Vallecchi, Firenze, 1995 (1a ed. 1919)
Perché l'Italia, checché possano dirne i pappagalli di terza pagina dei grossi giornali, i sensali mascherati delle riviste illustrate, e i polverosi professori pagati per far da beccamorti ne' musei, non conosce né capisce, e perciò non ama, la modernità.
Nella prima parte del libro (le scoperte) spicca il bellissimo saggio su Il Greco (con una simpatica polemica sui letterati e la critica d'arte a cui rispose Croce), per passare a Courbet, Cezanne, Rousseau, senza dimenticare Rosso e Fattori (e con un bel po' di generosità nelle lodi a Ranzoni e alla Gerebzova). Poi il bel capitolo su Boldini (che Soffici non apprezza, ma di cui riconosce la vitalità del dipinto) e i fratelli Savinio, a testimonianza dell'acume critico dell'autore che, dopo aver dedicato un capitolo alle proprie teorie artistiche, passa ai massacri, ovvero alla critica dell'arte (e della critica d'arte) coeva, soprattutto italiana. Qui, non senza ragione, ma con un po' di esagerazione, non si salva nessuno: pittori, scultori e critici vengono bistrattati dagli scritti taglienti di Soffici. E se molti nomi sono oggi scivolati nel dimenticatoio dell'arte, a dimostrazione che gli strali colpivano spessissimo nel segno e che l'Italia era già decaduta a provincia anche dal punto di vista artistico/culturale, sembra quasi incredibile che Soffici trovasse "disgustosa" l'arte di Stuck, "un carnevale in una camera mortuaria" quella di Klimt (l'arte mitteleuropea troverà però una sponda nelle mostre della Secessione romana, dove nel 1913 compare anche una "Sala degli impressionisti francesi"), per non parlare dei Preraffaeliti. Ma così è: l'impeto rinnovatore è tale che non ha mezze misure; o si è dentro l'arte moderna o si è "falsi", "innamorati di mondi morti" come Moreau e Böcklin (e non è da prendersi come complimento romantico), "bestiali", "ignoranti e perniciosi" come i critici italiani. Quindi, nessuna sorpresa nel veder maltrattato Sartorio o il critico d'arte Vittorio Pica (che comunque, dall'alto delle loro posizioni, potevano benissimo infischiarsene); semmai ancora un po' di stupore per le remore su Gauguin e Van Gogh, Sargent e Cassatt (inserita in una bella introduzione sull'arte femminile) e per un paio di giudizi sulla pittura inglese e tedesca (eccessiva "francesizzazione" del nostro?).
Ma la cosa che colpisce di più, come ben evidenziato nell'introduzione, è la scarsa fortuna che questo libro profetico ha avuto nel nostro Paese: invece di diventare "testo sacro" di critica d'arte è stato pressoché dimenticato. Forse la rapidissima marcia dell'arte moderna che - ironia della sorte - già considerava l'impressionismo come arte "classica" quando Soffici scriveva (la recezione del cubismo da noi sarà ben più complicata), forse l'involuzione culturale... fatto sta che dopo una seconda edizione nel 1929 non se ne parlerà più. L'Italia non ama la modernità; parole sante. Ce ne stiamo accorgendo.













