giovedì 3 ottobre 2013

Nuova (e non Giovane!) Italia e Normale (Perego)

Sul 2° tiro della Nuova Italia

Sul 3° tiro della Nuova Italia

Tracciato della via Nuova Italia

Sulla Perego (normale)

Callisto sbuca sulla vetta insolitamente affollata

Tracciato della Perego (normale)
Punta Giulia - Grignetta
Pareti SO e NE


Le previsioni meteo non proprio incoraggianti dello scorso sabato (la nebbia ci terrà compagnia tutta la giornata) sconsigliano di avventurarsi troppo lontano e mi riportano alla mente la Punta Giulia della Grignetta, con le due vie che avevo salito un numero di anni fa sufficiente a non farmi ricordare nemmeno se avessi fatto "il cliente" o se avessi dato un minimo contributo a "portar su la corda" oltre il sentiero. Vie brevi su roccia buona tranne che in un paio di punti della Nuova Italia dove pare poco raccomandabile, con chiodatura a fittoni "essenziale" integrata da chiodi, le vie richiedono comunque un minimo di esperienza alpinistica e non sono mai banali. Il posto è abbastanza isolato ed è raro trovare gente sulle vie, il che costituisce un altro vantaggio se non amate arrampicare tra la folla... ovviamente noi abbiamo trovato una cordata sulla Normale, ma non facciamo testo.
Accesso: alla fine del parcheggio dei piani Resinelli (presso la chiesetta) si prende a destra tenendo subito in piano a sinistra. Si segue la via (che diventa via dei Ram) superando l'Alveare della mitica APE fino all'imbocco della via alle Foppe dove si parcheggia (in alternativa si prosegue per lo sterrato fino ad uno spiazzo dove si parcheggia). Da qui parte il sentiero n. 9 (delle Foppe) che si segue fino ad un bivio con indicazione per Punta Giulia e per i torrioni Costanza e Mongolfiera. Si sale quindi verso destra, si risale un tratto di canale e si giunge al bivio Punta Giulia/Costanza (indicazioni). Da qui in breve al cospetto dello spigolo SO della Punta Giulia. Una traccia verso destra porta ad un albero dove parte la Nuova Italia. Fittone e chiodo vecchio di sosta.
Relazione via Nuova Italia: Nuova, non Giovane (si veda la nota in fondo)! Via interessante che regala qualche passaggio atletico in bella esposizione e qualche punto dove i dubbi sulla qualità della roccia accompagnati dalla chiodatura in gran parte tradizionale fanno capire che è meglio non sottovalutare la salita nonostante i gradi non elevati. Sostanzialmente inutili le protezioni veloci.
1° tiro: salire la placca erbosa in corrispondenza dello spigolo fino ad un muretto con roccia dall'apparenza dubbia, superarlo e spostarsi poco dopo sulla destra, uscendo su un ripiano. Da qui un paio di gradoni erbosi portano alla sosta; 20 m; III, V+ (passo), IV, III; due fittoni, quattro chiodi. Sosta su due fittoni.
2° tiro: a sinistra della sosta (roccia giallastra un po' infida) a prendere un maniglione che prelude ad una bella fessura che si risale uscendo poi verso sinistra fino a doppiare lo spigolo e fermarsi subito dopo su un vago terrazzino; 15 m; V (uno o due passi), IV+; due fittoni, tre chiodi (uno con cordino, uno con anellone). Un altro fittone sopra la sosta è sostanzialmente inutile; un chiodo si vede sopra la sosta a destra, forse un tentativo non riuscito. Al solito, se qualcuno ha notizie gliene sarei grato. Sosta su due fittoni.
3° tiro: salire a sinistra della sosta fino allo spigolo, passare sul lato destro attraversando fino ad una vaga fessura, risalire lo strapiombino fino a placche appoggiate che portano alla sosta sullo spigolo poco sotto la vetta; 20 m; IV, IV+/V-, III+; due chiodi, due fittoni, un cordone in clessidra. Sosta su cordoni in clessidra e maglia-rapida.
Discesa: da qui si potrebbe salire gli ultimi metri e calarsi dalla cima, oppure attraversare e calarsi dalla Normale. Noi, accertato il buono stato dei cordini, ci siamo calati direttamente dalla terza sosta sul lato O. Una calata di circa 45 m porta direttamente a terra a poca distanza dalla partenza - attenzione agli alberi! Da qui si risale per pochi metri il sentiero fino al colletto dove parte la Normale. Fittone di sosta alla base.
Relazione via Normale (o Perego): più tranquilla della precedente, ma con un passaggio non del tutto banale sul secondo tiro. Visto che il percorso è diritto è possibile risolvere tutto con un tiro di corda (sullo schema ho lasciato indicato le soste per chi volesse spezzare la salita). Utili friend se si vuole uscire per la variante diretta sopra la sosta. Roccia buona tranne un paio di prese all'altezza del passo-chiave (e te pareva!).
1° tiro: salire l'avancorpo e spostarsi verso destra in una specie di diedro-camino un po' erboso, superare un paio di muretti e giungere alla prima sosta. Da qui lievemente a sinistra e poi a destra a salire una placca verticale (passo-chiave) che conduce alla seconda sosta su terrazza. La via andrebbe ora a sinistra su facile placchetta, ma conviene salire dritti per la bella fessura sopra la sosta (sprotetta, ma con una clessidra alla base e facilmente addomesticabile da uno o due friend), uscendo un poco a destra sullo spigolo fino alla vetta. 40 m; III, IV, IV+, V-, IV; due fittoni, quattro chiodi, due soste, un chiodo inutile al primo tiro. Sosta su cordoni e cavo metallico con maglia-rapida.
Discesa: basta una sola calata, ma state molto attenti al rischio di incastrare le corde durante il recupero. Meglio spezzare la discesa in due alla prima o seconda sosta.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

Via Perego (Normale) - p. 1
Via Perego (Normale) - p. 2
Via Perego (Normale) - p. 3
Via Nuova Italia - p.1
Via Nuova Italia - p. 2
Nota bibliografica (AD 2023): le due vie alla Punta Giulia sono cadute vittime di una serie di sviste per quanto riguarda il nome della seconda e la data di salita della prima. Ero incappato casualmente in questi errori, ma Matteo mi ha segnalato un bell'articolo di Benini e Corti, Fonti per la storia dell'alpinismo sulle Grigne: il libro di vetta della Punta Giulia (1926-1934), reperibile sul numero 17 de Lo zaino (2022), dove erano già evidenziati (e che a sua volta rimanda ad un breve scritto di Mauri apparso su ALP del 2001). Riassumiamo quindi brevemente la faccenda, allegando le relazioni originali. Muoviamoci in senso cronologico:
Sulla Rivista mensile della SEL di ottobre 1928, alle pagine 117-119, Giovanni Gandini scrive la relazione della salita alla nostra Punta per lo Spigolo NE. Lo stile è assolutamente piacevole e vi invito a leggerla, puntualizzando solo due cose: la data della salita, ovvero 20 giugno 1926, ed il fatto che Gandini si mostri ripetutamente titubante e perplesso, sì che la salita riesce grazie alla determinazione e alla perizia di Giuseppe Perego. Sarebbe quindi cosa buona e giusta che la salita si chiamasse via Perego, e la lista degli apritori iniziasse con il suo nome e non con quello del ben più famoso Gandini (come succede in tutte le guide, a partire da quella di Cima del 1971, che la battezza Via comune, che diviene Normale nelle successive guide di Corti).
La relazione finisce anche sulla Rivista mensile del CAI del 1930, vol. 2, p. 48, e qui cominciano gli errori: la data riportata è il 1929, non il 1926, data che sarà poi ripresa dalla guida di Saglio delle Grigne e da tutte le altre!
Relazione della RM CAI 1930, 2, p. 48.

Siamo così al 1930. Sempre sulla RM della SEL di dicembre, pp. 143-144 compare la relazione (non firmata) di una via di Dall'Oro, Villa e Riva del 10 agosto, dedicata al Dopolavoro Nuova Italia di San Giovanni (quartiere di Lecco). Qui è d'uopo aprire una breve parentesi su un nome piuttosto abusato: di Nuova Italia si parla almeno dai tempi di Adua (si veda ad esempio qui), e sempre in chiave antisocialista e nazionalista. Il fascismo lestamente se ne appropria (qui, ma ci sono decine di riferimenti, fino alla lisa retorica della - purtroppo - nostra Presidentessa del Consiglio), e nel 1926 nasce pure l'omonima casa editrice. Il suddetto Dopolavoro non fa eccezione, visto che contribuirà ad innalzare il "famoso" (o meglio, infame) fascio littorio sul Torrione Costanza. Anche in questo caso, la relazione è poi pubblicata sulla RM del CAI del 1933, pp. 36-37, stavolta senza errori, ma senza che sia riportato il nome della via.
Relazione della RM CAI 1933, 1, pp. 36-37

E qui interviene Saglio, che, stando alla bibliografia, non consulta la RM della SEL, ma solo quella del CAI. Chi gli suggerisce il nome della via? Chi pecca di eccesso di "mazzinianesimo", trasformando la Nuova Italia nella Giovane Italia? Non lo sappiamo. Sta di fatto che l'errore sopravvive per circa un secolo, visto che perdura anche nella guida più recente del lecchese.

martedì 1 ottobre 2013

Avanzini-Rossa

Partenza del 2° tiro

Alla seconda sosta

Callisto alla terza sosta

Sul 4° tiro
Rocca di Perti
Parete NE


Dopo il Bric Pianarella, la parete che ho più frequentato a Finale è certamente Perti, ed è lì che ci dirigiamo nel nostro secondo giorno di permanenza a Finale, complice l'idea di fare una vietta breve per poi stravaccarsi in spiaggia a godersi l'ultimo bagno dell'anno. Tra le vie di Perti-nord la Avanzini-Rossa è una delle poche che ha preservato un carattere tradizionale su gradi non eccessivi, con il vantaggio di essere decisamente poco frequentata, come testimoniano i tratti erbosi che disturbano un poco la progressione. Una bella alternativa alle vie più conosciute di Finale.
Accesso: dal casello autostradale di Finale Ligure si scende verso Finalborgo e si risale verso Calice Ligure. Poco prima di passare il viadotto dell'autostrada si prende una deviazione a destra che porta a Perti (scusate il calembour) - cartello "Osteria di Castel Gavone" visibile; c'è anche un cartello turistico "Perti - zona monumentale", ma è visibile solo per chi arriva nell'altra direzione (geniale!). La strada conduce in breve alla chiesa di S. Eusebio, che prima o poi riuscirò a visitare, soprattutto per la sua parte romanica. Si prosegue (sì lo so, c'è un cartello di divieto di accesso) fino in fondo alla strada dove c'è qualche posto per parcheggiare - altri posti sono disponibili ai bordi della strada poco prima. Si prende un sentiero sulla sinistra della strada che conduce in cima alla Rocca, si ignora un primo sentiero che sale ripido verso destra e si prosegue fino al secondo bivio, dove si prende il sentiero di destra che procede in piano. Poco dopo il sentiero sale lievemente e si prende a sinistra ad un bivio (si intravede già la parete), giungendo subito all'altezza della via Vecchie Beline. Una decina di metri a sinistra parte la Avanzini-Rossa (scritta alla base).
Relazione: via di stampo alpinistico non riattrezzata in chiave sportiva, a parte un paio di spit sul 2° tiro e l'intero quarto tiro - in comune con Vecchie Beline - su cui è però possibile fare i puristi evitando i fittoni. Roccia ottima a parte qualche tratto facile un po' erboso e con due tiri molto belli; utili protezioni veloci per integrare il 2° tiro e cordini per allestire le soste.
1° tiro: salire un risalto spostandosi verso destra per salire poi a prendere un diedrino verso sinistra che si segue fino ad uscire su un terrazzo dove si sosta; 25m, IV+, VI-, V-, 1 chiodo, 3 cordoni in clessidra. Sosta da attrezzare su alberi.
2° tiro: a destra della sosta, poi salire a sinistra puntando alla base di un diedrino fessurato. Salire il diedro (verso la fine è utile spostarsi sulla sinistra dove c'è uno spit per poi rientrare a destra) e proseguire fino ad una terrazza dove si sosta; 25m, V-, VI, IV, 2 spit, 3 chiodi. Sosta da attrezzare su clessidre.
3° tiro: salire a destra della sosta su rocce facili fino ad una larga cengia; da qui spostarsi a destra per una decina di metri fino agli evidenti golfari di sosta; 30m, III+, III. Sosta su due golfari. Il problema qui è che questo tratto di cengia pare essere utilizzato dai gentlemen che frequentano la parete come cesso, costringendoci a spezzare il tiro in due e obbligando il mio socio a mettere delle protezioni aeree per... la corda, onde evitare che strisciasse! Se qualcuno pensa ancora che i climber siano rispettosi dell'ambiente in cui operano (sul resto già non avevo dubbi) vada pure a ricredersi.
4° tiro: per placca, poi per un vago diedro-fessura inclinato fino ad una larga fessura verticale. La si sale uscendo a sinistra, salendo poi più facilmente alla sosta; 20m, V, VI-, V, IV+, 5 spit, 3 chiodi, 1 cordone in clessidra. Sosta su due golfari. Il tiro è bellissimo, ed è un vero peccato che Vecchie Beline del 2003 sia andata ad infilarsi nella stessa fessura seguita da Avanzini e Rossa nel 1973. Per fortuna il materiale "tradizionale" è ancora lì; a voi la scelta.
5° tiro: salire verso destra per muretti e placche uscendo poi sulla sinistra; 25m, IV, IV+, IV. Sosta da attrezzare su albero.
Discesa: seguire la traccia che conduce in breve alla croce di vetta; da qui si prende il sentiero segnato con bolli rossi che riporta al parcheggio.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

giovedì 26 settembre 2013

Via lunga con var. d'uscita di sinistra

Callisto sul 1° tiro

Sul 4° tiro

Callisto sul 5° tiro

Sul 6° tiro

Sul 7° tiro

Tracciato della via (rosso). In azzurro la via Fivy.

La tomba del gen. Caviglia a capo S. Donato
Bric Pianarella
Parete O


Finale ligure è quasi un appuntamento fisso della seconda metà di settembre, con l'idea di spendere un fine-settimana tra un po' di arrampicata, una sana mangiata di pesce, l'acquisto di qualche bottiglia di Rossese per le mie libagioni invernali e l'ultimo bagno della stagione (che poi quest'anno per me era anche il primo). In questo periodo la forma è un po' sotto le scarpe e la via scelta per il primo giorno è la Via lunga al "paretone", ovvero il Bric Pianarella. Assolutamente tranquilla, con buona chiodatura e difficoltà del tutto abbordabili, ci ha regalato il piacere di rimettere le mani sulla roccia di Finale senza patemi. Naturalmente non potevamo non combinarne una delle nostre e così siamo riusciti ad intercettare la via solo al 3° tiro; poco male, ché la parte più bella è quella alta.
Accesso: dall'uscita del casello autostradale di Orco-Feglino dirigersi verso Finale. Dopo circa un paio di km si nota un cartello Finale ligure sulla sinistra e poco dopo un ponte scassato sulla destra che conduce ad un ben noto agriturismo. All'altezza del ponte, sulla sinistra, si parcheggia e si prende il sentiero che sale in corrispondenza di una chiesetta votiva. Si giunge ad una parete e si prende a destra, scendendo fino alla base di una specie di canale alla cui sinistra c'è una placca dove parte la bellissima via Grimonett. Da qui bisognerebbe scendere ancora, ma noi abbiamo fatto a modo nostro e siamo saliti lungo il canale, passando l'attacco della INPS (altra via raccomandabile) e proseguendo poi più o meno in piano verso destra fino ad una crestina, oltre la quale ci si sposta ancora un poco a destra fino ad un terrazzo dove si vede una placca con spit. È la placca del 2° o 3° tiro dove noi abbiamo attaccato la via.
Relazione: prima parte decisamente fastidiosa con tiri separati da terrazze che obbligano a grandi ravanate su terra friabile nel bosco, parte alta più interessante e variante di uscita su placche bellissime. Inutile portare friends anche se alcuni tratti facili sono poco o punto protetti e li ho indicati con gradi "alpinistici" anziché usare la scala francese; non dimenticare il necessario per allestire le soste. I tiri sono corti e possono essere concatenati per evitare di spendere più tempo a recuperare le corde che ad arrampicare.
1° tiro: puntare alla placca, salirla e sostare su terrazza alberata; 10m, passo di 5b che non mi sembrato banale, 3 spit. Sosta da attrezzare su alberi.
2° tiro: dritti pochi metri, poi a sinistra (chiodo rosso) fino a salire per rocce rotte e per una breve fessura-camino ad un terrazzo dove si sosta in corrispondenza del salto successivo; 25m, 4a, III+, 1 chiodo, 1 spit. Sosta da attrezzare su alberi.
3° tiro: dritti sopra la sosta puntando al terrazzo successivo; 20m, V-, 1 chiodo, 2 cordoni in clessidra. Sosta da attrezzare su alberi.
4° tiro: salire su una specie di lama staccata, spostarsi verso destra su bella placca e risalirla sfruttando un vago diedro. Poi tratto ravanoso all'inverosimile attrezzato con corda fissa e ultimo saltino che adduce alla cengia dove si sosta sotto una nicchia bellissima; 25m, 5a, 4 spit più o meno vetusti. Sosta su tre fittoni.
5° tiro: attaccare il diedrino fessurato sulla destra della sosta e uscirne sempre sulla destra poco dopo, indi proseguire per saltini su terreno facile fino alla sosta (ignorate una prima sosta su tre spit). Non fermatevi, ma salite il risalto sopra la sosta e spostatevi a destra per cengia fino alla fila di spit; 40m, 5b, 4 fittoni, due soste intermedie su 3 spit e due fittoni. Sosta da attrezzare su alberi.
6° tiro (var. di sinistra): salire la bella placca seguendo verso destra la fila di spit (vecchi chiodi nelle vicinanze) fino ad un ripiano con albero e vista su un'enorme erosione dov'è possibile sostare. Oppure proseguire ancora pochi metri su facile terreno fino alla cengia successiva; 30m, 5c, 6 spit, una sosta intermedia. Sosta su due fittoni e catena.
7° tiro: in traverso verso sinistra sulla placca in bellissima esposizione, poi tratto verticale impegnativo e ancora a sinistra fino ad un canalino di uscita; 30m, 6a, 9 spit. Sosta da attrezzare su alberi.
Discesa: seguire la traccia nel bosco fino ad incontrare un sentiero che si segue verso sinistra. Poco oltre c'è un altro sentiero che si stacca in discesa sulla sinistra (bolli, qualche ometto). Seguirlo fino ad immettersi in un sentiero più grande che si segue ancora a sinistra e che riporta alla parete dove sale il sentiero di accesso. Si scende a destra e si ritorna al punto di partenza. Anche se era tutt'altro che la nostra prima discesa dal Pianarella, siamo riusciti a mancare la "deviazione chiave" mentre si chiacchierava come due allegre comari e siamo finiti per vagare per secoli nei boschi del Pianarella come anime in pena. Dopo tempo immemore siamo tornati nei pressi dell'attacco compiendo più o meno il periplo del monte e ripercorrendo il sentiero "come si deve". Fate un minimo di attenzione!

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

giovedì 19 settembre 2013

Antidorn + Chiappa-Mozzanica + Fasana2000(?)

Sul 1° tiro dello Spigolo Antidorn

Sul 3° tiro dello Spigolo Antidorn

In vetta al Magnaghi Meridionale

Calata dal Magnaghi Meridionale

Tracciato dello spigolo Antidorn con la sosta per
calata sul versante O
Massimiliano sul 2° tiro della
Chiappa-Mozzanica

Tracciato della via Chiappa-Mozzanica (azzurro) con discesa
verso la forcella GLASG. In rosso la via Graziella.

Tracciato della via Fasana2000(?)
Gruppo dei Magnaghi - Grignetta
Pareti SE, O, NE


Dopo quattro mesi torno sulla montagna che mi ha "tradito", ma per scrupolo o per risentimento evito accuratamente il Torrione Pertusio, luogo del mio non grave infortunio, e viro verso i Magnaghi. L'idea è di provare due o tre viette che ancora non ho ripetuto, non difficili ma molto meno frequentate delle solite Albertini e Dorn che sono da evitare come la peste nei fine-settimana. La sequenza è piuttosto logica ed omogenea come difficoltà, mai troppo impegnativa ma non banale; insomma, quello che ci vuole in questo periodo per recuperare un po' di fiducia nelle mie (in)capacità!
Ci accompagna Niccolò, che però è armato di reflex e teleobiettivo anziché di scarpette ed imbrago (o imbraco) e che ci regala un ottimo "servizio fotografico", manco fossimo "alpinisti veri"! Meno male, perché il compagno di cordata, nonostante millanti una laurea in design, si rivela pressoché incapace di comporre una foto decente!
Accesso: da quando la strada per il rif. Porta è stata chiusa si parcheggia ai piani Resinelli, si sale lungo la strada sulla destra (via Carlo Mauri), svoltando subito dopo a sinistra (indicazioni Rif. Porta). Si sale fino ad una sbarra poco prima del suddetto rifugio dove si reperisce una traccia sulla sinistra della strada che immette sul sentiero della cresta Cermenati, che si segue fino al bivio per i Magnaghi (indicazione). Il sentiero, ora pianeggiante, supera il canalone Porta e conduce sul versante E attraverso la Bocchetta dei Prati. Si sale superando la piazzola dell'elicottero fino all'altezza dell'intaglio alla base del Trrione Magnaghi meridionale, verso cui si punta superando facili roccette. Si scende quindi nel canale per pochi metri fino alla prima fila di resinati che risale la parete sulla destra; più avanti noterete serpentoni di gente in cordata.
Relazione Spigolo Antidorn al I Magnaghi: la via è tutta nel primo tiro, anzi nel passaggio in traverso e in quello immediatamente precedente, ma non vedetelo come un fatto negativo: anche il resto della salita è divertente e meritevole. Protezioni buone a resinati, a volte un po' lunghette sui tratti facili, dove comunque è possibile integrare. Roccia ottima.
1° tiro: salire la placchetta fino ad un primo salto cui segue un traverso delicato verso destra seguito da un nuovo tratto con placche e piccoli strapiombi; 30m, 5b, 5 fittoni. Sosta su due fittoni.
2° tiro: superare un primo facile saltino sopra la sosta fino ad un tratto erboso ed un muretto finale che adduce alla sosta; 30m, III, IV-, 2 fittoni, 1 chiodo. Sosta su due fittoni, chiodi d'antan nelle vicinanze.
3° tiro: superare un muretto e continuare più facilmente fino alla sosta; 25m, IV-, III, 3 fittoni. Sosta su due fittoni.
4° tiro: salire portandosi verso destra fino a prendere un bello spigolo che si risale fino alla sosta; 30m, III, 2 fittoni. Sosta su due fittoni in comune con Dorn/Albertini.
Dalla sosta si prosegue con 2 tiri di corda o in conserva fino alla vetta; circa 70m, II, 1 fittone, 1 sosta intermedia, possibile usare una sosta di uscita delle vie sulla parete O per assicurazione.
Discesa/Accesso alla Chiappa-Mozzanica: ignorare la Normale e portarsi sulla sinistra verso i resti della croce di vetta, superarli giungendo ad un terrazzino dove c'è una sosta attrezzata. Con una calata da 60m si è alla base del Magnaghi Centrale esattamente dove parte la Chiappa-Mozzanica (scritta).
Relazione Chiappa-Mozzanica al II Magnaghi: un secondo tiro veramente bello caratterizza questa via, ben chiodata e su roccia nel complesso ottima. Protezioni buone a resinati e qualche chiodo; inutili friend.
1° tiro: salire la spaccatura di partenza e la placca sovrastante puntando ad un grosso pilastro. Si sosta su un pilastrino con passo finale in prossimità di rocce dall'aspetto non del tutto rassicurante; 30m, 4a, 4 fittoni.
2° tiro: spostarsi qualche metro a destra della sosta e risalire lungo una fessura che poi si abbandona per affrontare la placca verticale; 30m, 5b, 6 fittoni, 2 chiodi, 1 cordino non molto affidabile in clessidra, ma non molto utile (il fittone è poco sopra). Tiro molto bello.
3° tiro: salire il muretto sopra la sosta e fermarsi poco dopo; 15m, III, 1 fittone.
Discesa/Accesso alla via Fasana 2000?: più facile da percorrere che da descrivere. Procedere verso N superando la vetta e abbassarsi qualche metro fino ad un fittone. Da qui scendere verso sinistra (II) fino ad un ripiano (possibile attrezzare una doppia) dove si trova la corda fissa che si segue fino alla forcella GLASG. Qui partono altre due vie (Lecco e Bartesaghi) sulle quali basterebbe mettere un modico biglietto di accesso per risanare i comuni in difficoltà economica. Scendere verso destra (viso rivolto al Terzo Magnaghi) fino ad una sosta di calata. Poco dopo c'è un primo canale, ignoratelo, scendete ancora qualche metro sempre spostandovi verso destra giungendo ad un secondo canale. Risalitelo uscendo a sinistra quando è chiuso da un masso (II), indi attraversate ancora a destra uscendo sulla parete E del Magnaghi Settentrionale. Continuate in orizzontale per pochi metri fino ad una fessura obliqua che si segue fino a ritrovarsi a terra all'altezza della partenza della Via delle Guide. Seguire la parete verso destra (viso a monte) superando i fittoni di Primo maggio fino ad una linea di fittoni che sale appena a destra
Relazione Fasana 2000? al III Magnaghi: Premessa: ho qualche dubbio che la via che abbiamo percorso sia effettivamente la Fasana 2000, almeno stando agli schizzi che si ritrovano sulle guide del Corti e quella recente di Buzzoni, che però non indicano altre vie su questa parete (un'altra Fasana sale ancora più a destra). Se qualcuno ha indicazioni al riguardo e mi fa sapere qualcosa gliene sarei grato. Si sale sulla bella placca sopra la sosta per poi spostarsi con difficoltà minori verso destra e risalire ancora in verticale; 45m, 5b, 9 fittoni.
Discesa: ci si porta sulla parete O e si segue il sentiero verso destra fino al passo del gatto attraverso il quale si torna sul versante di partenza.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 15 settembre 2013

Vathek


J. Reynolds, ritratto di William Beckford
(National Portrait Gallery, Londra)
di William Beckford
Oxford University Press, 1998

If what I have done be so criminal, as thou pretendest, there remains not for me a moment of grace. I have traversed a sea of blood, to acquire a power, which will make thy equals tremble: deem not that I shall retire, when in view of the port; or, that I will relinquish her, who is dearer to me than either my life, or thy mercy. Let the sun appear! let him illumine my career! it matters not where it may end.
Agli inizi del Settecento compare in Francia - e rapidamente negli altri paesi europei - la prima traduzione de Le mille e una notte. Questi racconti, uniti ad un più generale interesse per l'esotico e le culture extraeuropee, determinano una "moda" orientaleggiante che si riversa anche nella letteratura, invasa da sedicenti scrittori arabeggianti. Vathek (1786) appartiene perfettamente a questo filone, pur staccandosi nettamente dai suoi simili per un'inedita conoscenza della cultura islamica da parte del suo autore, per l'uso dei diversi registri narrativi e per una certa ambiguità di significato. La trama è semplice: il califfo Vathek (ispirato ad un personaggio storico) "much addicted to women and the pleasures of the table" è anche divorato dalla sete di conoscenza, tanto da non esitare ad abiurare la sua religione (invero non molto praticata) e sacrificare i suoi fedeli sudditi - giovani e adulti - alle potenze infernali per poter superare il portale dietro il quale giacciono tesori immensi e poteri infiniti. Inizia così il viaggio verso Istakar (Persepoli) che si concluderà coll'inevitabile dannazione del califfo.
Pagato il debito con il mito di Faust restano alcune cose da notare nel racconto, in primis il fatto che Beckford non nasconda poi troppo la sua simpatia per Vathek: sia l'ammonimento "morale" del finale che l'intervento dei Geni che salvano Gulchenrouz (uno sfigato fenomenale) e i cinquanta giovanetti (in illogica contraddizione con la soddisfazione del Giaour per quanto successo in precedenza) paiono "appiccicati" apposta per salvare l'apparenza e rendere formalmente accettabile il libro, lasciando un po' in sottotraccia la simpatia dell'autore per la vita libertina e sregolata del califfo. Non si può non fare un paragone con il contemporaneo De Sade, che esprimeva senza remore queste "simpatie" (e anche qualche altra...) e notare che anche la giovinezza di Beckford fu segnata da scandali sessuali e che il racconto trae origine proprio da una festa in cui Beckford e altra gioventù si rinchiusero in una villa per tre giorni e tre notti nel Natale 1781. Qui si potrebbe fare una bella storia del libertinismo illuminista, ma sono certo che qualcuno ci avrà già pensato (segnalazioni al riguardo sono benvenute).
Analogamente si potrebbe far risalire all'insofferenza del giovane, ricco e "ribelle" Beckford nei riguardi dei vincoli sociali e della carriera che la famiglia gli prospettava la "morale" del racconto racchiusa nel finale, una sorta di elogio della fanciullezza spensierata in cui il destino di Vathek è comparato a quello di Gulchenrouz, che vive in perpetua giovinezza in compagnia dei cinquanta fanciulli (ahi ahi ahi...), così come la costante e divertentissima ironia verso le religioni e la morale è stata interpretata in termini di reazione all'educazione rigorosa imposta dalla madre. Ma che dire del ruolo della donna nel racconto e la sua fascinazione verso il diabolico? Sia la madre Carathis, che persegue fino all'ultimo il suo fine, incurante della dannazione eterna, sia Nouronihar spingono attivamente Vathek verso il suo/loro destino, mentre lui starebbe beatamente sotto la tenda a godere delle delizie di cui sopra. Misoginia o ritratto di donne attive e libere?
Infine, non si può parlare di Vathek senza menzionare il finale, dove la scrittura si stacca dal resto del racconto. Giustamente considerata la sua parte migliore, la permanenza nel palazzo di Eblis è stata accostata ai toni sublimi del secondo Settecento, un riferimento che avevo già incontrato nelle letture e nei disegni di Sabatelli. Ma il finale è anche descritto entusiasticamente ne L'orrore soprannaturale in letteratura di H. P. Lovecraft, che lessi secoli fa e che contribuisce a classificare il racconto tra le fila del "romanzo gotico", invero in modo un po' discutibile: il finale vi appartiene pienamente; le tematiche di Beckford, come accennato, sono ben altre.
In definitiva il racconto di Beckford - che non è certamente un capolavoro - contiene numerosi spunti di riflessione ed è un libro decisamente insolito e sfuggente, anche per le numerose note "colte" aggiunte al testo a cui l'autore teneva assai; dell'edizione che ho letto segnalo la bella introduzione di R. Lonsdale che ben inquadra l'autore e l'opera, inclusa la travagliata pubblicazione. Il testo originale - facilmente comprensibile, ma volutamente arcaico - è disponibile qui.

domenica 8 settembre 2013

Gli antichi futuri

Sul 1° tiro

Giancarlo e Sofia alla prima sosta

Al termine del camino del 2° tiro

Giancarlo e Sofia sul 3° tiro

Tracciato della via (rosso). In arancione il tracciato di
Avenida miraflores.
Zucco Barbisino (Gruppo dei Campelli)
parete S


Avevo salito la via Gli antichi futuri un bel po' di anni fa al seguito di Ivan, uno dei non pochi amici che mi hanno insegnato qualcosa in montagna (ma non è colpa loro se sono rimasto a livello zerbino), e da allora mi ripromettevo regolarmente di salirla in maniera un po' meno "conigliesca" ogni volta che ci passavo sotto diretto ad altre mete. Ieri finalmente ho mantenuto la promessa, con grande soddisfazione. Soddisfazione sia per la bellezza della via (il camino del secondo tiro è spettacolare), sia per essere tornato ad una salita con chiodatura classica dopo mesi.
Accesso: raggiungere i pressi del rif. Lecco dalla funivia dei Piani di Bobbio o da Ceresole di Valtorta e da qui risalire il percorso dello skilift (sulla sinistra del Vallone dei Camosci) fin quasi alla sua stazione superiore (in alternativa salire la pista da sci alla sua destra per deviare poi a sinistra in vista del capanno dello skilift). Da qui è possibile salire direttamente per prati verso la parete del Barbisino oppure seguire l'evidente sentiero che sale a sinistra diretto verso una sella e deviare a destra per prato (qualche vaga traccia) all'altezza della parete. Superare un paio di piccoli contrafforti e identificare una grossa nicchia nerastra chiusa da un tetto e sovrastata dall'evidentissimo canale-camino. La sosta di partenza va attrezzata sfruttando una delle vicine fessure.
Relazione: è una delle poche vie che sono state risparmiate dalla modernità della ri-attrezzatura seriale del gruppo dei Campelli, e per questo comunque meritevole di una visita. Chiodatura buona sul primo tiro dove il passo-chiave fu valutato A0 dagli apritori nel lontano 1977, decisamente meno abbondante sul secondo dove è utile saper piazzare un paio di friend. Il terzo tiro si presta ad improvvisazioni se non volete proprio toccare i fittoni di Avenida Miraflores (di cui comunque val la pena di usare un paio di soste). Roccia buona, ma fate attenzione ad alcuni punti e alle cenge; il tratto finale - facile - del primo tiro è purtroppo rovinato dalla vegetazione.
1° tiro: risalire la nicchia fin quasi sotto il tetto, poi spostarsi a destra e uscire sullo spigolo in forte esposizione. Risalire una placca e poi per facili ma erbosi gradoni giungere alla sosta alla base del camino; 25m; V, VI+, V+, III; otto chiodi. Sosta su due chiodi e cordini vari (non fidatevi e usate i vostri). Un terzo chiodo poco più in alto può essere usato per rinforzare, un quarto chiodo (ballerino) è appena prima sulla destra. Cercate di vedere tutti i chiodi del tiro e di non fare come lo scrivente che ha "perso" quello sul traverso (in una fessurina erbosa) ed è rimasto ore a inveire prima di osare il passo.
2° tiro: salire l'evidente camino fino al masso che lo chiude. Uscire sulla parete di sinistra con passo finale molto esposto (io mi sono incastrato fino ad arrivare ad una presa buona) e raggiungere la sosta di Avenida Miraflores appena sopra sulla sinistra; 30m; V, IV, V+, VI-; quattro chiodi, un cordino in clessidra non proprio nuovissimo. Sosta su due fittoni con catena ed anello di calata.
3° tiro: sulla destra ci sono i fittoni della via a cui avete chiesto in prestito la sosta e che ha sostanzialmente ricoperto il tiro originale della "nostra" via. Noi però volevamo terminare la salita come l'avevamo iniziata e siamo saliti per una specie di variante improvvisata un poco a sinistra dei fittoni: dalla sosta infilarsi nel canale fino ad un masso incastrato; indi salire la placca che si vede appena prima alla sua destra. Non fatevi tentare dal fittone e puntate ad una facile fessura sulla sinistra; al termine di questa spostatevi a destra sotto un leggero strapiombo e con un ultimo risalto si raggiunge la sosta (possibile usare l'ultimo fittone per pigrizia). 30m; III, IV-, IV. Sosta su due fittoni con catena ed anello di calata.
Discesa: è possibile scendere in doppia sulla via, ma conviene il comodo sentiero. In questo caso seguire la taccia verso sinistra (viso a monte) e raggiungere la sella donde si scende ancora a sinistra per il sentiero di salita.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 3 settembre 2013

Gasparotto

Giancarlo all'uscita della via Bergamaschi

Giancarlo sul 1° tiro della Gasparotto

Sul 2° tiro della Gasparotto

Sul pilastro del 2° tiro

Massimiliano sul 4° tiro

Tracciati delle vie Bergamaschi (verde), Gasparotto
(rosso) e Casari-Zecca (giallo)
Relazione originale
Quarta torre dello Zucco Pesciola (Gruppo dei Campelli)
Parete N


Quest'anno è decisamente l'anno del gruppo dei Campelli! Tra la caviglia che non si sistema e l'allenamento a zero, il fatto di poter disporre di vie brevi e piuttosto facili è diventato un fattore determinante (speriamo non a lungo). Così questa domenica prima del gran rientro di settembre la passiamo ancora tra le rocce dell'ultima torre dello Zucco Pesciola, dove mi "mancava" proprio questa Gasparotto (anche se il Diedro Bramani lo feci secoli fa e dovrei ripeterlo...). L'unico dubbio, quello di trovare la via assediata di aspiranti conquistatori, è fugato quando dal sentiero vediamo una sola cordata sulla Bramani, a conferma che la stagione consente ancora itinerari più impegnativi. Per risalire lo zoccolo abbiamo scelto la via dei Bergamaschi, che io continuo a trovare non banale nonostante il grado indicato (e infatti sul passo-chiave del primo tiro c'era un bel moschettone a ghiera abbandonato...).
Accesso (Via del bergamaschi): per noi il solito, canonico arrivo colla funivia dei piani di Bobbio. Ci si dirige verso il rif. Lecco prendendo poi un sentiero che risale il vallone dei Camosci al cospetto dello Zucco Barbisino, appena a destra della pista da sci. All'altezza del termine della pista si prende una delle tracce che scendono nel vallone per poi risalire gli sfasciumi del canale della Madonna. Giunti all'altezza della base della parete si prende una traccia a destra, si superano gli attacchi della Diretta delle Guide e della Comune (scritte) e si sale brevemente fino all'imbocco di uno stretto canale dov'è l'attacco (fittone e scritta col nome).
Relazione: percorso sempre logico e riconoscibile, con un bel secondo tiro in una fessura-camino (e lo dice uno che odia i camini!) e un aereo quarto tiro. Difficoltà non elevate e protezioni buone a resinati; possono comunque essere utili dei friend per integrare (non siamo in falesia).
1° tiro via Bergamaschi: salire il canale e infilarsi in un camino a sinistra che si risale seguendo poi una placca fino alla sosta; 35m, 4c, 6 fittoni, 2 chiodi. Sosta su due fittoni e catena con anello; chiodo con anello a sinistra per i nostalgici.
2° tiro via Bergamaschi: salire fino a sbucare sulla larga cengia più o meno all'altezza del Diedro Bramani e dirigersi verso quest'ultimo. Pochi metri a destra del diedro c'è la sosta dove parte la Gasparotto; 30m, II. Sosta su due fittoni.
1° tiro Gasparotto: salire verso destra seguendo il bordo della fessura fino alla sosta; 30m, 4a, 4 fittoni, 1 friend incastrato. Sosta su due fittoni e catena con anello; chiodo con anello nelle vicinanze.
2° tiro Gasparotto: salire verso destra seguendo una spaccatura tra la parete e un grosso pilastro finché la via non è bloccata da un diedro. Risalirlo aiutandosi con la parete del pilastro fino a giungere in cima a quest'ultimo. Portarsi sulla parete e salire una placchetta fino alla sosta; 30m, 4c, 5 fittoni. Sosta su due fittoni e catena con anello. Tiro molto bello.
3° tiro Gasparotto: a destra della sosta a prendere un diedrino che si allarga poi a fessura-camino; 25m, 4b, 5 fittoni. Sosta su due fittoni e catena con anello.
4° tiro Gasparotto: ancora a destra a seguire il filo dello spigolo che si risale in buona esposizione fino alla sosta; 25m, 4a, 4 fittoni. Sosta su due fittoni e catena con anello.
Discesa: si sale qualche metro e si prende il sentiero che scende sulla sinistra nel canale della Madonna riportando al punto di partenza.

Ora che mi sono tolto finalmente lo sfizio di fare questa via posso dire che la sua fama è ben giustificata: molto bella e mai difficile, regala una piacevole arrampicata con un secondo tiro molto bello. Per gli amanti di storia dell'alpinismo, inoltre, allego la relazione originale apparsa sulla Rivista Mensile del CAI di settembre 1931, pp. 561-562 (in effetti un collage dei soli testo e immagine rilevanti). Notare l'ultima riga: un'ora e mezza dalla base alla vetta!

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

giovedì 29 agosto 2013

L'anno scorso a Marienbad

di Alain Robbe-Grillet
Einaudi, Torino, 1961

film di Alain Resnais, 1961

Sembrava, a prima vista, impossibile perdervisi... a prima vista... lungo i viali rettilinei, tra le statue dai gesti statici e le lastre di granito, dove già ora stavate perdendovi, per sempre, nella notte tranquilla, sola con me.
Dopo Senso di Boito mi ritrovo a parlare di un libro da cui è stato tratto un film, ma con una prima notevole differenza: qui scrittore e regista si incontrano (nel 1959) e decidono di lavorare ad un progetto comune, che viene svolto da Robbe-Grillet in termini di "sceneggiatura" (in realtà uno scritto a metà tra il romanzo e la sceneggiatura) per essere poi girato da Resnais. È lo stesso Robbe-Grillet che spiega la genesi del progetto in un'introduzione sommamente interessante che fornisce tutte le chiavi per "decifrare" il lavoro: la vicenda è - per citare l'autore - la storia di una persuasione, di un uomo che incontra una donna in un lussuoso e un po' lugubre albergo di lusso e la convince che si sono già visti un anno prima, che sono stati amanti e che lui torna all'appuntamento fissato da lei per portarla via. Dopo un po' di resistenza la donna cederà, abbandonando il mondo che le è familiare per l'ignoto. Ma la trama è poco più di un pretesto per esplicitare i dettami del nouveau roman, ch'essa segue fedelmente. La storia si sviluppa senza un procedimento lineare ma seguendo piuttosto uno schema mentale senza distinzione tra avvenimenti e ricordi degli stessi da parte dei diversi personaggi; un procedimento che non ammette interpretazioni oggettive, che non colloca la vicenda e i personaggi nel tempo e nello spazio ma li fa vivere solo nel preciso momento in cui sono presenti sullo schermo. Così i personaggi non hanno nome, non hanno una storia che vada oltre quanto viene mostrato hic et nunc sullo schermo, non c'è un baricentro della vicenda: lo spettatore è costretto a constatare i fatti mostrati e a creare i collegamenti necessari nella propria mente, senza che il regista gli suggerisca alcunché. L'ambientazione sontuosa e barocca, le infinite ripetizioni, i continui riferimenti agli oggetti (i corridoi, le porte, il giardino, le statue,...) contribuiscono a togliere ogni senso "filosofico" o "culturale" agli stessi; portano di nuovo ad una semplice constatazione della loro presenza, rimandano all'impossibilità di attribuire un significato alle cose. Il film, l'opera d'arte, non produce "senso", non ha un "messaggio" da portare (il che non vuol dire che l'artista non si occupi del mondo): è ancora allo spettatore che è richiesto di farsi parte attiva e collegare le immagini nel modo che sia più congeniale alla propria sensibilità.

Detti così, libro e film sembrano sinonimi di un annoiato quanto certo appisolamento dopo cinque minuti. Certo, il film non è quello che si dice "facile" e se lo standard delle vostre frequentazioni della lanterna magica sono certi capolavori dove scorrazzano risibili agenti segreti o altri più o meno soprannaturali difensori del "bene" (soprattutto quello delle società di produzione dei film) vi sconsiglio la continuazione e sarei francamente stupito di sapervi giunti fin qui; se invece siete non dico appassionati, ma anche solo incuriositi dal Cinema, quello "vero", quello "bello", quello un po' insolito che non si dimentica all'uscita della sala e non conoscete questo unicum, provvedete (meglio vedere il film che leggere il libro - a parte l'introduzione - e poi lo stesso R.-G. vedeva il secondo come preliminare al primo)! Lasciatevi trascinare dalle immagini senza cercarvi una "logica cartesiana" e ne sarete ripagati.

Ecco l'inizio del film:


È infine d'obbligo una menzione al gioco dei fiammiferi o delle carte in cui M (uno dei tre personaggi) vince sempre. Il gioco del Nim e la strategia da adottare sono spiegati ad esempio qui; l'ingegnere Alain Robbe-Grillet inserisce un gioco razionale in questa vicenda, ma nessuno di coloro che vi si cimentano ne capisce la logica!

lunedì 26 agosto 2013

Due ristoranti a Glasgow

Pensate che in UK e a maggior ragione in Scozia si mangi solo fish and chips o roba del genere? Allora devo deludervi, non è così: anche lontano da Londra si trovano posti dove la cucina locale si esprime con buoni risultati, puntando su materie prime di ottima qualità e ricette tradizionali (e non solo) rivisitate con ottica moderna. Nel West End di Glasgow, nella zona vicino all'Università, ce ne sono (almeno) un paio che meritano una visita, soprattutto se non appartenete a quella noiosa schiera di italiani che non concepiscono altro cibo che quello della cucina nazionale o - peggio - casalinga.
Il primo a cui abbiamo fatto visita è Stravaigin (28 Gibson Street, Glasgow), il più "informale" dei due. Piccolo locale con bar al piano superiore, maggioranza di tavolini da due persone, ambiente raccolto dall'aria familiare. Su suggerimento di Salvatore inizio con un antipasto tipico della zona (dove in realtà può fare anche da main course), ovvero haggis, neeps and tatties, anche se la descrizione mi lascia un po' perplesso: l'haggis è un insaccato di interiora di pecora, macinate insieme a diverse spezie e poi bollito; tradizionalmente è servito con un passato di rapa bianca (neeps) e uno di patate (tatties). La scelta è invece azzeccata, il piatto decisamente buono anche per me che non amo questo tipo di ingredienti: sapore insolito, per niente forte, non ricorda per nulla le interiora ed è immancabile se si visita questo paese: assolutamente raccomandabile!
Per il main course opto per una deviazione nel "continente", per la precisione il sud-ovest della Francia - un'altra zona fantastica - e mi faccio portare un confit di coscia d'anatra con contorno di patate, carciofi, piselli e un insolito purée di ciliegie (sì, avete letto bene!). Anche stavolta il piatto regala soddisfazione, ma bisogna dire che tutta la selezione, comprendente sia piatti di terra che di mare, ha un aspetto incoraggiante. Per finire una mousse di cioccolato con crema al cioccolato e arancia; buona, ma non indimenticabile. Decisamente da dimenticare, invece, i vini proposti: ci facciamo tentare da un assaggio di tre vini rossi di varie nazionalità, uno peggio dell'altro.

Un paio di giorni dopo, tappa da Ubiquitous chip (12 Ashton Lane, Glasgow), una versione più "elegante" e formale del precedente. Si attraversa il bar e si approda sotto una vetrata dove si trovano tavoli ben apparecchiati e un servizio fin troppo curato (mi infastidiscono i locali in cui i camerieri servono anche il vino e ancor di più quelli dove ti viene portata una fetta di pane alla volta invece di mollare sul tavolo un normalissimo cestino). Lo stile di cucina è simile al precedente, con un accento più marcato verso la cucina locale. E quale può essere l'antipasto per eccellenza? Ovviamente ancora haggis, stavolta di cervo: carne differente, ma identica soddisfazione del precedente. Si continua in tema di carne, ricordando che la Scozia è la patria degli Angus beef, ed il controfiletto al pepe non fa pentire della scelta. In alternativa, invitanti piatti di terra e mare (cervo, faraona, sogliola, rana pescatrice,...). Siamo quindi giunti al dessert, dove spicca un semifreddo ai fiori di sambuco e cioccolato bianco. La selezione dei vini va assai meglio che nel caso precedente; nonostante i prezzi siano piuttosto alti è possibile trovare bottiglie interessanti senza svenarsi.

Naturalmente dopo cena era d'obbligo la tappa per l'assaggio di whisky, ma di questo ho già blaterato nel post precedente.

lunedì 19 agosto 2013

Single malt Scotch whiskies



Le regioni dello Scotch whisky
Non sono un appassionato di spiriti, a cui ho da sempre preferito uno (o più) bicchieri di vino, ma bisogna convenire che non si può giungere in Scozia senza cedere alla tentazione di provarne qualcuno. Trovandomi nel West End di Glasgow, diamo quindi inizio ad un'improvvisata e un po' surreale degustazione (mi fa da mentore alla scoperta dei malti scozzesi Salvatore, siciliano trapiantato sul vallo di Antonino) che prende piede nel corso di diverse serate dilapidate a Òran Mór, una chiesa neogotica poi tornata a nuova (e secondo qualche irriducibile materialista, miglior) vita come bar e ristorante. Forse non il miglior whisky bar della città, ma certamente raccomandabile per l'ambiente e - perché no - per qualche simpatico incontro.
Ma veniamo a noi: se dovessi racchiudere tutto in una frase direi che sono rimasto colpito dalla varietà di aromi e soprattutto di sapori che si sprigionano da queste bottiglie e che le mie preferenze al momento vanno per i torbati delle isole. Per riordinare le mie impressioni uso qui una suddivisione delle regioni di produzione dello Scotch whisky che non è ufficiale (ovvero definita dalla Scotch whisky association), ma ha il pregio di essere almeno geograficamente più semplice: Islands, Highlands, Speyside, Lowlands (vedi mappa). Ad ogni regione abbiamo dedicato una serata; sarebbe stato interessante aumentare il numero di campioni, ma la quantità di alcool in corpo (la cena precedente la degustazione non era mai per astemi...) ha suggerito il contrario. Queste le impressioni (purtroppo registrate a distanza di un po' di tempo):
Islands (incl. Islay): i più interessanti, a mio parere. Note salmastre, sapori spesso decisi e torbati, ma anche delle sorprese.
Ardbeg 10Y: una "potenza" di torbato e salmastro, un sapore che non si dimentica.
Lagavulin 16Y: anche qui la torba si sente, ma i sapori sono forse più bilanciati che non nel precedente; un ottimo whisky.
Bunnahabhain 12Y: siamo nelle isole? Sapore quasi dolce, vellutato, note affumicate molto più lievi dei precedenti; molto interessante.
Talisker: certamente più simile al precedente che non ai primi due; salmastro e un po' speziato.
Highlands: la regione più estesa, di cui sarebbe stato auspicabile provare qualcosa di più.
Old Pulteney 12Y: note salmastre che lo apparentano ai precedenti; mi ha piacevolmente colpito.
Glenmorangie nectar 12Y: delicato, aromatico.
Speyside: passa per essere il "triangolo d'oro" degli whisky, regione particolarmente vocata delle Highlands dove si concentra il maggior numero di distillerie.
Tomintoul 12Y: molto pulito e rotondo; da riprovare.
Macallan 18Y: l'unico dei brand che conoscevo di nome che abbiamo assaggiato. Leggere note affumicate.
Benromach 10Y: note affumicate su sapori delicati; buono.
Lowlands: la regione a sud dellla Scozia, con solo quattro distillerie attualmente aperte.
Auchentoshan: il "whisky di Glasgow", vista la vicinanza alla città. Note delicate e floreali, come si dice siano questi whisky; una sorpresa positiva.

Due note finali: distinguere i sapori del whisky non è facile (almeno, per me)! Sarà la mancanza di "allenamento", sarà il contenuto alcolico, sarà la diversità dai profumi del vino a cui sono più abituato (per quanto i risultati siano decisamente opinabili), ma catalogare questi sapori è ben più difficile del previsto. Inoltre, ho imparato che i sapori cambiano se si aggiunge un po' di acqua e che questo non è un'eresia; anzi! Assaggiate quindi il distillato in entrambe le condizioni e decidete cosa preferite (un personaggio singolare che abbiamo conosciuto una sera e che ci ha pure offerto il Bunnahabhain metteva quasi più acqua che whisky, ma direi di limitarsi a piccole quantità). Un ringraziamento finale a Salvatore per il corso accelerato, ma anche per l'ottima ospitalità a Glasgow. Certamente la Scozia merita una visita più attenta della mia... e non solo per i distillati!

venerdì 9 agosto 2013

Gelida pipata

1° tiro

Giancarlo e Sofia alla 2a sosta

Sul 3° tiro

Tracciato della via.
Zucco Barbisino (Gruppo dei Campelli)
Bastionata sud


Si dice che l'appetito venga mangiando; figuriamoci poi se il povero commensale non addenta cibo da mesi ed è quindi autorizzato ad accedere al banchetto già provvisto di fame atavica! Così mi sentivo dopo la sortita di domenica, anche perché la mia partenza per la breve vacanza in UK andrà ad interrompere questa effimera ripresa di attività. Ieri nuova puntata nella zona Campelli ma, visto il clima sensibilmente più fresco rispetto a domenica, la meta diviene la parete sud dello Zucco Barbisino, dove ci aspetta un'altra via tranquilla - fino a settembre non se ne parla di cose più "serie"!
Accesso: dalla funivia da Barzio o da Ceresole di Valtorta fino al rif. Lecco, da dove si risale la pista da sci del vallone dei camosci. Si prosegue un poco oltre il termine della pista, ancora su sterrata, fino ad identificare sulla sinistra la parete nerastra tagliata da un tetto e con una fessura-camino al suo termine sinistro (al lato destro sale una rampa erbosa che mena ad un pilastro). Si sale per erba alla base del camino dove si trova la scritta col nome della via. Sosta su spit e fittone.
Relazione: via che in pratica si riduce al (bel) primo tiro, con chiodatura da falesia o meglio ancora, mentre gli altri sono decisamente più facili e con chiodatura un poco più lunga, utili per i primi passi in ambiente. Via attrezzata, inutili le protezioni veloci.
1° tiro: salire il pilastrino a sinistra del camino, leggermente strapiombante all'inizio, poi più facile fino agli ultimi due metri un po' più impegnativi (spostarsi prima a destra verso il camino e uscire poi sulla sinistra). In alternativa si può salire la parte finale del camino, sprotetta; 20m, 5a, 9 fittoni, 4 chiodi. Sosta su due fittoni con catena ed anello di calata; subito a sinistra c'è la vecchia sosta a chiodi.
2° tiro: spostarsi qualche metro a sinistra della sosta e salire un gradino per poi spostarsi verso destra (si può salire direttamente alla sinistra della sosta saltando il primo fittone) e salire sempre verso destra su facili placche fino ad un canale-camino che si attraversa per giungere alla sosta; 20m, 3a, 5 fittoni, un cordone inaffidabile in clessidra. Sosta su due fittoni con catena ed anello di calata; uno spit nelle vicinanze.
3° tiro: risalire il canale che si restringe in un camino, superando un tratto più verticale, fin dove questo si chiude. Attaccare la parete di destra e risalirla fino alla sosta; 25m, 3b, 5 fittoni, un cordone in clessidra. Sosta su due fittoni con catena ed anello di calata.
4° tiro: salire sulle roccette a destra della sosta evitando l'erba per quanto possibile (poco), raggiungere il sentiero e risalire gli ultimi metri di erba fino ad un fittone; 20m, II, 1 spit. Sosta su un fittone.
Discesa: Se si vuole scendere in corda doppia conviene evitare l'ultimo tiro e calarsi dalla terza sosta. In alternativa seguire il sentiero verso destra (viso a monte), superare le torri del Barbisino (qui si può scendere nel largo canale) e ritrovare il sentiero che sale dal vallone dei camosci.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

domenica 4 agosto 2013

Casari-Zecca

Callisto sul 1° tiro.

Sul 2° tiro

Alla 2a sosta

Callisto alla 3a sosta

Tracciato delle vie Bergamaschi (verde), Casari-Zecca
(giallo) e Gasparotto (rosso)
Quarta torre dello Zucco Pesciola (Gruppo dei Campelli)
Parete N


A tutti è capitato di riprendere una qualunque agognata attività dopo un lungo periodo di forzato allontanamento. Allora ogni azione viene cristallizzata come nella ripetizione di un antico rituale, ogni momento viene distillato nella sua unicità ed essenzialità; ci si ritrova ad esser riammessi in un mondo amato da cui si era stati espulsi. Quello che si fa non è così importante, ha la valenza simbolica di una nuova iniziazione.
Quanto sopra è il riassunto più fedele della mia giornata di ieri, esattamente tre mesi dopo che una presa vigliacca al Torrione Pertusio si staccava sotto il mio pur non ragguardevole peso, regalandomi un voletto e un trauma alla caviglia destra che mi ha compromesso l'estate.
Per la mia personalissima "rieducazione" all'arrampicata, quindi, una via facile e con breve avvicinamento, anche perché la caviglia non è sanata del tutto. La scelta cade sulla Casari-Zecca allo Zucco Pesciola: avvicinamento... in funivia, difficoltà "da riscaldamento", via breve. Ma non fraintendete: i due tiri nel diedro sono davvero belli e la via merita certamente una ripetizione! Per l'accesso alla via vera e propria si può scegliere una delle vie dello zoccolo; per noi la Via dei bergamaschi.
Accesso (Via dei bergamaschi): per gl'impenitenti come noi l'accesso è dal piazzale della funivia di Barzio! Dalla stazione superiore si raggiunge il rif. Lecco (a cui si giunge anche da Ceresole di Valtorta) prendendo poi un sentiero che risale il vallone dei Camosci al cospetto dello Zucco Barbisino, appena a destra della pista da sci. All'altezza del termine della pista si prende una delle tracce che scendono nel vallone per poi risalire gli sfasciumi del canale della Madonna. Giunti all'altezza della base della parete si prende una traccia a destra, si superano gli attacchi della Diretta delle Guide e della Comune (scritte) e si sale brevemente fino all'imbocco di uno stretto canale dov'è l'attacco (fittone e scritta col nome).
Relazione: percorso sempre logico e segnato dai fittoni resinati e da qualche freccia; le protezioni sono buone, ma può essere utile qualche friend se non avete familiarità con l'ambiente.
1° tiro via Bergamaschi: salire il canale e infilarsi in un camino a sinistra che si risale seguendo poi una placca fino alla sosta; 35m, 4c, 6 fittoni, 2 chiodi. Sosta su due fittoni e catena con anello; chiodo con anello a sinistra per i nostalgici.
2° tiro via Bergamaschi: salire fino a sbucare sulla larga cengia più o meno all'altezza del Diedro Bramani. Avvicinarsi alla parete spostandosi sulla destra (attenzione ai sassi) superando l'attacco della Gasparotto fino alla sosta di partenza della Casari-Zecca sotto il caratteristico diedro (scritta); 40m, II, 1 chiodo con anello poco prima della sosta. Sosta su due fittoni.
1° tiro Casari-Zecca: salire il bellissimo diedro a destra fino alla sosta; 20m, 4c, 4 fittoni. Sosta su due fittoni.
2° tiro Casari-Zecca: proseguire nel diedro superando un breve strapiombo fino ad uscire sulla cengia; 35m, 4c, 6 fittoni, 2 chiodi. Sosta su due fittoni e catena con anello.
3° tiro Casari-Zecca: a destra della sosta fino ad una specie di camino, proseguendo poi per gradoni fino alla sosta; 25m, passo iniziale di 4a, 5 fittoni. Sosta su due fittoni e catena con anello.
4° tiro Casari-Zecca: risalire le facili placche ed il pilastrino finale; 25m, 3c, 5 fittoni. Sosta su due fittoni e catena con anello.
Discesa: si sale qualche metro e si prende il sentiero che scende sulla sinistra nel canale della Madonna riportando al punto di partenza.

La via, ancorché facile, ha evidenziato gli effetti di tre mesi di inattività: niente tonicità nelle braccia, piede destro ancora insicuro, timore folle che si potesse ripetere lo stesso incidente che mi portava a dare delle gran botte alle prese prima di afferrarle. Per quanto zerbino fosse il mio livello precedente, mi sono reso conto che avrò bisogno di parecchio tempo per recuperare. Spero solo di essere a credito con la sorte, ora!

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.