sabato 1 giugno 2013

Guide alpinistiche della Presolana

Poi comunque possiamo divertirci e arrampicare tranquilli su queste grandi pareti dolomitiche stupendoci per non averne mai sentito parlare e con poca voglia di parlarne troppo (A. Savonitto, scalate scelte nel bergamasco)
Un mese fa ho rimediato una seria distorsione ad una caviglia durante un'uscita in Grignetta e le mie tragicommedie pseudo-alpinistiche sono sospese fino a nuovo ordine; non mi resta quindi che fare incetta di amuleti per evocare il maltempo così da non avere troppa nostalgia e dedicarmi nel contempo alla "montagna cartacea". Poiché però mantengo fede al sano precetto che mi fa fuggire come la peste la "letteratura" (si fa per dire) di montagna, insulsa e sgrammaticata, non mi restano che le guide, dove, nell'attesa di iniziare la "serie" relativa alle Grigne, ho completato quelle della Presolana. Operazione invero non difficile perché le guide completamente dedicate alla "regina delle Orobie" sono ad oggi solo un paio e si sente decisamente il bisogno di un'edizione aggiornata.
Il massiccio della Presolana di Walter Tomasi, Montagna viva, Bergamo, 1987 è ad oggi la monografia più completa delle vie alpinistiche in Presolana, erede della guida Monti d'Italia sulle Prealpi comasche, varesine, bergamasche che già nel lontano 1948 dedicava alla Presolana quasi una cinquantina di pagine con 46 vie (escluse le quattro matte e la Corna relativa). 104 itinerari con relazione e indicazione fotografica del tracciato, 26 schizzi di vie. Unico, e non del tutto trascurabile, neo: la precisione (stendiamo piamente un velo, anzi un sudario, sull'allora presidente del CAI BG che elogia l'incomiabile autore). La maggior parte delle relazioni sono riprese dagli annuari del CAI BG o dalle relazioni dei salitori e solo talvolta le informazioni vengono da ripetizioni dirette delle vie; se poi teniamo in debito conto i decenni che sono passati ci possiamo fare un'idea abbastanza precisa della situazione, soprattutto per le vie che vantano pochissime ripetizioni.
Di qualche anno più tardi è il secondo libro dedicato alla Presolana, lo spit sulla luna di Alessandro Ruggeri, Ferrari, Clusone (BG), 1993. In una cinquantina di pagine sono riportati 40 itinerari sia classici che moderni con 31 schizzi (non sempre corrispondenti alle vie indicate), quasi tutti più recenti rispetto alla guida di Tomasi. I due volumi quindi si integrano senza troppa sovrapposizione, ma a vedere i tracciati delle vie nasce il dubbio o la quasi-certezza che le linee di salita più recenti abbiano purtroppo coperto itinerari già percorsi (basta pensare al dedalo di vie dello spigolo sud: che ne è della Farina-Benigni o della Seghezzi-Rocca?); situazione che è poi ulteriormente peggiorata con il moltiplicarsi delle vie moderne a spit.
Per quanto riguarda queste ultime, il riferimento ad oggi più completo non può essere che Valli bergamasche - falesie e vie moderne di Yuri Parimbelli e Maurizio Panseri, Versante sud, Milano, 2009: una guida ben più generale rispetto alla Presolana, per la quale però gli autori non nascondono la loro passione e a cui dedicano quasi 60 pagine con una cinquantina di vie (esclusi i monotiri), con fotografie dei tracciati e schizzi delle vie che completano l'opera, nel classico formato di questa casa editrice. Nonostante molte vie classiche non siano riportate (qualche tracciato è indicato nelle fotografie), non fatevi trarre in inganno dal titolo e dalla difficoltà indicata colla scala francese: controllate bene la proteggibilità (scala Oviglia-Svab-Tondini) e vi accorgerete di non essere propriamente in falesia.
Il libro appena citato, solo parzialmente dedicato alla Presolana, mi dà l'occasione di ricordare un'ultima opera di analogo carattere, ma ben precedente: Scalate scelte nel bergamasco di Andrea Savonitto, Melograno, Milano, 1986. Una quarantina (su 160) le pagine dedicate alla Presolana, 24 vie classiche più le falesie vicine al Rif. Albani con schizzi relativi (non sempre chiarissimi). Relazioni affidabili (almeno, le poche su cui posso esprimermi) anche se sono ovviamente da verificare a distanza di anni. Ci sarebbe poi da citare Orobie - 88 immagini per arrampicare di Nino e Santino Calegari e Franco Radici, Bolis, Bergamo, 1985, ma le relazioni ivi riportate (18 vie) mi appaiono riprese dalla guida di Saglio o dagli annuari e il libro mi pare superato dal lavoro di Tomasi.
Chiudo questo breve excursus come l'ho aperto, con una frase pescata dallo stesso libro che non posso non sottoscrivere interamente: certo che una monografia completa della Presolana sarebbe un testo molto importante che renderebbe giustizia ai grandi contenuti sportivi e al potenziale turistico alpino di una montagna bellissima e troppo trascurata.

Chi ha orecchi per intendere...

mercoledì 22 maggio 2013

Rubè

di Giuseppe Antonio Borgese
Mondadori, Milano, 1991 (1a ed. 1921)

Altre volte la vita di cui avrebbe voluto rendersi ragione gli pesava come un involto che qualcuno gli avesse affidato senza dirgliene il contenuto né più ripassare a ritirarlo; lo affliggeva come una lettera che ingiallisce reclamando risposta. Ma di rispondere non aveva tempo.
Rubè potrebbe tranquillamente essere collocato tra le perle sconosciute della nostra letteratura; uno di quei libri che stupiscono ad ogni pagina per la levigata perizia della prosa, per il gioco dei riferimenti simbolici e per la ricostruzione della temperie degli anni a cavallo della prima guerra mondiale e dell'avvento del fascismo. Il libro racconta la vita di Filippo Rubè, giovane avvocato meridionale che giunge a Roma in cerca di successo, tra il 1914 e il 1919, passando attraverso le dispute tra interventisti e neutralisti, la prima guerra mondiale, il dopoguerra, i disordini sociali e i conflitti tra socialisti e fascisti. Ma Rubè attraversa queste esperienze, fondanti per la storia patria, in uno stato di apatia; ne viene trascinato (come avviene letteralmente nella scena finale), cercando in ognuna di esse - si tratti di guerra o di matrimonio - il senso, la "realizzazione" della propria esistenza, senza trovarla. Il "male" di Rubè è proprio nella sua logica da spaccare il capello in quattro, che egli usa per dissezionare la realtà e soprattutto sé stesso, ogni sua minima azione attuale o potenziale, fino a svuotarla di ogni senso; ma l'incapacità cronica di Rubè di confrontarsi col reale rappresenta in effetti l'incapacità dell'intellettuale dell'epoca e di tutta una società, l'avvisaglia di quel distacco che sarà poi celebrato dalla letteratura del Novecento.
Da notare l'aspetto simbolico e strutturale dell'opera, messo in evidenza dall'ottima introduzione di Luciano De Maria che pone l'accento su quattro temi attorno cui il romanzo ruota (la guerra, il sonno, la morte, l'acqua - ci sarebbe da aggiungere il tema del viaggio), e la bravura di Borgese nel costruire un romanzo che è anche storico-politico. Lo stesso Borgese è poi purtroppo caduto nel dimenticatoio, non amato né dai fascisti né dai loro oppositori, e la lunga permanenza in USA - per non rientrare in Italia e dover firmare il giuramento di fedeltà al fascismo come professore universitario - non gli ha certo giovato.

Il figlio di Borgese, Leonardo, sarà per molti anni il critico d'arte del Corriere ed uno dei primi ad occuparsi, nell'immediato secondo dopoguerra, di tutela del paesaggio. Al riguardo raccomando il bel libro L'Italia rovinata dagli italiani, Rizzoli, 2005.

martedì 14 maggio 2013

Valpolicella ripasso superiore DOC Valpolicella Negrar

Ci sono zone vinicole che non conosco particolarmente bene (eufemismo) ed in cui faccio fatica ad identificare dei produttori che mi diano soddisfazione. Una di queste è certamente la Valpolicella (l'altra è la zona del Chianti), che non ho mai trovato particolarmente convincente, soprattutto nelle realizzazioni classico e ripasso; è stato quindi un vero piacere assaggiare un Valpolicella ripasso che mi ha riconciliato con questa zona, anche per l'ottimo rapporto qualità/prezzo.
La prova della cantina Valpolicella Negrar è di un bel rosso rubino carico e con sentori di frutti rossi e qualche nota speziata, ma la vera sorpresa è al gusto, morbido e avvolgente, ben bilanciato e con un ottimo finale. Le due settimane di ripasso sulle vinacce dell'Amarone si fanno sentire e la consistenza non fa difetto, ma il vino non è una specie di marmellata concentrata - come spesso accade - e si lascia bere con gran piacere, soprattutto se gli date il giusto tempo per "prendere aria".
Dopo questa piacevole esperienza, sarà il caso di provare il cru Vigneti di Torbe del ripasso e - perché no - anche l'Amarone della cantina.

domenica 12 maggio 2013

L'Italia nella Grande Guerra

di Gian Dàuli
Edizioni Aurora, Milano, 1935

Non è troppo arrischiato il dire che l'Italia era ad un bivio che portava, per i due rami, sempre alla guerra: per l'uno alla guerra nazionale, per l'altro alla guerra civile.
Gian Dàuli fu uno dei più attenti curatori letterari del primo dopoguerra e fece tradurre per la prima volta in Italia innumerevoli opere di autori stranieri (angloamericani, ma non solo), tra le quali cito solamente l'indimenticabile Viaggio al termine della notte di Céline nel 1933. La curiosità verso l'autore è stata uno dei motivi per cui non mi sono lasciato sfuggire questo libro, seppur monco della bella sovracopertina (l'altro, forse meno confessabile, è stato il prezzo irrisorio che ho pagato); visto l'anno di pubblicazione, infatti, non è che mi aspettassi un resoconto critico o anche solo obiettivo, anche se è vero che le sorprese sono spesso in agguato. Cominciamo dalle sorprese, quindi: nella prefazione di Aldo Cabiati si evidenzia come lo scopo del libro sia una "cronaca" degli eventi militari e politici senza troppo indugiare in considerazioni critiche, ciò che consente all'autore di infilare nel libro una serie di avvenimenti per così dire "minori" che non si ritrovano in altri volumi ben più completi ed affidabili sull'argomento. Questo è vero soprattutto per l'aspetto politico, con i resoconti degli interventi parlamentari (di una retorica stucchevole per la maggior parte), ma anche per quello più propriamente storico-militare, con bollettini e comunicati d'agenzia e informazioni sulle operazioni dei contingenti italiani in altri settori del fronte: Francia, Serbia, Africa. Alla fine del libro si trova una breve cronologia, la lista delle MO e brevi biografie dei martiri dell'irredentismo (tra cui lo sconosciuto - per me - Francesco Rismondi).
E veniamo agli aspetti meno simpatici: Francesco Giuseppe è un "minorato" (pag. 83) a cui sono riservati altri giudizi poco lusinghieri (pagg. 184-85), il partito socialista è "estremista" (pag. 28), operai e contadini sono schiavi del "sovversivismo internazionalista" (pag. 30), Nizza e Malta sono pure "irredente" e così via; insomma, lo sfruttamento della Grande Guerra a fini interni opera qui a piena potenza, alla faccia della pura cronaca, che infatti è smaccatamente di parte, dimenticando meriti e vittorie dell'esercito austro-ungarico che diventano piccole ritirate strategiche da parte nostra (ad es. l'Ortigara). Certo, a discolpa di Dàuli c'è da chiedersi quali possano essere state le fonti del suo lavoro, ma a leggere la serie delle vittorie italiane e di contrattacchi falliti del nemico c'è da stupirsi che la guerra non sia finita in pochi mesi! In ogni caso, questo conferma che di quanto pubblicato in quegli anni è molto più interessante leggere la memorialistica che non i sedicenti libri di storia (con le dovute eccezioni da una parte e dall'altra).
Per chiudere, riporto un paio di notizie che non conoscevo: a pag. 113 si riporta un comunicato AU alle popolazioni del Trentino dove si notifica della presa di ostaggi tra la popolazione civile che garantiranno colla vita l'assenza di comportamenti ostili; pratica decisamente poco simpatica. A pag. 55 invece si accenna (anche qui in modo assai parziale) alla vicenda del professore (e alpinista!) tedesco Max Abraham del Politecnico di Milano, che sarà cacciato dal Paese (la vicenda è riportata per esteso qui). Nulla cambia, invece, in certe abitudini del Paese (pag. 155): nuovo voto di fiducia al governo (16 aprile [1916]) [...] nella stessa seduta, la Camera prese le vacanze fino al 6 giugno!

lunedì 6 maggio 2013

Private wine tasting event

È un po' come l'inizio di una barzelletta: "Ci sono un italiano, un francese, un americano...", ma è stato molto più divertente. In occasione dell'ultima conferenza a cui ho partecipato a Monterey, California, ho raccolto l'invito di Paul a partecipare ad una mini-degustazione a cui ognuno avrebbe contribuito con una bottiglia "significativa". Nessuna gara, nessuna valutazione tranne quelle personali di ognuno; solo una scusa più o meno ufficiale per condividere un interesse. I vini presenti erano:
- Barolo 2003 Giuseppe Rinaldi
- Armonió 2009 Chateau Mas neuf
- The puzzle 2009 Newton
e posso dire senza esitazioni che il barolo è ben più di una spanna sopra gli altri due, anche se per completare l'informazione aggiungerò che l'ordine in cui le bottiglie sono finite è FR-IT-USA; di seguito qualche impressione:
Barolo 2003 Brunate-Le Coste Giuseppe Rinaldi. Una di quelle bottiglie che non ti dimentichi, un bel barolo simbolo di quei vini che non fanno concessioni alle mode, con lunghe macerazioni ed affinamento in botti grandi di Slavonia. Bel colore granato e gusto di terra, liquirizia, i fantomatici aromi terziari del vino. Una bottiglia che potrebbe aspettare ancora un bel po'; un vino da capire prima ancora che da bere.
Armonió 2009 Chateau Mas neuf: siamo in un territorio molto, molto diverso: invecchiamento in botti nuove per 18 mesi, vino super-muscoloso a 15° che riversa in bocca un concentrato di frutti rossi, anche se non mancano una certa varietà di aromi e morbidezza. Lontano dai miei gusti.
The puzzle 2009 Newton: il nome deriva dal fatto che l'uva è selezionata da ben 112 appezzamenti, fatta fermentare separatamente per poi formare il vino. Anche qui ben 20 mesetti nelle botti nuove si fanno sentire, producendo un vino il cui interesse scema man mano che lo si beve. Rosso scuro, molto intenso e concentrato, note tostate e frutti, tannini alle stelle.

Al di là delle impressioni personali, l'esperienza è stata decisamente simpatica. Devo aggiungere che quando la notizia si è sparsa abbiamo ricevuto un certo numero di richieste di adesione per l'anno prossimo, ragion per cui ci siamo immediatamente dati un contegno e ripromessi di "valutare" le candidature... a volte è divertente giocare a fare le persone serie!

sabato 4 maggio 2013

Diedro Martini

Matteo sul 1° tiro

Sul 2° tiro

Matteo sul 2° tiro

Sul tiro de La luna e i falò (var.)

Partenza dell'11° tiro

Sull'11° tiro
Matteo sull'11° tiro

Sul 13° tiro

Tracciato (parte alta)
Cima alle Coste - Valle del Sarca
Parete E


Il mantra di quest'anno è un'invocazione affinché non piova sempre ed immancabilmente nei giorni di festa, ma viene rigorosamente ignorato colà dove si puote. Così, anche questi quattro giorni di vacanza si riducono al solo 25 aprile: destinazione Valle del Sarca, Cima alle Coste. Il progetto originale (la via Clessidra) viene rapidamente accantonato visto l'orario di attacco della via e la velocità non proprio fulminea di progressione della cordata, ma il diedro Martini è un "ripiego" di lusso, che mi consente di percorrere per la prima volta tutta la parete con una via di sviluppo tutt'altro che trascurabile. Via sostanzialmente divisa in due parti, il facile diedro di accesso della Steinkotter e il diedro Martini propriamente detto, più impegnativo e con chiodatura più precaria (ma ben integrabile); peccato per le colate di acqua che hanno complicato diversi passaggi nelle fessure, incollando un generoso strato di fango sulle scarpette. Gran soddisfazione non senza stanchezza alla fine della via, con annessa svista in discesa che ci ha fatto mancare il sentiero e ci ha costretti a vagare mentre calava il buio fino a finire sulla strada per S. Giovanni, dove dei provvidenziali samaritani ci hanno dato un passaggio fino al parcheggio di partenza. La fiducia nel genere umano, seriamente compromessa dalle cordate sopra di noi che scaricavano sassi a volontà nel diedro in cui ci trovavamo, è ricostruita!
Accesso: l'accesso "canonico" alla parete sarebbe dal parcheggio del lago Bagatoli, ma per evitare problemi con l'esercente che - pare - predilige turisti consumatori stravaccati in riva al laghetto rispetto ai "barboni" alpinisti che si avviano verso la parete senza riguardo per l'economia del posto, è possibile partire dal campo sportivo di Oltra (Dro) senza allungare il percorso. Si raggiunge quindi il centro di Dro, si supera il Sarca (via Battisti) e si segue la strada verso destra fino ad un incrocio (indicazione Località Oltra) dove si prende a sinistra giungendo in breve al parcheggio del campo sportivo. Da qui si segue il sentiero prendendo subito a destra, si resta bassi ad un primo bivio e si giunge ad uno spiazzo ghiaioso; subito dopo questo si recupera una traccia sulla sinistra che sale nel bosco (ometti) e si congiunge con il sentiero che proviene dal lago Bagatoli. Si arriva così al margine sinistro dello zoccolo, lo si rimonta per facili placchette e ci si porta verso destra fino alla base dell'evidente diedro. Un'oretta circa dal parcheggio.
Relazione: via di soddisfazione su difficoltà non elevate, ma con protezioni da integrare nella parte alta (utili friend fino al BD5 per la fessura del 13° tiro, anche se il tratto in questione non è difficile). Attenzione al diedro di accesso nel caso ci siano scordate di storditi sopra di voi; i sassi finiscono tutti sulla linea di salita! Il percorso è sempre ovvio tranne che nella parte mediana, dove non si segue percorso obbligato.
1° tiro: si sale il diedro della Steinkotter; 55m, IV, 5 spit, 1 sosta intermedia.
2° tiro: sempre lungo il diedro o per le placche sul suo lato sinistro; 55m, IV, 7 spit, 1 golfaro, 1 sosta intermedia.
3° tiro: dritti sopra la sosta, poi spostarsi verso destra per proseguire nei dintorni del diedro; 60m, IV, 5 spit, 1 sosta intermedia.
4° tiro: per facili placchette si giunge alla fine del diedro; 50m, IV, 3 spit, 1 sosta intermedia.
5° tiro: lievemente in obliquo verso sinistra ad un'evidente sosta sulla parete di fronte; 30m, I.
6° tiro: in orizzontale verso sinistra; 30m, I. In alternativa è possibile salire la parete sopra la sosta (tiro de La luna e i falò; 30m, VI, 2 spit, 1 chiodo) e poi proseguire su terreno più facile fino a congiungersi al tiro n. 10.
7° tiro: non c'è percorso obbligato; noi siamo andati un po' (troppo) verso sinistra fino ad un albero appena prima di una fascia di placche; 50m, II. Sosta su albero.
8° tiro: salire le placche cercando un punto facile, che noi non abbiamo trovato (alla nostra sinistra c'era un evidente spit che sarebbe stato furbo prendere), poi salire un tratto erboso e rimontare una seconda placca in corrispondenza di un vago diedro, oltre il quale si sosta; 40m, difficoltà dichiarate da varie guide di IV; noi abbiamo evidentemente sbagliato l'attacco alla prima placca e abbiamo incontrato difficoltà ben maggiori. Sosta su albero con cordone.
9° tiro: in orizzontale a destra fino alla base del diedro; 50m, I
10° tiro: inizia il diedro Martini vero e proprio. Si sale in verticale sopra la sosta per poi spostarsi in obliquo verso destra fino ad un terrazzino dove si sosta; 50m, V, 6 chiodi, 1 cordino. Sosta su 4 chiodi.
11° tiro: lievemente a sinistra per poi rientrare a destra nel diedro puntando al primo tetto. Poco sotto di esso ci si sposta verso destra puntando ad un chiodo con cordino bianco, alla cui altezza si rientra nel diedro. Si supera il tetto con passo atletico e si sale fino ad un secondo tetto, dove si attraversa a sinistra verso la sosta; 40m, V+, VI, 10/11 chiodi, 1 cordone in clessidra. Sosta su 3 chiodi.
12° tiro: superare un breve camino-diedro per poi seguire una fessura verso destra, superare un saltino e raggiungere la sosta alla base di un'evidente fessura obliqua; 30m, V, V+, 1 chiodo. Sosta su 3 chiodi.
13° tiro: seguire la bella fessura che diviene via via verticale; giunti sotto ad un tetto si attraversa verso sinistra fino alla sosta; 35m, V+, VI, 3 chiodi, 1 cordino in cuneo incastrato. Sosta su 3 chiodi.
14° tiro: a sinistra della sosta, poi verso destra a seguire un diedro inclinato fino a che questo si allarga; 35m, V+, IV, 3(?) chiodi. Sosta su albero.
15° tiro: Risalire il canale terminale (attenzione ai sassi); 15m, II. Sosta su albero.
Discesa: si risale brevemente il bosco fino ad una sterrata, che si segue verso sinistra fino ad un sentiero a sinistra (indicazione Dro) che porta ancora ad una sterrata in corrispondenza di una curva. Poco dopo dovrebbe esserci un altra deviazione verso sinistra che riporta in basso; noi l'abbiamo mancata, impegnati com'eravamo a raccontarci minchiate. Voi non fatelo!

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

sabato 27 aprile 2013

Le vite

di Giorgio Vasari
Rusconi, Santarcangelo di Romagna (RN), 2002

Ed i giovani che vengono dietro studiando, incitati dalla gloria (quando l'utile non avesse tanta forza), s'accenderanno per avventura dall'esempio a divenire eccellenti.
Come si fa a parlare di questo libro? Una delle prime "enciclopedie" della storia dell'arte e certamente la più famosa, un libro setacciato da cima a fondo per secoli da tutti gli studiosi e i critici, un'intuizione geniale di Vasari che lo consegna all'immortalità più delle sue opere artistiche. Meglio limitarsi a qualche informazione ed impressione di lettura personale: cominciamo col dire che questa edizione contiene solo una selezione della monumentale opera vasariana; nonostante questo sia facilmente intuibile guardando il volume (le pur notevoli 745 pagine non sono certo sufficienti per raccontare le 178 biografie scritte dal Vasari, per non parlare del trattato su pittura, scultura e architettura che costituisce il primo libro delle Vite e che è qui ignorato), sarebbe stato più corretto scriverlo chiaramente nel titolo anziché informare l'incauto lettore solo a pag. 17. Ciò detto, cosa contiene questa edizione? Quasi tutte le vite del secondo volume (la prima parte), più della metà di quelle della seconda parte (sostanzialmente gli artisti del Quattrocento) e solo una quindicina della terza parte, la maniera moderna in cui secondo Vasari l'arte raggiunge la perfezione, per un totale di 69 biografie. Largamente condivisibile la scelta, anche se, come in tutte le selezioni, c'è sempre qualcosa di personale: perché escludere Ghirlandaio e Vittore Carpaccio dalla seconda parte ed inserire invece - cito a caso - Lorenzo Costa ed Ercole ferrarese? E Baldassare Peruzzi è preferibile a Giulio Romano (per non parlare di Tiziano e Pontormo, che però non erano presenti nella prima edizione del 1550)? Non resta che fidarsi del curatore, che giustifica le sue scelte anche in base all'attendibilità delle biografie.
E veniamo alla lettura: nonostante la statura enciclopedica, il libro si legge con molto piacere, sia per gli innumerevoli, divertentissimi aneddoti (molti non verificati o falsi) di cui sono ricche le Vite, sia per i giudizi del Vasari, che in un certo senso "inventa" la critica d'arte, sia per le "prediche" di ordine più o meno morale di cui le vite degli artisti sono contornate. È incredibile pensare che questo lavoro possa esser nato da una sola persona (che ovviamente si basò su scritti precedenti), in tempi in cui erano gli uomini a dover viaggiare per vedere le opere d'arte, mentre oggi sono le opere a viaggiare alla ricerca di svogliati estimatori nei musei del mondo. Una ricca serie di note, sostanzialmente quelle delle edizioni del Milanesi e del Ragghianti, precisa le attribuzioni vasariane, interrompendo però il fluire della lettura: a voi la scelta se leggere le Vite come documento o come "racconto". In ogni caso, leggetele; ne vale davvero la pena.
L'opera è reperibile online in molte sedi; ad esempio su SNS, su letteratura italiana o su liber liber.

sabato 20 aprile 2013

Asen

Sul 1° tiro

Giancarlo sul 1° tiro

Giancarlo sul 2° tiro

Sul 3° tiro

Tracciato della via
Antimedale
Parete SE


Come ci eravamo promessi un paio di settimane fa, eccoci a dare un'occhiata a questa via, aperta di recente nella zona dell'Antimedale dove si trovano Apache, Sentieri selvaggiSogni proibiti, e che contribuirà certamente ad una maggiore frequentazione di questo settore, oggi un po' trascurato a vantaggio delle vie più "classiche". Sembrava impossibile che in Antimedale ci fosse ancora spazio per qualcosa di nuovo, e invece... gli apritori (qui la relazione originale) hanno fatto un ottimo lavoro, scovando un bel percorso appena lambito dalla vegetazione e posizionando una catena sulla cengia di accesso dove prima si ravanava su terreno friabile. Peccato solo per la quasi-inevitabile coda sui due tiri iniziali della via degli Istruttori.
Accesso: da Lecco si segue la vecchia strada per Ballabio e la Valsassina (SP62) per prendere a sinistra via Quarto all'altezza di un tornante verso destra. Al successivo slargo si sale per una ripida strada fino ad un tornante verso sinistra dove si parcheggia (sempre che si trovi posto; poco più avanti la strada è sbarrata). Si prosegue a piedi e, al successivo tornante, si prende il sentiero sulla sinistra, seguendo poi le indicazioni Antimedale e Ferrata Medale. Il sentiero sale ad aggirare due reti paramassi ed esce dal bosco in corrispondenza del canale di sfasciumi dell'Antimedale. Qui si lascia il sentiero (che conduce alla ferrata del Medale) e si segue la traccia in salita che conduce alla parete all'attacco della via Istruttori (scritta).
Relazione: via di tre tiri (più i primi due degli Istruttori per giungere all'attacco) su placche e fessure, in "stile Antimedale", ben protetta nei passi più impegnativi e un solo tratto non protetto nel secondo tiro, dove nel caso ci sono ottime fessure per friend (io ho usato un C0.75). Roccia ottima nei primi due tiri e discreta nell'ultimo, dove è necessario fare attenzione a dei blocchi dall'apparenza poco rassicurante - anche perché la sosta è dritta sotto di voi. Tutte le soste sono attrezzate con due spit, cordone e maglia-rapida.
1° tiro (via degli Istruttori): salire per placca e muretti fino alla prima sosta, ignorarla e avanzare ancora qualche metro fino ad una seconda sosta; 40m, 3a, 2 fittoni, 1 sosta.
2° tiro (via degli Istruttori): salire dritti sopra la sosta (più facile) oppure un poco sulla destra proseguendo poi per rocce facili fino al terrazzo di sosta; conviene usare quella di Stelle cadenti pochi metri più a destra; 30m, 4a, 4 fittoni.
Da qui attraversare verso destra fino a rinvenire il capo della catena da seguire. Se non si procede in conserva è possibile allestire una comoda sosta su uno spit dopo 60 m, al cospetto di Sentieri selvaggi. Da qui si segue ancora la catena verso destra fino al suo termine.
1° tiro: salire l'evidente placca verso destra fino ad un primo terrazzino, superare un bel saltino con fessura e placca e proseguire fino alla sosta sotto un muro verticale; 50 m, 6a, 6 spit, 4 chiodi, 1 cordino in clessidra.
2° tiro: a sinistra della sosta a raggiungere il cordone (meglio non rinviare il chiodo per via dell'attrito, anche se il tiro è corto) e lo spit. Da qui io ho tentato di salire dritto, ma credo sia più saggio spostarsi mezzo metro a sinistra, salire con l'aiuto di una buona presa e traversare subito a destra verso il chiodo con cordone. Si risale poi per belle fessure, spostandosi infine a destra per giungere poco dopo alla sosta; 30 m, 6a+, V+, 3 spit, 2 cordoni in clessidra, 1 chiodo con cordino.
3° tiro: ancora dritti sopra la sosta per fessura, poi salire un diedro fino ad un breve strapiombo che porta a rocce più facili e alla (scomoda) catena di sosta; 35 m, V, 4 spit, 3 chiodi.
Discesa: salire una decina di metri per rocce rotte fino ad incrociare una traccia di sentiero che si segue verso sinistra (ometti) fino ad un breve tratto attrezzato oltre il quale si scende per giungere al sentiero "canonico" di discesa delle vie dell'Antimedale. Fare attenzione ai sassi!

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

giovedì 11 aprile 2013

The crying of lot 49

di Thomas Pynchon
HarperCollins, New York, 1999

Oedipa wondered whether, at the end of this (if it were supposed to end), she too might not be left with only compiled memories of clues, announcements, intimations, but never the central truth itself, which must somehow each time be too bright for her memory to hold; which must always blaze out, destroying its own message irreversibly, leaving an overexposed blank when the ordinary world came back.
"We say an auctioneer 'cries' a sale". Così, alla penultima pagina, per chi non ha voluto scartabellare nel vocabolario, si spiega il titolo del libro. Cosa contenga il lotto 49 non ha importanza, perché il libro di Pynchon segue fedelmente (o forse plasma, essendo del 1966) i canoni della letteratura postmoderna (prima o poi affronterò anche il relativo tomo di Jameson che fa bella mostra di sé nella biblioteca): non una vera e propria "trama", non una "storia" con un inizio e - soprattutto - una fine precisa; piuttosto un gioco di riferimenti culturali che annoda scienza, storia, teatro e sottoculture nella "cifra" più espressiva - almeno secondo Pynchon - della società di oggi: la paranoia. Così Oedipa Maas si ritrova ad accumulare indizi che segnalano l'esistenza di una società segreta e ne avverte la presenza in maniera sempre più incombente ed ossessiva man mano che tenta di penetrarne il mistero. Ma il dubbio resta: Tristero esiste realmente o è una creazione di Oedipa? È talmente potente che basta un po' d'attenzione per scorgerne traccia in ogni luogo e in ogni incontro o è un effetto della paranoia di cui è vittima la nostra eroina? La vendita all'asta del lotto 49 chiarirà forse - ma è lecito dubitarne - l'arcano.
I ruderi del palazzo dei Tasso a Cornello
Nonostante l'innegabile perizia che rende piacevole la lettura (a parte qualche periodo un po' troppo carico di incisi che richiede attenzione al mio scarso inglese), la trama merita un mio, opinabilissimo, appunto: troppo "affollato" l'ultimo capitolo e troppo disinvolta la ricostruzione storica di Tristero, almeno a fronte di quanto accade nelle pagine precedenti. Tra le numerose sorprese positive ho invece ritrovato Leonora Carrington, di cui avevo letto (qui) quanto disponibile ad ora in lingua italiana, e scoperto un racconto sostanzialmente italiano: dai personaggi del plot teatrale ai riferimenti culinari di Oedipa, dall'immancabile Cosa Nostra che fa capolino all'episodio - fittizio - della seconda guerra mondiale in Italia, il Lotto 49 ha un deciso sapore "casalingo", insolito per Pynchon. Molto casalingo, ad essere precisi: la storia ruota attorno al sistema postale, che fu inventato da Omodeo Tassis nel XIII secolo a Cornello dei Tasso, poche decine di km da Bergamo. Ora nel bellissimo paesino sono rimasti solo i ruderi del palazzo da cui nacque una delle prime "multinazionali", nonché il ramo familiare che portò all'altrettanto famoso Torquato (ma almeno di lui, Pynchon, non parla).

mercoledì 27 marzo 2013

Frecce perdute (con variante di Ivano)

Sul 1° tiro

Giancarlo sul 2° tiro

Sul 3° tiro

Giancarlo sul 3° tiro

Tracciato della via
Antimedale
Parete SE


Antimedale... quante volte ci sono stato agli inizi della mia "carriera" (si fa per dire...) di quasi-alpinista-arrampicatore? Salite tutte le vie con gradi accessibili al sottoscritto - e non sono molte - non mi era rimasto che spostare i miei interessi da altre parti, e da un paio d'anni almeno non visitavo la parete - senza grossi rimpianti, a dire il vero, ché la sua alta frequentazione ne sconsiglia vivamente l'approccio, soprattutto sulle vie Chiappa e Istruttori. Ma a ben vedere c'era ancora qualcosa che mancava all'appello... la variante di uscita di Frecce perdute, che prometteva una bella arrampicata su placca senza troppi patemi d'animo. Il solito tempo infame del fine-settimana ci fornisce l'occasione per colmare la lacuna; si va. La via, assai breve, è molto piacevole e varia e decisamente consigliabile, oltre ad essere un po' meno frequentata delle sue vicine.
Accesso: da Lecco si segue la vecchia strada per Ballabio e la Valsassina (SP62) per prendere a sinistra via Quarto all'altezza di un tornante verso destra. Al successivo slargo si sale per una ripida strada fino ad un tornante verso sinistra dove si parcheggia (sempre che si trovi posto; poco più avanti la strada è sbarrata). Si prosegue a piedi e, al successivo tornante, si prende il sentiero sulla sinistra, seguendo da qui in poi le indicazioni Antimedale e Ferrata Medale. Il sentiero sale ad aggirare le reti paramassi ed esce dal bosco in corrispondenza del canale di sfasciumi dell'Antimedale. Qui si lascia il sentiero (che conduce alla ferrata del Medale) e si segue la traccia in salita che conduce alla parete, si superano gli attacchi delle vie Istruttori e Chiappa (scritte e folla di cordate alla base) e si prosegue fino ad un pilastro che costituisce il margine sinistro della parete, dove parte la via. Appena a destra dell'attacco ci sono i (cattivi!) monotiri della falesia.
Relazione: quattro tiri risolvibili in tre per maggior comodità, tra strapiombi e placche intervallati dal secondo tiro che interrompe la continuità. Protezioni buone a fittoni e chiodi; sostanzialmente inutili friend o altro, a meno che non vogliate "esagerare" ed integrare qualcosa sul primo tiro. Soste su due fittoni, catena ed anello di calata.
1° tiro: si sale in verticale per attraversare poi verso destra sotto uno strapiombo e continuare a salire, superando una placca e un tratto in un diedro-fessura in leggero strapiombo fino a spostarsi sulla sinistra e raggiungere il terrazzino di sosta; 40m, 6a (un paio di passi), 7 chiodi, 6 fittoni. Tiro molto bello e continuo.
2° tiro: salire sopra la sosta e aggirare il pulpitino sulla sinistra, spostandosi poi verso destra per salire fino alla sosta nel canale. Non spostatevi troppo a destra o rischiate di dover salire il canale friabile invece di una placchetta, con gran gioia del vostro compagno in sosta; 20m, 4b, 3 fittoni, 1 chiodo.
3° tiro: a destra della sosta a salire una bella placca con fessure. Continuate dritti seguendo i fittoni ignorando il terrazzino colla sosta alla vostra destra (dopo circa 20m - da usare se scegliete l'uscita originale di 5b). Proseguite sempre su una bellissima placca fin quasi al suo termine, dove ci si sposta lievemente verso destra e si raggiunge la sosta; 35m, 6a (5c fino alla sosta intermedia), 5 fittoni, 4 chiodi.
Discesa: salire per una decina di metri su roccia facile ma non propriamente solidissima fino ad incrociare la corda fissa del sentiero di discesa. Seguirlo verso sinistra fino al canale che si discende fino al punto di partenza.
Rientrati a casa, scopro poi che nei dintorni ci sono ancora almeno un paio di vie non ancora ripetute (da me, ovviamente), più una via nuova: ci rivedremo; l'Antimedale riesce ancora a regalare delle buone sorprese!

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 24 marzo 2013

Alberto Vitali (1898-1974)

...passo buona parte dei miei giorni in campagna, una frazione del comune di Bergamo ad un'ora di cammino dalla città e, quando vi sono, se non fossero di mezzo i guai della pittura, tra quella gente che parrà al primo capitato grossolana e volgare, a me che da tanti anni la frequento appare, a tratti, di remota verginità e, talvolta, mi sono concessi attimi di felicità. Purtroppo il senso autocritico addirittura inumano non mi ha concesso, dopo tanti anni di studio, che fugaci o meglio nulle soddisfazioni personali. Mi considero come pittore, quasi mancato [...]. Un mio orgoglio, giacché non ne sono del tutto esente, è l'amore all'arte nel quale non mi ritengo secondo a nessuno.
dalla Lettera a Mino Maccari, 1931

Basterebbero queste parole, insieme ai suoi quadri, incisioni e acquerelli, per restituire l'immagine di Alberto Vitali e rendere superflua ogni aggiunta, soprattutto se di mano assai "profana" come quel che segue; ma recentemente ho recuperato l'ultimo dei libri che lo riguardano, mi sono immerso nuovamente nel suo mondo e ho deciso di mettere ordine nei miei pensieri.

Il mio primo "incontro" con Vitali è merito di Amedeo, che nel corso di tantissimi pomeriggi di "iniziazione" mi mostrò alcune incisioni e ritratti accompagnati da un accorato racconto della vita e della "persona" Vitali, come può fare solo chi gli fu discepolo e amico. Da quei racconti emerge una personalità per certi versi straordinaria, capace di intraprendere una ricerca artistica di prim'ordine in un ambiente certamente non favorevole, conscia del proprio valore quanto del proprio isolamento culturale - troppo superiore, Vitali, rispetto all'ambiente che gli stava intorno, la Bergamo degli anni '30 del Novecento - e sempre costretta a fare i conti con una nera miseria e con la mancanza di vero "successo", nonostante i numerosi e prestigiosi riconoscimenti critici.

Proprio Amedeo cura la catalogazione delle incisioni di Vitali e la pubblicazione del bel volume relativo, Le incisioni di Alberto Vitali (Bolis, 1973), colle riproduzioni delle 124 incisioni realizzate tra il 1929 e il 1951. I vicoli di Città Alta, le scene di lavoro, qualche ritratto e natura morta occupano gran parte del primo periodo di Vitali, dal 1929 al 1934. Quando riprende le incisioni, nel 1941, i temi si spostano lievemente: ritratti dei familiari o autoritratti, paesaggi di campagna, le bellissime meditazioni sui fiori. Anche il "segno" appare diverso; più rotto, impetuoso e accentuato dalla morsura che evidenzia i neri. Le lastre sono state tutte distrutte: Vitali le riutilizzava "raschiandole", non potendo permettersi di acquistarle ogni volta, e le poche restanti furono da lui stesso gettate nel punto più profondo del lago d'Iseo. Se aggiungiamo poi che le tirature sono limitate a sei, sette esemplari, a volte meno (solo nove incisioni sono tirate a poco più di dieci copie e una sola a quindici) ci rendiamo conto di quanto l'aspetto economico dell'arte fosse alieno a Vitali, che pure raggiunse livelli altissimi, tanto da poter contare su estimatori del calibro di Bartolini e Morandi, per citarne un paio.

Un anno dopo la morte, nel 1975, Bergamo rende omaggio alla figura del suo cittadino con una mostra a Palazzo della Ragione. Il bel catalogo con introduzione di Raffaele De Grada (Alberto Vitali, Bolis, 1975) e uno scritto rivelatore di Amedeo permette di riscoprire l'Alberto Vitali pittore, riporta alla luce quadri che perfino i concittadini (o almeno quelli più disattenti, che poi sono spesso la maggior parte) avevano (hanno?) dimenticato, capolavori come (cito da una lista che sarebbe lunghissima) Siccità, Paesaggio bergamasco, Il mendicante, Interno con figure. Ai critici il gioco dei rimandi agli "ispiratori" di Vitali (Cezanne, Carrà, Rosai e altri sono stati proposti...) e lo studio delle sue affinità con il gruppo di Novecento; per me l'amore per la natura e la plasticità delle forme sono mediate da una sensibilità personalissima, cui si aggiunge una dimensione materica del quadro e dei bellissimi colori che rimandano alla formazione artigiana dello stesso Vitali, già intagliatore di mobili dopo le scuole elementari e poi corniciaio e restauratore di quadri.

Doverosa poi qualche riga sulle "mascherate", preannunciate dalla fantastica incisione con Arlecchino nella Piazza Vecchia di Bergamo del tutto deserta del 1931 e svolte dal 1937 al 1956 (se non erro). Certo, il tema del Carnevale e delle maschere è tutt'altro che nuovo nella storia dell'arte, ma qui si respira una sorta di inedito spaesamento, senza gente festante, colle maschere sole quasi estraniate, mondo fantastico e un po' dolente che ripopola la Città Alta in assenza dei suoi consueti e chiassosi abitatori. Per dirla con Antonio De Santis (Pittura orobica del primo Novecento, Il Conventino, Bergamo, 1984), Vitali inserisce (p. 106) "nel proprio gesto artistico una personale poetica dell'assoluto e della solitudine".

Dopo il 1960 Vitali riduce quasi del tutto la sua produzione pittorica, rispondendo col silenzio ai mutamenti di un mondo in cui non si riconosce e che gli appare dominato dall'aspetto commerciale (come non fare un paragone che molti giudicheranno "profano", coll'abbandono dell'alpinismo per simili ragioni da parte di un altro bergamasco, Walter Bonatti, nel 1965?). Fa eccezione, però, la serie degli acquerelli dell'Engadina, dal 1968 al 1971, raccontati nel libro di Vanni Scheiwiller (Acquerelli d'Engadina di Alberto Vitali, Scheiwiller, 1984, uscito nello stesso anno della mostra milanese per il decennale della morte). È ancora Amedeo che ci racconta la genesi delle opere, l'ospitalità di un amico di Vitali che gli fece conoscere il paesaggio svizzero tramite una serie di soggiorni a Soglio, Sils, Poschiavo, Samaden e altre località. Distillati di colore puro, cielo, montagne, laghi, gli acquerelli svizzeri testimoniano il ritorno dell'amore mai sopito per l'arte e per la natura, che si risvegliava prepotentemente al di fuori delle direzioni artistiche allora alla moda. In uno degli ultimi acquerelli, del 1971, ricompare infine Arlecchino, che gioca con dei bimbi indicando uno stormo di uccelli nel cielo. Di lì a poco sopraggiungerà la malattia e, nel 1974, la morte.

Un anno dopo la mostra di Milano, anche Bergamo omaggia Vitali con una mostra sui suoi acquerelli. Il catalogo contiene tre brevi estratti di articoli (di cui uno dal libro di Scheiwiller) e una decina di riproduzioni in bianco e nero; il libro precedente resta tuttavia assai più completo al riguardo.

La bibliografia su Vitali potrebbe tranquillamente fermarsi qui, almeno fino ad oggi. Ci sono però altri due libri di Fernando Rea, relativi ad esposizioni in gallerie private: il primo (Galleria S. Marco, 1984) è il catalogo dell'esposizione bergamasca che si tenne in parallelo a quella organizzata a Milano al Palazzo della Permanente nel 1984, decennale della morte di Vitali. Premesso che chiunque capirebbe l'inopportunità di organizzare due mostre sullo stesso artista in contemporanea e a 50 km di distanza (il fatto che la mostra sia in una galleria privata genera sospetti di natura "commerciale") e che in alcuni passaggi del libro si leggono in controluce piccole rivalità prive di senso, oggi e forse anche allora, questo libro ha un suo interesse per chi voglia "arricchire" il catalogo iconografico dei quadri di Vitali (ci sono riproduzioni a colori diverse da quelle presenti in De Grada) e perché aggiunge comunque alcune informazioni biografiche e bibliografiche; le stesse motivazioni si possono esporre per l'ultimo libro (Galleria d'arte Bergamo, 1989).

A quasi quaranta anni dalla morte, Alberto Vitali rappresenta certamente uno dei maestri della pittura italiana del Novecento, a torto sottovalutato anche a causa del suo esilio volontario. "Artista" nel senso più vero del termine, ha sempre seguito con la più strenua intransigenza il suo ideale d'arte, nel rifiuto più totale per ogni compromesso, "dilettantismo" e interesse personale. E anche questo ingrediente, oltre alla ricchezza del suo "mondo interiore" (per dirla con Amedeo) e alla naturalezza quasi commovente con cui gli dà forma di immagine, traspare nitidamente sulla tela o sul foglio d'incisione. Per concludere, mi pare che a Vitali si potrebbe benissimo riferire un passo de Il fauno di marmo di Hawthorne, dove si accenna (p. 124)

a un artista che ha studiato la natura con amore così dolce che questa l'accoglie nella sua intimità, consentendogli di ritrarla in paesaggi che sembrano la realtà d'un modo migliore e che sono invece la fedele riproduzione degli stessi scenari che ci circondano, osservati dall'interiorità del pittore e per noi interpretati dal suo ingegno.

Aggiornamento: Nel 2014 si è svolta a Palazzo della Ragione a Bergamo Alta la mostra Alberto Vitali e Bergamo: una storia d'arte e di nascosta bellezza. Folla delle grandi occasioni all'inaugurazione, segno di vivo interesse per Vitali. Allestimento molto bello e quadri da non perdere.

venerdì 8 marzo 2013

La sagra di santa Gorizia

di Vittorio Locchi
L'Eroica, Milano, 1919

E tutte le sere
qualcuno non tornava alla baracca
o non faceva la tenda
co' i tre compagni, nel fango:
restava su nel letto
di melma del Calvario,
vicino alle tre croci,
sotto i reticolati,
fra i Cavalli di Frisia:
e i candidi bengala
gli facevan lume
La produzione letteraria e/o poetica della Grande Guerra è per buona parte di poco valore, intrisa di insopportabile retorica e di fastidioso nazionalismo, ma a volte anche in questi casi si possono trovare degli spunti interessanti, se li si legge con la dovuta "distanza". Più o meno questo è lo spirito con cui ho iniziato la lettura di questa poesia, che invero ispira diffidenza già dal titolo. La diffidenza è poi ulteriormente accresciuta dall'introduzione di Ettore Cozzani, il direttore de L'Eroica, il quale ci informa che l'autore, tenente della posta militare, "non apparteneva all'arma combattente", anche se "il suo servizio lo teneva sempre [...] su la linea del fuoco nel pericolo". Invero il Locchi operava lontano dal fronte e chiese il trasferimento in occasione dell'imminente presa di Gorizia (9 agosto 1916), che poi tradusse in versi - pare - su richiesta del generale Zadecchi. Egli morirà poi nel febbraio 1917 a seguito del siluramento del piroscafo su cui si trovava, scegliendo di inabissarsi anziché porsi in salvo. Nonostante Locchi non sia probabilmente paragonabile ai tanti cantori dei sacrifici altrui che se ne stavano comodamente al riparo, non si può leggere dei fanti che pregavano "Dacci la nostra guerra, la nostra guerra all'aperto, Signore, e lasciaci correre verso la fidanzata!" (ovvero, Gorizia) senza chiedersi quanto tempo il Locchi vi avesse trascorso insieme (ai fanti, ovviamente, non alla fidanzata). Se lo avesse fatto, probabilmente, li avrebbe sentiti cantare di nascosto tutt'altre canzoni, meno retoriche e più tristi, e forse in alcuni casi anche la famosa O Gorizia, tu sei maledetta:
O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu
[...]
Voi chiamate il campo d'onore
questa terra di là dei confini
Qui si muore gridando assassini
maledetti sarete un dì
(qui un link che racconta cosa succedeva in Italia, ancora negli anni '60, sentendo questa canzone). Altro che "ognun la chiamava/ col nome del suo amore;/ uno le offriva il cuore/ e l'altro il dolore"! Altrettanto stonato il disprezzo dell'avversario, del "nemico ignobile indegno dei nostri fucili, che disonora la guerra rubando e impiccando, pestando tutti i sacrari, col suo piede pesante di rosso rinoceronte", anche se lo sfogo è da porre in relazione con quel che si era consumato nel castello del Buonconsiglio di Trento. E molte altre citazioni simili si potrebbero trarre.

Cosa "si salva" dunque, a mio parere, di questo poemetto? Immagini carpite qua e là, a dire la bellezza della Natura in contrasto con quello che vi accade, la dichiarazione di "naturalezza" iniziale, attimi di affratellamento con i disgraziati e le loro tremende condizioni di vita (e di morte), l'attesa e l'attacco finale, a tratti quasi carducciano (senza offesa per Giosuè, ovviamente):
E venne l'ordine di avanzare.
L'ombre nere si levarono
dai lati della strada,
i lampi illuminarono
la selva dei fucili :
e il reggimento si sparse
pei campi, come un volo
d'uccelli
verso l'aurora.
Ma ad essere del tutto onesto, la cosa che ho apprezzato di più sono le riproduzioni delle xilografie di Francesco Gamba, in parte qui riportate! Se volete farvi un'idea personale, trovate il libro (in italiano e inglese, in una traduzione del 1918) qui.

Chiudo con il lucido giudizio di Formigari in La letteratura di guerra in Italia (1915-1935), che a p. 75 dice: "Si ricorderà qual viva commozione destasse, durante la guerra, La sagra di Santa Gorizia di Vittorio Locchi, per l'immediatezza lirica di alcune parti; vero è che con quell'immediatezza contrasta l'elemento letterario dannunziano, rappresentato, oltre che nel poco simpatico titolo, in più d'un'immagine sforzata, e nella insopportabile raffigurazione di una «Santa Gorizia nuda e pura al sole di ferragosto» ."

domenica 3 marzo 2013

Nulla al caso (o via degli strapiombi rotondi)

Sul 2° tiro

Giancarlo sul 3° tiro

Sul 4° tiro

Attacco del 5° tiro

Dopo il muretto del 6° tiro

Giancarlo sull'8° tiro

Giancarlo sul tiro finale

Tracciato della via (rosso). Le altre vie sono: Bega
(azzurro), Me te spleucco (arancio) e Patata bollente (verde).
Corma di Machaby
Parete S


Arrampicare qui mi è sempre piaciuto, sin dalla prima uscita di un lontano corso di roccia. Sarà lo stile di arrampicata, la roccia, la chiodatura... o forse l'immancabile contorno enogastronomico che corona ogni puntata in Valle d'Aosta. Fatto sta che negli anni ho iniziato dalle vie più facili al "Paretone" per finire a fare... ancora quelle facili, non essendo migliorato poi di molto! L'obiettivo principale di ieri era di rimpinguare la mia cantina con alcune bottiglie valdostane, il tutto mascherato da "nobili" intenti arrampicatori che ci hanno portato su Nulla al caso, soprattutto per via del nome alternativo... come si fa a non salire una via che si chiama "degli strapiombi rotondi"? In verità la via corre - e non potrebbe essere altrimenti - su placche, intervallate da qualche saltino più o meno impegnativo, e forse più o meno "rotondo". Solita arrampicata piacevole con buona chiodatura, anche se qualche fix è posizionato secondo me in modo poco furbo.
Accesso: uscita Pont-San Martin dell'autostrada TO-AO, poi a sinistra verso il forte di Bard, superato il quale si materializza la Corma di Machaby. Parcheggiare nell'apposito spazio al cospetto della Corma in corrispondenza di una lieve curva a sinistra della strada. Salire il bel sentiero, attrezzato con corde fisse in alcuni tratti, fino alla parete in corrispondenza della targhetta della via Bucce d'arancia. Poco a sinistra parte il Canale banano (scritta) e subito dopo si trova l'attacco della via (targhetta con scritta alla base).
Relazione: via in stile "Paretone" su placche rugose intervallate da un tratto più verticale e da un paio di muretti che costituiscono i punti più impegnativi della salita. Chiodatura buona, un poco più lunga sui tratti facili e più "sicura" in quelli impegnativi, ma non del tutto logica in alcuni passi. Inutili friend; bastano dodici rinvii. Tutte le soste sono su due fix con catena e anello di calata.
1° tiro: sale per placche fino al terrazzino; 30m, 5b, 8 spit.
2° tiro: a destra della sosta per placca fino ad un bellissimo (e facile) tratto più verticale a cubetti; 40m, 5a, 10 spit.
3: tiro: a sinistra su facili placche a raggiungere la cengia; 28m, 4a, 3 spit.
4° tiro: passo d'ingresso a superare un breve tratto verticale che non è banale e - secondo me - è protetto un po' alla buona (il primo spit è troppo basso e si rischia di cascare sulla cengia); poi a destra e dritto per placche; 20m, 6a, 7 spit. Se ci si sposta un paio di metri più a sinistra a prendere la fessura obliqua dall'inizio è più facile (diciamo 5c).
5° tiro: la via aggira il bel tettino davanti a voi (che a occhio si può salire sulla destra per piegare sopra seguendo una bella fessura... mah...) tramite una placca verticale alla sua sinistra, per poi proseguire su terreno più facile fino alla sosta sotto un muro a mezzaluna; 30m, 6a+, 10 spit. Lo spit dopo il passo-chiave è un poco alto, ma almeno quello sotto è posizionato bene.
6° tiro: salire fino sotto il muretto piegando un poco a sinistra, superare il tratto verticale (stavolta molto ben chiodato) e proseguire su placche fino alla sosta; 30m, passo di 6b, 11 spit.
7° tiro: ancora per placca fino ad un (ultimo) salto con un piccolo tetto (anche questo ben chiodato) dopo il quale si prosegue per placche; 35m, passo di 6a+, 9 spit. Attenzione a non spostarsi troppo a destra per uscire dal tetto.
8° tiro: per placche fino ad un tratto più verticale ma ben appigliato e placchetta finale per giungere in sosta; 35m, 4c/5a, 6 spit.
9° tiro: salire a piacere le facili placche finali, sia tenendosi un poco a sinistra della sosta o andando a prendere direttamente gli spit sulla destra che appartengono alla via adiacente, 27 all'alba; 25-30m, 3c,  1-2 spit.
Discesa: evitare la calata in corda doppia e seguire il sentiero che piega a destra e porta verso il borgo di Machaby. Attraversare il borgo e andare a prendere il sentiero che riporta verso destra in direzione della Corma. Qui parte un sentiero attrezzato che si ricongiunge a quello utilizzato nella salita. In alternativa si può seguire la strada del Santuario, più lunga ma più comoda. Vivamente sconsigliata, invece, la ripetizione del nostro "esperimento" che ci ha portato a seguire la vecchia strada di collegamento che parte dal forte Lucini: a metà strada frane e rovi rendono praticamente irriconoscibile il percorso, costringendo a discendere per tratti infestati di rovi e vegetazione, fino a ritrovare la strada più in basso. I frequenti macigni rotolati sulla via suggeriscono il probabile motivo dell'abbandono. La strada si congiunge alla SS26 in corrispondenza dei sassi utilizzati per bouldering, ma per gli amanti di questa disciplina suggerirei un accesso più comodo!

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.