venerdì 15 febbraio 2019

Cercando la trincea + Incontro

Teo sul 1° tiro di Cercando la trincea.
Sul 2° tiro.
Teo sul 3° tiro.
Sul 4° tiro.
Teo sul 5° tiro.
Sul 2° tiro della Via dell'incontro.
Sul 3° tiro.
Teo sul 4° tiro.
Tracciato della via dell'incontro (azzurro). In rosso
la via del gufetto.
Pareti di Pezol e Ir
Pareti S


– Che via fate?
– E voi?
Dialoghi di questo tenore, inframezzati da occhiate reciproche tra il diffidente ed il rilassato finto-zen si odono presso la curva al km 4,1 della strada che conduce al monte Velo. In pochi mesi la frequentazione della parete è notevolmente aumentata, il sentiero è molto più marcato e le tracce delle numerose ripetizioni già segnano la vista della parete. A ben pensarci, è quasi incredibile che ci siano ancora pareti da scoprire in Valle del Sarca (sebbene qui si fosse già saliti decenni fa), pareti che possono regalare vie divertenti e con diversi livelli di impegno, sostenute da una chiodatura sicura, ma spesso da integrare. Se vi aggiungiamo anche l'esposizione favorevole per l'inverno, ecco spiegato il motivo dell'affollamento. "Che via fate?" Non preoccupatevi, una cordata davanti e una dietro, come è successo a noi, non cambieranno il piacere di arrampicare.
Accesso (via cercando la trincea): da Arco si prende la strada che porta verso Nago, raggiungendo in breve la frazione Bolognano. Qui si continua a sinistra seguendo l'indicazione Monte Velo e si segue la strada (SP48) per quattro chilometri (occhio al segnale di progressiva chilometrica 4,1). Poco dopo, al primo tornante, si parcheggia (lapide all'interno del tornante e sterrato bloccato da sbarra sulla sinistra), si segue lo sterrato e si prende il primo (ometto) o - meglio - il secondo sentiero sulla sinistra (i due si riuniscono poco dopo). Si giunge in breve in corrispondenza delle vie della parte superiore della parete dell'Ir e ad un bivio. A sinistra si raggiungono le vie della parete dell'Ir inferiore; per il Pezol si continua in lieve salita e poi in piano, seguendo le indicazioni date da bolli rossi e blu fino a giungere vicino alla parete. Qui si segue una traccia che sale brevemente a destra e giunge all'attacco (scritta alla base e cordone in clessidra visibile). Contare una mezz'oretta o poco meno.
Relazione (cercando la trincea): via attrezzata in stile classico con abbondanti cordoni in clessidra e qualche chiodo, che sale la parete per placche e fessure. Utile qualche friend per integrare qua e là, anche se i passi più impegnativi sono sempre ben protetti (o proteggibili, come nel 3° tiro). Roccia buona e ben ripulita dalle numerose ripetizioni, a parte il primo tiro che lascia qualche dubbio.
1° tiro: salire per rocce un po' rotte, prima dritto e poi in obliquo a destra, puntando ad una pianta. Poco prima di raggiungerla, spostarsi a destra e superare un muretto oltre il quale vi è la sosta. 35m; III, IV, IV+, IV; cinque cordoni in clessidra. Sosta su quattro clessidre con cordoni e anello.
2° tiro: spostarsi a destra e salire la placca, poi ancora a destra dietro uno spigolino a salire un corto diedro (passo delicato) oltre cui si prosegue per facili rocce fino alla sosta. 40m; IV, III+, V, (passo) III; otto cordoni in clessidra, un cordone su pianta. Sosta su fix con anello e cordone in clessidra e radice. Un chiodo poco lontano.
3° tiro: salire il bel diedro fessurato e sostare al suo termine sulla destra. 30m; V, V+ (passo), V; cinque clessidre con cordone. Sosta su due clessidre con cordone ed anello.
4° tiro: salire in verticale lungo una fessura. Prima del suo termine, traversare a destra e continuare dritti fino alla sosta. 25m, V-, V, IV, IV+, II; cinque cordoni in clessidra. Sosta su fix con anello e cordone in clessidra. Chiodo poco lontano.
5° tiro: salire la breve placca fin sotto una pancia leggermente aggettante. Contornarla inizialmente verso destra per poi salirla in obliquo a sinistra e proseguire dritti per rocce più semplici. Al termine, spostarsi a destra su sentiero fino alla base dello sperone. 45m; V (forse passo di V+); IV+, I; cinque cordoni in clessidra, tre chiodi, un cordone su pianta. Sosta su pianta con cordone.
6° tiro: salire lo sperone fino alla sommità. 30m, V+, V, VI (passo), IV; quattro cordoni in clessidra, tre chiodi, due cordoni su pianta. Sosta su pianta con cordone all'interno di una vecchia postazione di guerra.
Discesa e accesso alla Via dell'incontro: seguire la traccia che sale alla sommità del Pezol (traliccio) e continuare lungo il sentiero di discesa che in breve porta alla parete dell'Ir (parte superiore) e al bivio incontrato all'arrivo. Se si vuole rientrare, si prosegue. Altrimenti, si scende a destra, si segue il sentiero giungendo alla piazzola di attacco della Via del gufetto. Si prosegue ancora in lieve discesa fino all'attacco della via (scritta alla base).
Relazione (via dell'incontro - parte bassa): via più impegnativa della precedente, che richiede qualche capacità di sapersi muovere su terreno alpinistico in più. I tratti-chiave sono comunque protetti, ma è consigliato integrare con friend piccoli e medi. In compenso, la via regala certamente più soddisfazione ed il percorso è decisamente bello ed esposto.
1° tiro: alzarsi per pochi metri e spostarsi a sinistra a seguire una bella lama che conduce ad una pianta. Traversare verso destra, superare un muretto e proseguire verso destra fino alla sosta. 35m; 5c; due fix, cinque cordoni in clessidra, un cordone su pianta, un chiodo con cordino. Sosta su fix con anello e chiodo. Mi permetto di dare un grado da falesia perché la chiodatura è comparabile come distanza, e per marcare la differenza con i tiri successivi.
2° tiro: da qui la musica cambia e le protezioni si fanno più rade: salire lungo una fessura obliqua fino ad avvicinarsi ad una fascia strapiombante, traversare a destra fin dove è possibile superare un breve muretto e seguire una rampa inclinata verso sinistra fino alla sosta. 35m; V, VI, V+, IV; cinque cordoni in clessidra, due chiodi. Sosta su fix con anello e cordone in clessidra.
3° tiro: salire in obliquo verso destra seguendo una serie di lame e fessure. Aggirare un corto spigolo e raggiungere la sosta. 25m, V+, VI-, V; due cordoni in clessidra, un chiodo. Sosta su fix con anello e cordone in clessidra.
4° tiro: salire la placca e traversare (delicato) sotto un tetto. Continuare in verticale e poi per una cornice inclinata verso destra fino alla sosta. 25m; VI, VI+, VI, V; tre fix, due cordoni in clessidra. Sosta su due fix (uno con anello).
5° tiro: salire il breve muretto a sinistra della sosta e proseguire sfruttando un'evidente lama. Poi a destra per continuare su terreno più facile. Raggiunta una pianta con cordone, non fermarsi ma proseguire facilmente fino al termine delle difficoltà. 25m; V, IV+, III; un chiodo, quattro cordoni in clessidra, un cordone su pianta. Sosta da attrezzare su pianta.
Discesa: seguire la traccia che in breve riporta sul sentiero già percorso.

martedì 29 gennaio 2019

Ai burattini


L'interno del locale.
Il vassoio del pane.
I paccheri con le sarde (agoni).
Lo stufato di pecora con polenta.
La torta di mele e cannella.
Via Madaschi 45
Adrara S. Martino (BG)


Le mie visite alla zona del lago d'Iseo si svolgono perlopiù di giorno e si limitano alle falesie della zona... o forse no. Se la passione per il pesce di lago mi aveva già condotto presso l'ottimo ristorante , oggi è la volta di spostarsi leggermente nell'entroterra, via dalle zone più frequentate, tra le belle colline che fiancheggiano il Sebino. Il ristorante ai burattini è ubicato in un vecchio edificio ristrutturato, dove il rassicurante spessore dei muri vi proteggerà da internet, whatsapp e simili amenità per permettervi di dedicarvi ai piaceri del palato. Due sale arredate in stile moderno (con i soliti deprecabili quadri astratti) con qualche avanzo di decorazioni natalizie. Cucina bergamasca, quindi prevalentemente di terra, con qualche attenta rivisitazione e un'attenzione costante e lodevole all'indicazione della provenienza delle materie prime, quasi tutte della zona (fanno ovvia eccezione il riso - dal pavese - e il manzo piemontese - dal cuneese).
Il cesto del pane - fatto in casa - costituisce la prima piacevole sorpresa, grazie a dei buonissimi grissini e ad una strepitosa focaccia di cui riusciremo anche a strappare un bis. Saltiamo - a malincuore - gli antipasti, limitandoci ad osservare i vassoi di salumi che si indirizzano verso i tavoli vicini, per pescare dalla lista dei primi i paccheri di semola di grano duro con pomodorini, pesto di basilico fatto in casa e sarde essiccate del lago d'Iseo (che in realtà sono agoni, pesci d'acqua dolce simili alle sarde). Piatto molto saporito con l'unico rimpianto dato dall'esiguità (sei) dei paccheri presenti sul piatto...
Per il secondo ci allontaniamo dalla sponda del lago: scelgo uno stufato di pecora gigante bergamasca (una razza autoctona; leggete qui) con polenta di mais rostrato rosso di Rovetta (qualche informazione qui). La carne è decisamente magra e delicata e la polenta saporita, ruvida; da provare. La stessa polenta accompagna uno stracotto di cervo con carne altrettanto morbida e gustosa. Chiudono la cena un'onesta torta di mele e cannella e una buona (relata refero) crostata ai frutti di bosco (o erano lamponi?).
Una nota finale sulla cantina: la lista dei vini è sostituita genialmente da una piccola saletta adibita a cantina, dove i clienti possono scegliersi la bottiglia (con etichetta col prezzo ben evidente). Selezione di bottiglie della zona, tra bergamasca e bresciano, ma spazio anche al resto della penisola. Sempre allergico alla barrique, alla fine si finisce su un Dolcetto d'Alba Lodoli 2017 di Cà del Baio che ha il solo difetto di un tenore alcolico un po' troppo elevato (problema ormai comune a tantissimi vini).

venerdì 11 gennaio 2019

Lambrusco reggiano DOP cuvèe Bollino rosso 2017 Caprari

La mia certamente non assidua frequentazione del lambrusco deve molto alle bellissime giornate (e serate) passate a Bismantova e dintorni, dapprima sempre e rigorosamente presso il ginepro quando vi regnava Roberto, ora in luoghi un po' più sparpagliati. L'incontro con la realizzazione di Caprari lo devo invece ad un ristorante di Reggio Emilia dove ci fermammo una sera a cena in attesa che si esaurisse una coda infinita verso Milano. Nome ben impresso nella memoria, bottiglia non più ritrovata dalle mie parti (sì, lo so che esiste il commercio online; grazie...) fino a poco fa.
Bottiglia ed etichetta da... "bollicine", con la dizione "metodo Charmat" (i.e., rifermentazione in autoclave) in evidenza, insieme all'anno (1924) di fondazione della cantina. Nel bicchiere, un bel rosso rubino con qualche riflesso violaceo e una spuma rosata che svanisce rapidamente.
Avviciniamo il bicchiere: frutta rossa, lamponi, ciliegie in evidenza. All'assaggio, ancora frutta, fragole in particolare, e una curiosa nota finale di banana. Un vino fresco che accompagna alla perfezione la cucina tipica emiliana, ma che sarei ben curioso di assaggiare come abbinamento ad una... pizza!

domenica 6 gennaio 2019

Torta di mele (facile facile)

Fig.1
Fig.2
Fig.3
Se non siete ancora stanchi delle feste natalizie e dei dolci, se volete chiudere questo periodo con una torta di facilissima preparazione, da assaggiare magari con una tazza di tè di Natale, cosa meglio di una classica torta di mele?

Ingredienti:
  • zucchero: 100 g
  • farina: 100 g
  • burro: 100 g + il necessario per lo stampo
  • uova: due
  • mele: due (tre se piccole), tendenzialmente golden o renette
  • limone: uno (solo la scorza grattuggiata)
Preparazione:
  • togliete il burro dal frigo in anticipo in modo che si ammorbidisca;
  • sbucciate le mele e fatele a fettine (eliminando il torsolo);
  • montate il burro ammorbidito con lo zucchero;
  • aggiungete le uova;
  • aggiungete la buccia di limone;
  • se volete, frullate alcune fettine di mela e aggiungetele all'impasto; renderanno la torta più morbida;
  • aggiungete la farina setacciata e lavorate il composto (Fig. 1);
  • imburrate fondo e bordi di una tortiera o usate la carta da forno, o entrambi;
  • versate l'impasto nella tortiera e decoratelo con le fettine di mela (Fig. 2);
  • cuocete in forno a 180°C per 30' e sfornate (Fig. 3).
Fate attenzione alle dimensioni dello stampo: il mio è di 24 cm di diametro e la torta risulta piuttosto bassa; se preferite uno spessore maggiore, usate uno stampo più piccolo (o aumentate le dosi...). Io avrei anche aggiunto un po' di cannella (e invero anche altre spezie), ma mi è stato intimato di limitarmi all'essenziale; voi, sentitevi liberi...

sabato 5 gennaio 2019

Bergamo-Milano Lambrate: ritardi novembre-dicembre 2018 e riassunto annuale (2608/10809)

Distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2608 (8:02) nei bimestri
novembre-dicembre dal 2015 al 2018.
Lo schifosissimo 2608 del 12/12/18.
Andamento mensile dei ritardi per il treno 2608.
Distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 10809 (17:43) nei bimestri
novembre-dicembre dal 2015 al 2018.
Andamento mensile dei ritardi per il treno 10809.
Distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2608 (8:02)
negli anni 2015-2018.
Come sopra, ma per il treno 10809 (17:43).
Ore di ritardo annuali per i treni 2608 e 10809.
Per quanto mi riguarda, il 2018 è stato uno dei peggiori anni dell'ultimo mezzo secolo. Dovendo qui limitarmi ai dati dei consueti, vergognosi ritardi di Trenord, non si può purtroppo trarre diversa conclusione. Cominciamo a guardare il bimestre conclusivo: per il 2608 il dato più indicativo è che, incredibilmente, è riuscito ad arrivare in orario per ben due giorni in due mesi, portando la puntualità ad uno strabiliante 6% circa (era più del 20% l'anno scorso)! Entro i 5' di ritardo giunge sì e no il 24% dei treni (ricordiamo sempre che dovrebbe essere il 90%!). Il peggioramento drammatico rispetto agli anni scorsi è evidente dal marcato spostamento a destra (ovvero, ritardi maggiori) della curva. Il grafico è pietosamente tagliato a 30' di ritardi ed evita così di mostrare il regalo di pre-S. Lucia delle ferrovie, con ben 71' di ritardo!
I ritardi iniziano già alla partenza, almeno 10' in attesa del 5033 da Lecco quando c'è un treno pronto che potrebbe partire in orario (come faceva prima). Come si fa a pensare che non vi sia del dolo?
Se andiamo a vedere lo "storico", c'è da piangere (ma ci sarebbe ben altro da fare, in primis partire dal livello politico regionale): il finale d'anno è ancora peggiore del già pessimo andazzo dei mesi precedenti; viene da chiedersi fino a quando si possa arrivare, quale sia il limite oltre il quale ci si decida a buttare questa società alle ortiche (per non dire di peggio).
Le considerazioni per il 10809 sono solo lievemente migliori: mentre nel 2608 sono tutti, dico tutti i treni ad essere in ritardo, il 10809 ha quasi recuperato una situazione normale, raggiungendo più o meno gli stessi valori dell'anno scorso (ma in peggioramento rispetto agli anni precedenti!) per circa il 60% dei treni, mentre il resto fa tranquillamente 20-30' di ritardo, spesso per cancellazioni del treno. Lo storico mostra un miglioramento nel mese di dicembre; vediamo cosa succederà con l'anno nuovo.

Ed è giunto il momento del riassunto annuale. Come al solito, per meglio evidenziare le sconcezze, i grafici di probabilità sono su scala normale (guardate le frequenze sull'asse verticale). Drammatico collasso di puntualità del 2608, che nell'arco dell'anno arriva al 4% (era il 34% l'anno scorso) e sale ad un miserrimo 35% con 5' di ritardo (era l'82% l'anno scorso). Da denuncia penale per sequestro di persona quanto accade nel 10% peggiore dei casi (ovvero, più di un mese l'anno!), dove i ritardi vanno dai 20' fino ad un'ora e mezza (e questo è il ritardo; per il tempo totale bisogna aggiungere 40')!
Il dato per il 10809 rispecchia un po' quanto detto sopra per l'ultimo bimestre: mentre nel 2608 c'è un peggioramento globale, qui non si verificano enormi variazioni nel 60% dei treni, ma peggiorano sensibilmente "solo" il restante 40% circa. Puntualità pari al 18% (ma era il 45% nel 2016) che sale al 63% entro 5' (era l'80% nel 2016). Anche qui, però, nell'equivalente di un mesetto all'anno si cumulano ritardi che vanno dai 40' fino a più di tre ore!
L'ultima figura riassume le ore di ritardo accumulate in un anno di malfrequentazioni ferroviarie. Se negli anni precedenti c'era stato un lieve miglioramento complessivo, i ritardi sono quasi triplicati nel 2018, arrivando a quasi quattro giorni!

venerdì 4 gennaio 2019

Lo studente

di Nathaniel Hawthorne
Sellerio, Palermo, 2000

Ritornò mentalmente a quegli anni che, nonostante la sua giovane età, aveva speso in studi solitari - in conversazione con i morti - quando aveva disprezzato la possibilità di mescolarsi al mondo vivente, o di agire spinto da una qualsiasi delle sue ragioni. Si domandò il perché di tutta quella fatica distruttiva; e dov'era poi la felicità di possedere una conoscenza superiore? Aveva salito solo pochi gradini di una scala che portava all'infinito - aveva speso una vita per scoprire che, dopo mille di tali esistenze, non avrebbe saputo nulla in confronto a quello che c'era da sapere [...]; e in quel momento avrebbe preferito il sonno senza sogni dei bruti destinati a morire all'attributo più orgoglioso dell'uomo, l'immortalità.
Ci sono diversi modi di leggere questo libro. Se ci limitiamo alla trama, c'è più o meno da mettersi le mani nei capelli: è la storia di due "studenti" (uno dei quali, Fanshawe, dà il nome al titolo originale) invaghiti della stessa fanciulla (Ellen, le cui qualità sono bellezza, innocenza e... talento gastronomico, non disgiunte da una cospicua eredità futura) che dovranno strappare al "cattivo", il quale ordisce un piano assolutamente ridicolo per rapirla e si comporta da perfetto idiota quando viene scoperto da Fanshawe. L'architettura piuttosto grezza del racconto segue in buona sostanza i canoni di un blando romanzo gotico (la fanciulla, il rapimento, ecc. ecc.; il tutto trasposto nell'ambiente naturale americano), come chiaramente suggerito dal nome del decano del College attorno a cui avviene la vicenda, il dott. Melmoth, che fa sobbalzare sulla sedia chiunque abbia letto Lovecraft se non Maturin. Questa è però riscattata da alcune scene ben riuscite (la taverna, l'incontro di Fanshawe con le donne nella capanna) e dalle bellissime descrizioni di ambienti naturali che tradiscono la visione romantica del sublime e una fascinazione quasi pittorica per cielo, nuvole e luce.
Se una certa imperizia narrativa può essere imputata all'inesperienza (Fanshawe è il primo romanzo di Hawthorne, che lo pubblicò in proprio e poi se ne pentì, facendo il possibile per ritirare le poche copie ancora in commercio), questa opera prima contiene tuttavia diversi spunti interessanti, in primis per i numerosi elementi semi-autobiografici (forse più di quelli che l'autore stesso intendeva, e forse qui sta la chiave del suo rifiuto). Fanshawe è ovviamente la proiezione dell'autore (si veda l'arguto saggio di Tommaso Giartosio che chiude il libro), un giovane con una figura di cui la Natura fa dono soltanto ai suoi favoriti, ma pallido e consunto dal troppo studio, una mente superiore dedita all'inseguimento del sogno di una fama imperitura che, essendo un sogno, è più forte di mille realtà. Dopo aver conosciuto Ellen si ritrova in un dissidio tra vita ed arte, tra la vita nel mondo con lei e la vita fuori dal mondo con lo studio, la gloria e la fama. Dopo averla salvata, sceglierà la seconda, lasciando Ellen al rivale Edward che, dal canto suo, non ha mai avuto dubbi riguardo al dissidio di cui sopra! Tutto non si può avere, il dissidio non si può comporre, anche se invero la figura del dott. Melmoth sembra suggerire la possibilità di una sintesi almeno parziale.
Un commento è anche dovuto alle altre figure: dopo il salvataggio, Edward "sente" che Fanshawe ha acquisito un "diritto" su Ellen e si ritira. Lei, dipinta più o meno come una bambola senza volontà (ma è probabilmente sensato affermare che la letteratura americana del periodo è una letteratura "al maschile") approva questa scelta non dichiarata e, nonostante il carattere di Fanshawe non le si addica per una vita insieme, si sente obbligata ad essere "sua", proponendogli di portarlo su sentieri tranquilli dai quali i vostri pensieri solitari ed orgogliosi vi hanno allontanato. La risposta la sappiamo, lo stucchevole giro di cortesie e rifiuti si conclude ed Edward ed Ellen potranno così seguire la loro vita di una felicità non comune, ma senza gloria né fama: che importanza ha che [...] non abbiano lasciato alcuna traccia?

Non posso però chiudere queste righe senza un commento "alpinistico": la povera Ellen è portata sotto uno "strapiombo" che strapiombo non è, avendo una parte inferiore accessibile ed una superiore più scoscesa (ed infatti il testo originale dice precipice, che non implica uno "strapiombo"!). Quando il cattivo vede Fanshawe al di sopra, invece di fargli una pernacchia ed andarsene con la fanciulla, cerca di scalare il dirupo per dargliele di santa ragione, cade e ci resta secco. Il buon Fanshawe, nonostante il lungo tempo dedicato allo studio, discende invece la parete sano e salvo (poi bacia la fanciulla svenuta, ma qui è meglio soprassedere...). Cosa vogliamo valutarlo questo "dirupo" del 1828, un buon III+? E non dimentichiamoci di registrare il primo percorso, in discesa ed in solitaria, della parete: la fama di Fanshawe si estenderà almeno alla storia alpinistica!

giovedì 3 gennaio 2019

Il genovese


L'interno del locale.
Tagliolini con ricciola e porcini.
Coniglio alla ligure.
Torta di farina di castagne e carote con
mousse di chinotto.
Via Galata 35
Genova


Visitare il bellissimo centro storico di Genova in questo periodo ha forse una valenza in più, e tanti sono i posti dove rinfrancar lo spirito tra una giornata e l'altra. Questa volta non ci portiamo nella zona ormai tristemente famosa vicino al Polcevera, ma restiamo nei dintorni della stazione Brignole. Una piccola osteria che esiste da poco più di un secolo: su due piani connessi da scala a chiocciola, tavoli piccoli, spazi un poco ristretti, arredo semplice e... tricolore (tovagliolo verde, piatto bianco e tovaglia rossa). Ma i piatti si limitano, fortunatamente, alla tradizione genovese, senza spaziare troppo.
Arriva il cesto del pane rustico fatto in casa, e via. L'attacco è con degli ottimi tagliolini con ricciola e funghi porcini, a far da pendant a delle trofie con farina di castagne e pesto, entrambi molto delicati e gustosi, senza contare il buonissimo pesto.
Rigorosamente liguri (ovviamente!) anche i secondi, un classico coniglio alla ligure e delle polpette genovesi di Cabannina con formaggio (la Cabannina è una razza bovina ligure, probabilmente l'unica). Sarà che il coniglio è per me indissolubilmente legato ai sapori dell'adolescenza, ma ho apprezzato di più il primo, tenero e assai saporito, rispetto alle polpette (che pure hanno un sapore... vero, anche se per me un po' insolito).
Siamo quindi giunti al dessert: si fa largo una torta di farina di castagne e carote con mousse al chinotto in cui la mousse fa per me la vera parte del leone, ed un cheesecake di prescinseua (una cagliata genovese) e pandolce che non ho assaggiato (ma posso riportare un'impressione positiva).
Carta dei vini nteressante e ovviamente puntata sul panorama ligure. Noi scegliamo un Rossese di Dolceacqua di Terre bianche che accompagna egregiamente la cena. E alla fine, non dimenticate un bicchiere di erba luisa!

sabato 22 dicembre 2018

Camòs

di Lorenzo Tassi
Versante Sud, Milano, 2017

Prima si arrampicava sulle grandi pareti, poi sulle falesie, poi sui boulder, cioè sui massi... e adesso in cantina. Mi sembra una discesa, non una salita!
(Dalla prima parte dell'intervista, a 3:19)
Dopo la lettura del libro su Gullich, rieccomi alle prese con una biografia legata al mondo dell'arrampicata; una biografia che aspettavo da anni, da quando sentii raccontare di Camòs, delle sue capacità, dei suoi eccessi e del prematuro epilogo della sua esistenza, da quando trovai il suo nome associato ad una via nelle Dolomiti di Fanis e poco dopo visitai Cornalba, senza alzarmi molto sulle pareti. Ma andiamo con ordine: Bruno Tassi detto Camòs è stato quasi una leggenda nel mondo dell'arrampicata, noto ben al di fuori dei confini bergamaschi. Negli anni in cui si faceva strada l'arrampicata sportiva, scopre Cornalba (ma non solo quella!) e la trasforma in una delle falesie più famose d'Italia, chiodando e liberando tiri ormai storici come Apache (8a), Peter Pan (8a+), FBL (8a+), Jedi (8b). Accanto a ciò vanno però elencate almeno la prima salita italiana di Zodiac e la prima salita alla parete NO del Baruntse nord (7057 m). Camòs diventa il riferimento per l'arrampicata in terra bergamasca, spostando il limite del possibile e coagulando attorno a sé una generazione di alpinisti-arrampicatori che ne seguiranno le tracce. Scompare in un incidente d'auto (come Gullich) il 24 dicembre 2007. Tra i due grandi arrampicatori si possono trovare altre analogie: anche Camòs si rende conto dell’utilità delle falesie per l’allenamento, pur conservando un carattere "alpinistico", per cui la falesia è vista sostanzialmente come allenamento per le grandi pareti. Anche Camòs si dedicherà all’allenamento, attraverso la collaborazione con una ditta per il progetto di prese artificiali. A differenza di Gullich, tuttavia, Camòs si dedica principalmente a dotare il “suo” territorio di falesie che possano fornire la preparazione necessaria.
Il libro vuole raccontare l'uomo più che lo scalatore, e sceglie di farlo attraverso le testimonianze degli amici e un'ampia (forse troppo) raccolta dei suoi scritti, il tutto racchiuso tra la bella introduzione di Simone Moro e un sentito ricordo di Mauro Corona. Da un lato, questa impostazione permette una visione "poliedrica" del personaggio Camòs, che spazia dal suo ruolo trainante nell'arrampicata al carattere a volte difficile, da alcune avventure al limite del grottesco che strappano sonore risate ai suoi molteplici interessi "culturali" in senso lato. Tuttavia, l'approccio corale presenta anche dei limiti, frammentando la narrazione e facendo spesso sentire la mancanza di un vero filo conduttore che eviti ripetizioni e divagazioni. Anche la scelta di "non celebrar[]e il campione di arrampicata" poiché "questo probabilmente verrà fatto nei prossimi anni" mi appare un'occasione persa (sperando davvero che non sia una pia illusione): personalmente, avrei preferito un libro che ripercorresse la sua attività in montagna e in falesia in maniera organica, ovviamente legandola alla vita quotidiana, di cui costituiva gran parte.
Se ho girato l'ultima pagina con un po' di delusione, ciò nulla toglie al gran merito di questo libro, ovvero l'aver riacceso l'interesse sul personaggio Camòs. Al riguardo, segnalo lo scritto di Emilio Previtali in occasione della presentazione del libro e una bella intervista in cui Bruno Tassi Camòs racconta la sua filosofia.


mercoledì 28 novembre 2018

La miniera

L'interno del locale.
Tagliatelle ai funghi.
Luccio con polenta.
Via Chiesa 9
Gardola, fraz. di Tignale (BS)


Anche questa volta, complice il tempo incerto, il fine-settimana in valle del Sarca si trasforma in un pot-purri di arrampicate, ricognizioni alla ricerca di antichi libri di alpinismo, piacevoli incontri e... qualche piccola gozzoviglia nella zona del lago di Garda. Dopo aver visitato Campione cogli occhi quasi costantemente volti verso l'alto, a sognare le linee delle vie di Stenghel sulla parete del salto delle streghe per non vedere lo scempio di un antico borgo operaio sfregiato dal "progresso" più meschino, ci consoliamo salendo alla bella frazione di Gardola, con meta l'osteria La miniera. Non mangiamo dalla mattina, abbiamo scalato e una fame atavica: "Scusi, a che ora apre la cucina?" "Alle sei e mezzo..." "Prefetto! Ci vediamo tra mezz'ora; grazie."
Ambiente rustico, veranda sulla destra, un'altra sala a sinistra ed il bancone in fondo, in buona compagnia di una nutrita serie di bottiglie. La cucina è quella gardesana, un po' rivisitata. Iniziamo con delle tagliatelle ai funghi che arrivano in porzione decisamente interessante. Buone, anche se forse mancavano un pochino di sapore. Per continuare, resto su un piatto provato recentemente a Mantova, ovvero il luccio con polenta, assai delicato e gustoso.
Per terminare la cena, un parfait al cioccolato con composta di frutti di bosco, che io avrei preparato con cioccolato extra-fondente ma che non pecca di gusto!
Carta dei vini interessante e ben fornita. Accompagniamo la cena un Valtenesi DOC che solo presenta a mio parere un po' di eccesso di legno.
Felicemente satolli e corroborati nel fisico e nello spirito, riprendiamo la via del ritorno a casa. Fino alla prossima visita...

mercoledì 21 novembre 2018

Via del gufetto

Teo alla partenza del 1° tiro.
Sul 2° tiro.
Teo sul 3° tiro.
Sul 5° tiro.
Teo sul 6° tiro.
Teo sull'8° tiro.
Sul 10° tiro.
Tracciato della via.
Parete dell'Ir (Valle del Sarca)
Parete S


Accesso: da Arco si prende la strada che porta verso Nago, raggiungendo in breve la frazione Bolognano. Si prende a sinistra seguendo l'indicazione Monte Velo e si segue la strada (SP48) per quattro chilometri (occhio al segnale di progressiva chilometrica 4,1). Poco dopo, al primo tornante, si parcheggia (lapide all'interno del tornante e sterrato bloccato da sbarra sulla sinistra), si segue lo sterrato e si prende il primo (ometto) o - meglio - il secondo sentiero sulla sinistra (i due si riuniscono poco dopo). Si giunge in breve in corrispondenza delle vie della parte superiore della parete dell'Ir, si prende una traccia in discesa (ometti) che poi piega verso destra e porta all'attacco della via (scritta).
Relazione: divertente via di carattere sportivo con incursioni in territorio alpinistico: passi impegnativi sempre ottimamente protetti a fix, tratti facili protetti con cordoni in clessidra, qualche chiodo o da integrare (come nel quinto tiro; utile qualche friend fino al 2BD). La parte alta è un poco più impegnativa, anche per via della roccia che non appare sempre solida. Come al solito in questi casi, a costo di creare confusione, limito i gradi UIAA ai tratti con protezioni tradizionali e uso la scala francese laddove si è protetti da rassicuranti fix.
1° tiro: salire il diedro, prima verticale e poi inclinato a destra, fino ad una pianta e attraversare verso sinistra fino alla sosta. 20m; V+, IV+, 5b (passo); due fix, tre cordini in clessidra. Sosta su fix con anello e chiodo.
2° tiro: salire il bel diedro, spostarsi a destra in placca e proseguire dritti fino alla sosta. 20m; V, 5b (passo), V; un fix, quattro cordini in clessidra. Sosta su fix con anello.
3° tiro: rimontare la paretina a destra della sosta e proseguire in obliquo verso destra; spostarsi a sinistra su placca appoggiata fino ad un pilastro che si rimonta fino alla terrazza di sosta. 30m; V+, V-, II, VI-, V; due chiodi; sei cordini in clessidra. Sosta su cordone su albero.
4° tiro: traversare a destra fino alla sosta. 20m, I. Sosta su fix con anello.
5° tiro: salire lungo il diedro fino ad una lama, rimontarla e spostarsi a destra, per poi salire dritti alla sosta sotto un tetto. 40m; V-, IV, 4c; un fix, un cordone su masso incastrato. Sosta su fix con anello e chiodo.
6° tiro: salire in obliquo verso destra, seguendo il filo del tetto fino a quando questo muore, ed uscire alla sommità della parete. 35m; 5b, V, IV; tre fix, due chiodi (uno con cordino), un cordino in clessidra.
Qui finisce la parte bassa della via. Per raggiungere la parte alta con gli ultimi quattro tiri si segue il sentiero verso destra (rispetto alla direzione di scalata), in lieve discesa. Si giunge in breve in vista della parete, che si punta lasciando a sinistra delle corde fisse. Si trova un sentiero con corda fissa che prosegue verso destra, sotto la parete. Lo si segue, sbucando all'attacco della via. Sosta su un fix con anello.
7° tiro: alzarsi lungo il diedro ed uscire sulla sinistra sotto una fascia di strapiombi. 25m; 5b, V, 5a; due fix, due chiodi. Sosta su fix con anello e clessidra.
8° tiro: salire la rampa verso destra fino alla sosta. 15m; IV+, III; un chiodo, due cordoni in clessidra. Sosta su tre cordoni in clessidra.
9° tiro: salire lungo la spaccatura (le prese sono più solide di quanto appaiono, ma verificate!), traversare a sinistra e abbassarsi in corrispondenza del fix con lungo cordone (attenzione a non andare troppo a sinistra!) per continuare il traverso fino alla sosta. 25m; V, 5c/6a; tre fix, due chiodi, un cordone in clessidra. Sosta su fix con anello e clessidra.
10° tiro: salire lungo la fessura obliqua fino al termine della via. 25m, VI-; tre chiodi, cinque cordoni in clessidra. Sosta su cordone su pianta.
Discesa: seguire il sentiero dapprima in leggera salita che riporta alla base della parte alta ed al sentiero di andata.