonduta (e un po' di tartufo, ça va sans dire). Tanto per capirci posso dire che il sairass è un tipo di formaggio simile alla ricotta, e che io in genere non vado matto per i formaggi: ciononostante ho divorato il piatto con mirevole dedizione! Siamo così al secondo, che non può che essere di carne fassona. Devo rinunciare alla costata - piatto per due - deplorando di non trovare "sponda" nei compagni di gozzoviglie e ripiego su un controfiletto al pepe. La carne è ottima, nulla da dire, ma la salsa di accompagnamento copre un po' troppo il sapore. Siamo così al dolce, che ci viene presentato da una graziosa cameriera su un pantagruelico carrello dal quale è difficile scegliere. Per restare in tradizione prendo un bunet, una specie di budino al cioccolato... e a questo punto temo di non farcela davvero più da tanto ho mangiato!
Nota finale sui vini: veramente ottima la carta, con particolare e meritata attenzione ai vini piemontesi. Alla fine seguiamo il suggerimento di Ivo di assaggiare un Ruché di Castagnole Monferrato 'Na vota delle Cantine Sant'Agata, vino che non conoscevo. Piuttosto interessante e da tener presente, ma forse si sarebbe potuto osare qualcosa di più...
Unico difetto di questa trasferta torinese è di non aver potuto fermarmi uno o due giorni a visitare la città; quel poco che ho visto è decisamente stimolante.

martedì 27 novembre 2012

Diedro Colnaghi e Calcaria termina

Giancarlo alla prima sosta del diedro Colnaghi
Giancarlo sul 2° tiro del diedro Colnaghi
Giancarlo sul 1° tiro di Calcaria termina
Tracciati del diedro Colnaghi (sinistra) e di Calcaria termina (destra)
Medale
Parete S


Novembre infausto, questo 2012: tra il tempo che volge spesso e volentieri al brutto e qualche "cedimento" agli amici che prediligono le uscite in falesia si è combinato poco o nulla. Sono stato quindi ben felice sabato di imboccare il sentiero del Medale diretto al diedro Colnaghi, una delle poche vie non stravolte dalla posa di fix come è ormai successo alla maggioranza di loro. Via assai breve (2 tiri) che regala una bella arrampicata, con solo uno o due passaggi un po' levigati dalle ripetizioni; peccato per la vegetazione che disturba la progressione, obbligando a piccole deviazioni per non finire infilzati dai rovi. A destra del diedro ci sono un paio di vie di 2-3 tiri che si possono abbinare, tanto per tirare l'ora di pranzo: noi siamo saliti su Calcaria termina, via storica di Ivan Guerini, proseguendo sull'ultimo tiro (duro!) di Bolli rossi.
Accesso: da Lecco verso Ballabio sulla vecchia strada; superato il borgo di Laorca, in corrispondenza di una curva a sinistra prima di un rettilineo con evidente tornante si prende a sinistra la via Paolo VI che conduce ad uno spiazzo davanti al cimitero dove si parcheggia. Da qui prendere la via di destra che conduce al bel cimitero di Laorca, si abbassa brevemente e prosegue in piano e poi in salita fino a giungere all'ex-rifugio Medale (indicazioni varie per il Medale e la via ferrata). Il sentiero prosegue e sbuca su una strada asfaltata che si segue in salita verso destra; al termine della salita si lascia la strada e si prende un sentiero sulla sinistra (indicazioni). Si supera un bivio con il sentiero di discesa dal Medale e si prende subito dopo la prima o la seconda traccia che sale alla parete verso destra. Si arriva così direttamente agli attacchi delle vie Calcaria termina o (pochi metri a sinistra) Have a nice day (scritte blu alla base). Il diedro Colnaghi parte appena a sinistra di quest'ultima.
Relazione diedro Colnaghi: la via è tutta nel secondo tiro, che sale l'evidente diedro girandogli un po' intorno per evitare la vegetazione; il primo tiro è fastidiosamente erboso. Gradi non elevati (un passo di VI-), ma chiodatura certo non abbondante. Utili friend medio-piccoli. Tutte le soste sono su due fittoni collegati con catena e anello di calata.
1° tiro: salire le rocce erbose a sinistra dei fittoni di Have a nice day fino ad un primo chiodo (allungate bene il rinvio se lo usate), dove il largo canale si chiude e a sinistra si vedono i fittoni di Fatebenefratelli. Da qui si sale a destra in corrispondenza di una radice (che io ho usato per rinviare al posto del chiodo), si esce su una specie di terrazzino e si sale ancora per rocce rotte alla sosta sotto il diedro; 45m, III, IV, V-, III, 1 chiodo, 1 cordino totalmente inaffidabile in clessidra, possibile utilizzare uno o due fittoni di Have a nice day.
2° tiro: salire a sinistra su un pulpito, seguire una fessura che porta nel diedro (due chiodi) e uscire a sinistra a prendere delle facili lame quando questo è ostacolato da vegetazione. Dopo pochi metri (chiodo) è possibile rientrare nel diedro in corrispondenza di una cengia; io ho invece proseguito seguendo una bellissima lama ad arco che riporta nel diedro più in alto. Da qui si passa sulla parete di destra (il diedro è ora infestato di rovi) ancora su lame (attenzione ad una di esse; è assai ballerina!) e si sale fino al cospetto della sosta sulla destra (passate sotto la pianta). Se sentite il bisogno di maggior protezione, è possibile evitare le ultime lame spostandosi ancora un poco a destra a prendere un fittone di Have a nice day proseguendo su quella via; VI-, V, 30m, 3 chiodi, 1 spit.
Discesa: bastano due calate in corda doppia lungo la via.
Pochi metri a destra del diedro (faccia a monte) si vede la scritta blu Calcaria T., che marca l'inizio della via. Anche qui le soste sono su due fittoni con catena ed anello di calata.
Relazione Calcaria termina: la via sale il pulpito per spostarsi poi a destra e superare un tettino finale. Arrampicata piacevole con buone protezioni; inutili friend. Direzione sempre ovvia indicata dai fittoni.
1° tiro: salire la parete spostandosi a sinistra più in alto ed uscire per rocce più facili sulla cima del pulpito; 4b, 25m, 4 fittoni.
2° tiro: salire la placca sopra la sosta e spostarsi poi a destra, salire un tratto un poco erboso fino ad un tetto che si supera sul lato sinistro per poi arrivare in sosta per placche; 5c, 40m, 7 fittoni, 1 spit.
3° tiro (di Bolli rossi): volendo proseguire si può aggiungere l'ultimo tiro della via Bolli rossi, che supera la placca ed il tetto sopra la sosta per poi proseguire per placche e rocce rotte più facili fino alla stessa sosta finale del diedro Colnaghi; 6b+, 30m, 4 fittoni. Il passaggio-chiave è tutt'altro che banale; eventualmente portatevi un cordino.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

giovedì 22 novembre 2012

I fratelli Calvi

Guerrieri alpini: i fratelli Calvi
di Alfredo Patroni, Agnelli, Milano, 1940


La conquista dell'Adamello - il diario del capitano Nino Calvi
di Marco Cimmino (cur.), LEG, Gorizia, 2009


A distanza ormai di un secolo, i luoghi della Grande Guerra si sono ingentiliti, quando non sono stati risucchiati da angoscianti periferie: il Giro della Grande Guerra si percorre con gli sci, tra una sciovia ed un bombardino (che non è arma di offesa, a parte forse per il fegato), il sacrario del Tonale è pacificamente assediato da auto parcheggiate e funge purtroppo da area pic-nic, e così via. Ma le tracce permangono; e proprio le mie prime uscite sciistiche al passo del Tonale mi avevano fatto notare i rotoli di filo spinato, i resti dei camminamenti e delle trincee, mi avevano fatto scoprire il Castellaccio, i cui baraccamenti avevo osservato in una vecchia foto di famiglia, fino allora per me enigmatica.
Leggendo della guerra bianca in Adamello non potevo non giungere ai fratelli Calvi. Forse qualcuno tra i miei concittadini, sollevando casualmente lo sguardo dal telefonino durante una vasca nel centro della Città Bassa, avrà notato il monumento a loro dedicato (un pilone portabandiera non particolarmente bello; vedi foto), ma credo che pochissimi ne sappiano qualcosa. Eppure i Calvi sono stati degli eroi, qualcosa di cui è difficile parlare oggi senza scivolare nella retorica dei valori. Quattro fratelli nati a Piazza Brembana, un paese della valle omonima, tutti arruolati negli Alpini; l'Adamello e l'Ortigara i teatri delle loro imprese. Due moriranno in guerra, uno nel 1919 nell'epidemia di febbre spagnola. Resta Nino, il maggiore dei quattro, il personaggio più affascinante, una vita quasi da film hollywoodiano.
Nino Calvi è il prototipo dell'eroe: nato nel 1887, capitano degli Alpini al Rif. Garibaldi in Adamello, organizza e conduce la campagna dell'aprile-maggio 1916 che porterà alla conquista dei ghiacciai del Mandrone e della Lobbia e delle linee di cresta Lobbia - Cresta croce - Dosson di Genova e Crozzon di Fargorida - Crozzon di Lares. Un'impresa che ha dell'incredibile per le quote a cui è condotta (tutte sopra i 3000 m) e per lo "stile": Calvi, in antitesi con la cultura militare italiana dell'epoca, capisce che in alta montagna non servono assalti in massa, ma piccoli gruppi di scialpinisti-soldati che possano cogliere il nemico di sorpresa attaccandolo su più fronti, e i fatti gli danno ragione: la conquista delle Lobbie e di Cresta Croce da parte dei diavoli bergamaschi scatenati sull’Adamello, nella tempesta e nella bufera glaciale (cit. Gadda) costa pochissimi morti (9), ed è anche merito del fratello Attilio che comanda una delle colonne di attacco. Quando il pluridecorato Giordana vorrà tentare l'attacco frontale al passo di Fargorida il 30 maggio, in pieno giorno, nella neve molle che ostacola i movimenti, ne risulterà un massacro e saranno ancora manovre di piccoli gruppi che daranno la vittoria finale agli italiani.
Insofferente della burocrazia e delle formalità, senza mezze parole anche con i superiori quando si tratta di difendere i "suoi" soldati, Nino Calvi non riceverà mai alcuna promozione - nonostante le promesse - per le innumerevoli imprese vittoriose (altro es., il Corno di Cavento). Vedrà cadere il fratello Attilio a poca distanza da sé durante l'assalto al Passo di Fargorida (da leggere qui a pag. 41 la morte di Attilio Calvi nel Castello di Udine di Gadda), sentirà della morte di Santino sull'Ortigara, nell'unica conquista italiana del 10 giugno 1917 nell'assurda Operazione K (si veda ad esempio il libro di Pieropan Ortigara 1917: il sacrificio della sesta armata), e perderà Giannino nel 1919, dopo che i due hanno combattuto insieme sul Grappa.
Dopo la guerra, Nino Calvi, solo e deluso, si dedica all'amore che gli è rimasto: la montagna (coltivato invero anche durante la guerra, con numerose prime ascensioni). Nel settembre 1920 torna in Adamello e sale in solitaria la parete nord: non ritornerà. Il corpo sarà ritrovato alla base tre giorni dopo, forse travolto da una valanga. Non è forse un finale filmico? In quale altra montagna Nino avrebbe potuto trovare requie?

Patroni ricostruisce le gesta dei fratelli Calvi, suoi compagni di lotta in Adamello, senza indugiare in analisi critiche e collo stile retorico dell'epoca (molta sovrapposizione col libro di Cavaciocchi nella descrizione della battaglia, ma è forse inevitabile); libro nondimeno interessante per i numerosi episodi riportati e per gli estratti dell'agenda di Attilio Calvi, difficilmente reperibile. Bellissimo invece il diario di Nino, scritto con bella calligrafia d'epoca e corredato di diverse fotografie, cartine e schizzi, riproposto per la prima volta in copia anastatica nel libro di Cimmino, che antepone alcuni capitoli introduttivi e ben evidenzia quale doveva essere lo stato d'animo, l'amarezza di questo "capitano in congedo" (per citare ancora Gadda) mentre lo scriveva a guerra finita.

Ora i quattro fratelli riposano nel loro paese natale, ricordati solo da qualche appassionato di vicende di un secolo fa.

domenica 11 novembre 2012

Lagrein e Aglianico

Eccomi qui ancora una volta a "piangere" due bottiglie che hanno gloriosamente lasciato la cantina adempiendo al loro dovere senza esitazioni, da nord a sud. Cominciamo dall'Alto Adige, regione fantastica e mai troppo frequentata, sia per le salite dolomitiche che per i piaceri della gola. Parlando di questi ultimi, e limitandoci ai vini, l'Alto Adige è ovviamente sinonimo di bianchi... ma non solo! Dove andare a prendere i migliori Pinot nero d'Italia se non lì? E che dire del Lagrein, il più famoso dei vitigni autoctoni della regione? Proprio il Lagrein DOC 2004 dell'Abbazia di Novacella ha accompagnato l'ennesimo week-end piovoso di questo mese di novembre. Di colore scuro come ogni buon Lagrein che si rispetti, questo 2004, una volta che lo si lascia respirare, non delude: i frutti neri si assaporano in tutta la loro piacevolezza, seguiti all'assaggio da note di liquirizia. Buono il corpo del vino, con i 6 mesetti in botte di rovere che non si fanno troppo sentire. L'Abbazia ha anche una linea "riserva", il Praepositus, che non ho assaggiato ma che guarderei con tendenziale diffidenza (18 mesi in rovere). Certo, se i vispi fraticelli agostiniani mi vorranno mandare qualche bottiglia per l'assaggio, non disdegnerò certo!
Dalle montagne dell'Alto Adige a quelle della Basilicata: se queste ultime mi sono alpinisticamente sconosciute, posso quantomeno annoverare i vini del Vulture - in particolare l'aglianico - tra i miei preferiti! Avevo assaggiato i vini della Paternoster una decina di anni fa e ricordo che - anche qui - non rimasi particolarmente colpito dal vino di fascia alta, Don Anselmo, mentre la linea "base" risultò molto più convincente, tanto che ne divenni "fedele consumatore". Ho poi conosciuto altri lodevoli produttori, D'Angelo e Martino (con un aglianico praticamente regalato), ma questa bottiglia di Aglianico del Vulture DOC Synthesi 2002 conferma - se mai ne avessi bisogno - che farò bene a non lasciar esaurire le scorte in cantina: all'assaggio si sentono subito i frutti rossi, incalzati da un netto ed inconfondibile gusto di cioccolato. Buona la persistenza e la struttura del vino; a 10 anni dalla vendemmia, l'aglianico si conferma un ottimo vino da bere "alla distanza". A voi l'assaggio, il giudizio e l'eventuale confronto.

mercoledì 7 novembre 2012

Spigolo del IV sole

Sul 1° tiro

Paolo sul 2° tiro

Sul 2° tiro

La bellissima fessura del 5° tiro

Paolo sul 7° tiro

Tracciato: parte bassa

Tracciato: parte alta

Pala del Boral - Monte Cimo
Parete E


Ricordo quando, agli inizi delle mie arrampicate, guardavo le pareti del Monte Cimo passandogli vicino sull'autostrada, e venivo candidamente informato delle difficoltà delle linee che vi salivano, numeri per me allora - e adesso - sideralmente remoti, al di là del bene e del male. Col tempo qualche linea è stata "aggredita", quelle più facili come Nato sotto un cavolo, Instabilità emotive o la bellissima Il ladro di Baghdad, ma la maggior parte ritiene testardamente un livello di difficoltà troppo elevato per un pippone come me! Un vero peccato, perché novembre è la "stagione del Brentino": vie non troppo lunghe, ben protette e su roccia buona, a bassa quota e con avvicinamento abbastanza breve. Capita così che quando vengo a sapere che in programma è lo Spigolo del IV sole mi ritrovi tra il felice ed il preoccupato, e parta con ampia dotazione di cordini d'abbandono, friend e altri aggeggi per "facilitare" la progressione. Risultato: un vergognoso "ciapa e tira" sui tre tratti di 6b e un tiro, il quinto, ben più tranquillo di quanto non sia descritto in altre relazioni. Il punto più critico secondo me è all'inizio del settimo tiro, dove c'è un bel passo obbligato per raggiungere uno spit; ci vorrebbe un cordino penzolante per i conigli come me, e sarebbe assai più utile di quello che si nota sul primo tiro! Nel complesso una bella linea, ma che mi ha fatto propendere per un reciso spostamento dei miei interessi da quelli alpinistici a quelli enogastronomici.
Accesso: se venite da ovest, uscire dalla A4 a Peschiera del Garda e prendere la superstrada per Affi; in alternativa uscire lì dalla A22 e seguire le indicazioni per Brentino Belluno (alla rotonda del casello prendere l'uscita dopo quella che adduce in autostrada e alla rotonda successiva andare a sinistra (SP11); più avanti, curva a destra (indicazioni). La strada scende, supera una Tagliata residuo di guerra, costeggia l'A22 e l'Adige. Al bivio con indicazione per il paese si attraversa un canale e si parcheggia poco dopo, in uno spiazzo davanti al cimitero. Percorrere il vialetto di accesso e attraversare a sinistra un prato con vigneti. Al suo termine, salire il sentiero (bolli gialli e rossi) che si porta lentamente verso sinistra, supera un tratto friabile e uno scivoloso con corde fisse (qui si vedono targhette metalliche con indicazione "S5" seguite da "SE" o "SBC"; sono i settori della parete) e sale zigzagando fino ad un bivio con indicazioni. Da qui a destra fino a incrociare una zona rocciosa strapiombante (bolli gialli e rossi e indicazione d'attacco della via Superjolly); poco dopo si trova la partenza (scritta alla base e piastrina metallica con il n.12).
Relazione: la via supera i tetti sulla destra per poi portarsi a sinistra sullo spigolo vero e proprio. Percorso sempre logico con protezioni a spit abbastanza buone, ma piazzate in modo decisamente bizzarro, con i tiri più facili chiodati talvolta meglio di quelli più impegnativi. Il quinto tiro, descritto come quello chiave, è il più bello della via e si supera tranquillamente con l'ausilio di uno o due friend. Nel resto della via i friend sono inutili, quindi non fate come noi, che leggendo varie relazioni siamo saliti con tanto di quel materiale da far invidia al Maestri della Via del compressore.
1° tiro: dritti ad un tettino infido, poi per placche si esce a sinistra al terrazzino di sosta; 25m, 6b, 5a, 7 spit (1 con cordino), una clessidra con cordino; sosta su due spit.
2° tiro: a destra della sosta su placca inclinata, poi salire un muretto (più facile un poco a destra degli spit) e attraversare a sinistra su bellissima placca a buchi; 25m, 6a, 9 spit, 1 sosta intermedia, 1 chiodo. Sosta su due spit, un fix e un chiodo.
3° tiro: a sinistra della sosta, dritti ad uno strapiombo, poi più facile sino alla cengia; 25m, 6b, 7 spit. Sosta su pianta con cordoni.
4° tiro: lungo la traccia a sinistra fino a doppiare lo spigolo e raggiungere la sosta vicino ad una pianta; 40m, II, passo di 4a, 2 spit, 1 cordino su pianta.
5° tiro: il più bello della via! A destra della sosta per placche fino ad uno strapiombino e alla fessura che porta in cima al pilastro del missile; 35m, 6a, 6a+, 11 spit. Sosta su due spit e cordone.
6° tiro: sul muretto in verticale fino alla sosta; 15m, 6a, 9 spit. Sosta su due spit e cordone.
7° tiro: superare lo strapiombo sopra la sosta e proseguire sul filo dello spigolo fino alla sosta sulla destra; 35m, 6b, 6a, 12 spit. Sosta su due spit e cordone.
8° tiro: proseguire lungo lo spigolo fino alla sosta; 35m, 4c, 5b, 9 spit. Sosta su due spit e cordone.
Discesa: a sinistra della sosta dell'ottavo tiro si trova una sosta attrezzata per la calata in corda doppia. Da qui si torna alla base con 4 calate lungo la via Superjolly. le prime due coprono ognuna due tiri della via (circa 40 e 50m); la terza deposita sulla cengia e con l'ultima si torna alla base.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 4 novembre 2012

Torta morbida al caffè e cioccolato

Ieri, ospite per l'ennesima volta da Amedeo, ho assaggiato un'ottima torta alle mele ed amaretti (durante il pranzo è anche misteriosamente sparita una bottiglia di Aglianico, ma su questa scriverò un'altra volta). Aggiungo che il giorno prima Matteo aveva risvegliato la sopita passione culinaria ricordandomi una torta con ricotta e cioccolato che regala sempre soddisfazioni, che oggi piove e c'è ben poco da combinare e capirete perché stamattina ho iniziato a scartabellare tra le ricette dei dolci, a partire da quelle della mia rivista e sito di cucina preferiti: La cucina italiana (faccio pure pubblicità gratis...). L'idea era di fare una torta con caffè e cioccolato, ma l'unica che vi ho trovato sembrava un po' troppo elaborata per un "rientro" dopo mesi di inattività; ho fatto quindi passare un po' di siti, ho pigliato una ricetta facile facile qui e l'ho seguita fedelmente... o quasi, visto che piccole variazioni fanno bene al cuore... e allo stomaco. È quasi una torta tenerina che utilizzava in origine del liquore al caffè. Io ho pensato che caffè e cioccolato si sposassero egregiamente con del rum, e così ho fatto. L'unico "inconveniente" del rum che non mi aspettavo è di aver addensato non poco la glassa, dando un effetto "rustico" alla torta. Niente di grave, il gusto non ne ha risentito ed il motivo più probabile è che abbia fatto qualche minchiata o aspettato troppo o troppo poco; in caso contrario... esperti di fisica culinaria, fatevi vivi!

Ingredienti:
  • uova: 6
  • cioccolato fondente: 300g. Io, amante dei fondenti extra, ho usato un 75%, resistendo alla tentazione di usare il cioccolato al peperoncino (se qualche incauto lettore lo prova, mi faccia sapere)
  • caffè: 10cl, ovvero 100g. Suggerisco di aumentare un poco la dose...
  • burro: 100g
  • zucchero: 75g
  • fecola: 40-45g
  • cacao e zucchero a velo per spolverare
  • liquore: qualche cl. Io ho usato un rum extra viejo, che ha vinto sul filo di lana contro un liquore alla liquirizia per paura di mischiare troppi sapori...

Preparazione:
  • Fate fondere a bagnomaria 150g di cioccolato con il caffè. Fate come per il "cucchiaio della teiera" per il te e aggiungete un pezzetto di cioccolato extra, che tanto resterà sulle pareti...
  • Aggiungete il burro ammorbidito, meglio se a pezzetti. Mescolate il tutto
  • Rompete le uova e mettete da parte gli albumi. Sbattete i tuorli in una terrina insieme allo zucchero, aggiungete il cioccolato fuso e la fecola. Mescolate bene
  • Accendete il forno e regolatelo sui 150°C
  • Montate a neve gli albumi con un pizzico di sale e aggiungeteli al tutto. Quello che ottengo sempre io è più simile alla neve che resta dopo una giornata di sereno che non alla "neve fresca", ma pazienza
  • Imburrate fondo e bordi della tortiera e versate l'impasto
  • Mettete in forno per 40' e togliete
  • Mentre la torta intiepidisce, mettete a bagnomaria il resto del cioccolato. Una volta fuso, aggiungete il liquore, mescolate, e ricoprite la torta con la glassa. Se la glassa rimane liquida, mettete subito in frigo per una decina di minuti; nel mio caso non è stato assolutamente necessario!
  • Spolverate con cacao e zucchero a velo
Vista la concentrazione di cacao, sia nel cioccolato che ho usato che nel velo, la glassa resterà un poco amarognola, che per me va benissimo. Se preferite qualcosa di più dolce cambiate tipo di cioccolato, evitare di spolverare o aggiungete un poco di zucchero. Grazie agli autori originali della ricetta.

giovedì 1 novembre 2012

Osteria Burligo

Patè di tordi.
Gnocchi di pane e farina di castagne con pancetta.
Punta di manzo ripiena.
Salsicciotto di maiale con purè di zucca.
Torta di nocciole e cioccolato
Via Burligo, 12
Palazzago (BG)

L'osteria Burligo è - come si suol dire - una "garanzia"; uno di quei locali dove è bello tornare di quando in quando con amici, magari non "della zona", per tenersi lontano dalla città e assaggiare qualche buon piatto senza troppi fronzoli. La cucina è rigorosamente del territorio; non v'è da aspettarsi piatti elaborati o particolarmente ricercati, bensì una scelta fra tre-quattro antipasti e altrettanti primi e secondi, molto ben cucinati e con ottime materie prime dei dintorni, e non è poco! Anche la selezione dei vini è esemplare: pur attenta alla realtà locale, vi trovano anche posto aree assai più interessanti: ottima la selezione di etichette piemontesi, vera passione dell'oste. Per questi motivi vale certamente la pena di imboccare la strada che sale le pendici dell'Albenza verso Palazzago per raggiungere la frazione di Burligo e l'omonima osteria. L'aspetto è assai informale, quasi casalingo: l'insegna è tutto fuorché troppo evidente, i tavoli hanno tovaglie bianche e sedie in legno, l'arredamento è praticamente inesistente, il menù è presentato su un foglio di carta, la figlioletta giocava nella stanza accanto a quella dove eravamo noi e gli altri avventori. Ma questo poco conta; anzi, dà un'aria di tranquillità e predispone ad un'ottimo pasto.

Nella visita del 2012 (senza fotografie) ho iniziato con un ottimo lonzino per antipasto, senza disdegnare un assaggio ai peperoni con salsa di tonno. Come primo piatto ho scelto una crema di zucca con riso nero a cui ho aggiunto una discreta quantità di pepe; piatto molto buono anche se forse un po' troppo dolce. Molto interessante anche l'orzotto ai funghi. Sui secondi ha spopolato la guancia di vitello, mentre io ho optato per uno stracotto di asino ("del macellaio di Palazzago", come ci ha detto il sempre simpatico ad affabile oste) accompagnato da un nido di polenta. Per finire, il dessert: mi sono lasciato tentare da una torta di farina di castagne, insolita e buona; un assaggio alla buonissima torta di cioccolato e nocciole mi ha fatto però dubitare della mia scelta.

Due bottiglie di Barbaresco hanno accompagnato magnificamente la cena. Per iniziare scelgo un classico: quello della Cantina produttori 2006. Sulla seconda bottiglia mi affido al titolare che mi consiglia la Cantina del pino, sempre 2006 e con cui nasce una simpatica chiacchierata sul confronto tra i due. La mia preferenza va al primo, mentre il secondo "paga" il pur breve passaggio in rovere, anche se bilanciato da una polpa più carica.

Sono poi tornato altre volte, l'ultima a dicembre 2020 per festeggiare un compleanno. Stavolta il menù proponeva antipasti di salumi e un insolito patè di tordi che mi ha subito incuriosito: veramente notevole ed assai delicato; me lo sono mangiato in men che non si dica lasciando praticamente intatti i crostini!

Anche tra i primi piatti c'è una scelta un poco insolita: degli gnocchi di pane e farina di castagne con pancetta che raccoglie l'unanimità del tavolo (e infatti di lì a poco finiranno e altri avventori dovranno indirizzarsi altrove). Sono piccoli gnocchi assolutamente saporiti che spariscono in un attimo.

Siamo ai secondi: manzo, trota, gallina,... noi proviamo una punta di manzo di Vedeseta ripiena e un salsicciotto di maiale della Valtaleggio con purè di zucca, a testimoniare l'origine locale dei prodotti. Veramente ottima la punta, accompagnata da un nido di polenta e verdure. Il salsicciotto in realtà è un cotechino, che però manca un po' della finezza che avevo trovato ad esempio da Dentella. Compensa il purè di zucca, veramente buono.

C'è ancora un po' di spazio per il dessert: una torta di nocciole e cioccolato ed una di farina gialla, che completano a dovere il pranzo.
Anche questa volta mi oriento su un'etichetta piemontese, ovvero un Carema della Cantina Produttori Nebbiolo di Carema, vino che avevo già assaggiato diverse volte al rientro dalla Val d'Aosta. Si va sul sicuro!

Il conto (dicembre 2020): 100€ per
1 antipasto
2 primi
2 secondi
2 dessert
2 caffè
1 bottiglia di acqua
1 bottiglia di vino (20 €)

Nota: purtroppo il locale ha chiuso definitivamente nel 2021. Nelle vicinanze si trovano gli ottimi ristoranti Collina e Camoretti.