sabato 11 giugno 2016

Comici + Piloni

L'annuncio su Roccia Anno I n. 10, 29 aprile 1933.
L'annuncio della Scuola di Comici
(Lo Scarpone Anno III n. 9, 1° maggio 1933).
Prolungamento della Scuola e prime vie
(Lo Scarpone Anno III n. 11, 1° giugno 1933).
Le altre vie nuove in Grignetta
(Lo Scarpone Anno III n. 12, 15 giugno 1933).
Teo sulla variante al 2° tiro della Comici. A sinistra
si vede il diedro-fessura originale.
Inizio del 3° tiro della Comici.
Nel camino del 4° tiro della Comici.
Tracciato della via Comici.
Luca sul 1° tiro della via Piloni.
Luca sul 2° tiro della Piloni.
Torre (Gruppo del Fungo) - Grignetta
Pareti E e SO


La notizia che cambierà l'alpinismo lombardo esce quasi in contemporanea sulla rivista Roccia del 29 aprile e  Su Lo Scarpone del 1° maggio 1933: "Ora ci vien comunicata che la guida alpina di Trieste, Emilio Comici, distintosi per alcune scalate e prime ascensioni di singolare audacia, svolgerà nel gruppo della Grigna Meridionale dal 13 al 29 corrente una « Scuola di arrampicamento ». Essa ha un duplice scopo: iniziare gli appassionati della montagna allo sport d'arrampicamento a tipo dolomitico; perfezionare i già esperti nella più moderna tecnica d'arrampicamento." Comici è all'avanguardia anche in questo campo, inaugurando le lezioni individuali al di fuori delle scuole gestite direttamente dalle sezioni del CAI (sarebbe interessante conoscere i prezzi delle lezioni). Decisamente interessante e completo il programma (guardate l'ultima voce!), che comprende "lo stile di arrampicamento (procedere su roccia con sicurezza e disinvoltura, il che significa poter ottenere il massimo rendimento col minimo dispendio di energie fisiche e morali); la tecnica di assicurazione (assicurazione del secondo dal primo di cordata e viceversa, assicurazione a spalla, su spuntoni di roccia, con chiodi, piantamento di chiodi, modo di procedere con corda semplice, doppia (a forbice), tripla (per tetti e strapiombi)); tecnica di arrampicata (modo di procedere in parete, in camino, in fessura (sistema Dulfer o alla bavarese), superamento di strapiombi e di tetti - uso delle staffe per i piedi e le mani - discesa a corda doppia e relative manovre - discesa a corda doppia senza dispendio di energie - pendoli volontari per traversate); equipaggiamento (qualità delle corde; loro confezione e manutenzione; carichi di rottura a strappo o senza - qualità grandezza e confezione dei chiodi - uso del moschettone e del martello - pedule: di stoffa; di feltro (manchom); di gomma (crèpe) - vestiario - alimentazione - allenamenti in casa e in palestra)".

Come non partecipare?

Ed infatti, la partecipazione è tale che il buon Emilio decide di prolungare di una quindicina di giorni la sua permanenza e le sue lezioni, come prontamente riportato da Lo Scarpone del 1° giugno 1933. Nello stesso articoletto si citano due nuove ascensioni di Comici nella zona, quella al Nibbio (con Boga e Piloni) e allo Zuccone Campelli (con i "suoi allievi" Boga, Cassin e Varale).
Comici rientrerà poi in Dolomiti, dove salirà la N della Cima Grande di Lavaredo con i fratelli Dimai ad agosto e, a settembre, lo spigolo SE dell'anticima alla Cima Piccola di Lavaredo con Varale, ma i frutti di questa addizionale quindicina di giorni in Lombardia (a parte un tentativo su quella che diventerà la via del littorio interrotto da un volo di Comici con strappo di cinque chiodi e distrazione muscolare al braccio) sono brevemente elencati sul solito Scarpone nel numero del 15 giugno 1933. Dopo le citazioni delle salite ai Magnaghi e al Fungo, si legge: "sulla Torre, la caratteristica guglia della Val Tesa, ben nota a coloro che percorrono la « direttissima » fra il rifugio Porta e il Rosalba, sono state aperte tre vie nuove: Emilio Comici, Mary Varale e Augusto Corti sono saliti direttamente dalla base alla vetta, nel centro della parete sud-est; lo stesso Corti con G. B. Riva hanno seguito una nuova via sulla parete nord-est; infine la cordata A. Piloni, D. Lazzari e D. Nascali ha fatto lo spigolo sud-ovest dalla Val Tesa".
Di queste tre vie, la Corti alla parete NE è certamente la più famosa, avendo ormai soppiantato la Normale come via di salita alla Torre. Le altre due, e soprattutto la Comici, sono pressoché dimenticate: non potevamo quindi non omaggiarle di una nostra visita.
Accesso (via Comici): raggiungere il piazzale dei Resinelli, attraversarlo fino alla chiesina e prendere a destra la via Caimi (in salita), seguendola fino al suo termine dove ci sono alcuni posti per parcheggiare (lungo la strada ce ne sono altri, se arrivate tardi). Da qui si prende il sentiero della Direttissima, si supera il caminetto Pagani e si giunge all'altezza del Gruppo del Fungo. Si segue una traccia a sinistra (c'è un cartello, ma orientato in direzione casuale...) in discesa, si supera un colletto e si scende ancora brevemente fino ad un tratto pianeggiante sotto la parete N del Campaniletto. Da qui si scende ancora verso sinistra, aggirando il Campaniletto e giungendo all'attacco della via Corti alla Torre (fittone).
Relazione (via Comici): via che risale la parete E della Torre con una linea molto logica e difficoltà assai contenute, ma purtroppo penalizzata dall'erba e da una roccia di qualità non proprio eccelsa. Noi abbiamo scaraventato diversi kg di sassi nel deserto canalone sottostante, ma c'è ancora parecchio da fare per ripulire la linea. La chiodatura è essenziale e vetusta, ma la recente aggiunta di uno spit manuale per sosta ha migliorato (o, se siete dei puristi, rovinato irrimediabilmente) la situazione. Portare friend piccoli e medi.
1° tiro: la via attacca dall'evidente pulpito che si vede a sinistra dell'attacco della Corti, ma conviene giungervi con un tiro di corda, evitando il rischio di finire nel canalone insieme ai detriti che si staccano dalla parete. Si scende quindi la rampa erbosa a sinistra, si aggirano delle roccette e si risale il caminetto che porta in cima al pulpito. 20 m, III. Sosta da allestire su spuntone.
2° tiro: a sinistra della sosta a salire una fessura con roccia dall'aspetto non troppo rassicurante fino ad un'esile cengia sotto rocce giallastre, che si segue verso sinistra fino ad abbassarsi lievemente per giungere alla sosta. 20 m, IV+; un chiodo. Sosta su due chiodi e uno spit. Possibile anche salire dritti sopra la sosta per placchette erbose fino alla cengia.
3° tiro: salire il breve diedrino sopra la sosta e proseguire lungo una fessura che diviene più verticale. Uscirne poi sul lato destro (roccia dall'apparenza un po' più sana) e rientrare in un piccolo terrazzino dove si sosta. 35 m, III, IV. Sosta su due chiodi e uno spit.
4° tiro: salire spostandosi a sinistra per puntare ad un vago camino-strozzatura che si supera uscendone sulla destra, per proseguire poi su rocce facili fino alla sosta. 20 m, IV-, V, III; un chiodo. Sosta su due fix con catena ed anello di calata.
Discesa (ed accesso alla via Piloni): dalla sosta calarsi per 60 m nel canale che separa la Torre dal Fungo e spostarsi brevemente a raggiungere una seconda sosta, da dove ci si cala nuovamente, oltrepassando la partenza della via Boga al Fungo. Poco sotto, in corrispondenza di un terrazzino, si notano i due fittoni di partenza ed una scritta blu poco evidente.
Relazione (via Piloni): via piuttosto interessante e a torto trascurata, che segue una variante rispetto al percorso originale e con difficoltà non del tutto coerenti con quanto riportato nelle guide. La via è attrezzata a fittoni resinati, ma può essere utile avere qualche friend per integrare. La roccia è buona, con dei tratti in cui fare attenzione.
1° tiro: salire verso destra ad uno spigolo che si segue fino ad un terrazzino erboso. Qui si traversa a destra (non salire dritti verso il chiodo: è la via originale?) e si sale per facili rocce alla sosta. 30 m,  4b; cinque fittoni, un chiodo. Sosta su due fittoni.
2° tiro: direttamente sopra la sosta (passo di 5b) o a sinistra, per risalire su rocce facili fino alla sosta. 20 m, 3c; tre fittoni. Sosta su due fittoni.
3° tiro: si sale per una bellissima placca per traversare poi a destra puntando ad un pilastrino fessurato. Lo si supera e si esce per facili rocce fino alla sosta. 45 m, 5c; sette fittoni. Sosta su due fittoni con catena ed anello di calata.
Discesa: noi siamo ritornati al punto iniziale. Si percorre quindi un tiro in cresta (II; in conserva, con attenzione!) oltrepassando la sosta di uscita della Comici e proseguendo fino alla sosta di uscita della Corti. Da qui con una calata in corda doppia di quasi 60 m si è al colletto pochi metri sopra la sosta di partenza.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 1 giugno 2016

L'assiolo

Paolo sul 1° tiro.
Alkekengi - Val di Mello
Parete S


"Certo che gli spaventi che prendi in Val di Mello non li prendi da nessun'altra parte!", mi dice Paolino mentre ci caliamo dall'erboso e bagnato Giardino delle bambine leucemiche. La ritirata conclude mestamente una due-giorni mellica invero parca di risultati, ma generosa di ravanate tra bosco e sentiero a cercare l'attacco dell'ennesima via che non faremo. A parte un giro veloce su Uomini e topi, ci resta però all'attivo l'Assiolo, via poco conosciuta che non compare nella guida storica di Guerini del 1979, con cui il mio prode compagno aveva un conto aperto.
Accesso: dopo aver raggiunto la Val di Mello, si segue il sentiero di fondovalle fino ad una lieve salitina lastricata con pietre poco prima di un ponte sulla destra. Qui si prende un sentiero a sinistra che torna indietro e, poco dopo, in corrispondenza di un grosso ometto, si va a destra, seguendo il sentiero che sale nel bosco. Si arriva ad una prima placca, si sale brevemente alla cengia appena sopra e la si segue verso sinistra puntando ad un alberello presente sulla placconata. Sotto di esso, in corrispondenza di una striscia nera, parte la via. 45' circa.
Relazione: una delle vie storiche della valle, risalente all'ormai lontano 1978, che supera la placca dell'Alkekengi con due tiri dalla chiodatura praticamente inesistente, in stile mellico. Utili friend piccoli e medi per integrare e, in caso, anche uno/due chiodi se non vi sentite proprio a vostro agio sui run-out.
Attenzione: non è possibile assicurarsi alla base della via e la cengia è piuttosto stretta, quindi in caso di volo del primo di cordata nei primi metri si rischia di finire entrambi di sotto. Valutate voi come comportarvi.
1° tiro: salire in corrispondenza di una fessurina, spostarsi a sinistra avvicinandosi ad una fessura e salire superando l'alberello. Proseguire lievemente verso destra per placche (o lungo il vago diedro erboso, spostandosi poi) a raggiungere una fessura superficiale (ed erbosa!) che si segue fino al suo termine, uscendo a destra alla sosta. 40m, V+, IV, VI. Sosta su tre vecchi chiodi con ancora più vecchio cordone e maglia-rapida.
2° tiro: salire brevemente a destra della sosta per spostarsi poi verso sinistra a raggiungere il tetto. Seguirlo verso sinistra fin quasi al suo termine (ignorare uno spit che si intravede e che è relativo al tiro di 6a+ di Grateful dead), dove si può salire alla placca sovrastante. Si continua poi in traverso sprotetto verso sinistra seguendo una specie di ruga bianca fino alla sosta. 50m, IV+, V+, IV+; un chiodo. Sosta su due fix con catena ed anello di calata (è in comune con Una scheggia color sangue).
Discesa: in corda doppia dalla sosta finale.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 29 maggio 2016

Barbaresco DOCG 2006 Produttori del Barbaresco

"Ti piace vincere facile", mi aspettavo di sentirmi dire quando mi sono presentato alla cena a casa di Teo con questa bottiglia! Se si parla di Barbaresco, in effetti, non si può non parlare della Cantina Produttori del Barbaresco e del loro vino-simbolo, affinato per 24 mesi in botti di rovere da 50 ettolitri. Sì, lo so che ci sono i cru che hanno un livello superiore, ma per me il simbolo di questa cantina è il loro Barbaresco "base", anche per l'ottimo rapporto qualità-prezzo.
E poi nel 2006 la Cantina decise di non imbottigliare i Riserva, dirottando le uve su questo vino. Ne nacquero tre lotti dove il contributo delle uve da riserva è zero, 30 e 50%, rispettivamente. Questa bottiglia, fortunatamente, era del lotto L10148, con il 50% di uve riserva... e si sente!
Dopo dieci anni, infatti, il vino è ancora in ottima forma! Bel colore brillante, con i canonici frutti rossi e le note speziate che si mescolano al naso, mentre l'assaggio - dopo adeguata permanenza in decanter - regala una struttura e una forza decisamente buone, con un bel finale morbido ed evidenti possibilità di ulteriore invecchiamento. Una vera delizia del palato, giustamente apprezzato dai commensali, e un vino di cui non essere mai sprovvisti!

martedì 24 maggio 2016

Bergamo-Milano Lambrate: ritardi marzo-aprile 2016 (2608/10809)

Distribuzioni cumulative dei ritardi per i treni 2608 e 10809 nei mesi
marzo e aprile del 2015 e 2016.
Come sopra, ma per il periodo gennaio-aprile.
Andamento mensile dei ritardi per il treno 2608.
Come sopra, per il 10809.
L'aggiornamento (circa) bimestrale sugli orari di arrivo dei treni su cui mi siedo da tempo mio malgrado registra anche stavolta dei ritardi quasi accettabili, in netto miglioramento rispetto al disastroso 2015 (ci mancherebbe altro!). Nel bimestre marzo-aprile 2016, la frazione dei treni 2608 e 10809 che sono arrivati entro 5' di ritardo è rispettivamente dell'80 e del 90% (curve blu e rossa). La percentuale di treni che arrivano puntuali, ovvero con zero minuti di ritardo è circa del 10% al mattino, ma sale a ben il 60% per il treno che lascia Lambrate alle 17.48 (circa). Tale valore scende a circa il 55% se lo guardiamo nel primo quadrimestre 2016, ma resta un buon numero. Certo, a pensarci bene la puntualità dovrebbe essere la norma e non l'eccezione, e questa percentuale dovrebbe essere ben più alta, ma limitiamoci ad auspicare che anche il 2608 raggiunga questi traguardi. Interessante anche l'eliminazione del comportamento anomalo del 10809 che originava la "coda" di ritardi in un caso su tre nello scorso anno.
Il trend mensile evidenzia che ormai il 2608 è giunto a regime; dall'inizio dell'anno non pare che ci siano stati miglioramenti (e non è una buona notizia). Lievi variazioni positive si vedono su media e mediana del treno pomeridiano, ma queste non sembrano direttamente collegate al comportamento della "coda" dei ritardi, il che è ragionevole.
Vediamo cosa succederà con l'estate!

mercoledì 11 maggio 2016

Pilastro Massud

Alla partenza del 1° tiro.
Ale sul 3° tiro.
Ancora lui sul 4° tiro.
Paolo sul 5° tiro.
Paolo sul 6° tiro.
Piccolo Dain - Valle del Sarca
Parete SE


Parcheggio del "bar delle placche", h 8:30:
– Ma non hai portato la corda?
– No... non le avete voi?
– Sì, ma una sola...
Questo dialogo dà il tono alla giornata: dopo qualche telefonata a vuoto, rispediamo il "trentino" a casa a prendere la corda negletta e io mi godo un'oretta addizionale per smaltire i postumi della festa di compleanno della sera prima, dicendomi che era un pezzo che non mi capitava qualcosa di simile. Salta così Autobahn, il progetto originale, e ci tocca ripiegare su qualcosa di rapido.

Attacco del sentiero del Dain, h 9:30 circa:
– Ma qui dice di andare a sinistra e poi deviare a destra...
– Ma no, è di qui. La conosco la ferrata, l'ho fatta anni fa...
– Ma...
Su e giù per il sentiero di attacco della ferrata, tentando di scrutare la parete per individuare l'attacco della via, continuo a dirmi che posso vantare dei compagni di cordata decisamente peculiari! Oppure che è un segno del destino cui vale la pena rassegnarsi.

Io, in cima alla via, h 14 circa:
– Se me ne combinate ancora una nella discesa, vi... (censura)
Accesso: dal sentiero dietro il parcheggio del bocciodromo si dovrebbe andare a sinistra per poi deviare a destra. Noi abbiamo seguito le indicazioni per la ferrata Pisetta e seguire il sentiero che sale nel bosco. Poco prima di uscire allo scoperto su una zona di sassi, si nota una traccia sulla sinistra. La si segue e si prende poco dopo un'altra traccia che sale sulla destra verso la parete. Si supera un tratto di corde fisse e si costeggia la parete verso sinistra fino al diedro di attacco (scritta alla base).
Relazione: bella via che risale il pilastro per placche e diedri, ben protetta a fix. La roccia è buona, con qualche tratto da verificare e alcuni passaggi un po' erbosi. Nel complesso, una via divertente e raccomandabile. Contare tre orette circa.
1° tiro: salire il diedrino e proseguire in obliquo verso destra (chiodatura un po' lunghetta) fino ad una cengia. Qui la via va a destra a superare una placchetta, ma dopo quello che era successo non potevo non combinarne una anch'io e così mi sono fatto ingannare da un fix sulla sinistra, l'ho raggiunto e ho dovuto poi risalire un canale erboso di III a destra per giungere alla sosta; soluzione più facile, ma non raccomandabile! 35m, 5c, 6b (dovrebbe essere il grado della placca); sette fix (di più se seguite il percorso giusto!). Sosta su due fix con cordone e maglia-rapida.
2° tiro: a destra per cengia fino ad un diedro fessurato che si sale in obliquo a sinistra e che conduce alla sosta sopra un pulpitino. 30m, I, 5b; tre fix e un cordone su sasso incastrato. Sosta su tre fix.
3° tiro: primi metri impegnativi in traverso a destra, poi si risale ad una terrazza e si prosegue per una fessura e un diedro che porta verso destra alla sosta. 40m, 6b+, 6b, 5a; nove fix, due cordoni su albero. Sosta su due fix. Tiro molto bello con qualche presa un po' unta.
4° tiro: si risale il diedro di rocce a tratti dall'apparenza dubbia fino ad una terrazza di sosta; conviene proseguire ancora per diedro, concatenando i due tiri brevi. 30m, 6a; undici fix, una sosta intermedia, un chiodo.
5° tiro: a sinistra della sosta a risalire un pilastrino da cui si prende una bella lama verso destra che conduce ad uno spigolino. Passo delicato in placca (spostarsi bene col piede a destra) e prosieguo facile fino alla sosta. 35m, 5c, 6b, 4a; nove fix. Sosta su due fix con cordone.
6° tiro: muretto con spostamento delicato a sinistra seguito da camino (meglio starne all'esterno). Si può saltare la sosta (allungare il rinvio!) e continuare per una lama e un diedro: tiro decisamente vario. 40m, 6b, 5c; diciassette fix, una sosta intermedia. Sosta sui cavi della via ferrata.
Discesa: seguire la ferrata (esposta!) verso destra. Prima dell'ultimo salto c'è un bivio dove conviene tenere la sinistra. Giunti sul sentiero, lo si segue in discesa tornando sul percorso da noi utilizzato per l'approccio.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 1 maggio 2016

Orfeo (con attacco su Sette muri)

Teo sul 1° tiro.
Sul muretto del 2° tiro.
Teo all'attacco del diedro del 3° tiro.
Sul 4° tiro
Teo alla partenza del 7° tiro.
Partenza dell'8° tiro.
Teo sul 9° tiro.
Sul 10° tiro.
Tracciato della via (verde). In viola la via Sette muri,
in rosso la via Elios.
(la foto della parete è di Diego)
Parete S. Paolo - Valle del Sarca
Parete E


Dopo che a dicembre avevamo dovuto abbandonare Orfeo per deviare su Sette muri ad evitare le scariche di sassi di due maldestri apritori, torniamo per completare l'opera, ovvero concatenare le vie al contrario per terminare tutti i tiri. Vista la vicinanza e la similitudine tra le vie, bisogna dire che non c'è molta differenza tra il percorrere gli itinerari originali o questi incroci; fate voi. Ma i danni perpetrati da chi scarica valanghe di sassi e non si preoccupa minimamente di ripulire quanto c'è al di fuori della propria nuova via sono evidenti all'uscita dell'ottavo tiro (sesto tiro se percorrete tutta la via Orfeo): terrazzini rovinati, alberi di sosta malmessi, sassi mobili ovunque. Per carità, siamo sul facile, ma l'educazione non dovrebbe essere questione di gradi!
Accesso: da Arco si prende la strada che costeggia i Colodri e si raggiunge la cappelletta di fronte al bar-pizzeria La lanterna (parcheggio più avanti sulla strada). Si segue indi il sentiero che sale verso destra, per piegare poco dopo a sinistra per una traccia (ometto) che in breve porta sotto la parete. Si prosegue ora verso sinistra fino all'attacco della via Sette muri (scritta).
Relazione: combinazione dal carattere misto, che unisce tratti ben protetti (indicati dai gradi francesi) con altri dal carattere più alpinistico (indicati dai gradi UIAA). Portare friend fino al BD3 per il diedro del terzo tiro di Sette muri (e se vi tirate dietro un paio di "doppioni" potreste anche non pentirvene). Percorso sostanzialmente logico e ovvio, su roccia buona con qualche tratto da controllare.
1° tiro: salire per rocce non difficili fino ad un gradone che porta ad una cengia sulla sinistra, da percorrere fino alla sosta. 25m, IV; un fix. Sosta su un fix.
2° tiro: superare il muretto verticale e proseguire su terra fino ad una seconda cengia. Da qui a sinistra fino alla sosta. 25m, passo di 6a, I; un fix, un cordone in clessidra, un cordone su albero. Sosta su fix e un chiodo con cordone.
3° tiro: salire brevemente sopra la sosta (si può rinviare un chiodo competente ad un'altra via) e spostarsi (delicato!) verso sinistra a raggiungere la base del diedro, che si risale fino al suo termine, uscendo a sinistra alla sosta. 25m, VI, VI-, VI; due chiodi, due fix, un cordone su masso. Sosta su due fix. Tiro molto bello e tutt'altro che banale.
4° tiro: a destra della sosta a risalire una placchetta, per poi spostarsi verso sinistra fino al fix di sosta sotto il tetto. Qui si abbandona Sette muri e si attraversa ancora a sinistra su facile terreno ravanoso fino a salire alla (seconda) sosta di Orfeo. 25-30m, VI-, V, III; tre fix, due cordoni in clessidra, un chiodo con cordone. Sosta su un fix con anello
5° tiro: su per un diedro inclinato verso sinistra, poi a destra per placche fino alla sosta. 25m, VI-, 5c; due chiodi, tre (o quattro) fix. Sosta su due fix. In alternativa alle placche, si può salire il (duro!) diedro fessurato alla loro sinistra, per poi attraversare su cengia terrosa fino alla sosta (soluzione adottata da Teo, ma che tenderei a non consigliare...).
6° tiro: si sale per rocce articolate fin sotto ad un tetto che si supera per ottime prese sulla destra. La sosta è poco dopo sulla sinistra. 30m, VI-, V, III; due fix, tre chiodi (uno con cordone), cinque cordoni in clessidre. Sosta su un fix con anello.
7° tiro: murettino iniziale seguito da placchetta, poi per una specie di vago diedrino si arriva in sosta. 30m, V; tre fix, un chiodo, una clessidra con cordone. Sosta su due fix.
8° tiro: salire il muretto a sinistra della sosta fino ad una terrazza, per spostarsi a destra e salire ancora raggiungendo la cima del pilastro dove conviene sostare (cordone su albero). Io ho invece continuato verso sinistra su terreno friabile cosparso di sfasciumi (si usa per un tratto una corda fissa), proseguendo fino ad un albero poco sotto al primo fix del tiro successivo. Imprecazioni ripetute all'indirizzo dei due buzzurri teutonici responsabili della devastazione si sono dimostrare assai efficaci per superare l'attrito delle corde. 30m, VI-, V, IV; due fix, un cordone su albero, una corda fissa. Sosta su albero con cordone.
9° tiro: si supera un muretto articolato e si prosegue per rocce più facili fino alla sosta. 20m, V+; tre fix (uno con cordone). Sosta su due fix.
10° tiro: in traverso a sinistra, prima in discesa e poi a rimontare un masso, fino alla sosta. 20m, IV+; un fix. Sosta su due fix.
11 tiro: verso destra con un paio di passi impegnativi su rocce saponose, poi dritto su placca appoggiata con fessura (non proprio solidissima ai primi passi). Si supera il tetto sul lato sinistro (buona presa in alto quando siete al cordone), si attraversa ancora a sinistra e si esce. 30m, un passo di 6a+/6b, poi 6a; sette fix (due con cordone), un chiodo, un cordone. Nella relazione degli apritori il tiro è valutato VI+, ovvero 6a, ma la partenza è decisamente più dura.
Discesa: proseguire lungo la traccia fino ad incontrare una mulattiera che si segue verso destra. A destra ad un bivio si scende lungo una scorciatoia che riporta sulla strada di S. Paolo.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 15 aprile 2016

Sagrantino di Montefalco secco DOCG 2003 Ruggeri

Ci risiamo con l'Umbria, ci risiamo col Sagrantino! Dopo l'assaggio del Colpetrone, eccomi ritornato a gusti che mi sono più congeniali, a vini che nascono da piccole produzioni e che, per esempio, riposano in botti grandi da 25 ettolitri dopo una vinificazione in acciaio. Vini classici; o tradizionali, se preferite. Vini ottimi da abbinare ad una faraona superbamente cucinata da Amedeo, ormai uno dei miei compagni inseparabili di assaggi. Come mia abitudine, mi presento con una bottiglia ormai démodé, con ben tredici anni di invecchiamento (pardon: affinamento), acquistata in un'enoteca perugina qualche secolo fa.  Stappo, un po' di ossigenazione - ma non troppo - e via.
Il colore è quello che ci si aspetta dal sagrantino, rosso cupo piuttosto impenetrabile. Quando si apre, il vino regala larghi aromi fruttati su cui si sovrappongono note floreali e un po' di spezie. Al gusto, si apprezza una longevità decisamente buona (per quanto qualche anno in meno gli avrebbe fatto bene) e una morbidezza, una rotondità intrigante, anche per merito degli anni. Buona la concentrazione e l'equilibrio tra i sapori; persistenza interessante. Se questo è il risultato dell'annata 2003, che non pare sia stata eccezionale, viene davvero voglia di assaggiare qualche bottiglia di anni ancora migliori!

martedì 12 aprile 2016

La macchina mondiale

di Paolo Volponi
Garzanti, Milano, 1965

Sono uscito davanti a casa ed ho avuto davvero la sensazione che le cose potessero seguirmi. Ho aspettato ancora e mi sono nutrito; non ho aspettato mai, e non aspetto nemmeno adesso, quelle povere conclusioni delle quali parlava Massimina [...]: aspettare che il padrone ti liberi o che ti paghi meglio; aspettare che l'Eccellenza muoia o si ravveda o che si faccia ingannare, una volta che si sia rimbambito su una poltrona; aspettare che i preti e i professori ti dicano la verità; aspettare che questo tempo nemico che fu messo in gabbia possa consolarti colla ripetizione delle sue canzoni. Io non aspetto e decido di andare avanti; voglio scrivere su questo libro le ultime azioni del tentativo che ancora sto facendo di andare avanti.
Sbaglierò, ma temo che Volponi faccia parte di quella schiera di narratori italiani del Novecento oggi largamente dimenticati. Certo, il primo commento appena girata l'ultima pagina è che questi cinquant'anni hanno cambiato davvero tutto, ed il libro ne risente alquanto. Tuttavia, non si può negare che l'opera porti nell'anima temi ed indicazioni del tutto validi ed importanti anche per il mondo d'oggi.
Il mondo della Macchina mondiale è invece quello contadino della campagna urbinate negli anni '50, dove vive Anteo. Questi dedica il suo tempo non a lavorare la terra, come tutti si aspettano da lui, ma a costruire una specie di sistema filosofico che postula che esseri (forse artificiali) provenienti da altri mondi abbiano creato l'uomo, dandogli il compito di "ripetere l'opera dei suoi progettisti, però con materiali e forme diverse". Tradotto, significa che gli uomini dovrebbero essere liberati dal lavoro manuale grazie alle macchine, per vivere guidati ed affratellati dalla scienza e dedicarsi alla costruzione di altre macchine, "intelligenti" e "coscienti", che li trascendano, che siano migliori di loro. E qui, per Anteo iniziano i problemi: sia i proprietari terrieri, sia la Chiesa, non sono propriamente entusiasti di una visione atea ed egualitaria della società, di una "Accademia dell'amicizia tra i popoli" dove l'autorità tradizionale non trova posto, anche perché Anteo va declamando i suoi principi a destra e a manca, convinto di essere uno "scienziato" che troverà giusto riconoscimento.
Anteo rappresenta l'utopia scientifico-tecnologica, legata al boom economico degli anni '50 e all'introduzione delle prime macchine a controllo numerico, per non parlare dell'Elea 9003, il primo calcolatore elettronico realizzato in Italia nel 1959. Ma il suo anelito è universale, quasi teologico e, senza disdegnare qualche tinta politica, si stempera nella comunione con la natura, nella poesia, poiché "il sentire poetico [...] è anch'esso uno strumento della scienza". La società tradizionale è invece incarnata (oltre che da giudici ed avvocati) principalmente da Massimina, la moglie di Anteo, colla sua famiglia "di contadini più feroci ed ignoranti [...] che godono soprattutto delle disgrazie che capitano ai loro vicini". Costei, dopo aver tentato di "ravvederlo", lo lascia e fugge a Roma: i tentativi di Anteo di rivederla sfoceranno in una tragedia per entrambi. Così il rapporto con Massimina, l'amore declamato da Anteo (che però si coniuga quasi sempre come desiderio sessuale), la mutua incomprensione ed il tragico finale sono la metafora del fallimento dell'utopia, che avrebbe potuto/dovuto portare ad un ben diverso esito (si pensi alla sorte del figlio).
Anche l'insuccesso del tentativo di lavorare la terra con le macchine acquistate ipotecando la casa, pur testimoniando la resistenza contadina all'innovazione, getta qualche dubbio sul progetto di Anteo. E che l'autore voglia segnare un certo distacco con il suo alter ego lo si capisce dai tratti contraddittori e riprovevoli che gli assegna: Anteo deruba senza scrupoli sia la contessa che i contadini e bastona la moglie che non intende le sue teorie ("ma debbo dire che bastonandola non la insultavo, non lei; insultavo soltanto la stupidità del mondo del quale la sua materia era compartecipe"). Anche il pericolo totalitario dell'utopia emerge nel dialogo con Liborio: "Io penso seriamente che potrei servirmi della morte per migliorare i miei progetti [...], per affogare nei fossi e sotto terra gli ostacoli malvagi e i grovigli che impediscono ai miei progetti [...] di allargarsi [...]; quindi non temo, di fronte a questa speranza che mi esalta, di superare alcuni ostacoli, quali possono essere la morte di pochi prepotenti."
Il linguaggio di Volponi si adatta mirabilmente, nel corso del libro, alle circostanze: lunghi periodi pieni di incisi soprattutto nella parte iniziale, dove il pensiero di Anteo è ancora confuso e non ben delineato; più nitido e chiaro nella seconda parte, dove gli eventi prendono il sopravvento, per assumere toni poetici nelle descrizioni della natura.

C'è però un ultimo commento che devo fare, forse per deformazione professionale, ed è relativo alle teorie di Anteo scritte nel Trattato: letto oggi, questo suona quasi come un testo ottocentesco, o come se fosse scaturito da una visita ai modelli anatomici del Museo della Specola, senza riguardo per lo sviluppo scientifico successivo: Anteo si preoccupa di "stabilire un codice morale che potesse dare alle macchine una sorte diversa da quella meccanica" ma per farlo disegna, con toni quasi leonardeschi, animali e ingranaggi meccanici! Ma nel 1965 lo sviluppo dell'elettronica aveva già portato ai calcolatori programmabili e proprio in quegli anni nascono i primi sistemi operativi, per non parlare dello sviluppo teorico dei controlli automatici. Invece, niente di tutto ciò; i riferimenti di Volponi restano arcaici, come gli automi settecenteschi di Vaucanson: nel colloquio con il professore dell'Università di Roma, Anteo parla di "linfa universale impressa da spontaneo orgoglio", dice che "l'attimo creativo è concepito attributo eterno dei contributi dell'origine della creazione congenita dell'universo" (??) e conclude (tacendo sulle tavole) affermando che "L'attimo creativo, concepito come integrità dinamica automatica, psicologico-scientifica, è l'origine della creazione, mossa dalla validità degli argomenti e dall'autorità degli strumenti degli automi-autori". Dubito che chiunque proponesse tautologie simili ad un mio esame avrebbe qualche possibilità di superarlo!
I professori dell'Università non sono più aggiornati di lui, ma almeno fanno un'obiezione sensata: come si innesta il pensiero sulla meccanica? Ora, la questione è tutt'altro che banale, ma cavarsela dicendo che "la pesantezza ed il limite della meccanica [...] sarebbero stati superati già in partenza dall'intenzione di dare alle macchine un programma morale" e che "il fondamento del programma di costruzione delle macchine, essendo nella sua essenza profondamente morale, avrebbe consentito ogni atto e progresso e perfezionamento delle macchine sempre in senso filosofico e sempre nell'ascesa verso un concetto superiore" vuol dire tutto e niente.

mercoledì 6 aprile 2016

In ricordo di Ale

Diego sul 2° tiro.
Sabrina sul 3° tiro.
Diego e Sabrina sul 5° tiro.
Tracciato della via.
Parete di Patone - Valle del Sarca
Parete NO

Confesso che quando ho sentito il nome della via non ho potute evitare un... toccamento scaramantico! E invece, sarà stato merito del toccamento, sarà stato merito della scelta indovinata, ne è risultata una salita decisamente bella e da consigliare. Fantastici i tre tiri finali, ed infinite grazie a Diego e Sabrina per avermi ceduto il piacere di condurvi la cordata.
Accesso: da Arco si segue la strada per Sarche, si supera l'insegna di una pizzeria, una serie di bandiere nazionali allineate, qualche enorme anfora di terracotta (!) e un semaforo. Subito dopo si svolta a destra e si parcheggia in corrispondenza delle grotte scavate nella parete. Si prosegue a piedi e si tiene la destra al secondo bivio, contornando la ringhiera dell'abitazione visibile sulla destra fino ad un cancello sul retro. Si entra e si segue la traccia subito a sinistra (siamo su terreno privato, quindi: attenzione ed educazione) che porta in breve alla falesia Piccola Dallas. Si costeggia ora la parete verso destra fino alla targhetta di attacco della via. Un quarto d'ora circa.
Relazione: via molto bella, soprattutto nei tre tiri finali su diedri e placche che alternano tratti più atletici ad altri di movimento. Arrampicata in stile plaisir, con ottime protezioni a fix e una difficoltà obbligata intorno al 5c/6a: portare solo rinvii e cordini per le soste su fix. Roccia buona, con qualche punto a cui prestare attenzione. Contare un paio d'ore circa.
1° tiro: salire la placca e spostarsi a destra, per alzarsi ed uscire su terrazzo terroso ove trovasi la sosta. 20m, 4c; quattro fix, uno spezzone di corda fissa all'uscita del tiro. Sosta su due fix.
2° tiro: su per il muretto nerastro ben ammanigliato alla sinistra della sosta, oltre il quale si continua verso destra su terreno facile fino alla base di un evidente diedro. 25m, 5c, 5a; cinque fix, due cordoni in clessidre. Sosta su albero.
3° tiro: salire il bellissimo diedro su roccia lavorata e attraversare verso destra quando diventa più verticale. Un ultimo muretto porta alla sosta. 50m, 5b, 5c; diciassette spit, una sosta intermedia su due fix. Sosta su due fix. Allungate bene le protezioni lungo il traverso o sfalsate le mezze corde se le usate, altrimenti gli ultimi metri saranno faticosissimi. Il tiro può essere spezzato in due, ma vale la pena di percorrere il diedro tutto d'un fiato!
4° tiro: salire il bel diedro fessurato alla sinistra della sosta, proseguire brevemente per placca, spostarsi a sinistra e rientrare verso destra alla sosta. 20m, 6b (generoso), 6a+; dieci fix.
5° tiro: ancora un muretto verso sinistra che porta ad una paretina con prese buone ma sempre un po' nascoste. Si esce verso destra sul piano sommitale. 20m, 6a; cinque fix, uno spezzone di corda fissa nel tratto finale. Sosta da allestire su albero.
Discesa: penetrare nel boschetto senza traccia obbligata, tenendo lievemente la destra fino ad incrociare una mulattiera che si segue in discesa e che riporta sulla strada provinciale nei pressi del bivio.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 30 marzo 2016

Il sole che struttura

Diego sul 3° tiro.
Diego all'uscita del 6° tiro.
Tracciato della via.
Parete proibita - Valle del Sarca
Parete E

Dopo una via alle placche zebrate e una Radler, cosa di meglio per concludere la giornata di Pasqua che una seconda vietta nella zona? Adocchiate le vie nuove aperte nella parete tra i Colodri e San Paolo, ci dirigiamo alla più abbordabile e lunga, che giunge in cima alla parete. Arrampicata divertente, mai difficile ma con un minimo di ingaggio, da ripetere prima che le placche divengano troppo unte per percorrere i tratti in libera!

Accesso: noi siamo arrivati all'attacco della via in modo un po' rocambolesco e non molto ortodosso, ma l'accesso canonico dovrebbe partire dalla cappelletta di fronte al ristorante La lanterna. Da qui si raggiunge la parete e la si segue verso sinistra fino alla scritta di attacco. Poiché il sentiero prosegue, potrebbe essere possibile giungervi anche dal parcheggio delle piscine (da verificare; fatemi sapere). Scritta alla base.

Relazione: via molto piacevole tra placche, diedri e un bellissimo strapiombino iniziale. Protezioni buone a cordoni, chiodi e pochi fix. Portare friend medi per integrare le protezioni nei tiri in placca (!) e sul 6° tiro. Calcolare due orette e mezza circa.

1° tiro: salire spostandosi verso sinistra a rimontare un divertente strapiombo con vasche. 25m; V-, V+; cinque cordoni in clessidre, un chiodo. Sosta su cordoni in clessidre e albero.
2° tiro: a destra a risalire un breve diedro per proseguire su placca, prima dritti e poi a destra e ancora a sinistra fino alla sosta. 35m; V+, VI; cinque cordoni in clessidre (o sei?). Sosta su due cordoni in clessidre.
3° tiro: per placche a sinistra della sosta frino ad una fessura che si segue verso destra; un delicato traversino porta ad una bella rigola verticale che si risale fino alla sosta. 35m; VI+; tre fix, un chiodo, un cordone in clessidra. Sosta su fix con anello e cordone in clessidra.
4° tiro: salire una rigola sulla placca a sinistra della sosta fino ad una zona di rocce più appoggiate che portano alla sosta. 30m; VI, III; un fix, tre cordoni in clessidre (due vicini).
5° tiro: per traccia a sinistra fino ad un diedro (cordone visibile). 50m, I.
6° tiro: salire il bel diedro articolato ed uscirne verso il terrazzo di sosta con un passo in traverso a sinistra. 25m; V+, VI-; due chiodi, un fix, un cordone in clessidra. Sosta su fix con anello.
7° tiro: uscire per un breve muretto e riprendere il sistema di placche, ora molto appoggiate, fino ad una piccola cengia dove attrezzare la sosta. 50m; V, IV, III; cinque cordoni in clessidre.
8° tiro: proseguire per rocce rotte fino alla sommità. 15m, III. Sosta su fix.

Discesa: proseguire brevemente fino ad una mulattiera che si segue verso sinistra e che conduce in breve al santuario di Laghel, da cui si scende ad Arco.


Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 29 marzo 2016

Ciao Romano

Diego sul 1° tiro.
Sempre lui sul 4° tiro.
Tracciato della via.
Placche zebrate - Valle del Sarca
Parete E


"È il tiro che salva la via!", mi dice Diego quando giungo alla sosta finale. In effetti, quando mi propose di ripetere una via degli stessi apritori della bellissima Perla bianca, mi aspettavo di ritrovare le stesse emozioni. Invece, sarà che non arrampico più su placca da secoli, sarà che non tutte le ciambelle escono col buco, ma la via mi pare salire senza una sua identità, con tiri che non sono certamente brutti, ma che non lasciano traccia. Con l'eccezione dell'ultimo, veramente bello.
Accesso: Da Arco si sale verso Sarche, superando Dro e raggiungendo la parete zebrata. Poco dopo il bar delle placche (possibile parcheggio; accesso solo lievemente più lungo) si nota sulla sinistra un cartello giallastro di un agriturismo e, sulla destra, un piccolo spazio per parcheggiare (meglio evitare nei giorni feriali). Si attraversa e si costeggia l'agriturismo fino ad un bivio, si prosegue dritti per prendere una traccia che sale sulla sinistra e che porta ad avvicinarsi alla parete per ghiaie. Giunti circa in corrispondenza della grossa spaccatura del lato destro delle placche, si risale l'avancorpo verso sinistra fino all'attacco della via (scritta alla base). Una mezz'oretta circa.
Relazione: la via risale il bordo sinistro di un'interruzione del sistema di placche della parete, alternando tratti facili ad altri più impegnativi e non facendosi mancare passaggi in A0. Sempre ottima la chiodatura; utile eventualmente un friend medio per l'ultimo tiro. Soste su due fix con cordone ed anelli di calata. Contare un paio d'orette o poco più.
1° tiro: salire la placca puntando alla pianta, spostarsi a destra e risalire ancora fino alla sosta. 40m, 6a, A0; dieci fix.
2° tiro: salire a sinistra verso il cordone e costeggiare il bordo sinistro del catino fino alla sosta in prossimità di un albero. 30m, 5a; tre fix (uno con cordone).
3° tiro: a sinistra per poi risalire per placche (occhio all'angolo della corda). Una spaccata verso sinistra porta ad un'ottima presa che permette di proseguire la salita fino alla sosta. 30m, 6a+; nove fix.
4° tiro: proseguire sul bordo della spaccatura fino ad uno spostamento a sinistra aiutato da un provvidenziale cordone; pochi metri di arrampicata portano a placche vergognosamente lisce che si risalgono in A0. 30m, 5a, passo in A0, 6a/6a+, A0; dieci fix (uno con cordone)
5° tiro: salire il muretto o la fessura alla sua sinistra e procedere per rocce rotte fino ad una placca che si sale lungo una rigola obliqua. 30m, 6a+; nove fix. Tiro bellissimo.
Discesa: in corda doppia lungo la via.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 23 marzo 2016

Savini

Edo sul 3° tiro.
Edo sul 5° tiro.
Sempre lui sul 6° tiro...
e sull'8°.
Sul 9° tiro.
Tracciato della via.
Monte S. Martino
Parete S


Mi ero ripromesso da un po' di dare un'occhiata a questa via, ma altre destinazioni avevano preso il sopravvento, finché un paio di visite alla falesia del S. Martino hanno attratto di nuovo il mio sguardo su questa linea. Sabato, ben armati di rinvii e ben decisi a... tirarli laddove fosse necessario, l'abbiamo affrontata. Linea molto bella, difficoltà obbligatorie comunque contenute grazie alla chiodatura abbondante, molto raccomandata se avete voglia di un'arrampicata in puro stile plaisir e se non vi fate troppi problemi etici!
Accesso: noi siamo saliti da Rancio, sulla strada per l'Antimedale, con un percorso comodo sia all'andata che al rientro. Se seguite questa strada, raggiungete la solita piazzetta di Rancio e infilate la strada in salita che porta all'Antimedale. Si parcheggia al primo tornante verso destra e si prende la strada sulla sinistra, tenendo ancora a sinistra quando la strada termina con un tornante. Si supera una sbarra e si prosegue in leggera discesa, prendendo la seconda scaletta a destra (indicazioni per la falesia del S. Martino). Si segue il sentiero in piano fino ad arrivare in vista della falesia, e qui si risalgono gli sfasciumi verso la parete (non restate troppo a sinistra, altrimenti vi troverete in mezzo ai rovi!). Ignorate le corde penzolanti dal pilastro di sinistra e individuate una corda fissa dall'aspetto decisamente poco rassicurante. Risalitela fino alla cengia e spostatevi a destra fino all'altezza di un fix giallastro con cordino. Una mezz'oretta circa.
Relazione: via bella ma decisamente impegnativa da percorrere in libera (quantomeno, se siete pippe come il sottoscritto). La chiodatura è tuttavia ottima e, pur allungando un po' la distanza tra le protezioni nelle parti più facili, permette di dare qualche sana tiratina ai rinvii, percorrendo in A0 i tratti più impegnativi e riducendo il grado obbligato intorno al 5c. Necessario comunque un certo allenamento, poiché la parete verticale non concede molti punti di riposo, soprattutto nella parte mediana. Portare solo (tanti) rinvii. Evitate le giornate calde se non volete salire con uno zaino con 20 kg di acqua! Contare 5-6 orette.
1° tiro: si sale la placca su roccia un po' polverosa fino ad un tetto che si supera per una spaccatura sulla destra. 30m, 5c, 6c, quattordici fix (due con cordoni). Sosta su due fix e cordone con maglia-rapida. Chiodatura ravvicinata nel tratto duro e un po' più lunga all'inizio.
2° tiro: si risale la cengia e la si segue verso destra con un passetto delicato, a prendere una fessura con vago diedrino che si segue fino alla sosta. 30m, 5c, otto fix. Sosta su anello metallico e fix.
3° tiro: a destra della sosta a salire lungo un lama obliqua, poi per breve tratto verticale e ancora per fessura verso sinistra fino a portarsi praticamente sopra la sosta iniziale. 20m, 5c, sei fix. Sosta su quattro fix. Tiro molto bello.
4° tiro: dritti sopra la sosta per una specie di vago diedrino. 15m, 6b+, nove fix. Sosta su tre fix con cordone.
5° tiro: ancora per il diedro-fessura (primi metri decisamente duri!) fino ad uscirne sulla sinistra. Da qui una lama, prima difficile e via via più facile, porta alla sosta. 20m, 6c+ la partenza, poi 6a+/6b e uscita facile; sedici fix e un cuneo con cordino inquietante. Sosta un po' scomoda su anello metallico e fix, che sarebbe comodissima se fosse stata posta 50 cm più in alto.
6° tiro: si sale ancora per una vaga fessurina per spostarsi lievemente a sinistra su rocce nere lavorate e rientrare verso destra fino alla sosta. 30m, 6a, quattordici fix. Sosta su anello metallico e fix.
7° tiro: dritti fin sotto il tetto, poi attraversare verso destra e superare il tetto uscendo per una placca fin sotto ad un secondo tetto. 25m, 6c, diciassette fix. Sosta su quattro fix. Tiro molto continuo e faticoso.
8° tiro: in bel traverso a sinistra a doppiare uno spigolino e risalire al terrazzo di sosta. 15m, 6c (un passo), sei fix. Sosta su due fix.
9° tiro: su per il muretto sopra la sosta fino a doppiare lo spigolo, salire brevemente e riportarsi sul versante di partenza, dove una placca di roccia non ottima ma non difficile porta alla sosta. 20m, 6c (il muro iniziale); quindici fix, un chiodo. Sosta su due fix.
10° tiro: sopra la sosta a superare un saltino per spostarsi a destra; ignorare la sosta e proseguire per rocce facili ma un po' mobili fino alla fine delle difficoltà. 40m, 5a, III, cinque fix e una sosta intermedia su due fix. Sosta da attrezzare su albero. Si può ovviamente spezzare il tiro alla sosta intermedia.
Discesa: salire per facili rocce fino ad una cappella. Da qui si prende il sentiero che scende verso destra e conduce a Rancio. Giunti alle reti paramassi, si segue il sentiero verso sinistra fino a ritrovarsi in breve sulla strada di accesso alla parete dell'Antimedale, e da lì al punto di partenza.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.