venerdì 17 ottobre 2014

Cacciavillani

Sul 1° tiro
Sul 2° tiro (salita di Aprile)
Paolo sul 3° tiro
Togliendo un chiodo sul 4° tiro...
Sul 5° tiro
Tracciato della via (rosso). In verde la Zuffa-Ruggiero,
in azzurro la Zuffa-Lenzi.
Pietra di Bismantova
Parete SO

Si lasciano conti in sospeso un po' dovunque, colle persone e... colle pareti. E a volte si saldano anche. In terra emiliana, alla Pietra, mi era successo con Cocaine, da cui mi ero calato la prima volta per tornare poi più agguerrito. Ad Aprile si apre una nuova questione, la via Cacciavillani: arriviamo alla larga fessura, siamo senza friend grandi e ci caliamo. Ad ottobre si riprova, attrezzati con friend BD fino al #6, chiodi, staffe e materiale vario. Io - da coniglio - tiro la parte facile, Paolo quella "alpinistica". Dopo una discreta lotta accompagnata da un po' di tensione per la sosta sotto il tetto che non ispira molta fiducia, siamo in cima. In attesa del prossimo conto...

Accesso: da Castelnuovo ne' Monti (RE) si seguono le indicazioni per la Pietra, raggiungendo piazzale Dante dove si parcheggia. Si sale la scalinata e si prosegue fino al piazzale dell'eremo. Qui si tiene la sinistra e si percorre il sentiero di salita alla Pietra, che fa una curva a "S" ed incrocia un sentiero proveniente da destra (che si può prendere subito dopo il rifugio). Lo si segue verso destra, passando vicino ad un settore con dei monotiri: tutto a destra si vedono linee che salgono su roccia grigiastra, poi un muretto giallastro con un'evidente lama dove sale una linea obliqua verso sinistra: è la Cacciavillani.

Relazione: via molto bella che risale la parete con una linea logica di fessure, uscendo sulla placca sommitale. Il primo tiro (in effetti sarebbero due) è stato riattrezzato in stile-falesia ed è molto godibile, ma la parte alta ha ben altro sapore, con chiodatura ridotta al minimo e spesso non del tutto affidabile. È un po' un peccato, perché anche senza esagerare, sostituendo gli spit esistenti (con monogramma CG - Carlotti Giorgio?) con dei ben più robusti fittoni e aggiungendone un paio ne uscirebbe una via comunque impegnativa, ma ben più sicura. Com'è ora, invece, temo proprio che la frequentazione sia ridotta al minimo e non mi stupirei se tra aprile ed ottobre - le date delle nostre salite - nessuno ci avesse messo piede. La roccia è abbastanza buona a parte qualche tratto, ma data la vicinanza del sentiero conviene fare molta attenzione, ed evitare di salire la via nel fine-settimana. Portare friend fino al #5 (anche #6) BD; utili martello e chiodi (noi ne abbiamo piantati e tolti un paio a Z e lasciato uno alla sosta sotto il tetto).
Nota: quanto segue è la relazione della ripetizione del 2014. Nel 2020 o inizio 2021 la via dovrebbe esser stata sistemata, ma non so dire se e come sia cambiata la chiodatura.  Andateci e fatemi sapere! :-)

1° tiro: salire la parete in obliquo verso sinistra puntando alla lama, passare alla sua sinistra e raggiungere la sosta. Non rinviare la sosta ma uscire sul ripiano di destra e proseguire lungo la bella ed impegnativa fessura fino alla sosta posta sulla placca di destra; 35 m, 5c, 6a+; dodici fix, una sosta intermedia un po' fuori via. Sosta su due fix con catena e moschettone di calata.
2° tiro: per facile placca appoggiata fino ad un diedro/camino con roccia delicata che si risale sino a sbucare su una cengia; 15 m, 4c; due spit, due chiodi a pressione, una sosta su chiodi a pressione. Sosta su due spit e un chiodo a pressione con cordini (uno un po' meno datato dei precedenti lasciato dal sottoscritto ad aprile) e un moschettone.
3° tiro: traversare a sinistra lungo la cengia sino ad un pilastrino friabile, rimontarlo e superare la placca gialla (friabile) con chiodi a pressione. Si prende ora una larga fessura dalla forma caratteristica, si esce poi in placca e si giunge sotto il tetto; 30 m, A0, V+; una sosta alla base della placca con due chiodi a pressione + uno normale (collegateli per fare almeno un punto di ancoraggio decente), tre chiodi a pressione lungo la placca, uno spit e un chiodo a pressione. Sosta su uno spit, due chiodi e un chiodo a pressione con cordone e moschettone.
4° tiro: traversare a sinistra, superare il tetto e ritornare a destra in direzione di un comodo terrazzo dove si sosta; 10 m, A0/A1; un chiodo, uno spit. Sosta su due spit e albero. Il tiro è valutato 6b e la roccia non è male, ma la qualità dello spit e della sosta sottostante non invogliano a tentare la libera.
5° tiro: salire lungo il vago diedro-fessura e superare un saltino oltre cui le difficoltà (e le protezioni) diminuiscono. Quando non si vedono più spit ad indicare la via, conviene traversare verso destra (facile, ma molto esposto) sotto un muretto fino a dove si può risalire per facile rampa fino alla sommità; 60 m, 6a+, IV+, III, II; tre spit. Possibile anche spezzare il tiro subito dopo il muretto utilizzando una sosta di Le ragazze di Osaka. Anche qui, può convenire dare una tirata ad uno spit nel tratto iniziale invece che rischiare di far danni (la roccia dello strapiombino è buona, ma non ottima).

Discesa: si tiene la sinistra fino a raggiungere il sentiero che scende in corrispondenza del torrione Sirotti.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

giovedì 16 ottobre 2014

Il muro dei grilli

Sul 1° tiro
Callisto sul 2° tiro
Paolo sul 3° tiro
Alla partenza del 4° tiro
Pietra di Bismantova
Parete SO


Fine-settimana di quelli che non si dimenticano alla Pietra! Teo, grazie alla sua ormai fittissima rete di relazioni, riporta alla Pietra un simbolo dell'arrampicata su quella parete, il bolognese Giancarlo Zuffa che, insieme all'onnipresente Ginetto Montipò, ci riconduce indietro di più di quarant'anni con racconti, fotografie, ricordi e un entusiasmo da far invidia ai più giovani del nostro gruppetto. Le due "glorie" saliranno insieme la Pincelli-Brianti, con le nostre cordate a fargli da contorno, prima di rientrare al solito ginepro per l'amarcord serale a base di lambrusco.
Ma la giornata per noi era iniziata con una partenza antelucana e con Diego che mi convince a fargli alcolica compagnia alle... otto di mattina, per portarsi poi sul muro dei grilli prima di raggiungere i due alpinisti evergreen. Una via di soddisfazione, ottimo preambolo alla giornata.
Accesso: da Castelnuovo ne' Monti (RE) si seguono le indicazioni per la Pietra, raggiungendo piazzale Dante dove si parcheggia. Si sale la scalinata e si prosegue fino al piazzale dell'eremo. Qui si tiene la sinistra e si percorre il sentiero di salita alla Pietra, si supera un primo settore con dei monotiri e si prosegue fino ad una traccia con bolli blu che reca (tra l'altro) alla falesia del settore Sirotti. Un pilastro appoggiato sulla destra della parete segna l'attacco della via (fix evidenti, piccola scritta in loco).
Relazione: via molto bella che sale per placche e fessure, con tre tiri ben protetti a fix e un ultimo tiro in fessura con protezioni decisamente più parche e da integrare (portare friend BD3 e, se l'avete, anche un #4). Percorso da seguire sempre ovvio; soste attrezzate.
1° tiro: salire la bella placca sino alla sommità del pilastrino dove si sosta; 20m, passo di 5b/5c all'inizio, poi più facile, 7 fix. Sosta su due fix e maglia-rapida.
2° tiro: dritti sopra la sosta a superare un passo difficile su un leggero bombè; si segue poi una lama un po' erbosa verso sinistra fino ad un piccolo ripiano, ci si riporta lievemente a destra e si sale alla sosta; 25m, passo di 6b, 8 fix. Sosta su due fix, un moschettone e due maglia-rapida.
3° tiro: primo paio di metri su un vago diedrino a prendere una fessura leggermente strapiombante per poi traversare a sinistra aggirando uno spigolino oltre cui è la sosta; 10m, 6a, 4 fix. Sosta su due fix.
4° tiro: seguire la fessura, prima obliqua e poi verticale, che porta alla sosta; 30m, 5c, forse uno/due passi di 6a, 4 fix (uno appartenente ad una via che corre sulla sinistra della fessura), 1 chiodo. Possibile anche attraversare verso sinistra dopo i primi metri, per poi risalire in verticale e riportarsi dove la fessura si raddrizza; in questo caso si può utilizzare un altro fix della via adiacente (allungare la protezione).
Discesa: all'uscita della via si costeggia la parete verso sinistra fino a prendere il sentiero che scende dal torrione Sirotti e riporta in breve nei pressi dell'attacco.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

giovedì 9 ottobre 2014

La noia

di Alberto Moravia
Bompiani, Milano, 1961 (1a ed. 1960)

Ma io ero ormai su una strada che sentivo al tempo stesso fatale e sbagliata; e così mi accanivo a ricercare nel possesso fisico, che pur sapevo illusorio, quel possesso reale di cui avevo un così disperato bisogno. Forse, gettandomi sul corpo compiacente di Cecilia mi pareva di rivalermi, in quelle due ore di fallace presenza, dell'assenza degli altri giorni; forse, cercavo nella sua docilità inalterabile un motivo di noia e dunque di liberazione. Ma il corpo di Cecilia non era Cecilia e quel che fosse Cecilia non riuscivo a saperlo.
Dino è un rampollo di ricca famiglia romana che, più o meno come altri illustri predecessori (Zeno Cosini di Italo Svevo o Antoine Roquentin di Sartre per dirne un paio), soffre di noia. Non la noia che si cura col divertimento, come ben spiegato nel prologo, ma una perdita di contatto con la realtà: gli oggetti, le persone non hanno alcuna relazione con Dino, che vive sin dall'adolescenza in una perenne alienazione. Per vincere tale condizione si fa pittore (fin troppo facile l'analogia colla tela bianca che campeggia nello studio...), fugge dalla madre, ricca borghese perfettamente a suo agio nel mondo e dedita all'accumulazione di ricchezze, e tenta pure in qualche modo di fuggire dalla sua condizione sociale, ma invano.
Sotto questo segno nasce la relazione con Cecilia, una giovane ragazza apparentemente priva di personalità che si cura solo del soddisfacimento contingente dei piaceri materiali, perlopiù fisici. Sul punto di interrompere la (noiosa) relazione, come Dino fa con qualunque cosa, il comportamento di Cecilia diviene improvvisamente più ambiguo, scatenando per reazione l'interesse e, intuitane la causa, la gelosia di Dino. Nasce così la smania di "possesso" del protagonista, che lo condurrà ad una folle gelosia e ad un brusco epilogo.
Dino incarna perfettamente il personaggio borghese "classico": concepisce la relazione amorosa in termini di possesso (la parola ricorre nel testo con frequenza quasi fastidiosa), da conquistarsi alla bisogna col "possesso fisico" (ma 'ndo vivi??), col denaro (come fa la madre con lui) o con lo status sociale (l'offerta di un ricco matrimonio), e lo stesso sentimento di gelosia non è mosso tanto da amore tradito quanto dal timore che altri possano raggiungere quel "possesso" che a lui è negato. Cecilia, d'altra parte, pur non essendo di estrazione borghese, sembra veramente la persona più noiosa della letteratura italiana del '900 (e forse non solo...): senza interessi, senza sentimenti, indifferente a tutto e, in ultima analisi, a tutti. Ha però un'egoistica vitalità e libertà che manca a Dino, mista ad un tocco di femme fatale: è lei, diciassettenne (qualcuno potrebbe invitarla alle "cene galanti"), a cercare le relazioni con Dino e con Balestrieri, conducendoli entrambi verso un simile destino.
Resta lo spiraglio del finale, unica possibile via d'uscita per quanto incerta e confinata nel breve epilogo. Lineare e scorrevole la prosa, ma (immagino volutamente) senza virtuosismi.

venerdì 3 ottobre 2014

Patrizia

Sul 1° tiro
Sul 3° tiro
Callisto sul 4° tiro
Sul 5° tiro
Sul 7° tiro
Callisto sull'8° tiro
Torrione Patrizia (Gruppo dei Campelli)
Parete S


Il tempo favoloso di sabato avrebbe certamente meritato una parete più impegnativa, ma il gruppo dei Campelli è un posto dove si torna sempre volentieri ed è stato un'ottima cornice per il rientro di Callisto in parete dopo molte settimane. La scelta cade su una via tranquilla che ci permette di gustarci la giornata senza patemi e senza alcuno in via, cosa non troppo frequente da queste parti.
Accesso: una volta tanto salgo ai Campelli dal versante bergamasco, rinunciando alla funivia di Barzio in favore di una piacevole camminata. Da Ceresole di Valtorta si segue la strada asfaltata e poi la pista da sci fino a raggiungere il rifugio Lecco. Da qui si prende il sentiero degli Stradini (indicazioni) che aggira il gruppo dei Campelli da sud. Si segue il sentiero, si superano l'attacco della ferrata (indicazioni) e l'evidente canalone che porta a La bella addormentata e si continua. Un tratto attrezzato con corde fisse porta ad un secondo canalone, che reca evidenti segni di frane non troppo remote. Alla destra del canalone si nota un piccolo canale ghiaioso: lo si risale puntando alla parete di sinistra ov'è posto l'attacco. Chiodo con anello visibile.
Relazione: via che risale uno dei molti torrioni in cui si articola il versante S delle cime Pesciola-Campelli. La roccia ottima e le difficoltà assai tranquille rendono la Patrizia una via da consigliare se si cerca una salita senza patemi, anche se diversi tratti erbosi disturbano la progressione nella seconda parte. Chiodatura ottima a resinati nei punti più impegnativi e un po' più lunga nei tratti facili; sostanzialmente inutili le protezioni veloci. Il percorso è sempre ovvio e indicato dai fittoni tranne che al 7° tiro... e infatti noi che salivamo come al solito senza relazione abbiamo fatto una breve variante...
1° tiro: a destra del chiodo si rimonta un vago diedrino per spostarsi poi verso sinistra alla sosta; 20m, 5b, forse passo di 5c, 5 fittoni. Sosta su resinato e spit.
2° tiro: salire per rampa erbosa fino al resinato, indi superare la placca e raggiungere il terrazzo di sosta; 15m, 5b (passo), 2 fittoni. Sosta su chiodo con anello. Noi abbiamo unito i primi due tiri, ma la soluzione è sconsigliata per l'attrito.
3° tiro: salire appena a destra della sosta e proseguire ora a destra ora a sinistra dello spigolo fino alla sommità dove si trova la sosta; 30m, 5a, 4 fittoni. Sosta su chiodo con anello e spit.
4° tiro: appena a destra della sosta nel canale erboso o per roccette alla sua sinistra fino alla sosta; 35m, II, 3 fittoni. Sosta su chiodo con anello e fittone.
5° tiro: superare il muretto e il pilastrino finale e raggiungere la terrazza erbosa dove si sosta; 20m, 6a (passo), 4 fittoni. Sosta su chiodo con anello e spit.
6° tiro: costeggiare la parete sulla destra per erbosi gradoni, salire il bel camino sulla sinistra fino all'ennesima terrazza dove si sosta; 30m, 4c, 4 fittoni. Sosta su chiodo con anello e spit.
7° tiro: la relazione indica di spostarsi decisamente a sinistra scendendo brevemente fino ad un camino. Noi, beatamente ignari di tutto ciò, abbiamo risalito le facili rocce appena a sinistra della sosta per pochi metri fino ad un'evidente cengia (chiodo rosso sporgente in maniera preoccupante...), da qui ci siamo spostati a sinistra fino allo spigolo (chiodo) e siamo saliti fino alla sosta; 35m, 4a, 3 fittoni, 2 chiodi. Sosta su chiodo con anello. Se scegliete questa soluzione, fate attenzione all'attrito delle corde se rinviate entrambi i chiodi.
8° tiro: per facili roccette si sale fino ai prati sommitali; 35m, 3c, 2 fittoni. Sosta su chiodo con anello.
Discesa: è possibile calarsi in doppia lungo la via, ma se non avete fretta consiglio di proseguire per la cresta erbosa fino a sbucare in prossimità della vetta dello Zuccone Campelli, da cui si scende per la ferrata chiudendo un bel percorso ad anello.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

giovedì 25 settembre 2014

Camilla

Lo stambecco a guardia del 1° tiro
Luca sul 3° tiro
Nel diedro del 3° tiro
Luca sul 5° tiro
Sul 6° tiro
Sul 7° tiro sotto il diluvio
Foto di vetta
Tracciato della via (rosso). In azzurro la via Orobica.
Pizzo del Becco
Parete S


"Ma secondo te va a piovere o no?"
"Mah... smette e ricomincia ogni minuto..."
"Già. Quindi attacchiamo? O torniamo indietro?"
"Non so... tu cosa dici?"
"...boh; non saprei"
Amletici discorsi di questo tenore ci hanno tenuti fermi per quasi un'oretta alla base della parete, nell'attesa che il tempo migliorasse ("Non siamo più quelli di una volta", faccio notare al mio socio di cordata). Alla fine si decide di attaccare, e ovviamente poco dopo metà via siamo investiti da un violento acquazzone che complica non poco la situazione. Un paio di tiri assai precari, poi si aprono radi squarci di azzurro che ci accompagnano in vetta. Ma la tarda partenza, il lungo avvicinamento, il tempo perso alla base e lungo i tiri bagnati si fanno sentire, regalandoci un ritorno con il Pizzo illuminato dalla luce del tramonto. Un bel coronamento di questa giornata nelle Orobie.
Accesso: noi siamo saliti da Roncobello, con il vantaggio di minimizzare il dislivello rispetto alla salita da Carona, ma pagandolo con una lunga scarpinata dal Passo di Mezzeno al lago Colombo; non son sicuro che sia stata la scelta più veloce, ma la "passeggiata" è gratificante.
Da Roncobello si prosegue per la frazione Capovalle e per le baite di Mezzeno (strada a pedaggio: 2€), parcheggiando al termine della strada. Si sale per il bel sentiero (segnavia 215 e 217 per rif. laghi gemelli) fino al passo di Mezzeno, si scende verso il rifugio, si attraversa la diga e si prende a sinistra raggiungendo il lago Colombo. Ancora un attraversamento della relativa diga oltre cui si segue il sentiero a sinistra (indicazioni pizzo del becco). Giunti ad una pietraia con grossi massi sotto la parete S del Pizzo ci si porta verso sinistra, oltre il caratteristico torrione quadrato che marca il percorso della ferrata, puntando a due evidenti pilastri. La via attacca alla base di quello di sinistra (ometto appoggiato alla base, chiodo con cordone visibile); poco più di 2h dall'auto. Nel nostro caso c'era anche uno stambecco ad indicare l'attacco, ma non sono sicuro che possa essere un riferimento molto utile...
Relazione: sarà che non mi aspettavo nulla di buono, ma ho trovato interessante la via, che risale la parete S del Pizzo del Becco lungo paretine, diedri e un bel camino finale. Roccia buona anche se disturbata da un po' di erba nei primi 4 tiri. Le difficoltà non sono elevate, ma le protezioni non sono generose: portare friend fino al 2-3BD.
1° tiro: salire il muretto gradinato fino ad un ripiano; 35m, III+, un chiodo con cordino. Sosta su cordone su masso incastrato.
2° tiro: salire un vago caminetto a sinistra della sosta, portarsi a destra e risalire il diedro erboso o la bella placca alla sua destra; 30m, IV+, un chiodo. Sosta su due chiodi con cordone.
3° tiro: salire per rocce rotte sopra la sosta e spostarsi verso sinistra a prendere un impegnativo diedro obliquo verso destra, al cui termine si sosta; 20m, VI. Sosta su un chiodo.
4° tiro: proseguire per rocce più o meno erbose fino a sbucare su un terrazzo. Raggiungere la parete di fronte dove si sosta; 45m, III+. Sosta su cordone su massi incastrati alla base di due evidenti diedri.
5° tiro: salire il bel diedro di sinistra e proseguire su muretto un poco a destra; 45m; V-, V (passo evitabile passando a destra in corrispondenza del 2° chiodo); tre chiodi. Sosta su due chiodi. Tiro molto bello.
6° tiro: salire lungo lo spigolo fino all'altezza di una zona giallastra, attraversare a destra (chiodo visibile) superando un masso fino all'altezza di un tratto erboso discendente. Da qui si può salire direttamente per rocce rotte oppure attraversare ancora un paio di metri a destra (passo delicato) e risalire per facili rocce fino all'intaglio;  30m, IV+, V, III+; un chiodo con cordino. Sosta su fettuccia su spuntone.
7° tiro: si raggiunge la parete di fronte, la si attraversa a sinistra fino ad un canale che porta alla sosta; 45m, tre chiodi (due con cordino). Sosta su due chiodi con cordino. Il tiro è valutato V nella relazione originale; noi l'abbiamo percorso sotto un diluvio torrenziale ed è difficile confermare o meno la valutazione.
8° tiro: la via sale sul vago diedro a sinistra del canale; noi - sotto il diluvio - siamo saliti un po' più a destra, tra rocce ed erba, fino all'altezza di un chiodo sulla sinistra. Lì si attraversa, si esce a sinistra e si risale ancora per rocce erbose, si supera un breve diedro e si sosta sotto delle rocce giallastre; 45m, IV (da relaz. originale), un chiodo. Sosta da allestire su spuntone.
9° tiro: si sale il diedro sopra la sosta giungendo nei pressi della cima di un campanile, si traversa a destra e si scende fino all'intaglio dove si sosta; 30m, V+ (da relaz. originale; per noi A0 su roccia fradicia). Sosta su cordone su spuntone.
10° tiro: si sale la paretina sopra la sosta, ci si sposta a destra a prendere un camino che si risale fino a sbucare nei pressi dell'anticima dove si sosta; 50m, IV+, un chiodo con cordino. Sosta da allestire su spuntone. Da qui si procede facilmente fino alla vetta. Questo tiro è probabilmente il tiro di uscita della via Orobica.
Discesa: si seguono le tracce della via normale scendendo fino ad un colletto dove si vede un cavo metallico che scende sulla destra. Lo si segue percorrendo in discesa la ferrata del Pizzo del Becco che riporta sugli sfasciumi non lontano dall'attacco della via. In alternativa si può seguire la traccia sulla sinistra (via normale di salita).

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 19 settembre 2014

Mosaico

Alla 1a sosta
Sul 2° tiro
Sul 3° tiro
Paolo sul 4° tiro
Paolo sul 6° tiro in stile trad
Massimiliano all'8a sosta
Massimiliano sul 9° tiro
Tracciato (con soste fino al 7° tiro)
Spazzacaldera - Albigna
Parete E


Va bene, lo ammetto: non ero mai stato in Albigna. Del resto le Retiche, pur essendo relativamente vicine, le ho sempre frequentate poco. Vengo redarguito immantinente dai soci di cordata per questa mancanza e ci avviamo così verso l'Elvezia per la mia "prima volta", che invero presenta sempre un fascino particolare: insoliti paesaggi, versanti inusitati anche di cime più o meno note, ininterrotte domande sull'identificazione di monti che cadono a vista d'occhio e così via. Fa ancora da mentore Paolo, ormai la mia "guida" su granito, che a fine giornata avrà da eccepire solo sulla via "troppo spittata" dopo aver fatto il tiro-chiave in stile trad. Se la cosa non vi ripugna, fateci un giro: il posto e la via lo meritano certamente. Attenzione all'orario di chiusura della funivia (le 17) se non  volete tornare a piedi!
Accesso: si raggiunge Chiavenna (SO) e si segue per S. Moritz ed il passo del Maloja. Si supera il confine, si passa Stampa dove si potrebbe fare una digressione artistica al Centro Giacometti e si raggiunge Vicosoprano. All'altezza di un tornante verso sinistra appare evidente la funivia dell'Albigna; si parcheggia poco prima sulla destra. Con "soli" 15€ (per informazione, dal 2014 è sparito lo sconto per istruttori CAI) si conquista il biglietto A/R e si sale sul trabiccolo. Alla stazione superiore si segue la strada verso destra fino alla parete; qui la si lascia per scendere su un sentierino sulla destra; poco sotto si notano alcuni fix e la scritta "via Felici".
Relazione: via molto bella nata dalla fusione tra vie diverse che sale tra placche, diedri e fessure nella prima parte e raggiunge la cima dello Spazzacaldera con un percorso in cresta. La prima parte è ben protetta a spit, anche se sono consigliati friend fino al 3BD per integrare le fessure; la seconda parte, più facile, è meno chiodata. Da non perdere la salita alla Fiamma al termine della via!
1° tiro: salire la placca obliqua verso sinistra, seguire una fessura e una vena di roccia. Una breve lama porta alla sosta. 40m, 4c; 5 spit. Sosta su 2 fittoni, cordino e spit.
2° tiro: salire lungo la larga fessura, poi per bellissime placche che diventano più ripide zigzagando a destra e sinistra. Un passo a superare un muretto segna la difficoltà del tiro appena prima della sosta. 45m, 5c (un passo; il resto più facile); 9 spit. Sosta su 2 fittoni, cordino e spit. C'è uno spit - diverso dagli altri - un poco a sinistra. Attenzione all'attrito della corda se lo rinviate!
3° tiro: risalire la bella lama a destra della sosta uscendo a destra al suo termine (passo delicato). Si prosegue poi per brevi muretti fino alla sosta. 40m, 5c; 6 spit. Sosta su 2 fittoni, cordino e spit. Se libera (la via ha una certa frequentazione) conviene spostarsi subito una decina di metri a destra, ad una sosta su spit e cordone su masso.
4° tiro: sopra la sosta a prendere un diedro obliquo fessurato che si segue fino alla sosta. 40m, 5c; 2 spit.
5° tiro: superare un saltino sopra la sosta e proseguire per gradoni erbosi fino alla sosta. 15m, passo di 3c; 1 spit. Possibile concatenare col precedente.
6° tiro: superare un muretto lievemente strapiombante ma ben appigliato, spostarsi a sinistra, altro muretto e impegnativa fessura obliqua verso sinistra che si segue fino alla fine. Poi dritti per rocce più facili fino alla sosta sulla destra. 45m, 6a; 5 spit, 1 chiodo.
7° tiro: proseguire sopra la sosta fino alla cime del pilastro. 45m, 4b; 2 spit, 1 chiodo, 1 cordone in clessidra.
8° tiro: spostarsi a destra e discendere fino all'intaglio. Da qui diverse alternative. Noi abbiamo continuato sulla cengia verso destra (faccia a monte) fin quasi alla fine della stessa, appena prima di una fessura ad "L". 50m, II. Sosta da allestire su spuntone. Visibile uno spit in alto.
9° tiro: salire la spaccatura sopra la sosta, portarsi verso destra nella parte alta fino ad uscire su un terrazzino dove si sosta. 30m, V; 1 spit, 1 sosta intermedia con 2 chiodi. Sosta su 2 chiodi.
10° tiro: salire a destra le facili rocce e piegare poi verso sinistra in corrispondenza di una fessura. Guadagnare il filo della cresta e seguirlo per qualche metro fino alla sosta. 40m, IV; 2 spit, 1 chiodo. Sosta su due chiodi. Possibile anche sostare poco sotto, dove si è raggiunta la cresta, su uno spit. In questo caso, attenzione alla lunghezza del prossimo tiro.
11° tiro: proseguire sempre in prossimità del filo di cresta fino ad un terrazzo dove si sosta. 55m, III+; 2 spit. Sosta da allestire su spuntone.
12° tiro: proseguire in orizzontale e risalire poi le facili rocce appoggiate fino alla sommità. 60m (anche qualcosina di più), III+. Sosta su 2 spit.
Discesa: dalla sosta ci si cala per una decina di metri e si prosegue per tracce verso sinistra scendendo lievemente e risalendo un caminetto fino ad una forcella oltre la quale si può scendere a sinistra. Se si vuole completare la giornata con la salita alla Fiamma (vivamente consigliata) si sale invece verso destra (tracce) fino alla base della Fiamma. Il tiro è di una ventina di metri, 5c. A sinistra della sosta c'è un altro tiro, Fuoco e fiamma, dall'apparenza più arcigna.
Discesa dalla Fiamma: invece di tornare indietro, portarsi a destra (spalle alla Fiamma) e risalire subito dei gradoni (ottimo punto per fotografare chi arrampica sulla Fiamma). Seguire poi delle vaghe tracce verso sinistra che portano ad un colletto oltre il quale si prende il sentiero di discesa che riporta alla strada e in prossimità del punto di attacco.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 16 settembre 2014

Annuario CAAI 1927-1931

di AA.VV.
CAAI, Torino, 1932

Nella repulsione ribelle delle superfici ghiacciate, nell'agguato molteplice dei nevai sfuggenti, nell'incognita mutabilità dell'atmosfera delle altezze, nell'angoscia cupa data dalle rocce viscide o friabili, nello spasimo dello sforzo richiesto dagli strapiombi, nell'orrore delle verticali interminabili e demoniache, infinitamente vario e multiforme, violento o ingannevole, nudo o mascherato, il pericolo regna dovunque nella montagna.
Rovistare nelle librerie antiquarie, o solo nelle rivendite di libri usati, è qualcosa dietro al quale si spende sempre volentieri un sacco di tempo (e talvolta anche un po' di soldini, ma non è rilevante). Se poi si trova, in una libreria di Boston, in ottime condizioni e prezzo, un annuario degli anni '30, quelli della nascita "ufficiale" del VI grado, il tempo passato a setacciare polverosi scaffali acquista ancor maggiore significato. Come "chicca", il volume è stato rilegato dall'Appalachian mountain club, il cui stemma compare sul dorso e nel timbro a secco all'interno: chissà, forse era un omaggio tra club alpini e da qualche parte in Italia c'è il corrispettivo annuario del club americano, oppure qualche connazionale emigrò portandoselo dietro e ne fece poi dono alla sezione locale.
Presentato nel numero di luglio 1932 della Rivista Mensile, in quello di novembre si apprende (pag. 703) che il volume è stampato "in numero limitato di copie" (quella in mio possesso è la 280) e che se ne farà una seconda edizione in caso le prenotazioni siano sufficienti (costo = 25 lire). Nulla mi pare compaia in seguito; evidentemente il tanto auspicato proselitismo tra i soci non diede i suoi frutti. Ma veniamo ai contenuti: stampato su carta bellissima, con diverse fotografie e riproduzioni di schizzi d'itinerario, il volume si apre con un'introduzione di Manaresi (la stessa della RM di luglio '32) in pieno stile "lotta coll'alpe" dopo la quale si dipana la prima parte, con alcuni articoli di spedizioni extraeuropee:

- Giotto Dainelli, Viaggio ai grandi ghiacciai del Caracorùm orientale;
- Gianni Albertini, North-east land;
- Umberto Balestreri, Cheri Chor m 5450 (catena del Kailas-Baltistàn);
- Leopoldo Gasparotto, Prime ascensioni e ricognizioni sui monti del Balkar e della Digoria (Caucaso centrale).

Tra queste, la più interessante mi pare quella di Albertini (il Canalino al Magnaghi meridionale è dedicato a lui), che rischiò seriamente di morire di stenti insieme ai suoi tre compagni di avventure, mentre quella di Gasparotto l'avevo già letta con attenzione nella mia ricerca di informazioni su Rand Herron. A proposito di questo scritto, è interessante notare l'incipit un po' misterioso dello stesso Albertini, che narrerà il resoconto "prescindendo da quello che fu lo scopo principale della nostra fatica, scopo e ragione che tanto travagliarono il nostro spirito, togliendoci, man mano che le speranze svanivano, sempre più, inesorabilmente, quel sovrano benessere spirituale con cui la solitudine artica tanto appieno compensa lo stanco viaggiatore". Lo stesso leit-motiv si ritrova alla fine: "In fondo all'animo, con la fiera gioia di un dovere scrupolosamente compiuto, era anche l'amarezza di nulla aver trovato di ciò che avevamo cercato".
Qual fosse lo "scopo principale" della spedizione non ero riuscito a capirlo (sulla Rivista mensile non v'è traccia di scritti di Albertini che potessero illuminarmi) fino a poco tempo fa, quando a pag. 71 di "100 anni di CAI Milano" trovo la chiave: Albertini è alla ricerca degli uomini scomparsi con il dirigibile Italia della spedizione Nobile al Polo nord, del 1928. Il secondo tentativo di ricerca, perché il primo lo compì subito, quando ancora i superstiti vagavano nella "tenda rossa" (che rossa non era). Un resoconto della vicenda, in corrispondenza della pubblicazione dei diari, si trova qui.

Segue un famoso scritto di Domenico Rudatis, "La valutazione delle difficoltà", che è forse il più interessante dell'intero volume. Rudatis ripercorre la storia della valutazione in alpinismo, dai contributi di Leuchs (sua la prima scala su 5 gradi nella guida del Kaisergebirge), Dulfer, Planck (il primo a proporre di utilizzare numeri anziché aggettivi per la valutazione) e Welzenbach fino alla definizione della scala delle difficoltà. Il risultato è abbastanza noto, ma val la pena, forse, ricordare alcune considerazioni dell'epoca:

- parlare di "difficoltà" implica sempre pensare al suo superamento, ovvero coinvolge la capacità dell'arrampicatore. Il "difficile", "molto difficile", "sommamente difficile" e tutto il carrozzone degli aggettivi, sono ovviamente soggettivi, dipendono dalle capacità di chi supera la difficoltà. L'unico modo (allora) ragionevole per poter "tarare" una scala è stato definire il suo estremo superiore, l'"estremamente difficile" sulla base delle massime capacità del tempo. Molto simpatiche le polemiche contro l'utilizzo di "eccezionalmente" o "straordinariamente" difficile: l'eccezione non può infatti far parte di una scala!
- Rudatis riconosce che nelle Dolomiti, dove in quegli anni si era all'avanguardia nell'arrampicamento, la progressione delle difficoltà non è chiusa e definisce (correttamente) "non maturi" i suoi tempi per una precisazione dei limiti superiori del VI grado. Ma l'evoluzione delle capacità sposta i limiti della scala, non aggiunge gradi ulteriori. Bisogna riconoscere che l'approccio è così coerente, ancorché un po' scomodo.
- "Il crescente uso dei chiodi tende già ad arrestare la progressione delle reali difficoltà di arrampicamento" anche quando sono usati solo per assicurazione, "né idealmente i secondi salitori dovrebbero piantare un maggior numero di chiodi dei primi". Non si può dire che le idee non fossero chiare!
- la valutazione della difficoltà si può fare solo per difficoltà omogenee. Poiché camini, fessure o strapiombi non sono omogenei, ne segue che non si può valutare il "singolo passo" di un'ascensione, ma la valutazione dev'essere relativa alla salita nel suo complesso (dove ci sono sia fessure che camini che pareti). E pensare che oggi si valuta il paio di metri da uno spit all'altro...

Dopo codesto interessantissimo scritto, la prima parte si chiude con una tremenda poesiola o presunta tale di Raffaello Prati, "La poesia del C.A.A.I.", dove si leggono versi da far cadere Calliope dal Parnaso in lacrime, del tipo: "la montagna è nel tuo braccio/la piccozza morde il ghiaccio" oppure "noi lassù gettammo il cuore/con le stelle e con le aurore" e quel "Va', Caai!" che chiude ottave degne dell'Ariosto a mo' di latrato. Se i poeti non si mettono a discutere del VI grado ci sarà un motivo; non capirò mai perché gli alpinisti (di allora e di oggi) debbano colmare i loro complessi nei confronti della cultura "alta" coprendosi di ridicolo!

La seconda parte, dopo statuto, regolamento, composizione del consiglio ed elenco dei soci, è dedicata all'attività dei gruppi (Belluno, Bolzano, Milano, Roma, Torino, Trento, Trieste, Venezia). Impressionante la serie di prime ascensioni e bellissime le litografie dello stesso Rudatis e gli schizzi di Renato Chabod (il monogramma CR dovrebbe essere suo). In alcuni casi l'itinerario è disegnato su un foglio di carta velina giustapposto alla fotografia: la classe non è acqua!

Chiudono le necrologie: Giuseppe Bianchi, Luigi Brasca, Vittorio Collino, Tommaso Desilvestris, Cesare Fiorio, Alessandro Martinotti, Ottorino Mezzalama, Pino Prati, Edgardo Rebora.

"Leggano i giovani, con religione ad amore, questo annuario" ammonisce Manaresi nell'introduzione. Più prosaicamente, lasciando perdere l'indirizzo ai "giovani", categoria strapazzata di qua e di là già ai tempi del ducetto, un libro da leggere con interesse!

giovedì 11 settembre 2014

Crostata con marmellata di prugne e ricotta

Fig.1
Fig.2
Fig.3
Dopo non so quanto tempo mi avventuro nella preparazione di una torta senza cioccolato. La molla che mi ha stimolato è stata un barattolo di marmellata artigianale di prugne che Paolo ha generosamente lasciato da me in occasione di un assaggio di mousse (stavolta sì, al cioccolato) su cui prima o poi butto giù due righe. Io non sono un gran divoratore di marmellate e ho pensato a farne una torta; senonché, dopo aver assaggiato la confettura (uso i due termini come sinonimi; i cultori del rigore culinario mi perdoneranno...), mi sono ricreduto: troppo buona per essere "sprecata" in un dolce! Ormai però ero entrato nell'ottica di dedicare un'oretta a questo gustoso passatempo, ho comprato una confezione di marmellata (di buona qualità, ma infinitamente inferiore all'altra) e via.
L'abbinamento prugne-ricotta può sembrare a prima vista insolito, ma in realtà è un connubio ben assortito, con i sapori dolci di marmellata e ricotta che si sposano benissimo. Non esageratamente dolce, ma assai intrigante.

Ingredienti
  • pasta frolla: 700 g
  • confettura di prugne: 450 g
  • ricotta: 300-350 g
  • tuorli d'uovo: 2
  • burro per lo stampo

Preparazione
  • imburrate lo stampo (il mio è di 24-25 cm di diametro);
  • prendete poco più di metà della frolla e ricoprite il fondo e le pareti dello stampo, fin dove possibile. Livellate più o meno il contorno, senza diventare matti/e;
  • spalmate la marmellata sul fondo (Fig.1);
  • mescolate in una ciotola la ricotta con un tuorlo d'uovo;
  • spalmate la ricotta sopra la marmellata cercando di giungere ad uno spessore più o meno uniforme;
  • coprite il tutto con la pasta frolla rimasta. Se siete bravi/e, fate un bel disco, ponetelo sopra e "lavorate" il contatto ai bordi; se siete negati come il sottoscritto stendete la pasta il più possibile (usate un po' di farina sul piano), fatene pezzetti e ricoprite a mo' di puzzle la superficie di ricotta;
  • coprite la superficie della torta con il secondo tuorlo (Fig.2);
  • infornate per circa 40' a 190°C. Il risultato è in Fig.3.

Va a finire che mi toccherà comprare un mattarello per stendere la frolla!

martedì 9 settembre 2014

Via del naso

Paolo sul 1° tiro
Sul 4° tiro
Paolo sul 5° tiro
Sul 5° tiro
Paolo sul 6° tiro
Tracciato della via
Bec di Mea - Val Grande di Lanzo
Parete SO


Altra struttura ormai diventata "classica" per gli epigoni - veri o presunti - del visionario torinese, il Bec di Mea presenta diverse vie interessanti riattrezzate in tempi abbastanza recenti. Noi abbiamo salito la via del naso, quella più abbordabile, su roccia ottima e difficoltà obbligatorie contenute, chiudendo con grande soddisfazione il nostro week-end in questa valle.
Accesso: risalendo la valle, poco prima della chiesa della frazione Bonzo di Groscavallo, si prende una strada che sale sulla destra, si curva subito a sinistra e si segue la strada fino al suo termine, dove si parcheggia. Si segue ora il sentiero con indicazioni per il Bec di Mea (322, poi 322A, varie indicazioni lungo il percorso) fino ad un bivio con l'indicazione Parete sud, che si segue fedelmente. Il sentiero si inerpica fino alla base della parete e la costeggia verso sinistra, passando sotto un evidente tetto dove c'è l'attacco della via (spit visibili). Circa 45'.
Relazione: bella via che risale la parete del Bec di Mea per placche e fessure, con qualche variante di uscita. Arrampicata mai banale e ottimamente protetta a spit (ebbene sì, anche qui ci sono vie a spit) nei passaggi più duri (5° e 8° tiro) o meno facilmente proteggibili (placche), mentre i tratti in fessura sono interamente da proteggere: vivamente consigliato l'utilizzo di friend fino al 3BD. Nonostante sia poco ortodosso, nel seguito utilizzo insieme la scala francese per i tiri protetti a spit e la UIAA per quelli più "alpinistici", dove è necessario (a mio giudizio, ovviamente) integrare le protezioni.
1° tiro: salire un grosso masso, superare un saltino e spostarsi verso destra a salire per un diedro e per rocce rotte fino alla terrazza di sosta. 20m; IV, V; 1 spit. In alternativa si può salire dritti per placca seguendo la linea data da altri 2 spit. Sosta su 2 spit con anelli.
2° tiro: a destra della sosta a prendere il diedro solcato da due fessure parallele. Si supera un primo tratto verticale e si sale lungo la fessura di destra prima e di sinistra poi fino a giungere al cospetto del tetto che chiude il diedro. Si esce sulla destra e per breve placca si giunge alla sosta. 30m; V, IV+, VI-; 3 spit, 1 chiodo. Sosta su 2 spit con anelli.
3° tiro: salire per placca verso sinistra, fin sotto il bordo destro del tetto. Rimontare un grande masso piatto e superare il salto che porta alla sosta, mediante la fessura o per placca più a destra. 10m; V, VI-; 2 spit. Sosta su 2 spit con anelli.
4° tiro: bellissimo traverso a sinistra, appena sopra il bordo del tetto, che conduce alla base di un diedro a destra dello spigolo. 15m; 5a; 3 spit. Sosta su 2 spit con catena ed anello.
5° tiro: Salire il diedro fessurato, prima inclinato e poi verticale, fino al suo termine. Per placche delicate si sale a sinistra verso la sosta. 25m; V, 6a (passo di 6a+ all'inizio del tratto verticale); 5 spit, 4 chiodi. Sosta su 2 spit con catena ed anello.
6° tiro: Superare la fessura sopra la sosta e proseguire per placca appoggiata. Ignorare la sosta e continuare ancora per placca più ripida fino ad una sosta successiva sulla sinistra dello spigolo. 30m; 5b; 4 spit, 1 sosta intermedia.
7° tiro: riprendere il filo dello spigolo e salire brevemente, indi spostarsi a destra verso l'evidente fessura obliqua che solca in muro finale. 20m; 5a; 2 spit. In alternativa, si può continuare lungo gli spit fino al termine della via. A questa sosta si giunge anche spostandosi verso destra al 6° tiro e risalendo poi una fessura. Sosta su 2 spit con anelli.
8° tiro: Portarsi a destra e salire con passo faticoso fino ad una nicchia, sopra cui parte una larga fessura obliqua verso sinistra. La si risale con incastro faticoso (oppure più prosaicamente, come il sottoscritto, tirando i rinvii). fino ad uscire sulla terrazza di sosta. 15m; il tiro è valutato 6c in libera; 5 spit. Sosta su 2 spit con catena ed anello.
Discesa: in doppia lungo la via di salita, utilizzando le soste appositamente attrezzate con anello di calata.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 5 settembre 2014

Tre ristoranti in Toscana

Località Lucarelli, 29
Radda in Chianti (SI)


Poniamo che vi troviate in Toscana, in quell'area fantastica tra Firenze e Siena, per motivi enogastronomici. Poniamo anche che i vostri gusti in fatto di vini non seguano i dettami di un mercato che ha omologato la produzione a suon di barrique; dove andate? Non ci crederete, ma la scelta è ben più ardua del previsto!
Un indirizzo da tenere a mente è l'osteria Le panzanelle, nei dintorni di Radda in Chianti. Ambiente rilassato, per niente formale senza essere fintamente retrò; buona cucina toscana con scelta non molto ampia nel menù, ma porzioni oneste. Iniziamo - manco a dirlo - con degli ottimi antipasti toscani (prosciutto, salame, finocchiona, bruschetta, crostino) per passare a dei ravioli di melanzane piuttosto interessanti (pici e gnudi avevano anche un bell'aspetto, ma non si può aver tutto a questo mondo...). Per il secondo, resto in tradizione e mi lascio tentare dal cinghiale alle olive: buono, ma non eccezionalmente saporito, così come la torta al cioccolato, stile-tenerina con interno quasi fondente.
E veniamo ai vini: la lista è decisamente molto fornita, ma noi eravamo interessati al Chianti classico. Dopo aver confabulato tra noi e con Luigi dello staff ci indirizziamo sul Pian del Ciampolo 2012 di Montevertine, che è sì un Toscana IGT, ma con blend tipicamente chiantigiano e fermentazione in vasche di cemento. Un'ottima scelta ed un vino da ricordare per le prossime scorribande.

A Siena, dietro piazza del Campo, si trova invece il ristorante Bagoga - Grotta di S. Caterina (via della Galluzza 26, Siena). Anche in questo caso la cucina è quella della tradizione toscana e senese ed il rapporto qualità/prezzo lo rende decisamente consigliabile: abbiamo provato il menù degustazione, iniziando con antipasto di salumi per passare poi a due primi piatti, ribollita e pici, entrambi molto buoni. Si passa così al secondo, un umido misto di carne (coniglio, cinghiale,...) molto saporito, forse con un po' troppa cannella. Chiusura in tono minore, purtroppo, con una bavarese al panforte che sarà anche tipicamente senese, ma non mi ha regalato emozioni.
La lista del vini è ben fornita, ma la scelta è stata deludente: il Chianti Felsina, sulla carta un vino interessante che vede solo in parte barriques di 2° e 3° passaggio, non si distingue da tanti suoi simili. La prossima volta sceglieremo diversamente.

Il colmo con i vini lo tocchiamo però a La rocca (Porta S. Giovanni 3, Lucignano (AR)), dove la lista non include praticamente alcun vino "tradizionale" della zona, la cameriera confonde "tradizionale" con "biologico" (ma non hanno un sommelier?) e ci riduciamo ad accompagnare la cena con una bottiglia di un produttore locale che ho pure dimenticato. Un vero peccato, perché il paese è molto bello e assolutamente da visitare, il locale curato ed il cibo degno di nota. Qui saltiamo l'antipasto per iniziare con dei maltagliati con pomodoro, pere, pancetta e ricotta molto buoni, seguiti da un'altrettanto gustosa tagliata di chianina, che stimola un confronto con la Aberdeen Angus beef (e la Kobe e quella argentina, allora?) visto che Salvatore, il sodale di gozzoviglie, è ormai quasi-naturalizzato scozzese. Altri piatti a base di chianina fanno la loro bella figura nel menù.

Al fondo più fondo dei nostri assaggi vi sono però le Cantine di Greve in Chianti; non un ristorante, ma un'enoteca con degustazione con tessera prepagata. Professionalità sotto zero grazie alla quale se "pescate" una bottiglia rovinata dal tappo, son problemi vostri: la bottiglia viene sostituita con fare di sufficienza e senza una parola, a sottolineare che state rompendo le scatole invece di fare un favore, ed il vostro bicchiere non viene riempito di vino "buono": pagate anche la degustazione delle bottiglie rovinate! Un posto da cui stare alla larga!

lunedì 1 settembre 2014

Sorgente primaverile

Luca sul 1° tiro
Sul 2° tiro
Luca sul 3° tiro
Sul 4° tiro
Tracciato della via
Torre di Gandalf il mago - Vallone di Sea
Parete SE


Tutti - o quasi - coloro che si dilettano di arrampicata conoscono il Vallone di Sea e le vicende che gli girano intorno, ma sentirle raccontare da Marco Blatto davanti ad un generoso bicchiere di genepì è stato certamente il momento culminante di una giornata in cui avevamo avuto il nostro battesimo (ed io anche il compleanno!) sulle rocce del Vallone. Come "iniziandi" abbiamo scelto una delle vie più facili (il che mi fa presagire che la mia frequentazione da quelle parti resterà piuttosto sporadica), mettendo in minoranza il mentore Paolo che ambiva a trascinarci verso traguardi più ambiziosi. Via breve (il che può non essere uno svantaggio se si ha poco tempo o se si cerca un "ingaggio" limitato), ma decisamente bella e raccomandabile.
Accesso: si raggiunge Forno Alpi Graie ed il termine della strada; si gira a sinistra e si segue lo sterrato oltre il fiume, parcheggiando poco più avanti ad un bivio. Si sale  a destra e si prosegue sempre sulla sinistra idrografica della valle, superando Polvere di stelle, l'area boulder di Sea. Poco dopo un'indicazione per la Torre di Gandalf suggerisce a seguire una traccia verso destra che in breve mena alla base della parete ove parte la via.
Relazione: la via sale per diedri e fessure, alla destra del pilastro che emerge dalla Torre. Difficoltà non elevate, ma quasi interamente da proteggere (indispensabili friend fino al 3BD; anticamente c'erano degli spit sul 1° tiro, che sono stati recentemente rimossi). Per fortuna le numerose fessure facilitano il compito. Percorso sempre logico e facile da identificare e roccia ottima.
1° tiro: si attacca a destra del pilastro puntando ad un breve tetto sormontato da diedro (chiodo visibile dalla base); lo si supera e si prosegue fino a che il diedro si chiude. Qui si esce a destra e si raggiunge la cengia ove si sosta; 20m, V, VI+ (passo ben protetto dal chiodo), V+/VI-; 2 chiodi, 3 friend incastrati. Sosta su 2 spit con cordone e maglia-rapida.
2° tiro: a destra lungo la cengia a prendere un bel diedro fessurato che sale verso destra. Si supera un saltino e si raggiungono due fessure parallele che salgono verso sinistra e che conducono alla sosta; 20m, V-, V+; 1 chiodo. Sosta su 3 spit e 1 chiodo con cordone e maglia-rapida.
3° tiro: ci si sposta a sinistra della sosta e si risale il diedro, per poi spostarsi verso sinistra a prendere una fessura obliqua ed un diedrino finale che recano al terrazzo di sosta; 30m, VI-, V, VI-; 1 chiodo. Sosta su 2 spit con cordone e maglia-rapida.
4° tiro: salire la bella fessura a destra della sosta giungendo ad un terrazzo; superare il muretto verticale e procedere per placche fino alla sosta sulla sinistra; 25m, V/V+, IV+; 1 chiodo. Sosta su 3 spit con cordone e maglia-rapida.
5° tiro: salire sopra la sosta per facili rocce fino alla cima della torre; 25m, IV-. Sosta su 2 spit con catena e moschettone di calata.
Discesa: in doppia lungo la via oppure lungo L'occhio di Sauron che sale alla sua destra (faccia alla parete). Attenzione a non fare calate troppo lunghe se non volete rischiare di incastrare le corde.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.