domenica 31 maggio 2015

Bagliori a Pechino

Giancarlo sul 2° tiro.
Sul 3° tiro.
Giancarlo all'uscita del 3° tiro.
Tracciato della via (rosso). In rosa la via Summertime,
in azzurro la via Ruffinoni.
Terza torre dello Zucco Pesciola (Gruppo dei Campelli)
Parete N

Dopo che domenica scorsa ho compiuto l'errore fatale di andare con amici ai Magnaghi a (ri)salire la Normale al Sigaro, ritrovandomi tra orde di subumani che si sentono in dovere di dirti ad ogni piè sospinto cosa fare e cosa no, mettendo in mostra al contempo una totale incapacità di movimento sul verticale, volevo assolutamente evitare di ripetere la scena e gli annessi improperi. Quale scelta migliore dello Zuccone Campelli, e di una via non nel novero di quelle più ripetute? Visto il freddo che regna sulla N del Pesciola ed il tempo incerto, abbandoniamo presto i propositi combattivi e ripieghiamo su questa via, che ci regala un terzo tiro molto bello e qualche passaggio su roccia che richiede attenzione. Un'alternativa interessante, ma da affrontare con un po' di cautela.

Accesso: si raggiungono i pressi del rif. Lecco dalla stazione della funivia dei Piani di Bobbio o da Ceresole di Valtorta e si segue lo sterrato che sale nel vallone dei camosci. Si prende la prima deviazione a destra procedendo in piano fino ad una traccia che sale ancora sulla destra tra erba e ghiaia, più o meno all'altezza della rampa che caratterizza la Bramani-Fasana. Ci si porta nel canale che separa due torri di Pesciola, a destra dell'attacco della via suddetta, e lo si risale per qualche metro, fino ad identificare sulla destra un vecchio chiodo con cordino che marca il punto di partenza.

Relazione: via che presenta due tiri interessanti, accompagnati però da alcuni tratti su cenge e terrazzini friabili con un certo rischio di caduta sassi che rovinano un po' tutto il resto; almeno alcuni punti andrebbero ripuliti. Protezioni buone; portare eventualmente friend piccoli e medi.

1° tiro: salire sulle facili rocce a destra del canale, superare una prima sosta (serve eventualmente per la calata) e attaccare la parete di sinistra risalendo dei risalti fino alla sosta. 40 m, 3b; cinque fittoni, una sosta intermedia.
2° tiro: a destra della sosta a risalire una bella rampa-diedro, spostandosi poi a destra al termine per salire sulla cengia dove si sosta. Ultimi metri friabili. 30 m, 4b; quattro fittoni, tre chiodi.
3° tiro: puntare ai tetti sopra la sosta; superare il primo sulla sinistra, traversare brevemente in placca e uscire a destra del secondo per proseguire poi lungo una larga fessura. Un passo delicato a sinistra porta su un terrazzino friabile dove si abbandona la fessura-canale e si salgono a sinistra gli ultimi metri fino alla sosta. In alternativa si può proseguire dritti uscendo a destra del canale (buon chiodo visibile che protegge l'uscita friabile) per portarsi poi alla sosta sulla sinistra. 30 m, 5c (uno o due passi); sette fittoni, un chiodo, un cordone in clessidra.

Discesa: bastano due calate in corda doppia: la prima deposita alla base dell'ultimo tiro, la seconda - grazie all'allungamento delle corde - direttamente nei pressi dell'attacco. Eventualmente è possibile fermarsi alla sosta poco sopra, da cui si scende arrampicando.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

Pacha Mama

Matteo sul 1° tiro
Sul 4° tiro.
Sul 7° tiro.
Sull'8° tiro.
Matteo sul 9° tiro.
Sul 10° tiro.
All'11a sosta.
Teo e Andrea sul 12° tiro.
Pilastro Corsini
Parete SO


E pensare che ho rischiato seriamente di saltare questa salita! Se ricordo le infinite mail, telefonate, chat e quant'altro per trovare il "quarto uomo" (o donna) che si aggiungesse ai tre volenterosi alla "scoperta" dell'Ossola, e le relative risposte, è quasi un miracolo che alla fine ce l'abbia fatta. Il contrappasso è però dietro l'angolo: nel cambio-macchine del primo mattino dimentico il casco e me ne accorgo al parcheggio di Pontemaglio: la mia diffidenza verso il soprannaturale mi porta alla convinzione di esser vittima di qualche processo neurodegenerativo, ma decido di salire ugualmente la via, contando sulla solidità del tutto (roccia e... testa), regalandomi un po' di tensione extra durante i tiri per evitare anche piccole cadute. Ovviamente, evitate di seguire questo pessimo esempio!
Accesso: Mezz'ora circa dal parcheggio. Raggiungere Domodossola e uscire poco dopo dalla SS33 (uscita Crodo), proseguire e superare una prima frazione (Oira, dove potete far pausa-colazione)  passare una galleria e curvare subito a destra, attraversando il Toce (frazione Pontemaglio). Appena dopo il ponte c'è uno spiazzo sulla sinistra dove si può parcheggiare. Da qui si segue una strada sterrata fin quando questa si infila nel fiume. Si entra allora in un prato sulla destra puntando agli evidenti paletti a guisa di fungo che segnano il percorso del metanodotto e li si segue: su uno di questi si trova un ligneo cartello che addita la direzione per il pilastro di nostro interesse. Si entra quindi nel bosco e si segue un vago sentiero che piega verso sinistra in lieve salita, marcato con radi bolli rossi, cercando di prestare attenzione ad individuare una deviazione in piano sulla destra che conduce in breve all'attacco (scritta alla base). Se, come noi, ovviamente non la trovate subito, ricordate che poche decine di metri dopo il sentiero supera una breve fascia di roccette.
Relazione: via molto bella e varia su roccia ottima, comunque da non sottovalutare per la lunghezza e per un certo impegno richiesto in alcuni tiri. Le protezioni sono buone e piazzate sempre sui passi-chiave o più impegnativi dei tiri, ma è saggio portare friend piccoli e medi per integrarle nei tiri in fessura. Tutte le soste (tranne quella alla base del terzo e del sesto tiro) sono attrezzate con due spit; cordini un po' vecchi e maglia-rapida si trovano qua e là.
Le placche asciugano senza troppa fretta; meglio evitare di ripetere la via poco dopo la pioggia.
1° tiro: salire le facili placche fino ad un muretto che concentra le difficoltà del tiro; proseguire poi su placca (che noi abbiamo trovato bagnata e quindi tutt'altro che banale) fino alla sosta; 40m, 6a (un passo), 9 fix.
2° tiro: salire il muretto sopra la sosta e proseguire poi su facile placca fino alla sosta; 30m, 5c, 6 fix.
Da qui si segue una traccia verso sinistra che porta alla base del diedro del terzo tiro. Consiglio: togliete le scarpette!
3° tiro: salire lungo il diedro che piega poi verso sinistra, superare il muretto finale più impegnativo e raggiungere la sosta; 30m, passo di 5a, 4 fix.
4° tiro: salire lungo un camino-fessura verso sinistra, prendere una breve fessura verticale appena a destra e proseguire poi per una seconda divertente fessura fino alla sosta; 35m, 5b, 2 fix.
5° tiro: salire il facile muretto a destra della sosta e proseguire per facili placche fino ad un traliccio dell'ENEL, aggirarlo lasciandolo alla vostra destra e proseguire brevemente fino ad una pianta alla base della parete dove si sosta; 50m, 4a, 4 fix. Sosta da allestire su albero.
6° tiro: dritti su facili placchette, poi a sinistra (allungare un fix) a prendere un bel sistema di diedri e lame da cui si esce verso destra mediante una fessura che mena alla sosta; 35m, 5c, 5 fix, 1 chiodo.
7° tiro: a sinistra della sosta con traverso delicato a prendere un bellissimo diedro; lo si risale per poi spostarsi a sinistra a seguire una facile fessura fino ad un albero dopo il quale è posta la sosta; 40m, 6a+ (un passo dove la fessura del diedro si fa sfuggente), 8 fix, 1 chiodo.
8° tiro: salire verso sinistra fino alla fine del tetto, piegando poi verso destra a raggiungere la sosta; 15m, 5a, 3 fix, 1 chiodo.
9° tiro: per rocce rotte verso sinistra, proseguendo poi per rampa fino ad un masso. Oltre questo si segue un diedro-camino fino alla sosta; 25m, 6a, 6 fix (uno inutile posto 20cm sotto la sosta), 2 friend incastrati.
10° tiro: ancora per il diedro fino al suo termine; si segue poi verso destra facilmente fino alla (scomoda) sosta; 25m, 5a, 4 fix.
Spostarsi una decina di metri verso destra fin sotto un'evidente vena di quarzo (fix visibile).
11° tiro: salire lungo la vena per poi proseguire su facili placche fino alla sosta; 35m, 4a, 3 fix.
12° tiro: a destra della sosta fino alla base di un placca (saltare o allungare la protezione) che si risale per uscirne poi a destra verso la sosta; 45m, 5b, 5 fix.
13° tiro: puntare al muretto lievemente a sinistra della sosta, risalirlo fino al fix e spostarsi verso sinistra ad una sosta; indi proseguire per rocce facili fino alla vetta (libro di via); 45m, un passo di 6a, 3 fix, una sosta intermedia.
Discesa: proseguire qualche decina di metri fino ad una sbiadita freccia rossa che indica a destra; per ripidi prati si scende fino ad un traliccio ove si svolta a destra (la segnalazione del sentiero è piuttosto precaria). Ovviamente noi siamo scesi troppo e ci siamo infilati in un canale che diviene via via più ripido fino a costringerci ad una calata in corda doppia (un paio di cordini su altrettanti alberi ci hanno convinto che questa via di discesa è piuttosto frequentata), oltre la quale si scende facilmente fino a ricongiungersi col sentiero corretto che riporta allo sterrato di accesso.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

lunedì 25 maggio 2015

Direttissima Condor + Parete SudEst

Sul 1° tiro della Direttissima.
Teo sul 1° tiro.
Sul 2° tiro della Direttissima.
Tracciato della Direttissima Condor.
Partenza del 1° tiro della via alla torre Maria.
Matteo si gode il 1° tiro della via alla Parete SE
della torre Maria.
Tracciato della via alla parete SE della torre Maria.
Campaniletto + Torre Maria (Gruppo del Fungo) - Grignetta
Pareti N e SE

Anche quest'anno, dopo qualche tentativo andato a vuoto, è finalmente arrivato il momento di inaugurare la stagione della Grignetta! Evitando le proposte suicide di Paolino, puntiamo la nostra attenzione sul Gruppo del Fungo, da cui mancavo da molti anni. L'ultima volta tentai la Diretta Condor ma, arrivato al passo-chiave, fui preso da un attacco di coniglite e deviai sulla Molteni; stavolta ci riproviamo e, con l'occasione, esploriamo un'altra via pressoché dimenticata e che si rivelerà una vera chicca.
Accesso: (Direttissima Condor) raggiungere il piazzale dei Resinelli, attraversarlo fino alla chiesina e prendere a destra la via Caimi (in salita), seguendola fino al suo termine dove ci sono alcuni posti per parcheggiare (lungo la strada ce ne sono altri, se arrivate tardi). Da qui si prende il sentiero della Direttissima, si supera il caminetto Pagani e si giunge all'altezza del Gruppo del Fungo. Si segue una traccia a sinistra (c'è un cartello, ma orientato in direzione casuale...) in discesa, si supera un colletto e si scende ancora brevemente fino ad un tratto pianeggiante sotto la parete N del Campaniletto, dove è posto l'attacco (coincidente con la Normale; fittone e vecchio friend incastrato visibili).
Relazione (Direttissima Condor): via breve, ma molto bella, senza particolari difficoltà tranne un passo nel secondo tiro che richiede un minimo di decisione. Chiodatura buona e sicura, ma non siamo in falesia; portare eventualente un paio di friend per maggiore conforto.
1° tiro: si sale in corrispondenza della fessura della via normale, su roccia un po' unta, fino a raggiungere un primo terrazzo con una catena; si prosegue verso destra superando un muretto e una rampa inclinata con una fessura fino alla sosta; 25m, 4c, 4 fittoni, 1 chiodo, un friend incastrato alla partenza. Sosta su due fittoni.
2° tiro: in verticale sopra la sosta a raggiungere un fittone, allungarsi su una buona presa ed uscire su una specie di cengia inclinata, oltre la quale si prosegue su parete esposta ma assai più facile fino alla sosta; 30m, 6a, 4a, 3 fittoni, 2 chiodi. Sosta su due fittoni con catena ed anello di calata.
Discesa: una singola calata da 60m deposita alla base della parete.
Accesso (Parete SE): la torre Maria è quel tozzo torrione che resta sulla sinistra del sentiero quando si è praticamente arrivati al gruppo del Fungo, più o meno all'altezza della Portineria. Per raggiungere l'attacco della via si valica il colletto dell'itinerario precedente e si abbandona la traccia di sentiero scendendo a sinistra costeggiando il torrione (fare attenzione!). Si passa sotto una zona di rocce giallastre e si giunge al fittone resinato di partenza (sosta un po' scomoda su ripido prato). Risalendo invece dal Campaniletto conviene forse attraversare verso destra i ripidi prati all'altezza di un alberello (attenzione a non finire nel canalone dei Piccioni).
Relazione (parete SE): via molto bella su roccia ottima, praticamente sconosciuta ai frequentatori della Grignetta. Successiva alla guida CAI di Pesci, citata senza nomi degli apritori sulla guida di Corti, presenta un bellissimo primo tiro con un'impegnativa sezione iniziale per adagiarsi poi su gradi più tranquilli. Chiodatura ottima nel tratto impegnativo e distante sul facile; portare eventualmente friend per integrare.
1° tiro: attraversare a destra restando bassi fino ad un gradone erboso, risalire la parete e spostarsi verso sinistra a prendere delle lame rovesce fino ad un buon appiglio. Indi in verticale e poi su rocce più facili fino ad un resinato ove ci si sposta a sinistra e si risale un tratto facile su roccia fantasticamente lavorata fino alla sosta in una specie di nicchia. 35m, 6b, 5a, III; 5 fittoni. Sosta su due fittoni.
2° tiro: a destra della sosta a salire una paretina appoggiata per proseguire in piano fino alla sosta. 15m, III+, I. Sosta su due fittoni.
3° tiro: superare il muretto sopra la sosta e per rocce facili raggiungere la cima dove si sosta. 10m, 4c; 1 fittone. Sosta su un fittone.
Discesa: proseguire oltre il fittone scendendo sul lato opposto rispetto alla salita fino a raggiungere un gruppo di evidenti cordoni un po' datati con maglia-rapida. Una calata da 60m deposita nei pressi del sentiero, poco a monte del punto di attacco.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 15 maggio 2015

Bergamo-Milano Lambrate: ritardi marzo-aprile 2015 (2608/10809)

Ritardi all'arrivo e alla partenza (BG-Lambrate) nel bimestre
marzo-aprile 2015 per i treni 2608 e 10809.
Ritardi all'arrivo e alla partenza (BG-Lambrate) nel periodo
gennaio-aprile 2015 per i treni 2608 e 10809.
Correlazione tra ritardi in partenza e in arrivo per i treni in
questione. Dati gennaio-aprile 2015.
Rieccomi dopo un paio di mesetti di ulteriore raccolta dati relativi ai ritardi di quella specie di azienda cui è assegnato - con affidamento diretto senza gara, tanto per scongiurare il pericolo che qualche altro vettore possa fornire un servizio meno indecente - il destino dei treni pendolari lombardi. E visto che circa un mesetto fa qualcuno in cotal azienda buttava lì una presunta puntualità dell'88% (non ridete, è riportato qui!), vediamo cosa dicono questi oggetti incomprensibili che alcuni chiamano numeri.
Metodologia di raccolta dati e spiegazioni varie ed eventuali sono riportati nel primo post di questa "serie", relativo a gennaio-febbraio 2015, e ve le risparmio (è d'uopo però un ringraziamento a Raffaele per l'aiuto nella raccolta dati durante una settimana di mia assenza). La distribuzione cumulativa dei ritardi nelle prime due figure a sinistra (relative ai treni 2608 e 10809) ci ricorda che non basta raccontare un storiella per farla diventare realtà: anche considerando come parametro il ritardo entro 5 minuti (comicamente definito "puntualità"), si vede che l'obiettivo è raggiunto solo 2 volte su 3, e l'unica nota positiva di questo bimestre è stata la mancanza di cancellazioni del treno pomeridiano delle 17:49, ragion per cui i relativi ritardi sono "limitati" ad una ventina di minuti nel caso peggiore, a cui si deve aggiungere un lieve miglioramento nella puntualità mattutina.

I dati cumulativi da inizio anno non si discostano in maniera drammatica dalle curve del primo bimestre: il 2608 - udite udite - incrementa dal 50% al 60% la frequenza dei treni su cui il tempo buttato via è compreso nei canonici 5', mentre il 10809 persevera con invidiabile pervicacia a collezionare ritardi vergognosi, in buona parte dovuti al patetico girotondo nel quartiere della Bovisa.

Per concludere questa esposizione di risultati che fanno guardare con invidia alla Rocket di George Stephenson, le due ultime figure mostrano la correlazione tra ritardo in partenza e in arrivo (ho tralasciato per carità di patria i casi con ritardi in partenza superiori a 20'). La linea indica i punti ad eguale ritardo: sotto di essa il treno recupera un po' di ritardo nel tragitto BG-Lambrate o viceversa, sopra di essa accumula ulteriore ritardo. Lasciamo perdere il treno della mattina, cronicamente abbonato ad accumulare ritardo durante il percorso, e vediamo l'altro: entro 5' di ritardo in partenza (o poco più) si hanno ancora ragionevoli possibilità di recuperare; passato tale intervallo di tempo potete iniziare a scrivere l'ennesimo reclamo a Trenord, ovviamente come sfogo personale destinato a non trovare risposta: pare che i suddetti signori siano troppo impegnati a far arrivare i treni in ritardo per spiegare al volgo i trucchi del mestiere.

martedì 21 aprile 2015

Marzemino Trentino DOC 2011 Letrari

Qualche settimana fa Salvatore, mio sodale in svariate degustazioni (meglio note come vagabondaggi etilici), lamentava come la sezione gozzoviglie di questo ricettacolo di amenità stesse abbandonando gli aspetti enologici per accogliere solamente torte. Premesso che c'è un "esperimento" di Sachertorte su cui mi devo decidere a scrivere qualche riga, raccolgo la sollecitazione e rispondo con una segnalazione recente, frutto degli ultimi acquisti in Trentino, figli a loro volta delle visite dovute alla stagione di arrampicate in Valle del Sarca. Certo, i vini in questione sono ben difficilmente reperibili a Glasgow, Scozia, lasciando il mio interlocutore... a bocca asciutta, ma li terrò da parte per il nostro prossimo incontro.
Siamo quindi in Trentino. E in questa terra bellissima, a parte i Trento DOCG, cosa si può bere di meglio del Marzemino? Lasciamo stare Mozart e quel simpatico libertino che fu Lorenzo da Ponte, e ammiriamo le morbide colline della Vallagarina, dallo sbocco nella pianura padana fino a Rovereto, dalle pareti del Monte Cimo su, su fino alle Piccole Dolomiti. E un po' ovunque i vigneti, compagni inseparabili. Il vino che nasce da questi terreni non può non portarne le caratteristiche, un gusto armonico, delicato ma austero allo stesso tempo, morbido ma non sdolcinato. Bel colore rubino, sapori di viola e frutti rossi, da bere giovane, a differenza di quello che faccio di solito.
Della stessa cantina ho assaggiato il Maso Lodron, un taglio bordolese che passa per piccole botti di rovere e che non riesce ad appassionarmi: per carità, il legno non si sente troppo, ma il vino è decisamente meno interessante del Marzemino, che si limita a vasche di acciaio e bottiglia. Questione di gusti...

venerdì 17 aprile 2015

Ego trip (o l'importanza di un paio di scarpette)

Matteo sul 1° tiro.
Sul 4° tiro.
Matteo sul 5° tiro.
Sul 6° tiro.
Sul 9° tiro.
Matteo sul 9° tiro.
Sul 10° tiro.
Mandrea - Valle del Sarca
Parete E


Da qualche settimana avevo notato che le mie fide five-ten, acquistate solo un annetto fa, cominciavano a denotare tracce non trascurabili di usura. Così sabato decido di utilizzare il paio "di riserva", quelle usate per gli allenamenti sulla plastica, ragionevolmente convinto che la marca delle scarpette non fosse un fattore così importante. Errore fondamentale! Perdo sensibilità nei passi di aderenza, arrampico malissimo, scaricando tutto sulle braccia come se fossi tornato indietro di dieci anni. Sul passo-chiave faccio un paio di voletti - per fortuna brevi e senza conseguenze - prima di trovare la soluzione; metà del piacere di percorrere i bei tiri di questa via se ne va. Morale: le scarpette contano eccome, e se ripetete questa bella via non dimenticatelo!
Accesso: da Arco di Trento seguire le indicazioni per Laghel. La strada sale seguendo le pareti della Rupe Secca e giunge ad un bivio con una chiesetta bianca. Da qui si prende la strada che sale ripida a sinistra che diviene sterrata, si supera una prima curva ad angolo retto sulla destra e poco dopo, in corrispondenza di una seconda, si notano sulla sinistra un crocefisso ed una fontana. Si lascia l'auto sulla curva o pochi metri prima e si prende la stradina sulla sinistra, seguendola fin sotto la parete. Si prosegue poi per sentiero costeggiando la parete verso destra, si superano gli attacchi di Romantica e Sudomagodo (scritte) fino alla scritta che marca gli attacchi de Le fiabe di Laghel e Ego trip.
Relazione: via che alterna placche e brevi tratti verticali, regalando un'arrampicata sempre divertente e di soddisfazione. Protezioni sicure a fix, ottime nei tratti più impegnativi (ma con un passo obbligato nel 7° tiro) e più distanti nei tratti più facili; inutili friend e altri parafernalia. Roccia ottima; grado obbligato 6a+ (un passo).
1° tiro: salire i primi gradoni e spostarsi verso destra lungo la placca, 40m, 5b; sette fix. Sosta su due fix.
2° tiro: appena a destra della sosta a risalire per rocce facili fino ad un muretto che mena ad una cengia. Si attraversa poi verso destra fino alla sosta; 30m, 5b; otto fix. Sosta su due fix.
3° tiro: salire il diedro fessurato e spostarsi verso sinistra; superare poi un breve strapiombo e per rocce ed erba raggiungere la sosta; 30m, 5c, 6a+; dieci fix con tre cordoni. Sosta su due fix.
4° tiro: salire a sinistra per un muretto fessurato a prendere una bella placca in aderenza che porta ad un muretto verticale più impegnativo. Quando la pendenza diminuisce si trova la sosta sulla destra; 30m, 5b, poi 6a (forse passo di 6a+); nove fix. Sosta su due fix con cordino.
5° tiro: salire per placca appoggiata fino ad un muretto finale che porta alla sosta; 35m, 5a, 6b; dodici fix. Sosta su due fix con cordino.
6° tiro: a sinistra della sosta con un passo delicato, poi in verticale e in obliquo verso sinistra seguendo un sistema di fessure; 20m, 6b+, 6a; otto fix.
7° tiro: si sale facilmente verso sinistra sino ad un passo obbligato in traverso (nell'esile fessura orizzontale entra uno 0.4BD ma con scarsa tenuta - parlo per esperienza!) oltre il quale si prosegue in verticale fino alla sosta sulla destra; 30m, passo di 6b+; nove fix. Sosta su due fix. Per facilitare il passo-chiave ci si può alzare sopra la fessurina orizzontale fino a prendere una buona presa nascosta nell'erba, per poi rinviare bilanciandosi sul piede destro. Resta comunque un passo tutt'altro che banale. Sosta su due fix.
8° tiro: a sinistra della sosta con passo in placca a prendere una buona presa per poi proseguire con l'aiuto di alcune fessure fino ad un terrazzo. Qui si sale verso destra per rocce facili fino alla sosta; 35m, 6a, 4a; nove fix. Sosta su due fix.
9° tiro: si prosegue per una bella placconata attraversando poi verso destra fino alla sosta; 35m, 5c, 6a; dodici fix. Sosta su due fix con cordino.
10° tiro: a destra della sosta a risalire una placchetta e un muretto per poi uscire su rocce rotte; 40m, 5c, 5a; dodici fix. Sosta su albero con vecchio cordone (da non usare).
Discesa: seguire la traccia fino ad incontrare una strada che si segue verso sinistra (sud, direzione Laghel) e prendere ancora a sinistra ad un bivio più avanti (bolli bianchi e rossi su albero). Il sentiero si riporta sul versante di partenza e scende verso la strada. Tenendo ancora la sinistra ad un bivio in corrispondenza di un pilone ENEL ci si ritrova sullo sterrato ed in breve al parcheggio. 1h circa.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 7 aprile 2015

Patata bollente

Simone sul 3° tiro.
Alberto e Daniela su Topo bianco.
Tracciato della via (verde). In rosso la via Nulla al caso,
in azzurro la Bega.
Corma di Machaby
Parete S


Se un po' di anni fa mi avessero parlato de La patata bollente il mio immaginario sarebbe subito andato al "mitico" film di Steno del '79 con un Pozzetto compagno "duro e puro" e una bellissima Edvige Fenech. Oggi, dopo l'uscita di sabato alla Rocca di Baiedo, dove mi sono finalmente deciso a calcare le placche di Solitudine, mi ritrovo invece non con Edvige, ma con la più algida roccia di Arnad, mezzo addormentato per il furto di sonno dell'ora legale. Il numeroso manipolo di lombardi si disperde tra Bucce d'arancia e Topo bianco mentre io e il prode compagno di cordata proseguiamo qualche metro a dare un'occhiata a questa Patata bollente, tanto per restare in contatto visivo con gli altri. Via piacevole caratterizzata da un bel terzo tiro in fessura (portare eventualmente un paio di friend medi) con chiodatura tipica di questa parete, ottima ma che costringe a passi obbligati di 6a. Buona alternativa alle molto più frequentate vie dei dintorni. Certo, la Fenech del '79 era tutta un'altra cosa...
Accesso: uscita Pont-San Martin dell'autostrada TO-AO, poi a sinistra verso il forte di Bard, superato il quale appare la Corma di Machaby. Parcheggiare nell'apposito spazio al cospetto della Corma in corrispondenza di una lieve curva a sinistra della strada. Salire il bel sentiero, attrezzato con corde fisse in alcuni tratti (meno che nell'unico punto dove sarebbero veramente utili, una placchetta spesso bagnata), fino alla parete in corrispondenza della targhetta della via Bucce d'arancia. Proseguire verso destra, superare l'attacco di Topo bianco (scritta e cordate presenti alla base) e raggiungere subito dopo un terrazzino dove partono il Diedro Jaccod e la via in questione.
Relazione: c'è chi dice che le vie del Paretone sono tutte uguali. Seppure un po' esagerata, l'affermazione ha una sua validità, ma qui è almeno necessario eccepire che il terzo tiro in fessura è decisamente bello e non comune su questa parete, aggiungendo che anche il muretto del sesto tiro presenta un passo interessante. La linea segue la direttiva di una strisciata nerastra nella parte bassa mentre la parte alta, come spesso avviene, è un po' più amorfa e perde individualità, ma bisogna sapersi accontentare. Soste attrezzate (due fix con catena ed anello di calata) e fix presenti ai tiri; chiodatura buona, ma con passi obbligati. Possibile utilizzare uno o due friend medi per la fessura del terzo tiro.
1° tiro: si sale la placca con un passo delicato e si raggiunge la sosta dove la via incrocia il Diedro Jaccod. 20m, 5c (passo), sette fix.
2° tiro: si sale appena a sinistra della sosta per poi rientrare e proseguire in verticale lungo la striscia nerastra, spostandosi lievemente a destra prima della sosta. 25m, 6a, otto fix.
3° tiro: a destra a risalire una fessura, spostarsi a sinistra (delicato) quando questa diviene sfuggente a prendere una seconda lama che si risale brevemente per traversare ancora a sinistra verso la sosta. 20m, 6a+, otto fix. Tiro-chiave della via.
4° tiro: dritti per placca lavorata con buone prese e traversino finale prima della sosta. 30m, 5b, otto fix.
5° tiro: ancora dritti lungo placche lavorate, facendo attenzione ad una lama che "suona" in maniera sospetta e rischia di cadere dritta sulla sosta. Nei pressi della cengia NON andare a sinistra verso un'evidente sosta (di Topo bianco), ma proseguire dritto (stando a destra della vegetazione) fino a raggiungere una sosta; continuare indi per placchetta fino alla cengia che conduce alla sosta. 55m, 5a, nove fix + una sosta intermedia dopo 35m.
6° tiro: a destra si vedono i fix di Topo bianco; la linea sale invece il muro verticale con un paio di passi delicati su esili tacchette (ben protetti) per poi proseguire su terreno più facile fino alla sosta. 35m, 6a+ (un paio di passi), dieci fix.
7° tiro: superare un muretto ben appigliato e proseguire su placche. 40m, 5a, nove fix.
8° tiro: ancora per placche fino a che la pendenza non diminuisce. 35m, 4c, cinque fix.
9° tiro: proseguire dritti ignorando l'uscita di Topo bianco sulla destra, superare una paretina in corrispondenza di una fessura ben appigliata e per facili placche raggiungere la sosta. 45m, 4c, tre fix.
Discesa: evitare la calata in corda doppia e seguire il sentiero che piega a destra e porta verso il borgo di Machaby. Attraversare il borgo e tenere la destra fino ad andare a prendere un sentiero che si dirige ancora verso destra in direzione della Corma. Qui parte un sentiero attrezzato che si ricongiunge a quello utilizzato nella salita. In alternativa si prende a sinistra giunti al borgo, si supera il Santuario e si scende su comoda mulattiera contornando la parete della Corma fino al parcheggio di partenza.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 22 marzo 2015

Bergamo-Milano Lambrate: ritardi gennaio-febbraio 2015 (2608/10809)

Ricordo di aver visto, un po' di mesi fa su un treno, una scritta enigmatica: qualcuno aveva sostituito, nel nome della società che gestisce (ehm...) il trasporto ferroviario regionale, le due lettere corrispondenti alla sigla automobilistica di Novara con quelle relative a Messina. A tutt'oggi resta insoluto il dilemma sulle reali intenzioni del burlone, chi propendendo per un auspicio all'estensione nazionale - isole comprese - dei proverbiali (dis)servizi di cui sopra, chi vedendovi un gesto in funzione anti-leghista, chi ancora puntando ad arcane implicazioni scatologiche. Invero, indecenti ed irriferibili paragoni sulla qualità del servizio e sulla dedizione all'opera dei salariati ferroviari di ogni ordine e grado echeggiano da mane a sera senza requie negli stanchi e traballanti vagoni, unico palliativo balsamo degl'inermi ed angariati viaggiatori.
Ma qual è la verità? Servizio "ottimo e abbondante" e viaggiatori insoddisfatti per principio o minuti, ore, giorni di vita buttati sulle massicciate ferroviarie? Colto da improvvisa quanto insana curiosità, ho iniziato a raccogliere qualche dato ad inizio 2015, dati che ora hanno una certa significatività e si possono presentare. Finché resisterò, tenterò di aggiornare periodicamente la situazione.

Dati raccolti
I dati sono relativi alla tratta Bergamo-Milano Lambrate, che percorro per mia somma sventura ogni giorno ormai da tempo immemore. In particolare i treni in esame sono:
Andata: treno 2608 - Bergamo 8:02, Milano Lambrate 8:41;
Ritorno: treno 10809 - Milano Lambrate 17:49, Bergamo 18:28;
Orario di partenza: definito come l'istante di chiusura porte prima della partenza;
Orario di arrivo: definito come orario di apertura porte alla stazione di arrivo;
Quantizzazione degli orari: minuto primo.

L'elaborazione (invero elementare) dei dati è descritta più avanti per non tediare l'incauto lettore; di seguito i risultati, rappresentati in termini di probabilità cumulativa (o funzione di ripartizione), ovvero dell'integrale (sommatoria) della densità di probabilità. Per farla breve, se in una curva in corrispondenza di un certo ritardo, ad es. 10 minuti, leggete 60% vuol dire che il treno arriva entro 10 minuti di ritardo il 60% delle volte. Se tutti i treni fossero in perfetto orario, la curva si ridurrebbe ad una retta verticale (il 100% dei treni arriva con ritardo pari a zero), mentre più la curva è inclinata, maggiore è la varianza, ovvero la dispersione degli istanti di arrivo. Chiaro? Spero di sì; comunque leggendo ci si dovrebbe familiarizzare velocemente con questo concetto e apprezzarne (credetemi!) la praticità...
Fig.1: ritardi all'arrivo.
Fig.2: Ritardi alla partenza.
Risultati
Il dato più importante è naturalmente il ritardo maturato all'arrivo, rappresentato in Fig. 1. Il treno delle 8.02 si comporta con una... onesta indecenza, arrivando in orario solo il 5% delle volte e aprendo le porte delle sconquassate carrozze sistematicamente in ritardo. Il valore mediano (ovvero al 50% di probabilità) del ritardo è di 5 minuti ed il massimo ritardo riscontrato è di 12 minuti.
Questa situazione, già disarmante per un percorso della durata nominale di 39', diviene tragicomica col treno delle 17.49. Questo treno, infatti, si comporta meglio di quello del mattino due volte su tre (la curva rossa è spostata più a sinistra di quella azzurra nella sua parte bassa), ma il restante 35% circa dei viaggi è scandalosamente inaccettabile: qui i ritardi salgono a valori di 15-20' per arrivare ad una buona mezz'ora nel 6% dei casi (corrispondenti in sostanza alle giornate di cancellazione del treno - ovviamente senza preavviso, ma questa è un'altra storia).

Può essere interessante dare un'occhiata anche ai ritardi alla partenza, per valutare se il treno sia già messo male prima ancora di iniziare il viaggio oppure se ci metta del suo lungo il tragitto. Questi dati sono in Fig. 2, sempre in forma cumulativa. Nel caso dell'8:02, la differenza è piuttosto marcata: partenza precisa il 50% delle volte e entro un paio di minuti l'83%, ad indicare che quel che non funziona avviene perlopiù durante il tragitto. Il 17:49, come ben sanno gli habitué, arriva invece a Lambrate già malmesso, partendo in orario solo nell'8% dei casi. Non mi sono preso la briga di raccogliere (via internet, vedi dopo) i dati della partenza da Porta Garibaldi dello stesso treno, quindi non so dire se il treno parta già in ritardo da Porta Garibaldi o si appisoli nei circa 20' del tragitto fino a Lambrate. A occhio, non escluderei alcuna delle due ipotesi. Prossimamente pubblicherò anche le figure con la correlazione tra ritardi di partenza e arrivo.

Commento
Ritorniamo alla Fig.1: la curva dell'8:02 è una ragionevole approssimazione - vista la quantizzazione - di un comportamento gaussiano, che è quello che ci aspettiamo nel funzionamento "normale": di fatto ci dice che il ritardo è dovuto ad una serie di fattori scorrelati che si compongono (ritardo di altri treni e conflitti sulla linea, rotture/guasti, appisolamento,...) e che quindi una diminuzione della varianza deve operare su fronti diversi (rete, treno, ritardo pagato come straordinario, ecc. ecc.). La curva del 17:49 presenta invece un corpo circa gaussiano da cui emerge una corposa "coda" che coinvolge un viaggio su tre e che segnala un comportamento anomalo. A guardar bene, si vedono poi due "gruppi" di ritardi, uno sui 15-20' e uno sulla mezz'oretta. L'ultimo corrisponde alla cancellazione del treno, il primo non saprei dire. Resta comunque ovvio che questi sono i punti principali su cui lavorare.

È poi d'uopo un commento sui famigerati "5 minuti" di ritardo entro cui il treno è definito "puntuale" dai gestori. Sarebbe interessante capire da dove viene questo parametro (che per le ferrovie svizzere è di 3'), ma basterà ricordare che 5' su 39 di viaggio sono il 12.8%, che mi pare una percentuale assurdamente alta. Una tolleranza al 5% porterebbe tale limite a 2', assai più ragionevole in questo caso. Volendo, ci sarebbe anche da disquisire sul calcolo "complessivo" della puntualità, che non tiene conto della clientela: se un treno da 600 persone arriva in ritardo ed uno da 20 persone in orario, la puntualità secondo le ferrovie è del 50% mentre il valore reale è di 20/620=3%. La puntualità dev'essere definita sulla clientela, non sui treni!

Infine, la risposta alla domanda iniziale: quanto tempo si butta via per colpa di Trenord? I minuti totali di ritardo che risultano da questi dati sono 280 a gennaio e 243 a febbraio, più di 4 ore al mese. moltiplicate queste ore per le migliaia di pendolari (centinaia di migliaia in tutta la Lombardia, dove i dati non saranno tanto diversi), moltiplicate il risultato per il famoso costo del tempo e si avrà un'idea del danno economico provocato!

Elaborazione dati
A conclusione, spendo due parole su un paio di criteri utilizzati nella raccolta. Il problema (più concettuale che reale, visti i numeri in gioco) è il ritardo (o anticipo) dell'orologio del mio telefono cellulare, che potrebbe generare un offset rispetto all'istante reale di partenza e arrivo, falsando la rivelazione dei ritardi. Per correggere la differenza ho adottato la procedura seguente: un treno può arrivare in anticipo, ma non dovrebbe mai partire in anticipo sull'orario ufficiale; al più parte puntuale. Ho quindi supposto che il minimo orario di partenza da me misurato coincida con l'orario ufficiale, ricavando la correzione da apportare ai dati. Stiamo così implicitamente assumendo che i treni siano partiti puntuali almeno una volta nel 2015, ma diamo fiducia a Trenord almeno su questo! La correzione che così si ricava è piuttosto contenuta e non influenza significativamente i risultati.
Per i pignoli, resterebbe ora il problema della deriva dell'orologio del mio cellulare, ovvero la variazione delle caratteristiche nel tempo. Qui l'effetto dovrebbe essere una lenta variazione degli istanti misurati di partenza, fenomeno che ad ora non si è verificato; quando sarà il caso, provvederò.
Resta infine da discutere l'effetto della quantizzazione, che porterebbe a traslare tutti i dati di mezzo minuto per compensare il valore medio dell'errore (questo elementare concetto sembra sconosciuto ai ritardi indicati sui tabelloni, che peccano - ovviamente per difetto - di 2.5', ma anche questa è un'altra storia). Tuttavia (crepi l'avarizia!) ho deciso di "regalare" il mezzo minuto rimanente a Trenord e tutti i ritardi misurati con la procedura precedente sono diminuiti di 1 minuto; questo è il motivo per cui si osservano partenze anticipate (di un minuto) nella Fig. 2.

Dati mancanti: nei rari casi in cui non ero presente sui treni in esame (una o due volte al mese), ho attinto ai dati giornalieri reperibili qui. Tali dati sono in genere più favorevoli rispetto a quel che rilevo io (ma con differenze sempre dell'ordine del minuto primo), ma la discrepanza potrebbe dipendere dal tipo di rilevazione: l'orario di arrivo indicato da Trenord potrebbe essere semplicemente quello di ingresso in stazione e non corrispondere esattamente all'apertura porte. Lascio al lettore valutare quale dei due sia più significativo; finora comunque non si sono verificati casi patologici in cui i viaggiatori sono rimasti rinchiusi nel treno fermo in stazione!

giovedì 19 marzo 2015

Minuetto a Ceniga

Teo sul 1° tiro.
Sul 3° tiro.
Sul 5° tiro.
Teo sulle placche del 5° tiro.
Sul 6° tiro.
Teo sul 6° tiro.
Sul 7° tiro.
Teo sul 7° tiro.
Tracciato della via.
Coste dell'Anglone - Valle del Sarca
Parete E


"Ti è mancata la Valle, eh?"
La frase, accompagnata dallo sguardo un po' sornione di Teo, mi accoglie mentre giungo in sosta e scruto la parete verticale che mi attende. Non rispondo; del resto un mezzo sorriso è più che eloquente: è da ottobre che non metto piede in Valle del Sarca e... sì, un po' mi è mancata! Per la "ripresa" scegliamo una via plaisir, ben protetta, gradi abbordabili, su roccia ottima. Bella e continua sui tiri centrali, ha un unico inconveniente: i tiri finali, facili ma su roccia che non si può definire altro che discreta, che rovinano un po' il piacere della salita. Mi direte che in Sarca le vie sono spesso di tal fattura, ed io risponderò: appunto! Ma la Valle è sempre la Valle, regala sempre soddisfazioni e non si può starne lontani a lungo!
Accesso: da Arco verso nord, prendendo poco dopo la deviazione a sinistra per Ceniga (indicazione). Si parcheggia poco dopo sulla destra, si torna brevemente indietro  e si prende la strada a destra che supera il Sarca con un ponte (possibile parcheggiare anche qui, poco oltre sulla sinistra). Si prosegue verso destra fino all'altezza di due panchine dove si segue una traccia che risale il faticoso ghiaione portandosi sotto la parete ed incrociando il sentiero che ne percorre la base (possibile alternativa di salita). Si prosegue brevemente verso destra superando l'attacco di Luna calante (scritta) fino ad una breve discesa dove si notano degli spit e una vaga scritta pressoché illeggibile dalla quale si può intelligere il nome della via.
Relazione: pressoché inutile, poiché il percorso è sempre indicato dagli spit (con l'eccezione di un tratto del 4° tiro). La via è ottimamente protetta tranne che sugli ultimi due o tre tiri, dove possono essere utili uno o due friend medi per proteggere alcuni tratti. Vista la chiodatura decisamente generosa dei tiri sottostanti si fa un po' fatica a comprendere la ragione di questa scelta, ma tant'è. Anche le soste sono certamente sicure, ma attrezzate con spit ben più vecchi di quelli presenti in via. Grado obbligato: 6a, ma un minimo di dimestichezza col 6a+ si permette di godervi veramente la via!
1° tiro: risalire una placchetta con passo delicato verso sinistra, poi per rocce rotte e gradoni verso destra fino alla sosta; 25m, passo di 6a; otto spit.
2° tiro: appena a destra della sosta a risalire un muretto e una breve placchetta che porta ad una cengia. Spostarsi a sinistra (passare sotto l'albero) e salire indi alla sosta; 20m, passo di 5b; sei spit. Sosta su due spit.
3° tiro: salire la breve lama e attraversare a sinistra fino ad un pilastrino che si risale sul suo lato sinistro (attenzione a scaglie giallastre instabili sulla destra), per poi attraversare verso destra e raggiungere la sosta; 15m, 6a+ continuo su pilastrino e traverso; otto spit. Sosta su due spit con anello e fettuccia.
4° tiro: salire le rocce a sinistra della sosta, non spostarsi ancora a sinistra ma proseguire dritto in direzione di una pianta. Per placchette si giunge ad un terrazzo con albero (possibile sosta) e si prosegue per rocce rotte fin sotto la parete verticale; 40-45m, 5a; sei spit + un cordone su pianta. Sosta su due spit con anello e cordone.
5° tiro: a destra della sosta a risalire un muretto (attenzione ad un sasso instabile) ed un diedro, per spostarsi poi verso sinistra su placche più facili fino alla sosta in corrispondenza di una grossa lama; 30m, 6a+ (uno o due passi), poi 6a; nove spit. Sosta su due spit con anello e cordino.
6° tiro: Superare un muretto e raggiungere una breve placca, spostarsi a sinistra a doppiare un vago spigolino e proseguire per un diedro fessurato fino alla sosta; 25m, 6a+, passo di 6b verso sinistra (6a+ se si resta un po' alti su buone prese), poi 5c/6a; otto spit. Sosta su due spit con anello e cordino.
7° tiro: dritti verso il tetto sovrastante, poi spostarsi a destra e proseguire in traverso molto esposto (secondo me il passaggio-chiave della via) fin quasi al termine del tetto, dove si rimonta il breve strapiombo e si giunge in sosta; 25m, 6a+, forse passo di 6b all'inizio del traverso; nove spi, un chiodo. Sosta su due spit con cordone.
8° tiro: risalire un diedro fessurato con infido passo iniziale (attenzione ad un masso instabile sulla destra), poi più facile; 15m, passo di 6a+, poi 5a; quattro spit. Sosta su due spit con cordone.
9° tiro: salire le placche fino all'altezza di una cengia dove si attraversa a destra; 35m, 4a; due spit, un cordone in clessidra, un cordone su pianta. Sosta su due spit con anello.
10° tiro: per placche lavorate e brevi muretti fino ad una cengia dove si sosta; 40m, 4a; uno spit, un cordone in clessidra, un chiodo. Sosta su cordone su pianta.
11° tiro: salire la placca fessurata, indi spostarsi a destra e risalire le rocce finali fino alla sosta; 35m, 4c; uno spit, due cordoni in clessidra. Sosta su cordone su albero; meglio però proseguire qualche metro e allestire una più comoda sosta su uno degli alberi nei paraggi,
Discesa: risalire brevemente fino alla strada che si segue verso sinistra sino al suo termine. Si prosegue su sentiero ("degli scaloni") che riporta (tratti attrezzati) nei pressi del ponte sul Sarca.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 4 marzo 2015

Guerra di popolo

di Carlo Delcroix
Vallecchi, Firenze, 1923 
(1a ed. 1921)
Allora, i treni che si inseguono sulle rotaie luccicanti [...] sembrano convogli funebri sospinti da un destino immane verso un limite di sventura; allora il pensiero della morte domina e spegne ogni impulso di entusiasmo, ogni sete di gloria, e si rivela lo spettacolo della guerra che sotto i suoi piedi di acciaio calpesta i più bei fiori della giovinezza. Allora, qualche viandante solitario, affacciandosi ai ponti di passaggio, ripiega il capo sulla spalletta per piangere.
Così mio padre, in quella notte di gennaio sul ponte del Pino, vedendo passare la mia tradotta pianse dirottamente e io, con due aranci dorati nelle tasche e con un buio presentimento nel cuore, mi avviavo alla cecità eterna.
Prima di spender due parole sul volume sarà utile inquadrare brevemente l'autore, che immagino sconosciuto ai più: volontario di guerra, rimane gravemente ferito alle braccia e perde la vista durante lo sminamento di un poligono di tiro (ma qualcuno avanzava illazioni sull'origine delle ferite, riportate qui), dedicandosi poi attivamente alla propaganda. Aderisce al fascismo dopo qualche tentennamento iniziale per finire poi eletto deputato nel partito monarchico nel 1953. Da questa traiettoria si capisce già molto di quel che si troverà nel libro, e quel molto non è incoraggiante, ma non è per un malcelato anelito autopunitivo che mi son letto - non senza reiterati sbadigli - le 354 pagine di questa "ricostruzione" storica: anche nei libri peggiori si trovano spunti, informazioni, aneddoti... insomma, c'è sempre da imparare, soprattutto se non ci si fa molte illusioni in partenza.
Le prime illusioni che è saggio lasciarsi alle spalle aprendo le pagine sono ovviamente quelle di trovarvi traccia seppur minima di obiettività. Certo, siamo nel 1923, i fatti sono troppo vicini ed il coinvolgimento personale è fortissimo, ma questa "istoria" finisce col trascendere le intenzioni iniziali (Io vorrei che tutti i fanciulli d'Italia [...] o almeno le nuove generazioni, quelle che dovranno mietere sui campi seminati dal nostro coraggio, imparassero quanto amore e quanto dolore costò a noi questa patria) e diventa l'ennesima apologia della retorica nazionalista, semplifica brutalmente il dibattito interno al Paese nel 1914 (le "dottrine vane" socialiste a fronte della "conquista dell'avvenire") e racconta la guerra come santo sacrificio del fante italiano che combatteva riempiendo di sangue tutte le doline senza saziarle, coprendo tutte le pietre di un tappeto di carne perché la vittoria potesse camminarvi a piedi nudi, con le baionette temprate nel sangue nemico. Nella spedizione punitiva gli austriaci trovarono una barriera di petti indomiti, una siepe di baionette inflessibili, e i nostri fanti conservando tutta l'umanità delle anime semplici [...] scattavano all'assalto con tutti gli ufficiali in testa mentre le truppe austriache, sotto lo stimolo dell'ubriachezza e della paura, marciavano [...] con alle spalle le mitragliatrici puntate e i condottieri indietro. Con tale ricostruzioni non c'è da sorprendersi se il fascismo si fregava le mani ogni volta che il Delcroix parlava, che lui se ne rendesse conto o no (non saprei quale sia l'ipotesi peggiore). Restando al libro, chiedo venia se non proseguo con gli esempi e lascio all'immaginazione e agli amanti del genere le descrizioni delle oscure e segrete manovre dietro Caporetto e quelle delle battaglie del Piave.

C'è un secondo aspetto di questo modo di raccontare la tragedia della guerra che è forse ancora più stucchevole, ed è l'insistenza del Delcroix sull'aspetto religioso: la trincea era la fossa del supplizio e il reticolato la corona di spine, i fanti sono "santi e martiri" il cui soffrire saliva come un'ardente preghiera, i fumi della guerra sono incensi, l'avanzata un sacro pellegrinaggio, la morte offerta in sacrificio, i battesimi nel sangue, ecc. ecc. (per non parlare della pagine dedicate a Battisti, Sauro ed altri). Intendiamoci, non è tanto il porre in esagerata evidenza un aspetto che era allora certamente molto più sentito di oggi che dà un senso di fastidio, quanto il constatare come il sì forte anelito religioso dell'autore si arresti sull'orlo della trincea, gl'impedisca di esprimere qualunque senso di umana pietà per gli avversari (che tra l'altro appartenevano ad un Impero forte sostenitore della cristianità), per non parlare del silenzio sotto cui passano le contraddizioni e i dilemmi del mondo cattolico di allora di fronte alla guerra (ma qui forse sarebbe subentrata la censura a bloccare tutto).

Dopo questi avvertimenti, veniamo a quel che vi ho trovato di positivo. Intanto, l'impostazione che è dettata già dal titolo: la guerra è "di popolo", e se non mancano le (acritiche) pagine dedicate ai Condottieri, vi sono capitoli dedicati al "popolo eroico", ai feriti e (comprensibilmente) ai mutilati. Vi è insomma il tentativo di dare un'immagine più vasta di quella delle operazioni militari, che appare piuttosto "moderno". Poi ci sono le cose che ignoravo, ad esempio l'entità del fenomeno della propaganda dei mutilati dopo Caporetto, i nomi di Paolucci di Calboli, Nicolodi e altri ormai sconosciuti come Beccastrini, Savorani, Lepore... a cui va aggiunto lo stesso Delcroix. E le storie, romanzate, ma pur sempre interessanti da leggere, degli "eroi" (Toti, Rizzo, Baracca), di altri a me meno noti come Decio Raggi (prima MO della Grande Guerra) e Giacomo Venezian e di ancora altri sfortunati giovani che andarono per scelta incontro al loro destino.
Non è molto, come dicevo all'inizio, ma era lo spirito del tempo; della gran retorica per coprire incapacità ad ogni livello. E non sarei così sicuro di esserci lasciata quest'abitudine alle spalle.

domenica 1 marzo 2015

Dell'Oro (con var. su Il volo dell'aquila)

Sul 1° tiro
Giancarlo sul 2° tiro
Sul 3° tiro
Giancarlo sul 3° tiro
Tracciato della via (tratteggiato il percorso originale)
Corno Rat
Parete SE

Per "festeggiare" il ritorno su roccia dopo settimane di tempo indecente avevo messo in programma la Savini, ma dopo rapido consulto col socio di cordata i programmi virano verso qualcosa di più tranquillo; si attraversa il braccio di lago e si punta al Corno Rat, sopra Valmadrera. Qui decidiamo di iniziare la Dell'Oro - percorsa con Teo più o meno cinque anni fa - e di infilarci sulla variante Biba... poi una linea ci attira e finiamo sul tiro de Il volo dell'aquila. Ne risulta una combinazione decisamente poco omogenea... ma se amate le placche a buchi, non perdetevi questo tiro! Il freddo che è poi sopraggiunto ci ha indirizzato verso il soddisfacimento dei bisogni materiali (cibo, cibo; non pensate male...) lasciando ancora una volta la variante Biba al suo destino. Torneremo, anche perché ci sono un bel paio di vie su cui vorrei mettere le... scarpette!

Accesso: dalla frazione Belvedere di Valmadrera (pochi parcheggi; qualcosa di più si trova prima dell'ultimo tornante) si segue la strada, che diviene una bella mulattiera, fino ad un bivio con una cappelletta. Si prende a sinistra e si sale in direzione di S. Tomaso (indicazioni per sentiero attrezzato OSA) dove, all'altezza di un monumento alla Resistenza, si segue il sentiero verso destra (indicazioni per la ferrata e Corno Rat). Volendo accorciare il giro, è possibile salire lungo uno dei due sentieri che si staccano sulla destra prima di giungere a S. Tomaso: il primo reca indicazione "strada e ruderi medievali" e bolli verdi; il secondo "Crotto Funzi"; entrambi si ricongiungono con il sentiero che viene da S. Tomaso nello stesso punto. Da qui si prosegue lungo il sentiero fino ad un bivio dove si sale a sinistra (indicazioni), giungendo ad una prima paretina (sasso GGOSA) che si risale sulla destra (corda fissa) sbucando poco sotto il Corno Rat. Il diedro di attacco della via Dell'Oro è proprio davanti (vecchia targa con nome).

Relazione: si tratta della via più facile di tutto il Corno Rat, che noi abbiamo "insaporito" con un bellissimo tiro che sale verticalmente sopra la seconda sosta, evitando così la traversata lungo il cavo metallico e scoprendo poi che era parte de Il volo dell'aquila. Protezioni a chiodi sui tiri originali da noi percorsi della Dell'Oro, dove sono utili friend piccoli e medi per integrare; a spit e chiodi sul tiro del Volo. Roccia ottima sul Volo (a parte un sasso instabile) e buona nel resto. Le soste sono attrezzate con due spit, catena e moschettone con ghiera bloccata; roba un po' vecchiotta, ma dall'aspetto ancora affidabile.

1° tiro: salire lungo l'evidente diedro un po' disturbato dalla vegetazione fino alla sosta posta un poco a destra; 30 m; IV+, V-, 4 chiodi.
2° tiro: proseguire ancora lungo il diedro, ora assai meno evidente e meno marcato, o sulle rocce alla sua destra. Giunti in corrispondenza di una larga cengia, non puntare alla sosta poco più in alto, ma spostarsi a raggiungere una sosta sulla destra; 30 m, III.
3° tiro: la via originale sale sulla destra per poi rientrare a sinistra. Sopra la nostra sosta, a sinistra, si vede una seconda sosta (da cui parte Tridarat, 7a+) mentre appena a destra si nota una fila di rassicuranti spit. Li si segue per una bellissima placca a buchi (con solo un poco di muschio di troppo) e un muretto finale su roccia più liscia dov'è il passo-chiave, incontrando così il termine del cavo metallico e gli spit della "variante senza cavo". 25 m: 6b+; 7 spit, 4 chiodi. Noi ci siamo fermati al termine del cavo per esaurimento del materiale (sosta da attrezzare su uno spit della via e sui robusti chiodi che sostengono il cavo); è meglio invece concatenare il tiro con quello - corto - finale ed uscire direttamente.
4° tiro: passo iniziale nel diedro-fessura su appoggi bassi un po' unti dalle ripetizioni, poi facile uscita su rocce rotte fino alla sosta; 10 m, passo di V, 1 chiodo.

Discesa: bastano due calate a corda doppia; la prima deposita sulla sosta del 2° tiro; con la seconda (una cinquantina di metri o giù di lì) si arriva alla base. Se utilizzate una corda singola, sono comunque presenti numerose altre soste lungo la discesa.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.