giovedì 29 agosto 2013

L'anno scorso a Marienbad

di Alain Robbe-Grillet
Einaudi, Torino, 1961

film di Alain Resnais, 1961

Sembrava, a prima vista, impossibile perdervisi... a prima vista... lungo i viali rettilinei, tra le statue dai gesti statici e le lastre di granito, dove già ora stavate perdendovi, per sempre, nella notte tranquilla, sola con me.
Dopo Senso di Boito mi ritrovo a parlare di un libro da cui è stato tratto un film, ma con una prima notevole differenza: qui scrittore e regista si incontrano (nel 1959) e decidono di lavorare ad un progetto comune, che viene svolto da Robbe-Grillet in termini di "sceneggiatura" (in realtà uno scritto a metà tra il romanzo e la sceneggiatura) per essere poi girato da Resnais. È lo stesso Robbe-Grillet che spiega la genesi del progetto in un'introduzione sommamente interessante che fornisce tutte le chiavi per "decifrare" il lavoro: la vicenda è - per citare l'autore - la storia di una persuasione, di un uomo che incontra una donna in un lussuoso e un po' lugubre albergo di lusso e la convince che si sono già visti un anno prima, che sono stati amanti e che lui torna all'appuntamento fissato da lei per portarla via. Dopo un po' di resistenza la donna cederà, abbandonando il mondo che le è familiare per l'ignoto. Ma la trama è poco più di un pretesto per esplicitare i dettami del nouveau roman, ch'essa segue fedelmente. La storia si sviluppa senza un procedimento lineare ma seguendo piuttosto uno schema mentale senza distinzione tra avvenimenti e ricordi degli stessi da parte dei diversi personaggi; un procedimento che non ammette interpretazioni oggettive, che non colloca la vicenda e i personaggi nel tempo e nello spazio ma li fa vivere solo nel preciso momento in cui sono presenti sullo schermo. Così i personaggi non hanno nome, non hanno una storia che vada oltre quanto viene mostrato hic et nunc sullo schermo, non c'è un baricentro della vicenda: lo spettatore è costretto a constatare i fatti mostrati e a creare i collegamenti necessari nella propria mente, senza che il regista gli suggerisca alcunché. L'ambientazione sontuosa e barocca, le infinite ripetizioni, i continui riferimenti agli oggetti (i corridoi, le porte, il giardino, le statue,...) contribuiscono a togliere ogni senso "filosofico" o "culturale" agli stessi; portano di nuovo ad una semplice constatazione della loro presenza, rimandano all'impossibilità di attribuire un significato alle cose. Il film, l'opera d'arte, non produce "senso", non ha un "messaggio" da portare (il che non vuol dire che l'artista non si occupi del mondo): è ancora allo spettatore che è richiesto di farsi parte attiva e collegare le immagini nel modo che sia più congeniale alla propria sensibilità.

Detti così, libro e film sembrano sinonimi di un annoiato quanto certo appisolamento dopo cinque minuti. Certo, il film non è quello che si dice "facile" e se lo standard delle vostre frequentazioni della lanterna magica sono certi capolavori dove scorrazzano risibili agenti segreti o altri più o meno soprannaturali difensori del "bene" (soprattutto quello delle società di produzione dei film) vi sconsiglio la continuazione e sarei francamente stupito di sapervi giunti fin qui; se invece siete non dico appassionati, ma anche solo incuriositi dal Cinema, quello "vero", quello "bello", quello un po' insolito che non si dimentica all'uscita della sala e non conoscete questo unicum, provvedete (meglio vedere il film che leggere il libro - a parte l'introduzione - e poi lo stesso R.-G. vedeva il secondo come preliminare al primo)! Lasciatevi trascinare dalle immagini senza cercarvi una "logica cartesiana" e ne sarete ripagati.

Ecco l'inizio del film:


È infine d'obbligo una menzione al gioco dei fiammiferi o delle carte in cui M (uno dei tre personaggi) vince sempre. Il gioco del Nim e la strategia da adottare sono spiegati ad esempio qui; l'ingegnere Alain Robbe-Grillet inserisce un gioco razionale in questa vicenda, ma nessuno di coloro che vi si cimentano ne capisce la logica!

lunedì 26 agosto 2013

Due ristoranti a Glasgow

Pensate che in UK e a maggior ragione in Scozia si mangi solo fish and chips o roba del genere? Allora devo deludervi, non è così: anche lontano da Londra si trovano posti dove la cucina locale si esprime con buoni risultati, puntando su materie prime di ottima qualità e ricette tradizionali (e non solo) rivisitate con ottica moderna. Nel West End di Glasgow, nella zona vicino all'Università, ce ne sono (almeno) un paio che meritano una visita, soprattutto se non appartenete a quella noiosa schiera di italiani che non concepiscono altro cibo che quello della cucina nazionale o - peggio - casalinga.
Il primo a cui abbiamo fatto visita è Stravaigin (28 Gibson Street, Glasgow), il più "informale" dei due. Piccolo locale con bar al piano superiore, maggioranza di tavolini da due persone, ambiente raccolto dall'aria familiare. Su suggerimento di Salvatore inizio con un antipasto tipico della zona (dove in realtà può fare anche da main course), ovvero haggis, neeps and tatties, anche se la descrizione mi lascia un po' perplesso: l'haggis è un insaccato di interiora di pecora, macinate insieme a diverse spezie e poi bollito; tradizionalmente è servito con un passato di rapa bianca (neeps) e uno di patate (tatties). La scelta è invece azzeccata, il piatto decisamente buono anche per me che non amo questo tipo di ingredienti: sapore insolito, per niente forte, non ricorda per nulla le interiora ed è immancabile se si visita questo paese: assolutamente raccomandabile!
Per il main course opto per una deviazione nel "continente", per la precisione il sud-ovest della Francia - un'altra zona fantastica - e mi faccio portare un confit di coscia d'anatra con contorno di patate, carciofi, piselli e un insolito purée di ciliegie (sì, avete letto bene!). Anche stavolta il piatto regala soddisfazione, ma bisogna dire che tutta la selezione, comprendente sia piatti di terra che di mare, ha un aspetto incoraggiante. Per finire una mousse di cioccolato con crema al cioccolato e arancia; buona, ma non indimenticabile. Decisamente da dimenticare, invece, i vini proposti: ci facciamo tentare da un assaggio di tre vini rossi di varie nazionalità, uno peggio dell'altro.

Un paio di giorni dopo, tappa da Ubiquitous chip (12 Ashton Lane, Glasgow), una versione più "elegante" e formale del precedente. Si attraversa il bar e si approda sotto una vetrata dove si trovano tavoli ben apparecchiati e un servizio fin troppo curato (mi infastidiscono i locali in cui i camerieri servono anche il vino e ancor di più quelli dove ti viene portata una fetta di pane alla volta invece di mollare sul tavolo un normalissimo cestino). Lo stile di cucina è simile al precedente, con un accento più marcato verso la cucina locale. E quale può essere l'antipasto per eccellenza? Ovviamente ancora haggis, stavolta di cervo: carne differente, ma identica soddisfazione del precedente. Si continua in tema di carne, ricordando che la Scozia è la patria degli Angus beef, ed il controfiletto al pepe non fa pentire della scelta. In alternativa, invitanti piatti di terra e mare (cervo, faraona, sogliola, rana pescatrice,...). Siamo quindi giunti al dessert, dove spicca un semifreddo ai fiori di sambuco e cioccolato bianco. La selezione dei vini va assai meglio che nel caso precedente; nonostante i prezzi siano piuttosto alti è possibile trovare bottiglie interessanti senza svenarsi.

Naturalmente dopo cena era d'obbligo la tappa per l'assaggio di whisky, ma di questo ho già blaterato nel post precedente.

lunedì 19 agosto 2013

Single malt Scotch whiskies



Le regioni dello Scotch whisky
Non sono un appassionato di spiriti, a cui ho da sempre preferito uno (o più) bicchieri di vino, ma bisogna convenire che non si può giungere in Scozia senza cedere alla tentazione di provarne qualcuno. Trovandomi nel West End di Glasgow, diamo quindi inizio ad un'improvvisata e un po' surreale degustazione (mi fa da mentore alla scoperta dei malti scozzesi Salvatore, siciliano trapiantato sul vallo di Antonino) che prende piede nel corso di diverse serate dilapidate a Òran Mór, una chiesa neogotica poi tornata a nuova (e secondo qualche irriducibile materialista, miglior) vita come bar e ristorante. Forse non il miglior whisky bar della città, ma certamente raccomandabile per l'ambiente e - perché no - per qualche simpatico incontro.
Ma veniamo a noi: se dovessi racchiudere tutto in una frase direi che sono rimasto colpito dalla varietà di aromi e soprattutto di sapori che si sprigionano da queste bottiglie e che le mie preferenze al momento vanno per i torbati delle isole. Per riordinare le mie impressioni uso qui una suddivisione delle regioni di produzione dello Scotch whisky che non è ufficiale (ovvero definita dalla Scotch whisky association), ma ha il pregio di essere almeno geograficamente più semplice: Islands, Highlands, Speyside, Lowlands (vedi mappa). Ad ogni regione abbiamo dedicato una serata; sarebbe stato interessante aumentare il numero di campioni, ma la quantità di alcool in corpo (la cena precedente la degustazione non era mai per astemi...) ha suggerito il contrario. Queste le impressioni (purtroppo registrate a distanza di un po' di tempo):
Islands (incl. Islay): i più interessanti, a mio parere. Note salmastre, sapori spesso decisi e torbati, ma anche delle sorprese.
Ardbeg 10Y: una "potenza" di torbato e salmastro, un sapore che non si dimentica.
Lagavulin 16Y: anche qui la torba si sente, ma i sapori sono forse più bilanciati che non nel precedente; un ottimo whisky.
Bunnahabhain 12Y: siamo nelle isole? Sapore quasi dolce, vellutato, note affumicate molto più lievi dei precedenti; molto interessante.
Talisker: certamente più simile al precedente che non ai primi due; salmastro e un po' speziato.
Highlands: la regione più estesa, di cui sarebbe stato auspicabile provare qualcosa di più.
Old Pulteney 12Y: note salmastre che lo apparentano ai precedenti; mi ha piacevolmente colpito.
Glenmorangie nectar 12Y: delicato, aromatico.
Speyside: passa per essere il "triangolo d'oro" degli whisky, regione particolarmente vocata delle Highlands dove si concentra il maggior numero di distillerie.
Tomintoul 12Y: molto pulito e rotondo; da riprovare.
Macallan 18Y: l'unico dei brand che conoscevo di nome che abbiamo assaggiato. Leggere note affumicate.
Benromach 10Y: note affumicate su sapori delicati; buono.
Lowlands: la regione a sud dellla Scozia, con solo quattro distillerie attualmente aperte.
Auchentoshan: il "whisky di Glasgow", vista la vicinanza alla città. Note delicate e floreali, come si dice siano questi whisky; una sorpresa positiva.

Due note finali: distinguere i sapori del whisky non è facile (almeno, per me)! Sarà la mancanza di "allenamento", sarà il contenuto alcolico, sarà la diversità dai profumi del vino a cui sono più abituato (per quanto i risultati siano decisamente opinabili), ma catalogare questi sapori è ben più difficile del previsto. Inoltre, ho imparato che i sapori cambiano se si aggiunge un po' di acqua e che questo non è un'eresia; anzi! Assaggiate quindi il distillato in entrambe le condizioni e decidete cosa preferite (un personaggio singolare che abbiamo conosciuto una sera e che ci ha pure offerto il Bunnahabhain metteva quasi più acqua che whisky, ma direi di limitarsi a piccole quantità). Un ringraziamento finale a Salvatore per il corso accelerato, ma anche per l'ottima ospitalità a Glasgow. Certamente la Scozia merita una visita più attenta della mia... e non solo per i distillati!

venerdì 9 agosto 2013

Gelida pipata

1° tiro

Giancarlo e Sofia alla 2a sosta

Sul 3° tiro

Tracciato della via.
Zucco Barbisino (Gruppo dei Campelli)
Bastionata sud


Si dice che l'appetito venga mangiando; figuriamoci poi se il povero commensale non addenta cibo da mesi ed è quindi autorizzato ad accedere al banchetto già provvisto di fame atavica! Così mi sentivo dopo la sortita di domenica, anche perché la mia partenza per la breve vacanza in UK andrà ad interrompere questa effimera ripresa di attività. Ieri nuova puntata nella zona Campelli ma, visto il clima sensibilmente più fresco rispetto a domenica, la meta diviene la parete sud dello Zucco Barbisino, dove ci aspetta un'altra via tranquilla - fino a settembre non se ne parla di cose più "serie"!
Accesso: dalla funivia da Barzio o da Ceresole di Valtorta fino al rif. Lecco, da dove si risale la pista da sci del vallone dei camosci. Si prosegue un poco oltre il termine della pista, ancora su sterrata, fino ad identificare sulla sinistra la parete nerastra tagliata da un tetto e con una fessura-camino al suo termine sinistro (al lato destro sale una rampa erbosa che mena ad un pilastro). Si sale per erba alla base del camino dove si trova la scritta col nome della via. Sosta su spit e fittone.
Relazione: via che in pratica si riduce al (bel) primo tiro, con chiodatura da falesia o meglio ancora, mentre gli altri sono decisamente più facili e con chiodatura un poco più lunga, utili per i primi passi in ambiente. Via attrezzata, inutili le protezioni veloci.
1° tiro: salire il pilastrino a sinistra del camino, leggermente strapiombante all'inizio, poi più facile fino agli ultimi due metri un po' più impegnativi (spostarsi prima a destra verso il camino e uscire poi sulla sinistra). In alternativa si può salire la parte finale del camino, sprotetta; 20m, 5a, 9 fittoni, 4 chiodi. Sosta su due fittoni con catena ed anello di calata; subito a sinistra c'è la vecchia sosta a chiodi.
2° tiro: spostarsi qualche metro a sinistra della sosta e salire un gradino per poi spostarsi verso destra (si può salire direttamente alla sinistra della sosta saltando il primo fittone) e salire sempre verso destra su facili placche fino ad un canale-camino che si attraversa per giungere alla sosta; 20m, 3a, 5 fittoni, un cordone inaffidabile in clessidra. Sosta su due fittoni con catena ed anello di calata; uno spit nelle vicinanze.
3° tiro: risalire il canale che si restringe in un camino, superando un tratto più verticale, fin dove questo si chiude. Attaccare la parete di destra e risalirla fino alla sosta; 25m, 3b, 5 fittoni, un cordone in clessidra. Sosta su due fittoni con catena ed anello di calata.
4° tiro: salire sulle roccette a destra della sosta evitando l'erba per quanto possibile (poco), raggiungere il sentiero e risalire gli ultimi metri di erba fino ad un fittone; 20m, II, 1 spit. Sosta su un fittone.
Discesa: Se si vuole scendere in corda doppia conviene evitare l'ultimo tiro e calarsi dalla terza sosta. In alternativa seguire il sentiero verso destra (viso a monte), superare le torri del Barbisino (qui si può scendere nel largo canale) e ritrovare il sentiero che sale dal vallone dei camosci.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 4 agosto 2013

Casari-Zecca

Callisto sul 1° tiro.

Sul 2° tiro

Alla 2a sosta

Callisto alla 3a sosta

Tracciato delle vie Bergamaschi (verde), Casari-Zecca
(giallo) e Gasparotto (rosso)
Quarta torre dello Zucco Pesciola (Gruppo dei Campelli)
Parete N


A tutti è capitato di riprendere una qualunque agognata attività dopo un lungo periodo di forzato allontanamento. Allora ogni azione viene cristallizzata come nella ripetizione di un antico rituale, ogni momento viene distillato nella sua unicità ed essenzialità; ci si ritrova ad esser riammessi in un mondo amato da cui si era stati espulsi. Quello che si fa non è così importante, ha la valenza simbolica di una nuova iniziazione.
Quanto sopra è il riassunto più fedele della mia giornata di ieri, esattamente tre mesi dopo che una presa vigliacca al Torrione Pertusio si staccava sotto il mio pur non ragguardevole peso, regalandomi un voletto e un trauma alla caviglia destra che mi ha compromesso l'estate.
Per la mia personalissima "rieducazione" all'arrampicata, quindi, una via facile e con breve avvicinamento, anche perché la caviglia non è sanata del tutto. La scelta cade sulla Casari-Zecca allo Zucco Pesciola: avvicinamento... in funivia, difficoltà "da riscaldamento", via breve. Ma non fraintendete: i due tiri nel diedro sono davvero belli e la via merita certamente una ripetizione! Per l'accesso alla via vera e propria si può scegliere una delle vie dello zoccolo; per noi la Via dei bergamaschi.
Accesso (Via dei bergamaschi): per gl'impenitenti come noi l'accesso è dal piazzale della funivia di Barzio! Dalla stazione superiore si raggiunge il rif. Lecco (a cui si giunge anche da Ceresole di Valtorta) prendendo poi un sentiero che risale il vallone dei Camosci al cospetto dello Zucco Barbisino, appena a destra della pista da sci. All'altezza del termine della pista si prende una delle tracce che scendono nel vallone per poi risalire gli sfasciumi del canale della Madonna. Giunti all'altezza della base della parete si prende una traccia a destra, si superano gli attacchi della Diretta delle Guide e della Comune (scritte) e si sale brevemente fino all'imbocco di uno stretto canale dov'è l'attacco (fittone e scritta col nome).
Relazione: percorso sempre logico e segnato dai fittoni resinati e da qualche freccia; le protezioni sono buone, ma può essere utile qualche friend se non avete familiarità con l'ambiente.
1° tiro via Bergamaschi: salire il canale e infilarsi in un camino a sinistra che si risale seguendo poi una placca fino alla sosta; 35m, 4c, 6 fittoni, 2 chiodi. Sosta su due fittoni e catena con anello; chiodo con anello a sinistra per i nostalgici.
2° tiro via Bergamaschi: salire fino a sbucare sulla larga cengia più o meno all'altezza del Diedro Bramani. Avvicinarsi alla parete spostandosi sulla destra (attenzione ai sassi) superando l'attacco della Gasparotto fino alla sosta di partenza della Casari-Zecca sotto il caratteristico diedro (scritta); 40m, II, 1 chiodo con anello poco prima della sosta. Sosta su due fittoni.
1° tiro Casari-Zecca: salire il bellissimo diedro a destra fino alla sosta; 20m, 4c, 4 fittoni. Sosta su due fittoni.
2° tiro Casari-Zecca: proseguire nel diedro superando un breve strapiombo fino ad uscire sulla cengia; 35m, 4c, 6 fittoni, 2 chiodi. Sosta su due fittoni e catena con anello.
3° tiro Casari-Zecca: a destra della sosta fino ad una specie di camino, proseguendo poi per gradoni fino alla sosta; 25m, passo iniziale di 4a, 5 fittoni. Sosta su due fittoni e catena con anello.
4° tiro Casari-Zecca: risalire le facili placche ed il pilastrino finale; 25m, 3c, 5 fittoni. Sosta su due fittoni e catena con anello.
Discesa: si sale qualche metro e si prende il sentiero che scende sulla sinistra nel canale della Madonna riportando al punto di partenza.

La via, ancorché facile, ha evidenziato gli effetti di tre mesi di inattività: niente tonicità nelle braccia, piede destro ancora insicuro, timore folle che si potesse ripetere lo stesso incidente che mi portava a dare delle gran botte alle prese prima di afferrarle. Per quanto zerbino fosse il mio livello precedente, mi sono reso conto che avrò bisogno di parecchio tempo per recuperare. Spero solo di essere a credito con la sorte, ora!

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

lunedì 15 luglio 2013

La peste a Firenze di Luigi Sabatelli (1772-1850)

...e vero i miei morti benche le loro membra siano affatto abbandonate (per quanto a mme pare) nonò stante bisognia che anche io Lo Confessi non anno nelloro aspetto l'orror di morte e morte di Peste. Se avessi ritratto de i Cadaveri veri certamente in questa parte avrei guadagniato più ma la difficoltà di mettere, e di aggruppare il cadavere come volevo io mi fece risolvere a sdraiare de i vivi dormienti.
Luigi Sabatelli, lettera a T. Puccini, s.d. ma 1802

Mi rammento bene di quando, alla Mostra del libro antico 2010 a Milano, vidi l'incisione de La peste di Firenze dal Boccaccio descritta di Luigi Sabatelli e di quanto girai intorno a quella stampa per poi "studiarla" (si fa molto per dire...) negli anni successivi. Amedeo me la descrisse - tra l'altro - come l'incisione più grande nella storia dell'arte (sottinteso: tra quelle veramente "artistiche") e certo le dimensioni di ben 64,5x86,5 cm sono davvero impressionanti, oltre a richiedere una non trascurabile padronanza tecnica. Ma da dove nasce questo capolavoro? E qual è la storia del Sabatelli incisore Neoclassico?

Per colmare l'abissale mia asineria ho recuperato qualche informazione su un paio di libri: il primo un piccolo catalogo di una mostra milanese del 1978 sui disegni preparatori per questa incisione (Compagnia del disegno, Miano, 1978); il secondo - certamente più interessante e più facilmente reperibile - un catalogo dei disegni e incisioni del Sabatelli presenti agli Uffizi (Luigi Sabatelli - disegni e incisioni a cura di B. Paolozzi Strozzi, Olschki, Firenze, 1978) con due bei saggi della curatrice e di Del Bravo (quest'ultimo riprodotto tale e quale anche nel primo catalogo).

Le incisioni di Sabatelli vanno circa dal 1793 al 1810 (ne esiste una più tarda, definita mediocre dai testi compulsati) e sono quindi un prodotto della fase giovanile dell'artista, nato nel 1772. Non sono molte rispetto ai disegni: nel catalogo ne sono indicate 36, altre fonti spaziano dalle 15 alla quarantina, a seconda che si considerino solo quelle incise dallo stesso Sabatelli o anche quelle basate su suoi disegni e incise da altri. I temi d'elezione sono mitologici e storici, dai classici alla Bibbia alla letteratura italiana, come vuole il gusto dell'epoca, plasmato dalle scoperte di Pompei ed Ercolano, da Winckelmann, David, Piranesi e dal pensiero illuminista (da non perdere al riguardo la lettura di Gusto Neoclassico di Mario Praz).

La Peste è del 1801 ed è preceduta da uno studio intenso, se i disegni preparatori dovevano essere ben 93. Ne restano una trentina, di cui 12 sono riprodotti nel catalogo della mostra e riportati sul rame finale con poche variazioni, a parte i diversi tratteggi e usi del chiaroscuro che sono consentiti dal mezzo incisorio. La grandiosità della scena è resa in maniera esemplare, pari solo a La visione di Daniele del 1809, mentre le tavole dell'Apocalisse, a parte qualche eccezione, non suscitano in me lo stesso entusiasmo. Tuttavia, è utile riportare un'acuta osservazione dal saggio di Del Bravo: i temi "terribili" o - come si dice - "sublimi" sono sempre resi con illuministico distacco e chiarezza, senza coinvolgimento emotivo. L'ispirazione, l'unità tra vita ed arte e tutta la retorica relativa arriveranno dopo, con il Romanticismo e la Restaurazione. Il Sabatelli seguirà la nuova moda ma abbandonerà l'incisione, lasciando queste tavole come testamento del suo periodo - forse - migliore.

Resta da vedere, non troppo lontano da dove vivo, l'affresco dell'Apocalisse nell'abside della chiesa di Valmadrera, realizzato dallo stesso Sabatelli, per confrontarlo colle incisioni di parecchi anni precedenti. Un articolo su Sabatelli incisore pubblicato su Emporium del 1937 si può trovare qui grazie al lavoro di digitalizzazione di SNS.

sabato 29 giugno 2013

Ristorante L'artilafo

Via S. Martino, 33
Pisa


Il dovere questa volta mi chiama a Pisa, a far parte della commissione di Dottorato; un'opportunità che avrei gradito maggiormente se non avessi ancora la caviglia dolente a distanza di due mesi dal mio infortunio. Per fortuna, anche se le mie possibilità di visitare la città si sono drasticamente ridotte, lo stesso non si può dire per la visita gastronomica: il local Giuseppe (ma lui ci tiene alla sua "livornesità") ci conduce in questo ristorante/osteria del centro, in una via poco lontano dall'Arno, dove ci accomodiamo in un bel dehor con pochi tavoli, attraversando un paio di salette (poco attraenti visto il clima) arredate (forse un po' troppo) in stile "una volta".
Lista non molto ampia e prevalentemente "di terra", ma con qualche incursione verso il vicino Tirreno. L'antipasto con finocchiona e fichi apre decisamente bene la serata, che si stabilizza poi su piatti buoni anche se non memorabili; diciamo delle oneste interpretazioni. La mia scelta per il primo cade su dei maltagliati al guanciale e pecorino seguiti da un agnello al forno. Niente da dire sugli ingredienti e sulla cottura, ma diciamo che mancava un pizzico di fantasia, che dovrebbe essere invece una caratteristica del locale. Anche il dolce, un flan al cioccolato bianco, è passato via più o meno senza infamia e senza lodo (i pisani mi perdoneranno la citazione fiorentina).
Manca una carta dei vini, il che è un fatto piuttosto strano. Vero è che il proprietario conosce a memoria la sua cantina e dopo un primo scambio di idee ne emerge con 4 o 5 bottiglie tra cui si consuma la selezione finale. Nel nostro caso avevo ovviamente chiesto qualcosa della zona, meglio se niente barrique, e mi sono poi fatto tentare da un buon Colorino in purezza (quando mai lo trovo dalle mie parti?) - abbinamento soddisfacente per il cibo.
Dopo cena la serata prosegue con una passeggiata (io cammino come il gobbo di Notre Dame, ma resisto) nel centro, tra turisti e studenti in odor di vacanza. Un vero peccato chiudersi in un'aula a fare esami...

sabato 8 giugno 2013

Senso

di Camillo Boito
L'Unità, Roma, 1993 (1a ed. 1883 nella raccolta Storielle vane)

Mi piaceva in quell'uomo la stessa viltà. [...] Che cosa mi doveva importare dell'eroe? Anzi la perfetta virtù mi sarebbe parsa scipita e sprezzabile al paragone de' suoi vizii; la sua mancanza di fede, di onestà, di delicatezza, di ritegno mi sembrava il segno di una vigoria arcana, ma potente, sotto alla quale ero lieta, ero orgogliosa di piegarmi da schiava. Quanto più il suo cuore appariva basso, tanto più il suo corpo splendeva bello.
Il volumetto contiene cinque racconti di Boito, tutti dimenticati tranne quello che dà il titolo alla raccolta, e più per merito di Luchino Visconti che dello stesso Boito. La trama è sufficientemente nota perché io possa raccontarla senza troppi problemi: in breve, la contessa Livia si innamora di Remigio, un ufficiale austriaco interessato più che altro ai suoi denari. Quando, dopo averlo aiutato ad "imboscarsi" per evitare di partire per il fronte, scoprirà la verità, lo denuncerà facendolo fucilare. I due protagonisti sono ben delineati e sono tutt'altro che positivi: fredda, orgogliosa ed egoista lei, sposatasi giovanissima per interesse ad un uomo di 40 anni più vecchio; cinico e profittatore lui. Ma mentre Remigio (ma non c'era un nome migliore?) è costantemente se stesso, ipocrita e calcolatore, Livia ha il merito o la colpa di oscillare tra sentimenti che non è poi in grado di capire, tra la passione per Remigio (che pur non si può dire amore, che non conosce) e il disinganno (che si tramuta in atroce vendetta). Unico personaggio positivo - che infatti entra in scena abbracciando i figlioli mentre Livia se ne scosta; Boito usa i dettagli in modo molto intelligente - è il generale Hauptmann, che tenterà invano di dissuadere la contessa dal suo proposito.
Il racconto è scritto sotto forma di memoriale dalla stessa Livia sedici anni dopo i fatti, quasi a volersi sgravare dall'inquietudine (non certo dal rimorso); quest'espediente consente a Boito di "limitarsi ai fatti" senza indugiare in esplicite prese di posizione politica o morale, che restano confinate nei dettagli (l'ufficiale boemo che sputa in faccia a Livia, i commenti sul giovane respinto e arruolatosi nell'esercito piemontese,...).

Leggendo il libro, però, non potevo fare a meno di ripensare alla vicenda sotto un altro punto di vista, che certamente non è quello di Boito: Livia mi appariva incarnare perfettamente lo stile di vita della borghesia del suo tempo, sposatasi per interesse, "libera" di avere un amante purché fosse salvato l'aspetto formale del matrimonio, disinteressata a quanto accade oltre se stessa. Remigio invece lo vedevo come un "cane sciolto" che sta al di fuori di questa società cercando di cavarne il più possibile; una specie di "parassita" o, se proprio proprio vogliamo, uno "spirito libero" molto sui generis (se ne possono trovare altri nella letteratura e nel cinema). La relazione tra i due, con Livia che via via si figura un Remigio diverso da com'è (lo pensa in guerra a fare il suo dovere ed innamorato e riconoscente verso di lei), è il tentativo di integrarlo nel suo mondo, dove i denari impongono almeno la riconoscenza formale (e Livia lo sa bene, visto il suo matrimonio - a cui comunque non rinuncerebbe mai). Il finale, constatata l'impossibilità di ricondurre Remigio entro le regole del gioco, è più che mai ovvio (poi c'è anche una sfumatura moralistica, per cui questo tipo di relazioni finiscono sempre in tragedia nell'Ottocento - ancora la forma che deve trionfare)!
Proseguendo su questa strada, ci sarebbe qui da discutere del bellissimo film di Luchino Visconti, che re-inventa la novella di Boito spostando l'enfasi sull'incapacità della società del tempo di confrontarsi con la Storia (ma Visconti parlava sempre del presente, e lo avevano capito bene quelli che lo boicottarono al festival di Venezia); mi limito invece a due parole sugli altri quattro racconti, tutti poco interessanti e convenzionali, cogli uomini rinchiusi nel loro ruolo borghese e le donne più disponibili a donarsi (Macchia grigia, Meno di un giorno), ma con la trama vincolata dalla ferrea moralità di facciata dell'epoca. Pollice verso per Il demonio muto, per il solo fatto che si racconta di una chitarra che finisce sul rogo!

sabato 1 giugno 2013

Guide alpinistiche della Presolana

Poi comunque possiamo divertirci e arrampicare tranquilli su queste grandi pareti dolomitiche stupendoci per non averne mai sentito parlare e con poca voglia di parlarne troppo (A. Savonitto, scalate scelte nel bergamasco)
Un mese fa ho rimediato una seria distorsione ad una caviglia durante un'uscita in Grignetta e le mie tragicommedie pseudo-alpinistiche sono sospese fino a nuovo ordine; non mi resta quindi che fare incetta di amuleti per evocare il maltempo così da non avere troppa nostalgia e dedicarmi nel contempo alla "montagna cartacea". Poiché però mantengo fede al sano precetto che mi fa fuggire come la peste la "letteratura" (si fa per dire) di montagna, insulsa e sgrammaticata, non mi restano che le guide, dove, nell'attesa di iniziare la "serie" relativa alle Grigne, ho completato quelle della Presolana. Operazione invero non difficile perché le guide completamente dedicate alla "regina delle Orobie" sono ad oggi solo un paio e si sente decisamente il bisogno di un'edizione aggiornata.
Il massiccio della Presolana di Walter Tomasi, Montagna viva, Bergamo, 1987 è ad oggi la monografia più completa delle vie alpinistiche in Presolana, erede della guida Monti d'Italia sulle Prealpi comasche, varesine, bergamasche che già nel lontano 1948 dedicava alla Presolana quasi una cinquantina di pagine con 46 vie (escluse le quattro matte e la Corna relativa). 104 itinerari con relazione e indicazione fotografica del tracciato, 26 schizzi di vie. Unico, e non del tutto trascurabile, neo: la precisione (stendiamo piamente un velo, anzi un sudario, sull'allora presidente del CAI BG che elogia l'incomiabile autore). La maggior parte delle relazioni sono riprese dagli annuari del CAI BG o dalle relazioni dei salitori e solo talvolta le informazioni vengono da ripetizioni dirette delle vie; se poi teniamo in debito conto i decenni che sono passati ci possiamo fare un'idea abbastanza precisa della situazione, soprattutto per le vie che vantano pochissime ripetizioni.
Di qualche anno più tardi è il secondo libro dedicato alla Presolana, lo spit sulla luna di Alessandro Ruggeri, Ferrari, Clusone (BG), 1993. In una cinquantina di pagine sono riportati 40 itinerari sia classici che moderni con 31 schizzi (non sempre corrispondenti alle vie indicate), quasi tutti più recenti rispetto alla guida di Tomasi. I due volumi quindi si integrano senza troppa sovrapposizione, ma a vedere i tracciati delle vie nasce il dubbio o la quasi-certezza che le linee di salita più recenti abbiano purtroppo coperto itinerari già percorsi (basta pensare al dedalo di vie dello spigolo sud: che ne è della Farina-Benigni o della Seghezzi-Rocca?); situazione che è poi ulteriormente peggiorata con il moltiplicarsi delle vie moderne a spit.
Per quanto riguarda queste ultime, il riferimento ad oggi più completo non può essere che Valli bergamasche - falesie e vie moderne di Yuri Parimbelli e Maurizio Panseri, Versante sud, Milano, 2009: una guida ben più generale rispetto alla Presolana, per la quale però gli autori non nascondono la loro passione e a cui dedicano quasi 60 pagine con una cinquantina di vie (esclusi i monotiri), con fotografie dei tracciati e schizzi delle vie che completano l'opera, nel classico formato di questa casa editrice. Nonostante molte vie classiche non siano riportate (qualche tracciato è indicato nelle fotografie), non fatevi trarre in inganno dal titolo e dalla difficoltà indicata colla scala francese: controllate bene la proteggibilità (scala Oviglia-Svab-Tondini) e vi accorgerete di non essere propriamente in falesia.
Il libro appena citato, solo parzialmente dedicato alla Presolana, mi dà l'occasione di ricordare un'ultima opera di analogo carattere, ma ben precedente: Scalate scelte nel bergamasco di Andrea Savonitto, Melograno, Milano, 1986. Una quarantina (su 160) le pagine dedicate alla Presolana, 24 vie classiche più le falesie vicine al Rif. Albani con schizzi relativi (non sempre chiarissimi). Relazioni affidabili (almeno, le poche su cui posso esprimermi) anche se sono ovviamente da verificare a distanza di anni. Ci sarebbe poi da citare Orobie - 88 immagini per arrampicare di Nino e Santino Calegari e Franco Radici, Bolis, Bergamo, 1985, ma le relazioni ivi riportate (18 vie) mi appaiono riprese dalla guida di Saglio o dagli annuari e il libro mi pare superato dal lavoro di Tomasi.
Chiudo questo breve excursus come l'ho aperto, con una frase pescata dallo stesso libro che non posso non sottoscrivere interamente: certo che una monografia completa della Presolana sarebbe un testo molto importante che renderebbe giustizia ai grandi contenuti sportivi e al potenziale turistico alpino di una montagna bellissima e troppo trascurata.

Chi ha orecchi per intendere...

mercoledì 22 maggio 2013

Rubè

di Giuseppe Antonio Borgese
Mondadori, Milano, 1991 (1a ed. 1921)

Altre volte la vita di cui avrebbe voluto rendersi ragione gli pesava come un involto che qualcuno gli avesse affidato senza dirgliene il contenuto né più ripassare a ritirarlo; lo affliggeva come una lettera che ingiallisce reclamando risposta. Ma di rispondere non aveva tempo.
Rubè potrebbe tranquillamente essere collocato tra le perle sconosciute della nostra letteratura; uno di quei libri che stupiscono ad ogni pagina per la levigata perizia della prosa, per il gioco dei riferimenti simbolici e per la ricostruzione della temperie degli anni a cavallo della prima guerra mondiale e dell'avvento del fascismo. Il libro racconta la vita di Filippo Rubè, giovane avvocato meridionale che giunge a Roma in cerca di successo, tra il 1914 e il 1919, passando attraverso le dispute tra interventisti e neutralisti, la prima guerra mondiale, il dopoguerra, i disordini sociali e i conflitti tra socialisti e fascisti. Ma Rubè attraversa queste esperienze, fondanti per la storia patria, in uno stato di apatia; ne viene trascinato (come avviene letteralmente nella scena finale), cercando in ognuna di esse - si tratti di guerra o di matrimonio - il senso, la "realizzazione" della propria esistenza, senza trovarla. Il "male" di Rubè è proprio nella sua logica da spaccare il capello in quattro, che egli usa per dissezionare la realtà e soprattutto sé stesso, ogni sua minima azione attuale o potenziale, fino a svuotarla di ogni senso; ma l'incapacità cronica di Rubè di confrontarsi col reale rappresenta in effetti l'incapacità dell'intellettuale dell'epoca e di tutta una società, l'avvisaglia di quel distacco che sarà poi celebrato dalla letteratura del Novecento.
Da notare l'aspetto simbolico e strutturale dell'opera, messo in evidenza dall'ottima introduzione di Luciano De Maria che pone l'accento su quattro temi attorno cui il romanzo ruota (la guerra, il sonno, la morte, l'acqua - ci sarebbe da aggiungere il tema del viaggio), e la bravura di Borgese nel costruire un romanzo che è anche storico-politico. Lo stesso Borgese è poi purtroppo caduto nel dimenticatoio, non amato né dai fascisti né dai loro oppositori, e la lunga permanenza in USA - per non rientrare in Italia e dover firmare il giuramento di fedeltà al fascismo come professore universitario - non gli ha certo giovato.

Il figlio di Borgese, Leonardo, sarà per molti anni il critico d'arte del Corriere ed uno dei primi ad occuparsi, nell'immediato secondo dopoguerra, di tutela del paesaggio. Al riguardo raccomando il bel libro L'Italia rovinata dagli italiani, Rizzoli, 2005.

martedì 14 maggio 2013

Valpolicella ripasso superiore DOC Valpolicella Negrar

Ci sono zone vinicole che non conosco particolarmente bene (eufemismo) ed in cui faccio fatica ad identificare dei produttori che mi diano soddisfazione. Una di queste è certamente la Valpolicella (l'altra è la zona del Chianti), che non ho mai trovato particolarmente convincente, soprattutto nelle realizzazioni classico e ripasso; è stato quindi un vero piacere assaggiare un Valpolicella ripasso che mi ha riconciliato con questa zona, anche per l'ottimo rapporto qualità/prezzo.
La prova della cantina Valpolicella Negrar è di un bel rosso rubino carico e con sentori di frutti rossi e qualche nota speziata, ma la vera sorpresa è al gusto, morbido e avvolgente, ben bilanciato e con un ottimo finale. Le due settimane di ripasso sulle vinacce dell'Amarone si fanno sentire e la consistenza non fa difetto, ma il vino non è una specie di marmellata concentrata - come spesso accade - e si lascia bere con gran piacere, soprattutto se gli date il giusto tempo per "prendere aria".
Dopo questa piacevole esperienza, sarà il caso di provare il cru Vigneti di Torbe del ripasso e - perché no - anche l'Amarone della cantina.

domenica 12 maggio 2013

L'Italia nella Grande Guerra

di Gian Dàuli
Edizioni Aurora, Milano, 1935

Non è troppo arrischiato il dire che l'Italia era ad un bivio che portava, per i due rami, sempre alla guerra: per l'uno alla guerra nazionale, per l'altro alla guerra civile.
Gian Dàuli fu uno dei più attenti curatori letterari del primo dopoguerra e fece tradurre per la prima volta in Italia innumerevoli opere di autori stranieri (angloamericani, ma non solo), tra le quali cito solamente l'indimenticabile Viaggio al termine della notte di Céline nel 1933. La curiosità verso l'autore è stata uno dei motivi per cui non mi sono lasciato sfuggire questo libro, seppur monco della bella sovracopertina (l'altro, forse meno confessabile, è stato il prezzo irrisorio che ho pagato); visto l'anno di pubblicazione, infatti, non è che mi aspettassi un resoconto critico o anche solo obiettivo, anche se è vero che le sorprese sono spesso in agguato. Cominciamo dalle sorprese, quindi: nella prefazione di Aldo Cabiati si evidenzia come lo scopo del libro sia una "cronaca" degli eventi militari e politici senza troppo indugiare in considerazioni critiche, ciò che consente all'autore di infilare nel libro una serie di avvenimenti per così dire "minori" che non si ritrovano in altri volumi ben più completi ed affidabili sull'argomento. Questo è vero soprattutto per l'aspetto politico, con i resoconti degli interventi parlamentari (di una retorica stucchevole per la maggior parte), ma anche per quello più propriamente storico-militare, con bollettini e comunicati d'agenzia e informazioni sulle operazioni dei contingenti italiani in altri settori del fronte: Francia, Serbia, Africa. Alla fine del libro si trova una breve cronologia, la lista delle MO e brevi biografie dei martiri dell'irredentismo (tra cui lo sconosciuto - per me - Francesco Rismondi).
E veniamo agli aspetti meno simpatici: Francesco Giuseppe è un "minorato" (pag. 83) a cui sono riservati altri giudizi poco lusinghieri (pagg. 184-85), il partito socialista è "estremista" (pag. 28), operai e contadini sono schiavi del "sovversivismo internazionalista" (pag. 30), Nizza e Malta sono pure "irredente" e così via; insomma, lo sfruttamento della Grande Guerra a fini interni opera qui a piena potenza, alla faccia della pura cronaca, che infatti è smaccatamente di parte, dimenticando meriti e vittorie dell'esercito austro-ungarico che diventano piccole ritirate strategiche da parte nostra (ad es. l'Ortigara). Certo, a discolpa di Dàuli c'è da chiedersi quali possano essere state le fonti del suo lavoro, ma a leggere la serie delle vittorie italiane e di contrattacchi falliti del nemico c'è da stupirsi che la guerra non sia finita in pochi mesi! In ogni caso, questo conferma che di quanto pubblicato in quegli anni è molto più interessante leggere la memorialistica che non i sedicenti libri di storia (con le dovute eccezioni da una parte e dall'altra).
Per chiudere, riporto un paio di notizie che non conoscevo: a pag. 113 si riporta un comunicato AU alle popolazioni del Trentino dove si notifica della presa di ostaggi tra la popolazione civile che garantiranno colla vita l'assenza di comportamenti ostili; pratica decisamente poco simpatica. A pag. 55 invece si accenna (anche qui in modo assai parziale) alla vicenda del professore (e alpinista!) tedesco Max Abraham del Politecnico di Milano, che sarà cacciato dal Paese (la vicenda è riportata per esteso qui). Nulla cambia, invece, in certe abitudini del Paese (pag. 155): nuovo voto di fiducia al governo (16 aprile [1916]) [...] nella stessa seduta, la Camera prese le vacanze fino al 6 giugno!

lunedì 6 maggio 2013

Private wine tasting event

È un po' come l'inizio di una barzelletta: "Ci sono un italiano, un francese, un americano...", ma è stato molto più divertente. In occasione dell'ultima conferenza a cui ho partecipato a Monterey, California, ho raccolto l'invito di Paul a partecipare ad una mini-degustazione a cui ognuno avrebbe contribuito con una bottiglia "significativa". Nessuna gara, nessuna valutazione tranne quelle personali di ognuno; solo una scusa più o meno ufficiale per condividere un interesse. I vini presenti erano:
- Barolo 2003 Giuseppe Rinaldi
- Armonió 2009 Chateau Mas neuf
- The puzzle 2009 Newton
e posso dire senza esitazioni che il barolo è ben più di una spanna sopra gli altri due, anche se per completare l'informazione aggiungerò che l'ordine in cui le bottiglie sono finite è FR-IT-USA; di seguito qualche impressione:
Barolo 2003 Brunate-Le Coste Giuseppe Rinaldi. Una di quelle bottiglie che non ti dimentichi, un bel barolo simbolo di quei vini che non fanno concessioni alle mode, con lunghe macerazioni ed affinamento in botti grandi di Slavonia. Bel colore granato e gusto di terra, liquirizia, i fantomatici aromi terziari del vino. Una bottiglia che potrebbe aspettare ancora un bel po'; un vino da capire prima ancora che da bere.
Armonió 2009 Chateau Mas neuf: siamo in un territorio molto, molto diverso: invecchiamento in botti nuove per 18 mesi, vino super-muscoloso a 15° che riversa in bocca un concentrato di frutti rossi, anche se non mancano una certa varietà di aromi e morbidezza. Lontano dai miei gusti.
The puzzle 2009 Newton: il nome deriva dal fatto che l'uva è selezionata da ben 112 appezzamenti, fatta fermentare separatamente per poi formare il vino. Anche qui ben 20 mesetti nelle botti nuove si fanno sentire, producendo un vino il cui interesse scema man mano che lo si beve. Rosso scuro, molto intenso e concentrato, note tostate e frutti, tannini alle stelle.

Al di là delle impressioni personali, l'esperienza è stata decisamente simpatica. Devo aggiungere che quando la notizia si è sparsa abbiamo ricevuto un certo numero di richieste di adesione per l'anno prossimo, ragion per cui ci siamo immediatamente dati un contegno e ripromessi di "valutare" le candidature... a volte è divertente giocare a fare le persone serie!

sabato 4 maggio 2013

Diedro Martini

Matteo sul 1° tiro

Sul 2° tiro

Matteo sul 2° tiro

Sul tiro de La luna e i falò (var.)

Partenza dell'11° tiro

Sull'11° tiro
Matteo sull'11° tiro

Sul 13° tiro

Tracciato (parte alta)
Cima alle Coste - Valle del Sarca
Parete E


Il mantra di quest'anno è un'invocazione affinché non piova sempre ed immancabilmente nei giorni di festa, ma viene rigorosamente ignorato colà dove si puote. Così, anche questi quattro giorni di vacanza si riducono al solo 25 aprile: destinazione Valle del Sarca, Cima alle Coste. Il progetto originale (la via Clessidra) viene rapidamente accantonato visto l'orario di attacco della via e la velocità non proprio fulminea di progressione della cordata, ma il diedro Martini è un "ripiego" di lusso, che mi consente di percorrere per la prima volta tutta la parete con una via di sviluppo tutt'altro che trascurabile. Via sostanzialmente divisa in due parti, il facile diedro di accesso della Steinkotter e il diedro Martini propriamente detto, più impegnativo e con chiodatura più precaria (ma ben integrabile); peccato per le colate di acqua che hanno complicato diversi passaggi nelle fessure, incollando un generoso strato di fango sulle scarpette. Gran soddisfazione non senza stanchezza alla fine della via, con annessa svista in discesa che ci ha fatto mancare il sentiero e ci ha costretti a vagare mentre calava il buio fino a finire sulla strada per S. Giovanni, dove dei provvidenziali samaritani ci hanno dato un passaggio fino al parcheggio di partenza. La fiducia nel genere umano, seriamente compromessa dalle cordate sopra di noi che scaricavano sassi a volontà nel diedro in cui ci trovavamo, è ricostruita!
Accesso: l'accesso "canonico" alla parete sarebbe dal parcheggio del lago Bagatoli, ma per evitare problemi con l'esercente che - pare - predilige turisti consumatori stravaccati in riva al laghetto rispetto ai "barboni" alpinisti che si avviano verso la parete senza riguardo per l'economia del posto, è possibile partire dal campo sportivo di Oltra (Dro) senza allungare il percorso. Si raggiunge quindi il centro di Dro, si supera il Sarca (via Battisti) e si segue la strada verso destra fino ad un incrocio (indicazione Località Oltra) dove si prende a sinistra giungendo in breve al parcheggio del campo sportivo. Da qui si segue il sentiero prendendo subito a destra, si resta bassi ad un primo bivio e si giunge ad uno spiazzo ghiaioso; subito dopo questo si recupera una traccia sulla sinistra che sale nel bosco (ometti) e si congiunge con il sentiero che proviene dal lago Bagatoli. Si arriva così al margine sinistro dello zoccolo, lo si rimonta per facili placchette e ci si porta verso destra fino alla base dell'evidente diedro. Un'oretta circa dal parcheggio.
Relazione: via di soddisfazione su difficoltà non elevate, ma con protezioni da integrare nella parte alta (utili friend fino al BD5 per la fessura del 13° tiro, anche se il tratto in questione non è difficile). Attenzione al diedro di accesso nel caso ci siano scordate di storditi sopra di voi; i sassi finiscono tutti sulla linea di salita! Il percorso è sempre ovvio tranne che nella parte mediana, dove non si segue percorso obbligato.
1° tiro: si sale il diedro della Steinkotter; 55m, IV, 5 spit, 1 sosta intermedia.
2° tiro: sempre lungo il diedro o per le placche sul suo lato sinistro; 55m, IV, 7 spit, 1 golfaro, 1 sosta intermedia.
3° tiro: dritti sopra la sosta, poi spostarsi verso destra per proseguire nei dintorni del diedro; 60m, IV, 5 spit, 1 sosta intermedia.
4° tiro: per facili placchette si giunge alla fine del diedro; 50m, IV, 3 spit, 1 sosta intermedia.
5° tiro: lievemente in obliquo verso sinistra ad un'evidente sosta sulla parete di fronte; 30m, I.
6° tiro: in orizzontale verso sinistra; 30m, I. In alternativa è possibile salire la parete sopra la sosta (tiro de La luna e i falò; 30m, VI, 2 spit, 1 chiodo) e poi proseguire su terreno più facile fino a congiungersi al tiro n. 10.
7° tiro: non c'è percorso obbligato; noi siamo andati un po' (troppo) verso sinistra fino ad un albero appena prima di una fascia di placche; 50m, II. Sosta su albero.
8° tiro: salire le placche cercando un punto facile, che noi non abbiamo trovato (alla nostra sinistra c'era un evidente spit che sarebbe stato furbo prendere), poi salire un tratto erboso e rimontare una seconda placca in corrispondenza di un vago diedro, oltre il quale si sosta; 40m, difficoltà dichiarate da varie guide di IV; noi abbiamo evidentemente sbagliato l'attacco alla prima placca e abbiamo incontrato difficoltà ben maggiori. Sosta su albero con cordone.
9° tiro: in orizzontale a destra fino alla base del diedro; 50m, I
10° tiro: inizia il diedro Martini vero e proprio. Si sale in verticale sopra la sosta per poi spostarsi in obliquo verso destra fino ad un terrazzino dove si sosta; 50m, V, 6 chiodi, 1 cordino. Sosta su 4 chiodi.
11° tiro: lievemente a sinistra per poi rientrare a destra nel diedro puntando al primo tetto. Poco sotto di esso ci si sposta verso destra puntando ad un chiodo con cordino bianco, alla cui altezza si rientra nel diedro. Si supera il tetto con passo atletico e si sale fino ad un secondo tetto, dove si attraversa a sinistra verso la sosta; 40m, V+, VI, 10/11 chiodi, 1 cordone in clessidra. Sosta su 3 chiodi.
12° tiro: superare un breve camino-diedro per poi seguire una fessura verso destra, superare un saltino e raggiungere la sosta alla base di un'evidente fessura obliqua; 30m, V, V+, 1 chiodo. Sosta su 3 chiodi.
13° tiro: seguire la bella fessura che diviene via via verticale; giunti sotto ad un tetto si attraversa verso sinistra fino alla sosta; 35m, V+, VI, 3 chiodi, 1 cordino in cuneo incastrato. Sosta su 3 chiodi.
14° tiro: a sinistra della sosta, poi verso destra a seguire un diedro inclinato fino a che questo si allarga; 35m, V+, IV, 3(?) chiodi. Sosta su albero.
15° tiro: Risalire il canale terminale (attenzione ai sassi); 15m, II. Sosta su albero.
Discesa: si risale brevemente il bosco fino ad una sterrata, che si segue verso sinistra fino ad un sentiero a sinistra (indicazione Dro) che porta ancora ad una sterrata in corrispondenza di una curva. Poco dopo dovrebbe esserci un altra deviazione verso sinistra che riporta in basso; noi l'abbiamo mancata, impegnati com'eravamo a raccontarci minchiate. Voi non fatelo!

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

sabato 27 aprile 2013

Le vite

di Giorgio Vasari
Rusconi, Santarcangelo di Romagna (RN), 2002

Ed i giovani che vengono dietro studiando, incitati dalla gloria (quando l'utile non avesse tanta forza), s'accenderanno per avventura dall'esempio a divenire eccellenti.
Come si fa a parlare di questo libro? Una delle prime "enciclopedie" della storia dell'arte e certamente la più famosa, un libro setacciato da cima a fondo per secoli da tutti gli studiosi e i critici, un'intuizione geniale di Vasari che lo consegna all'immortalità più delle sue opere artistiche. Meglio limitarsi a qualche informazione ed impressione di lettura personale: cominciamo col dire che questa edizione contiene solo una selezione della monumentale opera vasariana; nonostante questo sia facilmente intuibile guardando il volume (le pur notevoli 745 pagine non sono certo sufficienti per raccontare le 178 biografie scritte dal Vasari, per non parlare del trattato su pittura, scultura e architettura che costituisce il primo libro delle Vite e che è qui ignorato), sarebbe stato più corretto scriverlo chiaramente nel titolo anziché informare l'incauto lettore solo a pag. 17. Ciò detto, cosa contiene questa edizione? Quasi tutte le vite del secondo volume (la prima parte), più della metà di quelle della seconda parte (sostanzialmente gli artisti del Quattrocento) e solo una quindicina della terza parte, la maniera moderna in cui secondo Vasari l'arte raggiunge la perfezione, per un totale di 69 biografie. Largamente condivisibile la scelta, anche se, come in tutte le selezioni, c'è sempre qualcosa di personale: perché escludere Ghirlandaio e Vittore Carpaccio dalla seconda parte ed inserire invece - cito a caso - Lorenzo Costa ed Ercole ferrarese? E Baldassare Peruzzi è preferibile a Giulio Romano (per non parlare di Tiziano e Pontormo, che però non erano presenti nella prima edizione del 1550)? Non resta che fidarsi del curatore, che giustifica le sue scelte anche in base all'attendibilità delle biografie.
E veniamo alla lettura: nonostante la statura enciclopedica, il libro si legge con molto piacere, sia per gli innumerevoli, divertentissimi aneddoti (molti non verificati o falsi) di cui sono ricche le Vite, sia per i giudizi del Vasari, che in un certo senso "inventa" la critica d'arte, sia per le "prediche" di ordine più o meno morale di cui le vite degli artisti sono contornate. È incredibile pensare che questo lavoro possa esser nato da una sola persona (che ovviamente si basò su scritti precedenti), in tempi in cui erano gli uomini a dover viaggiare per vedere le opere d'arte, mentre oggi sono le opere a viaggiare alla ricerca di svogliati estimatori nei musei del mondo. Una ricca serie di note, sostanzialmente quelle delle edizioni del Milanesi e del Ragghianti, precisa le attribuzioni vasariane, interrompendo però il fluire della lettura: a voi la scelta se leggere le Vite come documento o come "racconto". In ogni caso, leggetele; ne vale davvero la pena.
L'opera è reperibile online in molte sedi; ad esempio su SNS, su letteratura italiana o su liber liber.