venerdì 27 giugno 2014

La bella addormentata + Silvy

Sul 1° tiro de La bella addormentata

Giancarlo all'inizio del 2° tiro de La bella addormentata
Giancarlo sul 1° tiro di Silvy
Tracciato della via Silvy. Ovviamente la foto non è
stata scattata lo stesso giorno della salita!
Zucco Pesciola (Gruppo dei Campelli)
Parete S

Che la giornata non fosse delle migliori si era capito subito, arrivando al rifugio Lecco e scorgendo le cime del gruppo dei Campelli immerse nella nebbia, con buona pace delle previsioni meteo. L'idea di una salita "estiva" al sole evapora subitaneamente, l'abbigliamento si appesantisce e si continua. Fatichiamo un po' a trovare l'attacco nella nebbia, poi i rumori di una cordata ci indirizzano; saliamo la prima via e attacchiamo la seconda. Alla seconda sosta di Silvy tolgo la macchina fotografica per scattare una foto a Giancarlo che sta salendo. Sto per scattare, ma lui viene un po' avanti, io mi abbasso per recuperare un po' di corda e la macchina mi scivola dalla mano, prende due botte sulle rocce e sparisce inghiottita dalla nebbia. Attimo di sgomento seguito da amare considerazioni sull'intelligenza del sottoscritto e da aspre imprecazioni all'indirizzo delle potenze celesti. Terminiamo la via, poi rientrando lungo la ferrata mi calo recandomi nei pressi dell'attacco, scruto per un po' e riesco a recuperare il malconcio cadavere dell'apparecchio fotografico. Bilancio della giornata: ho trovato un vecchio friend, praticamente inutilizzabile o quasi, e distrutto una macchina fotografica; il saldo è tragicamente negativo!
A contorno del lutto restano due viette tutto sommato interessanti e raccomandabili, certamente meno frequentate delle vie sulla parete N dello Zucco Pesciola ed adatte per le mezze stagioni o per le giornate non troppo calde.

Nota: avendo percorso le vie immersi nella nebbia è possibile, anzi probabile, che mi sia perso qualcosa nelle relazioni; correzioni sono ben accette. Il percorso è comunque sempre logico, soprattutto se avete una visibilità maggiore di un paio di metri circa...

Accesso (La bella addormentata): raggiungere il rif. Lecco da Barzio (funivia) o da Ceresole di Valtorta, indi seguire verso destra (faccia al gruppo dei Campelli; indicazioni in loco) il sentiero degli stradini, che corre sul lato sud dello Zucco Pesciola. Lo si segue fino a scorgere sulla sinistra le evidenti indicazioni per la ferrata e si prosegue fino a raggiungere, poco oltre, un canale che scende dalla parete S dello Zucco. Si risale il canale per qualche decina di metri fino ad un tratto "piano", lo si abbandona puntando alla parete di sinistra e ci si porta presso il suo estremo destro; qui è una scritta che segna l'attacco della via.

Relazione (La bella addormentata): via divertente su buona roccia (da controllare comunque in qualche punto) che va a cercare un percorso interessante in mezzo a canali, cenge ed affini, ben protetta nei passi-chiave (le difficoltà sono solo singoli passi) e assai meno in quelli più facili; portare eventualmente protezioni veloci. Tutte le soste sono su due spit con cordone e maglia-rapida.

1° tiro: spostarsi un poco a sinistra della scritta fino ad identificarne una simile mezza cancellata (qualche metro sopra si vede un chiodo); da qui salire le placche a gradoni fino alla sosta (attenzione ad un "corno" instabile che rende delicato uno spostamento verso sinistra); 30 m, 5b; 5 chiodi, 1 spit.
2° tiro: a destra della sosta a risalire uno stretto canale fino ad una cengia erbosa dove ci si sposta a destra a raggiungere la sosta; 30 m, IV-, III; 1 chiodo.
3° tiro: salire la placca e superare un saltino raggiungendo una terrazza; proseguire per un diedro fino alla sosta; 25 m, 5c; 2 spit.
4° tiro: risalire il pilastrino, spostarsi sullo spigolo e risalire fino ad una terrazza; tenersi un poco sulla destra e risalire un vago diedro giallastro fino alla sosta; 25 m, 5a; 2 spit, 1 chiodo.
5° tiro: ancora per placche e muretto sopra la sosta fino alla fine delle difficoltà; 25 m, 5a; 2 chiodi, 1 spit.

Discesa: in doppia dalla via, ma è consigliato continuare per la via seguente. In alternativa potete fare come il sottoscritto che dopo aver recuperato i resti della macchina fotografica è sceso lungo il canale di sinistra (faccia a monte); facile ma con un paio di tratti un po' esposti (attenzione!).

Accesso (Silvy): se si sceglie di continuare l'arrampicata si segue la breve cresta verso sinistra, spostandosi poi ancora a sinistra per ripidi prati fino ad un largo canale che si risale fino alla parete che lo chiude. Sulla destra di un avancorpo della parete parte la via (spit con cordino visibile in alto; poco sotto la base si notano dei resti di ometto che abbiamo un poco ricostruito).

Relazione (Silvy): bella continuazione della via precedente che permette di raggiungere la cima dello Zucco; stile e difficoltà sostanzialmente comparabili tranne un breve tratto del terzo tiro, peraltro attrezzato in stile-falesia. Le soste qui sono su due spit; se prevedete la possibilità di un... rientro anticipato, portatevi il necessario per allestire le calate.

1° tiro: salire tra l'avancorpo e la torre vera e propria, spostarsi a destra all'altezza dello spit e salire per rocce facili alla sosta. Attenzione al tratto finale su erba; 30 m, 5c (passo); 2 spit (1 con cordino).
2° tiro: dritti sopra la sosta a superare un muretto appigliato, indi per rocce facili si risale uno spuntone e si supera un muretto che porta alla sosta; 25 m, 5b; 1 spit, 2 chiodi.
3° tiro: si risale la fessura uscendo sulla destra e proseguendo per facili rocce fino alla sosta; 20 m, 6a+/6b; 4 spit.
4° tiro: si esce a destra della sosta e si risale la placca (più facile se ci si riporta verso lo spigolo) fino ad una sosta; proseguire per la breve placca fino alla cima; 30 m, 4c; 1 chiodo con cordino, 1 sosta. Attrezzare la sosta su spuntoni; attenzione all'attrito delle corde.

Discesa: la via canonica di discesa dallo Zucco Pesciola è sul versante N attraverso l'evidente sentiero che porta nel vallone dei camosci e poi al rifugio Lecco. In alternativa (più lungo e scomodo) è possibile percorrere a ritroso la ferrata.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 25 giugno 2014

The fish hopper

75-5683 Alii drive
Kailua-Kona, Hawaii, 96740, USA

Negli ultimi mesi la mia frequentazione del mondo virtuale è calata assai sensibilmente: i post in questo spazio si sono ridotti, G+ è dormiente insieme ai rapporti con le persone che vi avevo conosciuto e così via. Tra i vari i motivi che mi hanno portato a ridurre il tempo dedicato a questo spazio possiamo annoverare la rottura del'hard disk e qualche problema con la connessione internet casalinga, ma non è tutto e non è rilevante; fatto sta che così facendo ho accumulato un'infinità di argomenti su cui dispensare sproloqui e consigli non richiesti che ha del sorprendente. E quale miglior occasione per calcare di nuovo questo terreno del recente - e purtroppo breve - viaggio a Big Island, Hawaii?
Tralasciando gli aspetti turistici (di cui ho goduto assai meno di quel che avrei voluto) e limitandomi all'etichetta di questo post, ci sono almeno un paio di locali che vale la pena visitare nella cittadina di Kailua-Kona: la Kona brewing company (75-5629 Kuakini Hwy), dove producono - tra l'altro - un paio di Ale interessanti, la Lava man e la Fire rock, che potrete gustare nell'annesso pub insieme a dei fish tacos e - udite udite - persino ad una pizza ben più che decente, e il Fish hopper. Posizionato sul lungomare di Kona dove sfilano uno dopo l'altro pub, ristoranti e steakhouse, questo posto si distingue per un menù e una cura nella preparazione dei piatti un po' superiori. Seduti al primo piano con bella vista sulla baia (e un po' meno bella sui piatti finti, in stile ristorante cinese di pessima categoria), saltando antipasti e clam chowder, ho scelto un piatto con Mahi-mahi (ovvero lampuga; un ottimo pesce, come recita il significato del nome in dialetto hawaiano) e noci Macadamia (altra peculiarità hawaiana, anche se originarie dell'Australia), accompagnati da purè di patate dolci Molokai (simili - o uguali? - alle patate dolci di Okinawa, che poi non sono originarie di Okinawa...) e salse al mango e papaya. Veramente ottimo e ottimamente presentato! Un assaggio al piatto con Ono (altro pesce dei mari tropicali simile alla palamita) dei miei commensali mi ha ulteriormente convinto riguardo al locale. La lista dei vini è in prevalenza californiana, ma potete anche trovare un Pinot grigio Santa Margherita al modico prezzo di 50$ (!!); noi abbiamo insistito con la Lava man.
Con sorpresa, il dessert è senza infamia e senza lode: sia la mia torta alle carote che quelle al cioccolato o al lime non hanno riscosso particolare entusiasmo. La cosa più simpatica è il cameriere che vi porterà il vassoio dei dessert in modo che possiate scegliere... anche con gli occhi!
Da registrare il "siparietto" finale al momento del conto: chiediamo al cameriere di dividere il totale per cinque; lui si confonde, prima moltiplica per cinque le portate e poi divide per venticinque il prezzo di ognuna... così ci presenta cinque scontrini chilometrici (vedi foto) imprecando contro gli "errori del computer" tra le nostre irrefrenabili, anche se forse non del tutto educate, risate.

sabato 24 maggio 2014

Via del littorio

Lo Scarpone I, n. 13, p. 1 (1931)
In vetta alla Torre Costanza;
tratta da Mary Varale, dalle dolomiti alla Grigna
Lo stizzito articolo de Lo Scarpone I, n. 21, p. 3 (1931)
L'articolo su RM SEL 1933, p. 120
L'articolo su Roccia n. 26 (1933)
da Roccia n. 26
Stefano alla sosta di partenza
Sul 4° tiro
Stefano sul 4° tiro
Foto di vetta...
Torre Costanza - Grignetta
Parete E

Attenzione: segue lungo sproloquio storico-alpinistico sulla via. Se siete interessati alla pura e semplice relazione, saltate qui.

Bramavo da un po' di tempo questa via, ma ad essere onesto devo dire che uno dei motivi scatenanti la mia curiosità era la storia di quel che avveniva in cima al torrione negli anni '30, su cui sono riuscito finalmente a raccogliere un poco di documentazione. Cominciamo dall'inizio: non è chiaro se l'idea di far issare un fascio littorio in cima al torrione Costanza nasca da un annoiato podestà di Lecco o se sia - come dice Lo Scarpone anno I, n. 13, del 15 luglio 1931 - "iniziativa di alpinisti [?] milanesi". Lo Scarpone non ci dice se i proponenti - possibilmente non al culmine della loro lucidità - volessero convertire al verbo fascista i camosci della Grignetta analogamente ai mimimmi marziani o se pensassero di trascinare in cima al torrione qualche panzuto gerarca ad onorare il simulacro, ma pazienza: il manufatto viene issato il 5 luglio 1931, lungo la via Boga, e buonanotte. Tra i personaggi che compiono questa "impresa" figurano Cassin, Boga e la Varale, allora zelanti seguaci delle pagliacciate di regime, come mostrato (anche) in diverse fotografie.

Qualcuno però non è contento di questa ideona e poco dopo esegue un audace colpo di mano, abbattendo il vessillo. Chapeau! Il fascistissimo Scarpone se la prende assai male e pubblica un articolo dai toni stizziti sul n. 21 del 15 novembre 1931, dove si sorprende che "a dieci anni dalla Rivoluzione fascista ci sono ancora individui, anche tra gli alpinisti, che si macchiano di simili profanazioni" ed informa che l'infausto simbolo è stato ripristinato il primo novembre. La baldanza dei toni contrasta un po' con la codardia dell'uso di uno pseudonimo, ma evidentemente anche Ser Brunetto "teneva famiglia" come il citato Prasan (per capire il criptico riferimento finale dello scritto è obbligatorio leggere l'illuminante saggio Piccozze rosse e cavalieri neri di Alberto Benini). Le dimensioni di questa specie di rozzo pipistrello zincato non sono note con precisione: Saglio nella guida delle Grigne (p. 317) parla di 2,5 x 0.5 m2, "che spicca rossastro da lontano", Lo Scarpone dice "tre metri e mezzo", la Rivista Mensile del gennaio 1933 dove si racconta l'apertura della via Boga alla N della Torre Costanza il 28 giugno 1931 (p. 37) conferma: "Per la stessa via è stato issato il Fascio Littorio che orna la Torre (alt. 3,50 - diam. 0,50)". Tutte queste misure si riferiscono ovviamente al secondo fascio; se il metro di differenza non è una svista, potrebbe corrispondere alla punta o alla base.

Ma tralasciamo la pignoleria dimensionale e prestiamo attenzione agli "ignoti" autori del colpo di mano. Secondo quanto riportato qui, si tratterebbe degli apeini, anche se gli anni non corrispondono esattamente (a suggerire l'idea è anche l'analogia tra le "mosche" de Lo Scarpone e l'ape simbolo del movimento). Qui sarebbe d'uopo una parentesi sulla genesi dell'associazionismo alpinistico in Italia, ma conviene limitarsi a constatare come varie parti politiche e i cattolici fossero dediti all'educazione delle masse operaie, ovvero: guerra all'alcolismo (vera piaga sociale dell'epoca) e aggregazione politica tramite lo sport. l'APE (associazione proletaria escursionisti) nasce nel 1921 dall'UOEI e viene sciolta dal regime nel 1926. Alcuni suoi membri continueranno però a ritrovarsi clandestinamente nelle montagne (e non solo) e a compiere azioni dimostrative (e non solo).

Il primo ottobre 1933 il fascetto della Costanza riceve visite: la Rivista Mensile della SEL (p. 120) ci informa che: "domenica 1 ottobre il Gruppo Arrampicatori Fascisti [ex Dopolavoro] Nuova Italia di San Giovanni, con cerimonia commovente nella sua austerità, ha inaugurato il Gagliardetto donatigli, con gentile atto di fraternità scarpona, dal Dopolavoro Lario di Monte Olimpino". A parte il notare come la vita nei Dopolavoro di Lecco degli anni '30 dovesse essere di una noia mortale se ci si riduceva a fare queste buffonate, non si capisce cosa ci sia di austero in 44 partecipanti che s'irrigidiscono sull'attenti quando la povera Varale bacia il Gagliardetto (cielodurismo ante litteram?) e biascicano Giovinezza, ma sappiamo che il regime teneva alla forma ben più che alla sostanza. Ed infatti l'articolo anticipa la posa del secondo fascio al 28 ottobre (giorno infausto in cui il re-fantoccio non firmò il decreto sullo stato d'assedio, avallando di fatto la Marcia su Roma). Un breve resoconto si trova anche su Roccia n. 26 del 1933, con la cerimonia che passa da "originale" (SEL) a "fascista". Anche qui la data diventa il 28 ottobre 1931 e l'altezza si conferma di 3,5 metri.

Poco dopo, il 15 ottobre 1933, Cassin, Varale e Dall'Oro aprono una nuova via sulla Costanza, con dedica al fascio littorio della cima (e dagli!). Nel 1945 il pipistrello incontrerà infine il destino vaticinatogli dagli apeini: abbattuto, viene trascinato a valle dalla neve e sarà "riciclato" dai contadini, trovando finalmente una sua utilità.

Oggi questa via è una buona scelta se si vuole arrampicare tra la Storia in solitudine, in un ambiente eccezionale e lontano dalle folle che si accalcano su Albertini, Marimonti e consimili. Per tutte queste caratteristiche è ampiamente consigliabile, anche se solo un paio di tiri o poco più si possono definire "belli", mentre metà della via si dipana senza infamia e senza lode.

Accesso: dalla chiesetta dei Piani Resinelli si prende a destra restando bassi e si segue la strada che discende costeggiando un serie infinita di villette, superando un paio di vaghi tornanti e giungendo all'incrocio con la Via alle Foppe dove si parcheggia (ora c'è un divieto di accesso). Si prosegue lungo lo sterrato seguendo le indicazioni per il rifugio Rosalba. Si supera il canalone Valsecchi e si prende a destra al bivio per la Torre Costanza e la Punta Giulia (indicazione). Il sentiero risale il Canalone del diavolo fino ad un bivio dove si segue per la Torre Costanza (indicazione) e ci si infila nel canalone dove le indicazioni spariscono (un vago ometto resta a suggerire la via). Il percorso lascia comunque poca scelta: si risale il canalone con dei passaggi di arrampicata facili ma insidiati da erba e da sassi instabili fino ad uscirne sulla destra (ometto). Si è ora su ripidi prati al cospetto della meta, cui ci conduce una traccia. Sulla parete si nota una lapide e, qualche metro a sinistra (faccia a monte) dove la traccia termina, vi è un fittone resinato che marca la partenza.

Relazione: via con una prima parte abbastanza anonima e con qualche sasso mobile, che migliora nella seconda metà dove si trova il tiro-chiave - tutt'altro che banale da farsi "pulito" e solo parzialmente risistemato a fittoni resinati. Chiodatura essenziale nei tiri facili e ottima sul tiro-chiave, che si supera facilmente in A0. Portare eventualmente friend medi. Tutte le soste sono su due fittoni.

1° tiro: salire portandosi un poco verso sinistra fino ad un piccolo terrazzo da dove si risale diritti fino alla sosta, posta ancora sulla sinistra; 25 m, IV+, III+; 1 fittone, 1 chiodo.
2° tiro: puntare all'evidente fittone sulla destra, superare un risalto e raggiungere un terrazzo erboso con la sosta; 25 m, IV+, III+; 1 fittone.
3° tiro: salire tenendosi sulla destra e portarsi verso la parete per rocce un po' erbose. Qui infilarsi nello stretto camino di sinistra e risalirlo fino ad uscire in sosta; 40 m, IV+; 2 fittoni, 1 chiodo.
4° tiro: salire la stretta fessura fino alla sosta; 25m, A0; 3 fittoni, 8 chiodi. La fessura è valutata VII+, ma il sottoscritto non ci ha pensato due volte ad agguantare i chiodi - i primi due fittoni sono onesti, ma tra il secondo ed il terzo non mi è parso il caso di rischiare un bel voletto su chiodi.
5° tiro: salire a sinistra della sosta a prendere una bella lama verticale, poi spostarsi sulla destra e per rocce più facili raggiungere la sosta; 40 m, V+, IV+; 2 fittoni, 3 chiodi (ma due sono ravvicinati; forse una vecchia sosta?)
6° tiro: per facili roccette raggiungere la vetta; 15 m; III+.
Discesa: dalla vetta seguire i bolli arancio scendendo per roccette (eventualmente assicurarsi) fino alla sosta di calata. Con tre calate da 25 m si è al colle tra la Torre Costanza e Cecilia, da cui per ripidi prati si giunge in breve al punto di partenza.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

sabato 3 maggio 2014

Gli egoisti

di Bonaventura Tecchi
Bompiani, Milano, 1961 (1a ed. 1959)

Adesso, mentre discendeva in furia, giù per quei ciottoli duri, cattivi, che la rincorrevano alle calcagna quasi come mastini, giù per le svolte di quella strada scabra, arida, maledetta, non ricordava più per quale ragione, a un certo momento, gli avesse rivolta una domanda strana e per lei tanto importante. Sulla solitudine dei corpi, delle anime? Sulla tremenda solitudine nell'amore? Che cosa gli aveva chiesto?
Questo è un libro che a mio parere poteva essere un capolavoro ed è invece "solamente" bello. Ma andiamo con ordine: Tecchi ci racconta le vicende sentimentali di cinque uomini che conosciamo nel pranzo di apertura del racconto. Uno di loro serve solo come escamotage per la relazione di Marcello ed Isabella ed esce di scena rapidamente; quindi quattro: Paolo, il medico ed anfitrione, e Fausto, il dotto orientalista, i più anziani; Roberto, lo scienziato, e Marcello, traduttore ed artista in erba, i giovani. Tutti uomini d'ingegno, come Tecchi rimarca più volte, eppure tutti incapaci di accedere alla dimensione profonda dell'amore. I giovani Marcello e Roberto sono accomunati dall'approccio verso le loro mogli/compagne (a loro volta accomunate da un tragico destino), con le quali non riescono ad elevare la relazione oltre la dimensione carnale o affettiva, su fino alla comunione degli spiriti (questo dissidio anima/corpo è un po' stucchevole letto oggi): le donne - ammirevolmente descritte - sono ineluttabilmente private dell'accesso all'anima dei loro uomini, si ritrovano perennemente escluse da un mondo che pure gli è fortemente debitore, condannate alla solitudine dall'incomunicabilità affettiva degli uomini, dal loro egoismo.
Il più anziano Fausto, che introduce il tema portante del rapporto bene/male già nelle prime pagine, vorrebbe rappresentare una compiaciuta ed intelligente amoralità (invero assai blanda se rapportata ai giorni d'oggi) e finirà col misurarsi e perdersi con donne mai neppure citate per nome, in un posto (Pavia) mai nominato ma solo suggerito, in una di quelle tipiche sovrapposizioni tra luoghi e sentimenti che percorrono felicemente il romanzo (si pensi al colle innominato sopra Ospedaletti). Nemmeno Paolo, che fa un po' da baricentro alle vicende e i cui trascorsi viviamo retrospettivamente, è immune da questo "male" e dalle sue "vittime"; vi ha sempre convissuto e ne tenterà una comprensione insieme a Marcello nel finale.
Fa da contraltare a codesti signori padre Van der Bergen (vi è poi un altro Monsignore assai indulgente con la mondanità che illustra il proverbio dell'abito), che appare all'inizio a marcare le polarità entro cui si muove il racconto e assume via via importanza nella seconda parte: impossibilitato a fermare il destino di Isabella, il prete olandese donerà infine consapevolezza a Marcello, illuminando l'eterno dilemma bene/male con cui il libro si apre. Di più non si può chiedere, la soluzione dev'essere cercata da ognuno dentro di sé. Ma l'accenno di contrapposizione fede/ragione che corre più o meno velatamente nel libro non può non provocare un po' di fastidio, e le pur belle pagine finali avrebbero potuto suggerire un senso diverso - o nessuno affatto - alle traversie di Marcello e Paolo (per tralasciare un sospetto tremendo sul futuro del primo). Questo, insieme ad una certa schematizzazione dei ruoli uomo/donna (carnefice/vittima), riporta alla frase iniziale. Un libro comunque da non perdere, che contiene altresì numerosi spunti sottotraccia, dall'egoismo dell'artista e la sua incomunicabilità col pubblico alla genesi del processo creativo.

Tecchi fu compagno di prigionia a Celle Lager di Carlo Emilio Gadda, che lo menziona nel Diario di prigionia; da qui la curiosità di leggere qualcosa di suo. Un altro esempio di come i migliori percorsi di lettura siano suggeriti dai libri stessi.

domenica 27 aprile 2014

Leo Cerruti

Matteo sul 1° tiro
Sul 2° tiro
Matteo sul 2° tiro
Matteo in incastro nel camino del 4° tiro
In cima al Torrione.
Tracciato della via (arancione). In rosso la via Ustionando.
Torrione Pertusio - Grignetta
Parete SO


Ormai in Grignetta ho percorso quasi tutte le vie che il mio livello da alpinista in erba consente, il che mi porta (invero in buona compagnia) a tramestar guide ormai dimenticate a caccia di itinerari ancor più negletti; il tutto per evitar di calcar troppo spesso tracce già percorse. È così che salta fuori questa Leo Cerruti al Pertusio (del 1973), che compare nelle guide un po' datate, ad es. Cima, Porta-Morandin e Pesci (CAI-TCI), mentre è solo citata nella guida Corti e non è stata inclusa nel progetto di riattrezzatura. Si va quindi un po' all'avventura, seppur le difficoltà dichiarate non siano estreme. Alla fine ne è uscita una salita non senza soddisfazione, ma che non mi sentirei di consigliare ai ripetitori... a meno che non siano agli "sgoccioli" come noi!
Accesso: dalla chiesetta dei Piani Resinelli si prende a destra restando bassi e si segue la strada che discende costeggiando un serie infinita di villette, superando un paio di vaghi tonanti e giungendo all'incrocio con la Via alle Foppe dove si parcheggia (ora c'è un divieto di accesso). Si prosegue lungo lo sterrato seguendo le indicazioni per il rifugio Rosalba. Si supera il canalone Valsecchi, il bivio per la Punta Giulia, quello del sentiero dei morti, fino ad un altro bivio dove si sale verso destra (indicazioni). Aggirato un torrione e passato l'ultimo bivio per il Torrione Ratti si è in breve alla base della parete. Vicino allo spigolo di destra sale una traccia che porta all'attacco dello Spigolo MIR (scritta); da qui ci si sposta verso sinistra superando l'attacco di Ustionando e doppiando uno spigolino fino a giungere alla base del caratteristico diedro dove partono le vie Renata (fittoni) e Panta Rei (spit). Qui attacca la Leo Cerruti.
Relazione: via con gradi affrontabili senza patemi sulla carta, ma che si svolge solo per un breve tratto del 2° tiro (e per il tratto-chiave del 4°) su roccia buona; per il resto la roccia si potrebbe definire discreta e con diversi punti in cui è necessario fare attenzione. Noi abbiamo scaraventato svariato pietrame nel canalino, ma ripulire la via comporterebbe la demolizione del torrione. Chiodatura essenziale.
Nota: le relazioni disponibili nelle guide sopracitate sono un po' vaghe in alcuni dettagli del percorso, soprattutto per quanto riguarda il 4° tiro. La nostra soluzione sembra la più logica, ma suggerimenti di altre varianti sono ben accette.
1° tiro: salire pochi metri nel diedro della via Renata (fino al primo fittone) indi spostarsi a sinistra e risalire la fessura obliqua superando una sosta a spit e proseguendo fino alla sosta vicino ad un alberello; 25m, IV+; 1 sosta a spit, 1 chiodo - possibile usare il primo fittone della via Renata. Sosta su due chiodi con cordone e maglia-rapida.
2° tiro: superare il saltino sopra la sosta e salire nel largo camino (attenzione ad un grosso masso incastrato) per spostarsi poco dopo verso sinistra a salire lungo lo spigolo fino ad un alberello; qui si traversa a destra per riportarsi nel camino, si supera un ultimo salto e si sosta; 35m, IV+; 2 chiodi, 1 sosta intermedia con 3 chiodi e cordoni. Sosta su spuntone con cordone e maglia-rapida. Nota: informazioni più recenti mi dicono che qualche asino ha pensato bene di portarsi via il maglia-rapida di sosta.
3° tiro: risalire la paretina alla sinistra della sosta e proseguire per rocce rotte fino ad una cengia; 25m, IV; 2 chiodi (uno poco visibile vicino a terra). Sosta su 2 chiodi.
4° tiro: salire il camino sopra la sosta, uscirne a sinistra e rientrare nel camino-canale, ora più largo. Risalirlo fino alla cima piegando poi a destra a prendere la sosta finale della via Renata; 60m, V+, IV+, V-; 1 chiodo. Sosta su due fittoni.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

lunedì 21 aprile 2014

Vita di Carlo Dickens

di John Forster
Tipografia Editrice Lombarda, Milano, 1879

Non giunsi mai a comprendere come i miei genitori abbiano potuto gettarmi in tal modo in sì triste posizione; né come, dopo il nostro arrivo a Londra, fossi sceso a poco a poco ad una vita tanto servile e materiale, senza che nessuno avesse mai avuto abbastanza compassione di me, fanciullo d'ingegno pronto, intelligente, avido di studiare [...]. Il magazzino [...] era una vecchia e diroccata casa, [...] propriamente invasa dai topi. Le camere a tavolati, i pavimenti e le scale logori, i ratti grigi che brulicavano nelle cantine ed il suono acuto dei loro stridi che ci giungeva continuamente dalle scale (il tutto coronato da un immenso sudiciume) si presentano ancora visibilmente 'a miei occhi.
Mi sbaglierò, ma temo che Dickens non goda di particolar fama alle nostre latitudini, essendo considerato a metà tra uno scrittore di "romanzi per bambini" e di racconti di Natale: se vi trovate a Londra, provate infatti a dire che andate a visitare la casa-museo Dickens e sarete guardati dai nostri connazionali peggio che se proponeste il museo del calzino maleolente! Eppure lo scrittore è importantissimo, forse il maggiore dell'epoca vittoriana; il primo ad affrontare apertamente temi sociali e ad evidenziare le condizioni disumane di vita delle classi più povere del tempo.
John Forster fu grandissimo amico dello scrittore e la sua biografia - la prima su Dickens, pubblicata pochissimi anni dopo la sua morte nel 1870 - si basa sulla conoscenza diretta e sulle molte lettere della loro fitta corrispondenza. I brani di queste lettere sono forse la parte più interessante del libro, anche se a volte Forster pare riportarle con qualche "filtro": in esse Dickens rivela le sue opinioni su persone, paesi visitati, sui suoi romanzi ancora da scrivere e su quelli pubblicati, sulle relazioni cogli editori e col pubblico, chiedendo e tenendo in alta considerazione i pareri di Forster. Assai curiosa ad esempio la "passione" di Dickens per visitare le carceri dei numerosi paesi in cui si trovava, mentre costante è la preoccupazione "sociale" dello scrittore, legata in maniera piuttosto probabile all'esperienza diretta del lavoro minorile in una fabbrica di lucido da scarpe, fatto che fu rivelato da questa biografia per la prima volta. Certo, Forster scrive del suo grandissimo amico (e un po' anche di se stesso) con ammirevole dedizione, evidenziando sempre e soltanto le qualità artistiche e morali che lo avrebbero portato ad emergere come grande scrittore e uomo probo e sottacendo alcuni "particolari" non secondari della sua vita (la crisi del matrimonio, le relazioni extra-coniugali,...); ciononostante, molti sono gli spunti di riflessione che si possono trarre da questa lettura, dal ruolo del caso e delle virtù nel determinare il destino delle persone al rapporto di uno scrittore famosissimo con il pubblico dell'Ottocento.
La prima edizione italiana è basata sull'edizione inglese del 1875, con i capitoli raggruppati diversamente e mancante dell'Appendice contenente l'elenco degli scritti di Dickens, il suo testamento (curato dallo stesso avvocato Forster) e una lunga serie di note. La biografia è stata ristampata nel 2007 da REA (ove "Carlo" è ridiventato "Charles"); chi volesse invece cimentarsi con l'edizione inglese la può trovare ad es. qui.

sabato 19 aprile 2014

Apollo

Alessandro sul 1° tiro
Sul 2° tiro
Sul 3° tiro
Alessandro sul 4° tiro
Sulla fessura del 5° tiro
Alessandro sul 6° tiro
Tracciato della via
Parete di Padaro - Valle del Sarca
Parete SE


"Con un po’ di coraggio le fessure sono fantastiche e non superano il sesto grado". La chiosa degli apritori della via risuona nella testa mentre guardo la fessura del 5° tiro ed il cordone in clessidra che penzola troppo in alto. Inizio a salire, arrivo a circa un metro e mezzo dal cordone, poi un passo delicato mi blocca. Guardo in basso, misuro la distanza tra le aspirazioni e la realtà; il run-out e le rocce sottostanti mi fanno cambiare idea e ripercorro la fessura alla Dulfer in discesa. Imprecazioni irriferibili. Prendo coraggio, riparto, arrivo allo stesso punto, intuisco il movimento, ma non mi fido: ridiscendo per la seconda volta. Mi arrendo. Il mio giovane omonimo socio di cordata supererà la fessura in A1 lasciandomi la soddisfazione di passarla da secondo... e lasciandomi una discreta convinzione di aver fatto bene a non rischiare!
A fine via non ho potuto fare a meno di ripensare alla nostra cordata da "don Abbondio": Il coraggio uno non se lo può dare. Questa è Apollo, parete di Padaro.
Accesso: da Arco di Trento seguire per la frazione Padaro, superarla e proseguire fino ad un tornante verso sinistra oltre il quale si nota un piccolo parcheggio sulla sinistra in corrispondenza di una casa sulla destra. Parcheggiare e proseguire fino al tornante successivo, dove si segue una traccia verso sinistra. A destra al primo bivio e ancora a destra al secondo (indicazioni) fino a raggiungere l'attacco della via (scritta).
Relazione: via nel classico stile di Grill ad Arco, percorribile piuttosto tranquillamente e con chiodatura buona a parte il 5° tiro, che esula completamente dal resto come chiodatura e come difficoltà e continuità. Via abbastanza interessante con un bellissimo 3° tiro. Roccia buona tranne un paio di punti.
1° tiro: salire il muretto e portarsi sotto un secondo muro segnato da una fessura obliqua in alto. Un tratto in placca più facile conduce poi alla sosta; 40m, IV+, passo V-, VI (direi passo VI+), IV+; 6 cordoni in clessidra, 2 spit, 1 chiodo. Sosta su spit con anello e cordone su albero.
2° tiro: salire un vago spigolino pochi metri avanti la sosta, poi seguire una larga fessura verso destra ed uscire in placca a sinistra fino alla sosta; 30m, III, V-; 2 cordoni su pianta, 1 su masso incastrato. Sosta su 2 spit con anello.
3° tiro: salire la bellissima placca rugosa e spostarsi verso sinistra poco dopo lo spit. Proseguire in traverso fino ad un pilastrino lavorato dove si sale verticalmente ad una cengia che si attraversa verso sinistra fino alla sosta; 30m, V, passo di V+, VI-, V; 5 cordoni in clessidra, 2 spit. Sosta su 2 spit con anello.
4° tiro: proseguire lungo la cengia per poi alzarsi fino ad una zona di roccia dall'aspetto dubbio. Risalirla fino ad una rampa inclinata che conduce alla sosta; 30m, V+, VI, V; 4 cordoni in clessidra, 1 fettuccia incastrata, 1 spit. Sosta su spit con anello e cordone in clessidra.
5° tiro: salire lungo la fessura fino al cordone che ne marca un restringimento, ristabilirsi con passo non banale e spostarsi verso sinistra per poi continuare a seguire la fessura fino alla sosta; 25m, VI, VI+, uno/due passi di VII-, VI; 3 spit, 3 cordoni in clessidra. Sosta su due spit con anello.
6° tiro: salire un primo pulpitino e continuare nel diedro; all'uscita spostarsi verso destra ignorando la sosta, superare un grosso blocco e continuare verso destra fino a risalire un gradone di rocce rotte che mena alla sosta; 40m, VI, V; 4 spit, 1 sosta intermedia. Sosta su uno spit con anello.
7° tiro: superare il muretto sopra la sosta e proseguire su terreno facile fino alla cengia; poco a sinistra si trova la sosta; 30m, VI-, V, III; 1 chiodo, 1 spit, 7 cordoni in clessidra. Sosta su spit con anello e cordone in clessidra.
8° tiro: superare il breve strapiombo e spostarsi verso destra sotto il tetto fino a dove questo muore; salire indi alla sosta finale; 15m, VI-, IV+; 2 spit. Sosta su spit con anello e cordone in clessidra.
Discesa: seguire la traccia che conduce in breve ad un sentiero più marcato che si segue verso sinistra. Il sentiero si abbassa e porta ad una sosta da cui ci si cala (basta una corda singola).Si continua ancora a sinistra (faccia a monte) fino ad un nuovo punto di calata. Con due discese in corda doppia (spettacolare la seconda nel vuoto da 50 m - usare due mezze corde e fare il nodo alla fine!) si raggiunge un avancorpo da cui in breve al secondo bivio del sentiero di accesso.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 9 aprile 2014

Attraverso la friabilità

Luca sul 1° tiro
Sul 2° tiro
Sul 4° tiro
Luca sul 5° tiro
Scrutando la via sul 6° tiro...
Sull'8° tiro
Tracciato della via
Coste dell'Anglone - Valle del Sarca
Parete E


Un mese pessimo dal punto di vista meteo, poi un paio di week-end dedicati alla falesia e ad un "tentativo" che poteva aver miglior sorte mi tengono lontano dalla Valle del Sarca. È quindi con una discreta voglia di concludere qualcosa che sabato ci avviciniamo alla "friabilità", invero non senza qualche dubbio per via del nome e dell'avvertimento degli apritori (qui la relazione originale) - avvertimento direi esagerato; la via si svolge sempre su roccia buona e solo in brevi tratti ci si deve preoccupare dell'onomastica. Certo, le viti metalliche (!!) inserite per tenere a bada un paio di blocchi vagabondi potrebbero indurre qualcuno a credere nell'esistenza di un Essere o Fortuna che abbia vegliato su chi salì la via per la prima volta, ma ora la situazione pare decisamente accettabile e la via si sale tranquillamente senza invocazioni metafisiche.
Accesso: si parcheggia a Ceniga e si attraversa il ponte (possibile parcheggiare anche qui, poco oltre sulla sinistra), seguendo la stradina verso destra. All'altezza di due panchine si segue una traccia che risale il ghiaione portandosi sotto la parete ed incrociando il sentiero che corre alla base. Si prosegue verso destra fin quando il sentiero non si abbassa bruscamente; lì è l'attacco e la scritta attraverso della (sic) friabilità.
Relazione: via di grado non elevato e un po' discontinua, con percorso facilmente individuabile e con buone protezioni (cordoni, chiodi e qualche spit) tranne che nei tiri più facili, dove possono essere utili un paio di friend. Due tiri (1° e 5°) richiedono un po' di continuità; il resto è tranquillo. Molto bello il traverso del 6° tiro. Tutte le soste sono su due spit (uno con anello) tranne ove indicato.
1° tiro: salire seguendo la fessura obliqua, superare un saltino e portarsi in placca. Dritti e subito a destra uscendo in sosta; 35m, VI continuo con un paio di passi di VI+; 4 cordoni (3 in clessidra, 1 incastrato in fessura), 3 chiodi, 1 cordino in clessidra.
2° tiro: a sinistra in facile traverso sotto i tetti, poi si risale in placca fino alla sosta; 20m, IV+, V, passo di V+; 2 spit, 2 cordoni (1 in clessidra, 1 su pianta), due chiodi.
3° tiro: salire in obliquo a destra della sosta (tratto dall'apparenza un po' friabile) fino ad uscire su una specie di terrazza da cui si rimonta un pilastrino fino alla sosta; 30m, V-, IV-; 4 cordoni (2 in clessidra, 2 incastrati).
4° tiro: sopra la sosta a puntare un evidente cuneo con cordino, poi a destra verso un vago diedro che si risale fino alla cengia alberata. Sulla parete, lievemente a destra, c'è la sosta; 35m, IV+, 1 cordino su cuneo, 2 chiodi.
5° tiro: in verticale sopra la sosta, poi spostarsi a destra per superare un tetto e risalire in sosta; 15m, V+, passo di 6a+ (6a se siete alti), VI; 3 spit (1 con cordone), 1 chiodo , 3 cordoni (2 in clessidra, 1 su pianta).
6° tiro: in bel traverso a sinistra sotto i tetti fino ad un cordone che "invita" a scendere leggermente. Si prosegue brevemente fino a dove il tetto muore e da qui si risale una bella lama fino ad una pianta dove si sosta; 25-30m, V+, 3 chiodi (uno con cordone), 2 cordoni in clessidra, 1 spit. Sosta su albero con cordone e maglia-rapida.
7° tiro: a sinistra della sosta a prendere un camino con massi incastrati (il primo non mi è sembrato molto stabile) che si risale fino ad una terrazza erbosa dove si sosta; 45m, IV+, 3 cordoni (1 su masso incastrato, 2 su pianta). Sosta su spit con anello e chiodo.
8° tiro: non proseguire lungo il canale ma salire un risalto e spostarsi a destra fin sotto il tetto. Superarlo e raggiungere la sosta appena sopra; 20m, VI-, passo di VI/VI+; 2 chiodi con cordone, 2 cordoni (1 su clessidra, 1 su pianta), 1 spit.
9° tiro: salire a destra della sosta e rimontare una bella placca fino al bosco sommitale; poco oltre c'è la sosta su un masso; 35-40m, V+ (passo), V, 5 cordoni in clessidra. Sosta su spit con anello.
Discesa: seguire la traccia addentrandosi nel bosco fino ad uscire su uno sterrato. Seguirlo verso sinistra fino al termine, proseguire su sentiero ("degli scaloni") che in una mezz'oretta riporta nelle vicinanze del ponte.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 23 marzo 2014

Vallée d'Aoste DOC Petit rouge 2008 Cave des onze communes

Rieccomi a far tappa enologica nella mia amata Val d'Aosta e rieccomi al cospetto di una bottiglia di una delle mie aziende vitivinicole preferite del luogo, la Cave des onze communes. L'occasione, o meglio la scusa, è il canonico invito a cena, accompagnata da questo Petit Rouge, uno degli infiniti vitigni autoctoni della Vallée che la rendono un territorio magico per il vino (e non solo per quello) e che contribuisce per il 90% a questa bottiglia.
Carattere tipico dei vini valdostani, ma un poco più morbido e "suadente" di alcuni suoi conterranei - senza essere affatto un vino "piacione" - questo Petit Rouge ti conquista subito, ti invoglia a riempire di nuovo il bicchiere quando finisce (come se ce ne fosse bisogno...) senza filosofare. Piccoli frutti rossi, note di liquirizia, retrogusto un poco affumicato si miscelano a dare un'ottima beva, un senso di vino schietto, sincero, senza muscoli e marmellatoni. La lavorazione completamente in acciaio pare una scelta azzeccata, mantenendo il carattere del vitigno e la sua atmosfera valdostana, con le viti che ti accolgono appena esci dall'autostrada a Pont S. Martin per goderti la vecchia SS26 e che non ti lasciano fino a Morgex, oltre i 1000m, arrampicati su pendii impossibili da lavorare e circondati da un'aura un po' irreale e fiabesca. Aggiungete un particolare non secondario: il prezzo veramente onesto di questa bottiglia e ditemi: cosa volete di più?

martedì 11 marzo 2014

Morti di fama

di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini
Corbaccio, Milano, 2013
La microfama è un'altra cosa. È un diritto, non un sogno, non un traguardo a cui tendere, non una meta. È una pretesa, qualcosa che si riceve dalla nascita e che qualcuno, semmai, ha ostacolato con il proprio successo. [...]
Lo confesso: non mi sarebbe mai passato per la testa di leggere questo libro. Non per snobismo o altri motivi particolari; semplicemente ci sono secoli di letteratura e montagne di libri in "lista d'attesa" a maggior priorità. Fatto sta che, avendolo ricevuto in regalo, mi ci sono dedicato - come si suol dire - di buona lena. Tale buona lena è necessaria soprattutto per superare l'introduzione, quel "libro che si accende senza bisogno di pile ricaricabili", "cibo per la mente" che "non abbiamo idea di come si spenga" che spinge irresistibilmente al lancio del suddetto (ecco come si spegne!), più alcuni passaggi nei capitoli interni dove la "modestia" degli autori si colora di linguaggio finto-giovanile a metà tra la tenerezza e l'aver perso il treno. Ma resistete e tenete duro: troverete un libro che cerca di spiegare con un linguaggio semplice (a volte fin troppo, ma non è un male) cosa si nasconde "dietro" Internet, dietro la retorica della Rete come liberazione e come quintessenza della democrazia, quali sono le strategie dei cosiddetti "colossi" di Internet per monetizzare le interazioni che avvengono attraverso la rete e come queste stesse interazioni siano plasmate più o meno... a nostra insaputa (direbbe qualcuno).
Non si tratta "solo" dell'annosa (ma fondamentale) questione della privacy e dei dati che cediamo gratis et amore Dei: novella land of opportunities, la Rete amplifica il nostro "bisogno" di considerazione sociale, lo espande all'interno di una... "rete" di relazioni più o meno virtuali, offrendo a tutti la possibilità (meglio: l'illusione) di diventare famosi (microfamosi, dicono argutamente gli autori): pensate a certi canali di YouTube, profili di social network, blog che possono "vantare" migliaia o milioni di fan/follower (no, non questo...), ai prodotti che vengono reclamizzati o alla pubblicità. Chi ci guadagna? Chi inserisce i (sic) "contenuti"? O chi possiede il "mezzo di produzione"? C'è chi cerca una fama (o più prosaicamente: la gloria ed il soldo) andando al Grande Fratello o amenità simili e chi tenta di costruirsi quella fama aggregando follower che a loro volta ambiscono a fare altrettanto. I primi sono quattro sfigati, i secondi milioni: tutti artisti, musicisti, scrittori, esperti delle più grandi minchiate, tutti ad autopromuoversi, tutti dall'altra parte della vetrina, tutti... microfamosi. È uno degli aspetti della "mezza cultura", che garantisce a chiunque il diritto alla creatività e alla fama, purché effimeri e giocati al ribasso. Ma chi guadagna su queste velleità?
Un aspetto interessante del libro è che le considerazioni di cui sopra - e altre - sono stemperate in una serie di casi reali raccolti dagli autori (alcuni noti, altri meno - parlo per me, ça va sans dire), col duplice scopo di "alleggerire" la trattazione - una preoccupazione costante - e di fornire una specie di percorso per i profani che si volessero addentrare in questi meandri. Particolare attenzione è dedicata al mondo della letteratura e agli ebook, ai meccanismi di auto-pubblicazione e di auto-promozione del microfamoso, con relative società di consulenza e guadagni (loro). Uno sguardo su un mondo che si vuole troppo spesso ignorare o circoscrivere ad una frangia di adolescenti immaturi, ma che ci tocca molto più da vicino. Terribile? Forse no, forse non così tanto: a patto di riconoscerlo e di non pensarsi immuni dalla morte per fama.

domenica 2 marzo 2014

Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti

di Curzio Malaparte
Vallecchi, Firenze, 1995 (1a ed. 1921)
Fuggivano gli imboscati, i comandi, le clientele, fuggivano gli adoratori dell'eroismo altrui, i fabbricanti di belle parole, i decorati della zona temperata, i generali, i cantinieri, i giornalisti, fuggivano i napoleoni degli Stati Maggiori, gli organizzatori delle difese arretrate, i monopolizzatori del patriottismo degli angoli morti e delle retrovie, decisi a tutto fuorché al sacrificio, fuggivano gli ammiratori del fante [...] fuggivano tutti in una miserabile confusione, in un intrico di paura, di carri, di meschinerie, di fagotti, di egoismi e di suppellettili, tutti fuggivano imprecando ai vigliacchi e ai traditori che non volevano più combattere e farsi ammazzare per loro.
Siamo nel 1921: la guerra è finita, ma non del tutto, con la questione di Fiume che agita ancora la nazione ed il Natale di sangue appena passato, e lo Stato italiano versa in condizioni drammatiche: leghe bianche, rosse e fascisti si fronteggiano in un escalation di violenza. In questo clima si pubblica un libro che oggi si potrebbe definire "terrorista", un libro che dà corpo alle paure e ai fantasmi di borghesi e piccoli proprietari, già provati dal biennio rosso e che stanno per confluire nel delirio mussoliniano. Malaparte non solo ribalta la verità "ufficiale" su Caporetto, addossando a Cadorna e allo Stato Maggiore dell'esercito la responsabilità del massacro ottuso di soldati nelle undici battaglie dell'Isonzo, ma interpreta la sconfitta non come vigliaccheria dei soldati (come vuole la becera vulgata cadorniana), bensì come rivoluzione sociale dell'esercito - la cristianissima fanteria - contro lo Stato borghese, contro chi è rimasto comodamente al riparo dalla vita - e dalla morte - della trincea; rivoluzione sacrosanta e di cui è legittimo vantarsi ("il gesto più coraggioso della nostra esistenza di poltroni")! Il libro evoca il fantasma della rivoluzione russa, esalta le affinità tra i popoli russo e italiano - pur operando un distinguo tra il "comunismo fatalista e pessimista" dei primi e il "fatalismo latino, individualista" dei secondi - e finisce teorizzando due movimenti che tenderanno paralleli alla "civiltà dell'uomo umano" (sì, il Pantheon di Malaparte è decisamente popolato in maniera bizzarra).
L'interpretazione storica di Malaparte naturalmente ha qualche difficoltà a spiegare la ricostituzione dello stesso esercito nel giro di un paio di mesi e la sua idea dell'uomo vecchio che dominò la crisi fa più acqua del Piave stesso, ma questo all'autore non importa; gli interessa piuttosto evidenziare la "coscienza della funzione sociale" della fanteria ovvero del "proletariato dell'esercito", il suo "ingresso nella Storia".
Com'era da attendersi, il libro viene sequestrato e i fascisti assaltano le librerie dov'è esposto ingiungendone il ritiro. Quando lo ripubblica nel 1923 - previa adesione al PNF che è andato al potere, cambio di titolo ed epurazione di alcune frasi - Malaparte si inventa un lungo sofisma per rendere il libro tollerabile, arzigogolando che le grandi disfatte della Storia italiana sono necessarie per sottomettere il popolo alla "tirannia legittima degli eroi", eroi che avversano il popolo facendone quindi il bene (manco fossero il diavolo di Faust...). È in pratica una bella ruffianata (per non essere volgari...) a Mussolini, ma non servirà: nuove proteste, disordini e nuovo sequestro. In effetti l'unico dato degno di nota di questa noiosa prefazione alla 2a edizione mi pare l'accento sul carattere italiano, sempre pronto ad affidarsi a qualche presunto "eroe" o "uomo della Provvidenza" che gli risolva i problemi (pensate ad un altro ventennio recente, finito in farsa più che in tragedia...).
Il volume, che include la suddetta prefazione e un interessante studio sulla revisione testuale tra le due edizioni, è accompagnato da un'introduzione che mette in luce accuratamente le tematiche e le ambiguità malapartiane e che presenta due soli piccoli difetti: i concetti-chiave sono ripetuti all'infinito, risultando in una lunghezza che potrebbe utilmente ridursi della metà, e lo stile di scrittura è a tratti volutamente ricercato e (si spera involontariamente) pesante, facendo da contraltare allo stile fluido e potente di Malaparte. Per finire, in tema di legami letterari, si ritrova spesso nel testo il riferimento al riso rosso di Andreev, cui forse l'introduzione avrebbe dovuto dedicare una riga.

martedì 25 febbraio 2014

Bega

Matteo sul 1° tiro
Sul 2° tiro
Sul 3° tiro
Matteo sul 6° tiro
Sul 7° tiro
Matteo sul 9° tiro
Tracciato della via (azzurro). Le altre sono: Nulla al caso (rosso),
Me te spleucco (arancio), e Patata bollente (verde).
Corma di Machaby
Parete S


Per una volta non sono stato io ad insistere per venire ad arrampicare qui. Anzi, a dirla tutta ero un po' scettico per via del rischio di trovare coda al rientro a causa degli sciatori domenicali, ma mi sono lasciato convincere senza troppa difficoltà; del resto, non finirò mai di decantare questo posto e il suo stile di arrampicata.
La via prescelta presentava sulla carta una buona alternanza di tiri impegnativi e facili; l'ideale per una salita tranquilla. In realtà buona parte delle relazioni che si trovano in giro sembrano assegnare i gradi discretamente a caso, regalandoci così una salita con un po' di "ingaggio" (il che ogni tanto non guasta).
Accesso: uscita Pont-San Martin dell'autostrada TO-AO, poi a sinistra verso il forte di Bard, superato il quale appare la Corma di Machaby. Parcheggiare nell'apposito spazio al cospetto della Corma in corrispondenza di una lieve curva a sinistra della strada. Salire il bel sentiero, attrezzato con corde fisse in alcuni tratti (meno che nell'unico punto dove sarebbero veramente utili, una placchetta spesso bagnata), fino alla parete in corrispondenza della targhetta della via Bucce d'arancia. Seguire la parete verso sinistra, superare gli attacchi di Nulla al caso e di Anchorage e proseguire in discesa fino alla canonica targhetta con il nome.
Relazione: via decisamente continua e piuttosto sostenuta (in stile-Paretone, placche e brevi muretti). Chiodatura a spit sicura ma non proprio generosa, che obbliga a discreti passi obbligati intorno al 6a; sui passi più duri però si trova sempre uno spit che riconcilia con il mondo. Percorso logico a parte l'uscita dove si converge su altri tracciati, ricercato in alcuni punti, con belle fessure invitanti tralasciate a favore di placche verticali. Roccia ottima come al solito.
Nota: il numero delle protezioni è da prendere con un po' di tolleranza; diciamo ± 1 fix. In ogni caso dodici rinvii sono più che sufficienti. In un paio di punti possono essere utili friend medio-piccoli. Tutte le soste sono attrezzate con due spit, catena ed anello di calata.
1° tiro: salire la placca fino alla terrazza erbosa. 30m, 5a; otto fix.
2° tiro: comincia il bello con i due tiri-chiave. Inizio su bel muretto verticale, poi spostamento a sinistra e ancora in verticale a superare un piccolo tetto o sporgenza. Continuare poi fino alla sosta. 25m, 6a; nove fix.
3° tiro: Io ho trovato ostico il passo iniziale su prese svasate, poi si prosegue più facilmente (ma non troppo) su muro, vago diedrino e placca finale. 30m, 6b; dieci fix.
4° tiro: si supera l'ultimo tratto in placca e si prosegue su terreno erboso (ignorare la sosta) fino a riportarsi sotto la parete. 45m, 4c; due fix + 1 sosta intermedia.
5° tiro: passo iniziale in fessura (c'è un fix nascosto da un ciuffo d'erba) poi placca più facile da cui si esce a sinistra doppiando uno spigolino arrotondato. 20m, 5c (forse passo iniziale di 6a); sei fix.
6° tiro: salire tendendo lievemente a destra, poi spostarsi più decisamente e risalire una placca con minori difficoltà. 30m, 6a (passi); otto-nove fix.
7° tiro: ancora su muretti verticali, poi spostamento a destra e da lì ancora verso destra, più facilmente, alla sosta. 25m, 6a (passi); 8-9 fix.
8° tiro: salire ancora in verticale fin sotto un piccolo tetto da cui si esce spostandosi un poco verso sinistra con un passo delicato, poi più facilmente fino alla sosta. 30m, passo di 6a o 6a+; otto-nove fix.
9° tiro: salire nel vago canale e uscire verso destra (singolo passo delicato), poi placche più facili fino alla sosta. 30m, 5b, forse passo di 5c; sei fix.
10° tiro: salire per placche e risalti fino alla fine degli spit dove convergono un po' di vie; da qui io mi sono spostato a sinistra fino alla sosta. 35m, 5a; otto fix.
11° tiro: si vedono un paio di linee di fix; salire sulla destra e poi per rocce non difficili fino alla sommità, proseguendo fino agli alberi dove si allestisce una sosta. 40m, 4c; cinque fix.
Discesa: evitare la calata in corda doppia e seguire il sentiero che piega a destra e porta verso il borgo di Machaby. Attraversare il borgo e tenere la destra fino ad andare a prendere un sentiero che si dirige verso destra in direzione della Corma. Qui parte un sentiero attrezzato che si ricongiunge a quello utilizzato nella salita. In alternativa si può seguire la strada del Santuario, più lunga ma più comoda. C'è anche un terzo sentiero che scende sul lato sinistro della Corma, ma ne parliamo un'altra volta.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.