giovedì 25 settembre 2014

Camilla

Lo stambecco a guardia del 1° tiro
Luca sul 3° tiro
Nel diedro del 3° tiro
Luca sul 5° tiro
Sul 6° tiro
Sul 7° tiro sotto il diluvio
Foto di vetta
Tracciato della via (rosso). In azzurro la via Orobica.
Pizzo del Becco
Parete S


"Ma secondo te va a piovere o no?"
"Mah... smette e ricomincia ogni minuto..."
"Già. Quindi attacchiamo? O torniamo indietro?"
"Non so... tu cosa dici?"
"...boh; non saprei"
Amletici discorsi di questo tenore ci hanno tenuti fermi per quasi un'oretta alla base della parete, nell'attesa che il tempo migliorasse ("Non siamo più quelli di una volta", faccio notare al mio socio di cordata). Alla fine si decide di attaccare, e ovviamente poco dopo metà via siamo investiti da un violento acquazzone che complica non poco la situazione. Un paio di tiri assai precari, poi si aprono radi squarci di azzurro che ci accompagnano in vetta. Ma la tarda partenza, il lungo avvicinamento, il tempo perso alla base e lungo i tiri bagnati si fanno sentire, regalandoci un ritorno con il Pizzo illuminato dalla luce del tramonto. Un bel coronamento di questa giornata nelle Orobie.
Accesso: noi siamo saliti da Roncobello, con il vantaggio di minimizzare il dislivello rispetto alla salita da Carona, ma pagandolo con una lunga scarpinata dal Passo di Mezzeno al lago Colombo; non son sicuro che sia stata la scelta più veloce, ma la "passeggiata" è gratificante.
Da Roncobello si prosegue per la frazione Capovalle e per le baite di Mezzeno (strada a pedaggio: 2€), parcheggiando al termine della strada. Si sale per il bel sentiero (segnavia 215 e 217 per rif. laghi gemelli) fino al passo di Mezzeno, si scende verso il rifugio, si attraversa la diga e si prende a sinistra raggiungendo il lago Colombo. Ancora un attraversamento della relativa diga oltre cui si segue il sentiero a sinistra (indicazioni pizzo del becco). Giunti ad una pietraia con grossi massi sotto la parete S del Pizzo ci si porta verso sinistra, oltre il caratteristico torrione quadrato che marca il percorso della ferrata, puntando a due evidenti pilastri. La via attacca alla base di quello di sinistra (ometto appoggiato alla base, chiodo con cordone visibile); poco più di 2h dall'auto. Nel nostro caso c'era anche uno stambecco ad indicare l'attacco, ma non sono sicuro che possa essere un riferimento molto utile...
Relazione: sarà che non mi aspettavo nulla di buono, ma ho trovato interessante la via, che risale la parete S del Pizzo del Becco lungo paretine, diedri e un bel camino finale. Roccia buona anche se disturbata da un po' di erba nei primi 4 tiri. Le difficoltà non sono elevate, ma le protezioni non sono generose: portare friend fino al 2-3BD.
1° tiro: salire il muretto gradinato fino ad un ripiano; 35m, III+, un chiodo con cordino. Sosta su cordone su masso incastrato.
2° tiro: salire un vago caminetto a sinistra della sosta, portarsi a destra e risalire il diedro erboso o la bella placca alla sua destra; 30m, IV+, un chiodo. Sosta su due chiodi con cordone.
3° tiro: salire per rocce rotte sopra la sosta e spostarsi verso sinistra a prendere un impegnativo diedro obliquo verso destra, al cui termine si sosta; 20m, VI. Sosta su un chiodo.
4° tiro: proseguire per rocce più o meno erbose fino a sbucare su un terrazzo. Raggiungere la parete di fronte dove si sosta; 45m, III+. Sosta su cordone su massi incastrati alla base di due evidenti diedri.
5° tiro: salire il bel diedro di sinistra e proseguire su muretto un poco a destra; 45m; V-, V (passo evitabile passando a destra in corrispondenza del 2° chiodo); tre chiodi. Sosta su due chiodi. Tiro molto bello.
6° tiro: salire lungo lo spigolo fino all'altezza di una zona giallastra, attraversare a destra (chiodo visibile) superando un masso fino all'altezza di un tratto erboso discendente. Da qui si può salire direttamente per rocce rotte oppure attraversare ancora un paio di metri a destra (passo delicato) e risalire per facili rocce fino all'intaglio;  30m, IV+, V, III+; un chiodo con cordino. Sosta su fettuccia su spuntone.
7° tiro: si raggiunge la parete di fronte, la si attraversa a sinistra fino ad un canale che porta alla sosta; 45m, tre chiodi (due con cordino). Sosta su due chiodi con cordino. Il tiro è valutato V nella relazione originale; noi l'abbiamo percorso sotto un diluvio torrenziale ed è difficile confermare o meno la valutazione.
8° tiro: la via sale sul vago diedro a sinistra del canale; noi - sotto il diluvio - siamo saliti un po' più a destra, tra rocce ed erba, fino all'altezza di un chiodo sulla sinistra. Lì si attraversa, si esce a sinistra e si risale ancora per rocce erbose, si supera un breve diedro e si sosta sotto delle rocce giallastre; 45m, IV (da relaz. originale), un chiodo. Sosta da allestire su spuntone.
9° tiro: si sale il diedro sopra la sosta giungendo nei pressi della cima di un campanile, si traversa a destra e si scende fino all'intaglio dove si sosta; 30m, V+ (da relaz. originale; per noi A0 su roccia fradicia). Sosta su cordone su spuntone.
10° tiro: si sale la paretina sopra la sosta, ci si sposta a destra a prendere un camino che si risale fino a sbucare nei pressi dell'anticima dove si sosta; 50m, IV+, un chiodo con cordino. Sosta da allestire su spuntone. Da qui si procede facilmente fino alla vetta. Questo tiro è probabilmente il tiro di uscita della via Orobica.
Discesa: si seguono le tracce della via normale scendendo fino ad un colletto dove si vede un cavo metallico che scende sulla destra. Lo si segue percorrendo in discesa la ferrata del Pizzo del Becco che riporta sugli sfasciumi non lontano dall'attacco della via. In alternativa si può seguire la traccia sulla sinistra (via normale di salita).

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 19 settembre 2014

Mosaico

Alla 1a sosta
Sul 2° tiro
Sul 3° tiro
Paolo sul 4° tiro
Paolo sul 6° tiro in stile trad
Massimiliano all'8a sosta
Massimiliano sul 9° tiro
Tracciato (con soste fino al 7° tiro)
Spazzacaldera - Albigna
Parete E


Va bene, lo ammetto: non ero mai stato in Albigna. Del resto le Retiche, pur essendo relativamente vicine, le ho sempre frequentate poco. Vengo redarguito immantinente dai soci di cordata per questa mancanza e ci avviamo così verso l'Elvezia per la mia "prima volta", che invero presenta sempre un fascino particolare: insoliti paesaggi, versanti inusitati anche di cime più o meno note, ininterrotte domande sull'identificazione di monti che cadono a vista d'occhio e così via. Fa ancora da mentore Paolo, ormai la mia "guida" su granito, che a fine giornata avrà da eccepire solo sulla via "troppo spittata" dopo aver fatto il tiro-chiave in stile trad. Se la cosa non vi ripugna, fateci un giro: il posto e la via lo meritano certamente. Attenzione all'orario di chiusura della funivia (le 17) se non  volete tornare a piedi!
Accesso: si raggiunge Chiavenna (SO) e si segue per S. Moritz ed il passo del Maloja. Si supera il confine, si passa Stampa dove si potrebbe fare una digressione artistica al Centro Giacometti e si raggiunge Vicosoprano. All'altezza di un tornante verso sinistra appare evidente la funivia dell'Albigna; si parcheggia poco prima sulla destra. Con "soli" 15€ (per informazione, dal 2014 è sparito lo sconto per istruttori CAI) si conquista il biglietto A/R e si sale sul trabiccolo. Alla stazione superiore si segue la strada verso destra fino alla parete; qui la si lascia per scendere su un sentierino sulla destra; poco sotto si notano alcuni fix e la scritta "via Felici".
Relazione: via molto bella nata dalla fusione tra vie diverse che sale tra placche, diedri e fessure nella prima parte e raggiunge la cima dello Spazzacaldera con un percorso in cresta. La prima parte è ben protetta a spit, anche se sono consigliati friend fino al 3BD per integrare le fessure; la seconda parte, più facile, è meno chiodata. Da non perdere la salita alla Fiamma al termine della via!
1° tiro: salire la placca obliqua verso sinistra, seguire una fessura e una vena di roccia. Una breve lama porta alla sosta. 40m, 4c; 5 spit. Sosta su 2 fittoni, cordino e spit.
2° tiro: salire lungo la larga fessura, poi per bellissime placche che diventano più ripide zigzagando a destra e sinistra. Un passo a superare un muretto segna la difficoltà del tiro appena prima della sosta. 45m, 5c (un passo; il resto più facile); 9 spit. Sosta su 2 fittoni, cordino e spit. C'è uno spit - diverso dagli altri - un poco a sinistra. Attenzione all'attrito della corda se lo rinviate!
3° tiro: risalire la bella lama a destra della sosta uscendo a destra al suo termine (passo delicato). Si prosegue poi per brevi muretti fino alla sosta. 40m, 5c; 6 spit. Sosta su 2 fittoni, cordino e spit. Se libera (la via ha una certa frequentazione) conviene spostarsi subito una decina di metri a destra, ad una sosta su spit e cordone su masso.
4° tiro: sopra la sosta a prendere un diedro obliquo fessurato che si segue fino alla sosta. 40m, 5c; 2 spit.
5° tiro: superare un saltino sopra la sosta e proseguire per gradoni erbosi fino alla sosta. 15m, passo di 3c; 1 spit. Possibile concatenare col precedente.
6° tiro: superare un muretto lievemente strapiombante ma ben appigliato, spostarsi a sinistra, altro muretto e impegnativa fessura obliqua verso sinistra che si segue fino alla fine. Poi dritti per rocce più facili fino alla sosta sulla destra. 45m, 6a; 5 spit, 1 chiodo.
7° tiro: proseguire sopra la sosta fino alla cime del pilastro. 45m, 4b; 2 spit, 1 chiodo, 1 cordone in clessidra.
8° tiro: spostarsi a destra e discendere fino all'intaglio. Da qui diverse alternative. Noi abbiamo continuato sulla cengia verso destra (faccia a monte) fin quasi alla fine della stessa, appena prima di una fessura ad "L". 50m, II. Sosta da allestire su spuntone. Visibile uno spit in alto.
9° tiro: salire la spaccatura sopra la sosta, portarsi verso destra nella parte alta fino ad uscire su un terrazzino dove si sosta. 30m, V; 1 spit, 1 sosta intermedia con 2 chiodi. Sosta su 2 chiodi.
10° tiro: salire a destra le facili rocce e piegare poi verso sinistra in corrispondenza di una fessura. Guadagnare il filo della cresta e seguirlo per qualche metro fino alla sosta. 40m, IV; 2 spit, 1 chiodo. Sosta su due chiodi. Possibile anche sostare poco sotto, dove si è raggiunta la cresta, su uno spit. In questo caso, attenzione alla lunghezza del prossimo tiro.
11° tiro: proseguire sempre in prossimità del filo di cresta fino ad un terrazzo dove si sosta. 55m, III+; 2 spit. Sosta da allestire su spuntone.
12° tiro: proseguire in orizzontale e risalire poi le facili rocce appoggiate fino alla sommità. 60m (anche qualcosina di più), III+. Sosta su 2 spit.
Discesa: dalla sosta ci si cala per una decina di metri e si prosegue per tracce verso sinistra scendendo lievemente e risalendo un caminetto fino ad una forcella oltre la quale si può scendere a sinistra. Se si vuole completare la giornata con la salita alla Fiamma (vivamente consigliata) si sale invece verso destra (tracce) fino alla base della Fiamma. Il tiro è di una ventina di metri, 5c. A sinistra della sosta c'è un altro tiro, Fuoco e fiamma, dall'apparenza più arcigna.
Discesa dalla Fiamma: invece di tornare indietro, portarsi a destra (spalle alla Fiamma) e risalire subito dei gradoni (ottimo punto per fotografare chi arrampica sulla Fiamma). Seguire poi delle vaghe tracce verso sinistra che portano ad un colletto oltre il quale si prende il sentiero di discesa che riporta alla strada e in prossimità del punto di attacco.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 16 settembre 2014

Annuario CAAI 1927-1931

di AA.VV.
CAAI, Torino, 1932

Nella repulsione ribelle delle superfici ghiacciate, nell'agguato molteplice dei nevai sfuggenti, nell'incognita mutabilità dell'atmosfera delle altezze, nell'angoscia cupa data dalle rocce viscide o friabili, nello spasimo dello sforzo richiesto dagli strapiombi, nell'orrore delle verticali interminabili e demoniache, infinitamente vario e multiforme, violento o ingannevole, nudo o mascherato, il pericolo regna dovunque nella montagna.
Rovistare nelle librerie antiquarie, o solo nelle rivendite di libri usati, è qualcosa dietro al quale si spende sempre volentieri un sacco di tempo (e talvolta anche un po' di soldini, ma non è rilevante). Se poi si trova, in una libreria di Boston, in ottime condizioni e prezzo, un annuario degli anni '30, quelli della nascita "ufficiale" del VI grado, il tempo passato a setacciare polverosi scaffali acquista ancor maggiore significato. Come "chicca", il volume è stato rilegato dall'Appalachian mountain club, il cui stemma compare sul dorso e nel timbro a secco all'interno: chissà, forse era un omaggio tra club alpini e da qualche parte in Italia c'è il corrispettivo annuario del club americano, oppure qualche connazionale emigrò portandoselo dietro e ne fece poi dono alla sezione locale.
Presentato nel numero di luglio 1932 della Rivista Mensile, in quello di novembre si apprende (pag. 703) che il volume è stampato "in numero limitato di copie" (quella in mio possesso è la 280) e che se ne farà una seconda edizione in caso le prenotazioni siano sufficienti (costo = 25 lire). Nulla mi pare compaia in seguito; evidentemente il tanto auspicato proselitismo tra i soci non diede i suoi frutti. Ma veniamo ai contenuti: stampato su carta bellissima, con diverse fotografie e riproduzioni di schizzi d'itinerario, il volume si apre con un'introduzione di Manaresi (la stessa della RM di luglio '32) in pieno stile "lotta coll'alpe" dopo la quale si dipana la prima parte, con alcuni articoli di spedizioni extraeuropee:

- Giotto Dainelli, Viaggio ai grandi ghiacciai del Caracorùm orientale;
- Gianni Albertini, North-east land;
- Umberto Balestreri, Cheri Chor m 5450 (catena del Kailas-Baltistàn);
- Leopoldo Gasparotto, Prime ascensioni e ricognizioni sui monti del Balkar e della Digoria (Caucaso centrale).

Tra queste, la più interessante mi pare quella di Albertini (il Canalino al Magnaghi meridionale è dedicato a lui), che rischiò seriamente di morire di stenti insieme ai suoi tre compagni di avventure, mentre quella di Gasparotto l'avevo già letta con attenzione nella mia ricerca di informazioni su Rand Herron. A proposito di questo scritto, è interessante notare l'incipit un po' misterioso dello stesso Albertini, che narrerà il resoconto "prescindendo da quello che fu lo scopo principale della nostra fatica, scopo e ragione che tanto travagliarono il nostro spirito, togliendoci, man mano che le speranze svanivano, sempre più, inesorabilmente, quel sovrano benessere spirituale con cui la solitudine artica tanto appieno compensa lo stanco viaggiatore". Lo stesso leit-motiv si ritrova alla fine: "In fondo all'animo, con la fiera gioia di un dovere scrupolosamente compiuto, era anche l'amarezza di nulla aver trovato di ciò che avevamo cercato".
Qual fosse lo "scopo principale" della spedizione non ero riuscito a capirlo (sulla Rivista mensile non v'è traccia di scritti di Albertini che potessero illuminarmi) fino a poco tempo fa, quando a pag. 71 di "100 anni di CAI Milano" trovo la chiave: Albertini è alla ricerca degli uomini scomparsi con il dirigibile Italia della spedizione Nobile al Polo nord, del 1928. Il secondo tentativo di ricerca, perché il primo lo compì subito, quando ancora i superstiti vagavano nella "tenda rossa" (che rossa non era). Un resoconto della vicenda, in corrispondenza della pubblicazione dei diari, si trova qui.

Segue un famoso scritto di Domenico Rudatis, "La valutazione delle difficoltà", che è forse il più interessante dell'intero volume. Rudatis ripercorre la storia della valutazione in alpinismo, dai contributi di Leuchs (sua la prima scala su 5 gradi nella guida del Kaisergebirge), Dulfer, Planck (il primo a proporre di utilizzare numeri anziché aggettivi per la valutazione) e Welzenbach fino alla definizione della scala delle difficoltà. Il risultato è abbastanza noto, ma val la pena, forse, ricordare alcune considerazioni dell'epoca:

- parlare di "difficoltà" implica sempre pensare al suo superamento, ovvero coinvolge la capacità dell'arrampicatore. Il "difficile", "molto difficile", "sommamente difficile" e tutto il carrozzone degli aggettivi, sono ovviamente soggettivi, dipendono dalle capacità di chi supera la difficoltà. L'unico modo (allora) ragionevole per poter "tarare" una scala è stato definire il suo estremo superiore, l'"estremamente difficile" sulla base delle massime capacità del tempo. Molto simpatiche le polemiche contro l'utilizzo di "eccezionalmente" o "straordinariamente" difficile: l'eccezione non può infatti far parte di una scala!
- Rudatis riconosce che nelle Dolomiti, dove in quegli anni si era all'avanguardia nell'arrampicamento, la progressione delle difficoltà non è chiusa e definisce (correttamente) "non maturi" i suoi tempi per una precisazione dei limiti superiori del VI grado. Ma l'evoluzione delle capacità sposta i limiti della scala, non aggiunge gradi ulteriori. Bisogna riconoscere che l'approccio è così coerente, ancorché un po' scomodo.
- "Il crescente uso dei chiodi tende già ad arrestare la progressione delle reali difficoltà di arrampicamento" anche quando sono usati solo per assicurazione, "né idealmente i secondi salitori dovrebbero piantare un maggior numero di chiodi dei primi". Non si può dire che le idee non fossero chiare!
- la valutazione della difficoltà si può fare solo per difficoltà omogenee. Poiché camini, fessure o strapiombi non sono omogenei, ne segue che non si può valutare il "singolo passo" di un'ascensione, ma la valutazione dev'essere relativa alla salita nel suo complesso (dove ci sono sia fessure che camini che pareti). E pensare che oggi si valuta il paio di metri da uno spit all'altro...

Dopo codesto interessantissimo scritto, la prima parte si chiude con una tremenda poesiola o presunta tale di Raffaello Prati, "La poesia del C.A.A.I.", dove si leggono versi da far cadere Calliope dal Parnaso in lacrime, del tipo: "la montagna è nel tuo braccio/la piccozza morde il ghiaccio" oppure "noi lassù gettammo il cuore/con le stelle e con le aurore" e quel "Va', Caai!" che chiude ottave degne dell'Ariosto a mo' di latrato. Se i poeti non si mettono a discutere del VI grado ci sarà un motivo; non capirò mai perché gli alpinisti (di allora e di oggi) debbano colmare i loro complessi nei confronti della cultura "alta" coprendosi di ridicolo!

La seconda parte, dopo statuto, regolamento, composizione del consiglio ed elenco dei soci, è dedicata all'attività dei gruppi (Belluno, Bolzano, Milano, Roma, Torino, Trento, Trieste, Venezia). Impressionante la serie di prime ascensioni e bellissime le litografie dello stesso Rudatis e gli schizzi di Renato Chabod (il monogramma CR dovrebbe essere suo). In alcuni casi l'itinerario è disegnato su un foglio di carta velina giustapposto alla fotografia: la classe non è acqua!

Chiudono le necrologie: Giuseppe Bianchi, Luigi Brasca, Vittorio Collino, Tommaso Desilvestris, Cesare Fiorio, Alessandro Martinotti, Ottorino Mezzalama, Pino Prati, Edgardo Rebora.

"Leggano i giovani, con religione ad amore, questo annuario" ammonisce Manaresi nell'introduzione. Più prosaicamente, lasciando perdere l'indirizzo ai "giovani", categoria strapazzata di qua e di là già ai tempi del ducetto, un libro da leggere con interesse!

giovedì 11 settembre 2014

Crostata con marmellata di prugne e ricotta

Fig.1
Fig.2
Fig.3
Dopo non so quanto tempo mi avventuro nella preparazione di una torta senza cioccolato. La molla che mi ha stimolato è stata un barattolo di marmellata artigianale di prugne che Paolo ha generosamente lasciato da me in occasione di un assaggio di mousse (stavolta sì, al cioccolato) su cui prima o poi butto giù due righe. Io non sono un gran divoratore di marmellate e ho pensato a farne una torta; senonché, dopo aver assaggiato la confettura (uso i due termini come sinonimi; i cultori del rigore culinario mi perdoneranno...), mi sono ricreduto: troppo buona per essere "sprecata" in un dolce! Ormai però ero entrato nell'ottica di dedicare un'oretta a questo gustoso passatempo, ho comprato una confezione di marmellata (di buona qualità, ma infinitamente inferiore all'altra) e via.
L'abbinamento prugne-ricotta può sembrare a prima vista insolito, ma in realtà è un connubio ben assortito, con i sapori dolci di marmellata e ricotta che si sposano benissimo. Non esageratamente dolce, ma assai intrigante.

Ingredienti
  • pasta frolla: 700 g
  • confettura di prugne: 450 g
  • ricotta: 300-350 g
  • tuorli d'uovo: 2
  • burro per lo stampo

Preparazione
  • imburrate lo stampo (il mio è di 24-25 cm di diametro);
  • prendete poco più di metà della frolla e ricoprite il fondo e le pareti dello stampo, fin dove possibile. Livellate più o meno il contorno, senza diventare matti/e;
  • spalmate la marmellata sul fondo (Fig.1);
  • mescolate in una ciotola la ricotta con un tuorlo d'uovo;
  • spalmate la ricotta sopra la marmellata cercando di giungere ad uno spessore più o meno uniforme;
  • coprite il tutto con la pasta frolla rimasta. Se siete bravi/e, fate un bel disco, ponetelo sopra e "lavorate" il contatto ai bordi; se siete negati come il sottoscritto stendete la pasta il più possibile (usate un po' di farina sul piano), fatene pezzetti e ricoprite a mo' di puzzle la superficie di ricotta;
  • coprite la superficie della torta con il secondo tuorlo (Fig.2);
  • infornate per circa 40' a 190°C. Il risultato è in Fig.3.

Va a finire che mi toccherà comprare un mattarello per stendere la frolla!

martedì 9 settembre 2014

Via del naso

Paolo sul 1° tiro
Sul 4° tiro
Paolo sul 5° tiro
Sul 5° tiro
Paolo sul 6° tiro
Tracciato della via
Bec di Mea - Val Grande di Lanzo
Parete SO


Altra struttura ormai diventata "classica" per gli epigoni - veri o presunti - del visionario torinese, il Bec di Mea presenta diverse vie interessanti riattrezzate in tempi abbastanza recenti. Noi abbiamo salito la via del naso, quella più abbordabile, su roccia ottima e difficoltà obbligatorie contenute, chiudendo con grande soddisfazione il nostro week-end in questa valle.
Accesso: risalendo la valle, poco prima della chiesa della frazione Bonzo di Groscavallo, si prende una strada che sale sulla destra, si curva subito a sinistra e si segue la strada fino al suo termine, dove si parcheggia. Si segue ora il sentiero con indicazioni per il Bec di Mea (322, poi 322A, varie indicazioni lungo il percorso) fino ad un bivio con l'indicazione Parete sud, che si segue fedelmente. Il sentiero si inerpica fino alla base della parete e la costeggia verso sinistra, passando sotto un evidente tetto dove c'è l'attacco della via (spit visibili). Circa 45'.
Relazione: bella via che risale la parete del Bec di Mea per placche e fessure, con qualche variante di uscita. Arrampicata mai banale e ottimamente protetta a spit (ebbene sì, anche qui ci sono vie a spit) nei passaggi più duri (5° e 8° tiro) o meno facilmente proteggibili (placche), mentre i tratti in fessura sono interamente da proteggere: vivamente consigliato l'utilizzo di friend fino al 3BD. Nonostante sia poco ortodosso, nel seguito utilizzo insieme la scala francese per i tiri protetti a spit e la UIAA per quelli più "alpinistici", dove è necessario (a mio giudizio, ovviamente) integrare le protezioni.
1° tiro: salire un grosso masso, superare un saltino e spostarsi verso destra a salire per un diedro e per rocce rotte fino alla terrazza di sosta. 20m; IV, V; 1 spit. In alternativa si può salire dritti per placca seguendo la linea data da altri 2 spit. Sosta su 2 spit con anelli.
2° tiro: a destra della sosta a prendere il diedro solcato da due fessure parallele. Si supera un primo tratto verticale e si sale lungo la fessura di destra prima e di sinistra poi fino a giungere al cospetto del tetto che chiude il diedro. Si esce sulla destra e per breve placca si giunge alla sosta. 30m; V, IV+, VI-; 3 spit, 1 chiodo. Sosta su 2 spit con anelli.
3° tiro: salire per placca verso sinistra, fin sotto il bordo destro del tetto. Rimontare un grande masso piatto e superare il salto che porta alla sosta, mediante la fessura o per placca più a destra. 10m; V, VI-; 2 spit. Sosta su 2 spit con anelli.
4° tiro: bellissimo traverso a sinistra, appena sopra il bordo del tetto, che conduce alla base di un diedro a destra dello spigolo. 15m; 5a; 3 spit. Sosta su 2 spit con catena ed anello.
5° tiro: Salire il diedro fessurato, prima inclinato e poi verticale, fino al suo termine. Per placche delicate si sale a sinistra verso la sosta. 25m; V, 6a (passo di 6a+ all'inizio del tratto verticale); 5 spit, 4 chiodi. Sosta su 2 spit con catena ed anello.
6° tiro: Superare la fessura sopra la sosta e proseguire per placca appoggiata. Ignorare la sosta e continuare ancora per placca più ripida fino ad una sosta successiva sulla sinistra dello spigolo. 30m; 5b; 4 spit, 1 sosta intermedia.
7° tiro: riprendere il filo dello spigolo e salire brevemente, indi spostarsi a destra verso l'evidente fessura obliqua che solca in muro finale. 20m; 5a; 2 spit. In alternativa, si può continuare lungo gli spit fino al termine della via. A questa sosta si giunge anche spostandosi verso destra al 6° tiro e risalendo poi una fessura. Sosta su 2 spit con anelli.
8° tiro: Portarsi a destra e salire con passo faticoso fino ad una nicchia, sopra cui parte una larga fessura obliqua verso sinistra. La si risale con incastro faticoso (oppure più prosaicamente, come il sottoscritto, tirando i rinvii). fino ad uscire sulla terrazza di sosta. 15m; il tiro è valutato 6c in libera; 5 spit. Sosta su 2 spit con catena ed anello.
Discesa: in doppia lungo la via di salita, utilizzando le soste appositamente attrezzate con anello di calata.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

venerdì 5 settembre 2014

Tre ristoranti in Toscana

Località Lucarelli, 29
Radda in Chianti (SI)


Poniamo che vi troviate in Toscana, in quell'area fantastica tra Firenze e Siena, per motivi enogastronomici. Poniamo anche che i vostri gusti in fatto di vini non seguano i dettami di un mercato che ha omologato la produzione a suon di barrique; dove andate? Non ci crederete, ma la scelta è ben più ardua del previsto!
Un indirizzo da tenere a mente è l'osteria Le panzanelle, nei dintorni di Radda in Chianti. Ambiente rilassato, per niente formale senza essere fintamente retrò; buona cucina toscana con scelta non molto ampia nel menù, ma porzioni oneste. Iniziamo - manco a dirlo - con degli ottimi antipasti toscani (prosciutto, salame, finocchiona, bruschetta, crostino) per passare a dei ravioli di melanzane piuttosto interessanti (pici e gnudi avevano anche un bell'aspetto, ma non si può aver tutto a questo mondo...). Per il secondo, resto in tradizione e mi lascio tentare dal cinghiale alle olive: buono, ma non eccezionalmente saporito, così come la torta al cioccolato, stile-tenerina con interno quasi fondente.
E veniamo ai vini: la lista è decisamente molto fornita, ma noi eravamo interessati al Chianti classico. Dopo aver confabulato tra noi e con Luigi dello staff ci indirizziamo sul Pian del Ciampolo 2012 di Montevertine, che è sì un Toscana IGT, ma con blend tipicamente chiantigiano e fermentazione in vasche di cemento. Un'ottima scelta ed un vino da ricordare per le prossime scorribande.

A Siena, dietro piazza del Campo, si trova invece il ristorante Bagoga - Grotta di S. Caterina (via della Galluzza 26, Siena). Anche in questo caso la cucina è quella della tradizione toscana e senese ed il rapporto qualità/prezzo lo rende decisamente consigliabile: abbiamo provato il menù degustazione, iniziando con antipasto di salumi per passare poi a due primi piatti, ribollita e pici, entrambi molto buoni. Si passa così al secondo, un umido misto di carne (coniglio, cinghiale,...) molto saporito, forse con un po' troppa cannella. Chiusura in tono minore, purtroppo, con una bavarese al panforte che sarà anche tipicamente senese, ma non mi ha regalato emozioni.
La lista del vini è ben fornita, ma la scelta è stata deludente: il Chianti Felsina, sulla carta un vino interessante che vede solo in parte barriques di 2° e 3° passaggio, non si distingue da tanti suoi simili. La prossima volta sceglieremo diversamente.

Il colmo con i vini lo tocchiamo però a La rocca (Porta S. Giovanni 3, Lucignano (AR)), dove la lista non include praticamente alcun vino "tradizionale" della zona, la cameriera confonde "tradizionale" con "biologico" (ma non hanno un sommelier?) e ci riduciamo ad accompagnare la cena con una bottiglia di un produttore locale che ho pure dimenticato. Un vero peccato, perché il paese è molto bello e assolutamente da visitare, il locale curato ed il cibo degno di nota. Qui saltiamo l'antipasto per iniziare con dei maltagliati con pomodoro, pere, pancetta e ricotta molto buoni, seguiti da un'altrettanto gustosa tagliata di chianina, che stimola un confronto con la Aberdeen Angus beef (e la Kobe e quella argentina, allora?) visto che Salvatore, il sodale di gozzoviglie, è ormai quasi-naturalizzato scozzese. Altri piatti a base di chianina fanno la loro bella figura nel menù.

Al fondo più fondo dei nostri assaggi vi sono però le Cantine di Greve in Chianti; non un ristorante, ma un'enoteca con degustazione con tessera prepagata. Professionalità sotto zero grazie alla quale se "pescate" una bottiglia rovinata dal tappo, son problemi vostri: la bottiglia viene sostituita con fare di sufficienza e senza una parola, a sottolineare che state rompendo le scatole invece di fare un favore, ed il vostro bicchiere non viene riempito di vino "buono": pagate anche la degustazione delle bottiglie rovinate! Un posto da cui stare alla larga!

lunedì 1 settembre 2014

Sorgente primaverile

Luca sul 1° tiro
Sul 2° tiro
Luca sul 3° tiro
Sul 4° tiro
Tracciato della via
Torre di Gandalf il mago - Vallone di Sea
Parete SE


Tutti - o quasi - coloro che si dilettano di arrampicata conoscono il Vallone di Sea e le vicende che gli girano intorno, ma sentirle raccontare da Marco Blatto davanti ad un generoso bicchiere di genepì è stato certamente il momento culminante di una giornata in cui avevamo avuto il nostro battesimo (ed io anche il compleanno!) sulle rocce del Vallone. Come "iniziandi" abbiamo scelto una delle vie più facili (il che mi fa presagire che la mia frequentazione da quelle parti resterà piuttosto sporadica), mettendo in minoranza il mentore Paolo che ambiva a trascinarci verso traguardi più ambiziosi. Via breve (il che può non essere uno svantaggio se si ha poco tempo o se si cerca un "ingaggio" limitato), ma decisamente bella e raccomandabile.
Accesso: si raggiunge Forno Alpi Graie ed il termine della strada; si gira a sinistra e si segue lo sterrato oltre il fiume, parcheggiando poco più avanti ad un bivio. Si sale  a destra e si prosegue sempre sulla sinistra idrografica della valle, superando Polvere di stelle, l'area boulder di Sea. Poco dopo un'indicazione per la Torre di Gandalf suggerisce a seguire una traccia verso destra che in breve mena alla base della parete ove parte la via.
Relazione: la via sale per diedri e fessure, alla destra del pilastro che emerge dalla Torre. Difficoltà non elevate, ma quasi interamente da proteggere (indispensabili friend fino al 3BD; anticamente c'erano degli spit sul 1° tiro, che sono stati recentemente rimossi). Per fortuna le numerose fessure facilitano il compito. Percorso sempre logico e facile da identificare e roccia ottima.
1° tiro: si attacca a destra del pilastro puntando ad un breve tetto sormontato da diedro (chiodo visibile dalla base); lo si supera e si prosegue fino a che il diedro si chiude. Qui si esce a destra e si raggiunge la cengia ove si sosta; 20m, V, VI+ (passo ben protetto dal chiodo), V+/VI-; 2 chiodi, 3 friend incastrati. Sosta su 2 spit con cordone e maglia-rapida.
2° tiro: a destra lungo la cengia a prendere un bel diedro fessurato che sale verso destra. Si supera un saltino e si raggiungono due fessure parallele che salgono verso sinistra e che conducono alla sosta; 20m, V-, V+; 1 chiodo. Sosta su 3 spit e 1 chiodo con cordone e maglia-rapida.
3° tiro: ci si sposta a sinistra della sosta e si risale il diedro, per poi spostarsi verso sinistra a prendere una fessura obliqua ed un diedrino finale che recano al terrazzo di sosta; 30m, VI-, V, VI-; 1 chiodo. Sosta su 2 spit con cordone e maglia-rapida.
4° tiro: salire la bella fessura a destra della sosta giungendo ad un terrazzo; superare il muretto verticale e procedere per placche fino alla sosta sulla sinistra; 25m, V/V+, IV+; 1 chiodo. Sosta su 3 spit con cordone e maglia-rapida.
5° tiro: salire sopra la sosta per facili rocce fino alla cima della torre; 25m, IV-. Sosta su 2 spit con catena e moschettone di calata.
Discesa: in doppia lungo la via oppure lungo L'occhio di Sauron che sale alla sua destra (faccia alla parete). Attenzione a non fare calate troppo lunghe se non volete rischiare di incastrare le corde.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

mercoledì 27 agosto 2014

Elbridge (Alberto) Rand Herron (1902-1932)

G. Colacicchi, Ritratto di Rand Herron [1]
Enriques, Segrè, Rand Herron, Franchetti e Ciaranfi
dopo l'ascensione alla S della Rosetta. Con loro la
nipote del gestore del rifugio Rosetta (da [3])
ARH (da [6])
Dalla Rivista di Firenze anno 1 n. 2 [5]
La domanda di iscrizione al CAI Milano.

Mi hanno sempre incuriosito le persone dai vari interessi, quelle attratte dalle molteplici forme della conoscenza, che trovo assai più stimolanti di chi coltiva in modo monomaniacale una più o meno ristretta disciplina. Così nella scienza, così nell'alpinismo, dove poco mi appassionano i ritratti di eccelsi scalatori che non vedevano al di là di una croda o di una parete o i racconti di alpinismo che parlano solo di alpinismo (cioè, praticamente tutti). Molto, molto più avvincenti certe figure forse - diciamo così - "minori", ma che all'andar per monti alternarono impegno e dedizione in ben altre discipline e/o cause.

Elbridge (o Alberto, come si faceva chiamare in Italia) Rand Herron appartiene senz'altro a questo gruppo di persone: alpinista, letterato, poliglotta, compositore musicale. Forse qualche sparuto cultore lombardo di alpinismo lo associa ad un paio di vie in Grignetta e allo Zuccone Campelli aperte in compagnia di Leopoldo Gasparotto, ma certamente nulla più; peccato. ARH (mi si consenta l'abbreviazione del lungo nome nel seguito) nacque il 23 luglio 1902 in Italia, a Pegli, da genitori americani. Il padre, George Herron (1862-1925), doveva essere un tipo notevole: pastore congregazionalista che si era avvicinato al socialismo ed era emigrato in Italia nel 1901, dopo il suo divorzio e successivo matrimonio con Carrie Rand (1867-1914), sua collega al Iowa College. Tra i fondatori del Partito Socialista Americano (SPA), se ne distaccò nel 1917, quando lo SPA si oppose all'entrata in guerra degli USA, ma la sua ferma presa di posizione anti-prussiana non gli impedirà poi di criticare gli eccessivi oneri a carico della Germania contenuti nel trattato di Versailles. Con la famiglia si spostò a Ginevra, dove svolse attività di intelligence per l'Intesa durante la Prima guerra mondiale, per poi tonare alla villa di Firenze, luogo di ritrovo di socialisti e internazionalisti. La sorellastra di ARH, Margaret Vennette Herron (1885-1973), fu scrittrice e visse tra gli Stati Uniti, l'Italia e Giava.

ARH è immerso quindi sia da ragazzo in un milieu culturale di ampio respiro. Si laurea in filosofia, cura la sezione delle riviste straniere per la Rivista di Firenze (fondata da de Chirico e Savinio) e conosce Giovanni Colacicchi, che gli farà un ritratto (di cui resta solo il disegno preparatorio, vedi figura [1]) e gli dedicherà la Niobe (visibile qui); inoltre mi piace pensare che abbia conosciuto Mario Castelnuovo-Tedesco (uno dei compositori per chitarra - e non solo - più importanti del '900) in virtù della comune amicizia con Colacicchi e amore per la musica (dopo la laurea, ARH si era diplomato al Conservatorio di Vienna). Pratica l'alpinismo, anche extraeuropeo, incontrerà il fisico Emilio Segrè, futuro premio Nobel che si dilettava di arrampicata, che lo definirà "un americano eccezionalmente bravo, che pur avendo cominciato da poco ci aveva superati tutti di gran lunga" [2], e Giovanni Enriques [4], e si interesserà brevemente all'aviazione (anche questo connubio andrebbe investigato più a fondo; si pensi a Giorgio Graffer o ad Antonio Locatelli). Muore a trent'anni il 13/10/1932 in un incidente banale, precipitando dalla piramide di Chefren in Egitto al ritorno da una spedizione al Nanga Parbat [4].

Praticamente impossibile (almeno, per me) procurarsi una copia delle sue composizioni musicali (ammesso che esista); di quelle letterarie restano gli scritti per la Rivista di Firenze, i cui primi due numeri del 1924 sono reperibili online qui. Oltre alle recensioni di articoli da riviste straniere in cui si parla di musica e teatro, ma anche di religione, ARH pubblica un solo scritto su questi numeri, Dal mio diario (di cui, se è veramente esistito, non vi è traccia) [4, vedi figura], sorta di anelito giovanile verso la conoscenza o invito al fare culturale senza abbandonarsi al nichilismo (a voi la scelta). Al CAI Milano (con il gentile supporto del sig. Renato, che ringrazio vivamente) ho recuperato la sua domanda di iscrizione come socio vitalizio, presentata il primo settembre 1931, dove si dice musicista e residente a New York, vicino alla Columbia University (si era trasferito nel 1929). E per il CAI, ARH scrive diversi articoli di alpinismo su Lo Scarpone o la Rivista Mensile, e proprio su questi fogli Leopoldo Gasparotto pubblicherà due versioni molto simili del suo necrologio [6,7], mentre sull'American Alpine Journal del AAC ne compare uno, scritto da Elizabeth Knowlton [8]. Figlio dei nazionalismi dei tempi l'accento sull'appartenenza all'Italia o agli USA di ARH, presente in entrambi i necrologi. Di certo il padre, nella dedica del suo libro The revival of Italy del 1922 [9], lo definisce "adoratore fedele al santuario d'Italia" (in italiano nel testo), ma la questione è veramente importante? Più interessante notare come dalla vita di ARH emerga una rete di relazioni intellettuali e sociali in cui l'alpinismo giocava un ruolo di primo piano, trovando posto accanto alla scienza ed all'umanesimo e contribuendo a definire la cultura di una parte dell'élite dell'epoca. Evitiamo facili confronti con oggi per carità di patria.

Il necrologio del CAI

Pubblicato sulla Rivista mensile Vol. 52, n.2, pp. 104-108 (1933). L'autore è il suo compagno di salite Leopoldo Gasparotto. Non ho informazioni sulla genesi dell'amicizia con Gasparotto, che in sostanza afferma di averlo introdotto alla montagna; forse le famiglie si frequentavano visto che il padre di Leopoldo, Luigi, era di idee democratiche e liberali.

Il 13 ottobre 1932 in un incidente nella discesa dalla Piramide di Chefren, in Egitto, Alberto Rand Herron, membro del C.A.A.I. e delle Sezioni di Firenze, Torino e Milano del C.A.I., moriva a trent'anni, ritornando dall'assalto al Nanga Parbat, il colosso Himalayano di 8130 m, attaccato dalla spedizione tedesco-americana diretta dal noto e valoroso accademico Ing. Willy Merkl, di Monaco. L'audace tentativo, condotto con una preparazione scrupolosa, veniva interrotto dal maltempo e dalla malattia di due alpinisti.
I lettori hanno presente l'articolo che Herron ha scritto recentemente sulla Rivista mensile intorno ai monti del Kaisergebirge, ne sanno quindi il grande valore tecnico nelle arrampicate su roccia. Non tutti sanno però che Herron fu tra i più completi alpinisti, poiché accanto alle vittorie riportate in imprese di 5° e 6° grado nel Kaisergebirge e nelle Dolomiti stanno le sue belle conquiste nelle Alpi Occidentali e nel Caucaso.

Le prime ascensioni sull'Aiguille de la Brenva, sulle Grandes Jorasses per la cresta di Tronchey, sulla parete N del Corno Bianco, la prima italiana della Dent des Bouquetins, il Monte Bianco per la cresta di Peuteurey e per la via della Brenva, dicono come Egli eccellesse anche nella scuola della piccozza e del rampone.
Nel Gruppo del Monte Bianco, in pochissimi anni, spesso con Evaristo Croux, compì quasi tutte (non si equivochi sul valore delle parole) le ascensioni classiche. Una eccezionale passione per la natura traeva il giovane americano, nato a Pegli e vissuto quasi sempre a Firenze, a visitare tutti i monti possibili; e ne risultò un'attività straordinaria. Molti anni or sono, coll'esploratore svedese Pallin, in pieno inverno compie la prima traversata della Lapponia. L'anno seguente, da solo, è sull'Atlante, vince il Toubkal e altre cime vergini. Nel 1929 siamo insieme nel Caucaso, all'attacco del Ghiulcì, le cui due punte cedono il 25 luglio. Avevamo già compiuto in precedenza le prime ascensioni del Colle Ghiulcì e del Colle Sugan. Un'oftalmia lo toglie ad altre belle conquiste, ma Egli marcia però, con Singer, attraverso la Svanezia. Valica due volte la catena principale tra l'Europa e l'Asia, e, praticamente, i suoi spostamenti col grosso del carico, permettono agli altri due la conquista della Punta degli Italiani e a me dell'Elbruz con gli sci.

Nel 1931 Herron è in America, e non tralascia di visitare anche i gruppi montuosi del nuovo continente; intanto matura una grande idea, e nella primavera non mancano più uomini né mezzi per una spedizione sulle altissime montagne del centro dell'Asia. Grandissima parte del merito dell'organizzazione va data a Herron; che anche all'ultimo, quando la nostra spedizione fu vietata da una Potenza straniera, non tralasciò mai di fare tutto quanto fosse fattibile. Persino un viaggio a Mosca per ottenere la impossibile revoca del divieto! Questo dipinge il carattere dell'uomo: attaccato fino all'estremo al proprio ideale.

Era naturale che i valorosi componenti Germanici della spedizione al Nanga-Parbat, che allora stava preparandosi, ricercassero un elemento tale, e nell'estate del 1931 Alberto Rand Herron inizia l'allenamento coi nuovi compagni tedeschi. La serietà della spedizione si desume dalla preparazione: mesi interi passati in montagna, nuove vie accademiche aperte nelle Alpi occidentali, ascensioni di 5° e 6° grado nel Kaisergebirge, permettono di vagliare e temprare gli uomini che nella primavera partono da Genova alla volta del Nanga-Parbat, dove già Mummery aveva immolato la propria vita.

Nel 1931 Herron inizia la stagione alpinistica in aprile, su pei dirupi della Svizzera Sassone; passa nel Kaisergebirge, poi nel gruppo del Bianco, ma intanto trova il tempo di venirmi a fare una visita e di andare insieme al Campanile Basso di Brenta, in Grignetta e persino sulle pareti del modesto Zuccone dei Campelli!
Il giorno seguente, in motocicletta, è già a Courmayeur! Terminata la stagione alpinistica sulle alte montagne, riparte per il Kaisergebirge, previa visita al gruppo del Monte Rosa e prima ascensione del Corno Bianco dalla Parete Nord. La stagione ha finalmente termine nelle Dolomiti, troncata dalle prime nevi autunnali!
Le Alpi Apuane furono la palestra delle prime audacie di Herron, e colà anche in seguito Egli ritornava sovente; alla Toscana era particolarmente affezionato e si definiva cittadino di Firenze.
E ben degno ne era, poiché a molti poteva insegnare ad amare la sua Città. Né la Sua pura parlata fiorentina tradiva l'origine americana. Certo Egli amava e conosceva l'Italia come non molti di noi. Ed il Club Alpino Italiano deve a Herron molte belle vittorie, anche in terra straniera, perché ovunque, sui libri dei rifugi e nelle relazioni Egli firmò: Alberto Rand Herron del Club Alpino Italiano. Effettivamente dalla nostra famiglia aveva appreso ad amare la montagna e a penetrarla nei suoi più intimi sensi e segreti.

Musicista di valore, studiò e si laureò a Firenze, perfezionandosi e diplomandosi poi al Conservatorio di Vienna. Un suo Oratorio a S. Francesco, composto a 18 anni, rivelò il suo geniale talento. Questa Sua personalità e sensibilità musicale lo rendeva stranamente emotivo durante le ascensioni. Si potrebbe dire che Egli sentisse musicalmente la montagna. tanto da lasciare talora scritte le sue impressioni con frasi musicali. Una descrizione d'una burrascosa giornata al Rifugio delle Jorasses si può trovare sul libro della Capanna, dipinta con un famoso brano di Wagner. Con profonda tristezza, con inesprimibile rimpianto, gli amici, che contava numerosi, soprattutto a Firenze ed a Milano, ricordano oggi il grande Ragazzo, dagli occhi buoni e profondi, stranamente semplice, perpetuamente distratto, che agli agi di una vita comoda e facile preferiva, in qualunque momento, la semplicità di una capanna, un lembo di cielo, il verde di un prato ed una abbondante ciotola di latte.

Il necrologio del AAC

Pubblicato su AAJ, Vol.2, n.1, 110-113 (1933). Il testo originale è disponibile qui; la libera traduzione è mia. L'autrice, indicata come E.K., è Elizabeth Knowlton, unico altro membro americano della spedizione al Nanga Parbat del 1932 con ruolo di corrispondente. EK scrisse anche una poesia dedicata ad ARH nel 1934, ora conservata tra la sua corrispondenza alla Univ. of New Hampshire. Willy Merkl, il capo spedizione (che morirà tornando sul Nanga Parbat nel 1934), dedica un paragrafo al ricordo di ARH sull'Himalayan Journal del 1932 [10] (consultabile qui), riportato dopo lo scritto di EK.

Il 13 ottobre 1932, Elbridge Rand Herron, di ritorno dall'India con una spedizione che aveva tentato il Nanga Parbat, compì un'escursione di un giorno al Cairo e salì la Seconda Piramide. Aveva superato la difficile parte superiore con gran soddisfazione e stava scendendo di corsa lungo la parte facile quando un piede scivolò su un sasso mobile. Cadde per 100 metri e morì sul colpo.
Rand Herron aveva scalato quasi interamente con europei e viveva in questo paese da solo due anni, ma si era sempre considerato completamente americano, anche se la sua vita e il suo alpinismo americani erano solo all'inizio e molto poco si sa di lui qui.

Era nato a Pegli, Italia, il 23 luglio 1902. I suoi genitori erano entrambi americani: suo padre, George Herron, un noto socialista e internazionalista; sua madre, Caroline Rand, figlia del fondatore della Rand School a New York. Trascorse la sua infanzia in una splendida antica villa alle porte di Firenze, dove i suoi genitori ricevevano ospiti liberamente, avendo così l'opportunità di frequentare diverse persone interessanti e notorie. Qui nacque il fratello, George Davis Herron, che gli sopravvive. Quando aveva dodici anni, sua madre morì, e suo padre si trasferì in campagna fuori Ginevra. Là Rand andò a scuola per otto anni. Tornarono a Firenze in tempo perché lui iniziasse l'Università, dove si laureò in filosofia.
Sin dalla sua prima giovinezza, i suoi interessi principali furono la musica, che coltivò per tutta la vita, e l'alpinismo. A causa di complicazioni familiari non fu in grado di iniziare ad arrampicare fino a poco più che ventenne, ma desiderò sempre farlo: aveva ricoperto le pareti della sua stanza con immagini di montagna e per lui uno dei più grandi eventi della sua fanciullezza fu una salita con lo zio nel Wellenkuppe.

Nei suoi sette anni di arrampicata prima della morte, spaziò in ogni dove. Scalò intensamente e brillantemente nelle Alpi, in genere senza guida, conducendo molte prime ascensioni, ottenendo il record di altezza sulla parete nord delle Grandes Jorasses e ripetendo alcune delle vie più dure nel Kaisergebirge. Assaporò l'arrampicata su metà delle maggiori e minori catene montuose d'Europa. Vagabondò da solo per la Corsica, sopra il Parnaso e le cinque vette dell'Olimpo, dove bivaccò due notti. Con amici andò nell'Alto Atlante in Marocco e nelle montagne della Lapponia in inverno. Nel Caucaso compì la prima salita del Guilchi e di altre cime. E la scorsa estate, come unico alpinista americano della spedizione himalayana tedesco-americana al Nanga Parbat, fu il primo a giungere sulla montagna e l'ultimo a lasciarla, raggiungendo una quota di oltre 6700 metri.

Nel frattempo non trascurava la musica, ma trascorreva i suoi inverni a studiare a Vienna, Berlino, Roma e Mosca. A Berlino perfezionò il tedesco che, con l'inglese appreso in famiglia, il francese a Ginevra e l'italiano a Firenze, gli diede la padronanza di quattro lingue, che parlava in modo assolutamente interscambiabile. Aveva un dono naturale per le lingue, ed era più o meno a suo agio con altre sette.

Nel 1929 venne in America e si stabilì a New York. Qui si diede all'aviazione ed ottenne il brevetto di pilota. Inoltre, fu qui che incontrò Allen Carpe, che ammirava molto. Si trovarono l'un l'altro immediatamente congeniali, e scalarono insieme spesso lungo l'Hudson.

È difficile descriverlo senza sembrare assurdamente elogiativi. Aveva certamente un sacco di difetti, la maggior parte dei quali sarebbe stato il primo a riconoscere. Ma aveva anche molti pregi e qualità di solito non uniti nella stessa persona.
La prima impressione che sembrava fare su quasi tutti era di giovinezza - giovinezza timida, impaziente ed entusiasta. Dietro la sua timidezza presto emergeva un grande fascino e un'amabile allegria. Era una persona naturalmente felice. Il suo senso dell'umorismo era quello di un bambino; ci prendeva in giro, scherzava e scoppiava in una risata.
Tra i molti aspetti della sua persona, forse il più importante è stato quello di artista, amante appassionato della bellezza e suo creatore. "Genio" è una parola da usare con molta attenzione, ma a tutti quelli che lo conoscevano intimamente diede la netta impressione di averne almeno un tocco di autentico. Scrisse poesia italiana vivace e affascinante ed era a metà di un romanzo. Suonava con raffinata facilità il pianoforte, l'organo e il clavicembalo, e improvvisava deliziosamente. Il suo maggior talento era la composizione musicale, e diversi musicisti affermarono che prometteva di diventare uno dei più importanti compositori americani. Parte della sua musica è già stata suonata a Firenze e  Mosca, e la sua "Cantata al Sole" per coro sarà probabilmente eseguita in California questa primavera. In ogni cosa era tremendamente ambizioso, e capace di duro ed intenso lavoro a sostegno delle sue ambizioni.

Aveva anche una mente brillante e poliedrica. Padroneggiava questioni pratiche con comprensione immediata, esplorando e pesando le possibilità, facendo attenzione a tutte le eventualità, pianificando minuziosamente nei minimi dettagli. Questioni più teoriche, sociali o politiche o estetiche, erano considerate sempre con caldo e vivo interesse, con un occhio per i valori fondamentali e una visione equilibrata di entrambe le parti. Era spassoso sentire con che gusto argomentasse per entrambe le parti di quasi tutte le questioni, perché era violentemente intollerante delle intolleranze. Nei giudizi che lo riguardavano ha mantenuto generalmente la stessa allegra obiettività e imparzialità.

Nella nostra spedizione la scorsa estate ha mostrato soprattutto i lati attivi, pratici e avventurosi del suo carattere. Ha dimostrato di essere un "uomo completamente sano". Era sempre pronto a fare più della sua parte, sempre desideroso di andare avanti, leale ed efficiente così come entusiasta. Non solo durante la spedizione, ma per tutta la sua vita, si è sempre, con gran premura, assunto ogni sorta di responsabilità. Sembrava automaticamente essere quello su cui si contava per occuparsi di tutte le faccende, o per prendersi cura delle persone; perché era affidabile e rispettoso degli altri, e sempre incredibilmente gentile. In tutti gli sforzi e tensioni dell'estate, rimase socievole e di buon carattere, e fanciullescamente ansioso di mantenere ogni cosa allegra e cordiale. "A tutti piaceva Rand", disse un amico.

Per quanto mi riguarda, non ho mai visto nessuno che abbia vissuto più sensibilmente ogni circostanza, buona o cattiva, sempre con un'essenziale capacità di accettazione, uno che amasse di più la vita, che vi mettesse o ne godesse di più.
"Dopo i primi istanti", scrive un compagno di arrampicata dall'India, "ho capito che era un uomo eccezionale, e questa intuizione crebbe poi intensamente... Gli dei hanno trattato duramente chi possedeva un così bell'animo".
Il suo profondo amore per l'alpinismo rivelava molti lati di lui, quello pratico, intellettuale, estetico, gioiosamente avventuroso. C'era anche un ceppo di romantico misticismo. "Anche se noi scalatori di solito non lo ammettiamo," scrisse alla signora Carpe, "siamo sempre più o meno consci che il richiamo strano e irresistibile delle montagne è anche una chiamata verso la fine della vita. E proprio per questo le amiamo ancora di più, e troviamo la loro chiamata più sublime. Desiderio segreto del nostro cuore è che la nostra fine sia tra loro". Sembra la beffa finale della sua breve vita, con tutte le promesse non mantenute, che abbia dovuto incontrare la fine che ha fatto.

Da L'attacco al Nanga Parbat, 1932, di Willy Merkl [10] (traduzione mia):
[...] Non riesco a pensare ora ai miei amici senza menzionare il nome di colui che ci è stato sottratto per sempre da una terribile disgrazia - Rand Herron. Nel viaggio di ritorno, il 13 ottobre, è caduto mortalmente dalla Piramide di Chefren vicino al Cairo. Per tutta la spedizione è stato un compagno ideale, sempre battendosi in prima linea, sempre sforzandosi per il nostro obiettivo comune e sacrificandosi volentieri. Ha sfidato tutti i pericoli dell'Himalaya; ma il muro di 150 metri della Piramide, costruita per mano dell'uomo, ha causato la sua morte. Tale fu la tragedia straordinaria e inquietante della sua fine. [...]

Elenco (incompleto) delle salite di ARH (ulteriori contributi sono apprezzati)

1926/8/6: Cima Rosetta, parete S. Con Emilio Segrè, Piero Franchetti, Emilio Ciaranfi e Giovanni Enriques [3];

1927 (aprile?): Cime N (con un locale) e E (solo) del Toubkal, regione dell'Atlante; 1a asc. [11];
1927/7/11: Aiguille de la Brenva, parete O, 1a asc. Con Piero Ghiglione, Ottorino Mezzalama, Francesco Ravelli, E.(o F.?) Scalvedi [12] (su Lo Scarpone n.19 del 1941 si parla però di salita non integrale);
1927 (luglio): Tete de Trelaport, cresta di fronte al Doigt, 1asc. Con Evariste Croux [13];
1927/10/14: Pizzo Intermesoli, canale Herron-Franchetti, 1asc. Con Piero Franchetti [14].

1928/7/22-23: Grandes Jorasses, cresta di Tronchey, parete O, 1a asc. Con Evariste ed Eliseo Croux [12,15];
1928/8/10: Grandes Jorasses, sperone Walker, parete N, tentativo fino a 700m dalla partenza. Con Leopoldo Gasparotto, Piero Zanetti, Armand Charlet, Evariste Croux [12];

1929: colle Ghiulcì (con Leopoldo Gasparotto), colle Ronchetti e punte Ghiulcì (con Leopoldo Gasparotto, Ugo di Vallepiana e Rolph Singer, il 25/7), regione del Caucaso, tutte 1a asc. [12,16];

1930/6/15: Piramide Casati, parete NO, 1a asc. Con Leopoldo Gasparotto [17];

1931/6/7: Zucco Pesciola, parete N, 1a asc. Con Leopoldo Gasparotto [18];
1931/8/29: Corno Bianco, parete N, 1a asc. Con Ninì Pietrasanta e Giuseppe Chiara [12,19,20];
1931: Monte Bianco (dalla Brenva) [12];
1931: diverse salite nel Kaisergebirge, come indicato in [21,22].

1932 (aprile-settembre): spedizione tedesco-americana al Nanga Parbat. con Willy Merkl (capo spedizione), Fritz Wiessner, Peter Aschenbrenner, Fritz Bechtold, Herbert Kunigk, Felix Simon, Hugo Hamberger (medico), Elizabeth Knowlton (corrispondente) [23].

Bibliografia

 I disegni di Giovanni Colacicchi a Casa Siviero, Firenze, Museo casa Siviero (2014).
[2] E. Segrè, Autobiografia di un fisico, Il Mulino, Bologna (1995).
[3] S. Gerbi, Giovanni Enriques, dalla Olivetti alla Zanichelli, Hoepli (2013)
[4] New York Times, 14 ottobre 1932. L'articolo è disponibile (a pagamento) qui.
[5] Rivista di Firenze, anno 1 n. 2, p. 24 (1924). Disponibile online qui.
[6] Club Alpino Italiano, Rivista mensile Vol. 52, n. 2, pp. 104-108 (1933).
[7] Lo Scarpone n. 23, 1 dicembre 1932.
[8] American Alpine Journal, Vol. 2, n. 1, 110-113 (1933).
[9] G. D. Herron, The revival of Italy, Allen & Unwin, Londra (1922). Disponibile online qui. Nel libro GDH pare auspicare una svolta socialista moderata per l'Italia, che certo ci avrebbe risparmiato il tragico teatrino del ventennio. Peccato che le sue previsioni non siano state proprio esatte...
[10] W. Merkl, Himalayan Journal Vol. 5 (1933)
[11] Club Alpino Italiano, Rivista Mensile Vol. 47, n. 1-2, pp. 2-6 (1928).
[12] Club Alpino Accademico italiano, Annuario 1927-1931. ARH è incluso nel gruppo di Torino.
[13] Club Alpino Italiano, Rivista Mensile Vol. 49, n. 2, p. 45 (1930).
[14] L. Grazzini, P. Abbate, Gran Sasso, CAI-TCI, p. 201 (1992). Grazie a Matteo per l'informazione bibliografica.
[15] Club Alpino Italiano, Rivista Mensile Vol. 48, pp. 192-196 (1929).
[16] Club Alpino Italiano, Rivista Mensile Vol. 49, n. 3, pp. 133-149 (1930).
[17] S. Saglio, Le Grigne, CAI-TCI, pp. 296-297 (1937).
[18] Club Alpino Italiano, Rivista Mensile Vol. 50, n. 9, pp. 561-562 (1931).
[19] Club Alpino Italiano, Rivista Mensile Vol. 51, n. 1, pp. 29-32 (1932).
[20] Lo Scarpone anno 2, n. 20, p. 1 (1932).
[21] Club Alpino Italiano, Rivista Mensile Vol. 51, n. 11, pp. 659-677 (1932).
[22] Lo Scarpone anno 2, nn. 17 e 18, p. 2 (1932)
[23] Si veda ad esempio il resoconto della Knowlton su AAJ, Vol. 2, n. 1 pp. 18-31 (1933). Disponibile qui.

lunedì 25 agosto 2014

Avenida Miraflores

Sul 3° tiro.
Giancarlo e Massimiliano sul 3° tiro.
Tracciato della via (arancione). In rosso la via
Gli antichi futuri.
Zucco Barbisino (Gruppo dei Campelli)
Parete S

Anche in quest'agosto piovoso non può mancare una visita al gruppo dei Campelli, meglio se rivolto verso le pareti S nella speranza d'intercettare qualche vago raggio di sole. L'abbondante acqua caduta il giorno precedente ci fa optare per una via tendenzialmente asciutta, allontanandoci dalle colate d'acqua della Rampini; ci portiamo pertanto presso gli invitanti fittoni di questa via, che termina sulla cengia mediana. Volendo, è possibile proseguire per gli ultimi due tiri della Rampini.

Accesso: raggiungere i pressi del rif. Lecco dalla funivia dei Piani di Bobbio o da Ceresole di Valtorta e da qui risalire il lato sinistro del Vallone dei Camosci lungo la pista da sci o lungo il percorso dello skilift alla sua sinistra. Giunti all'altezza del capanno dove termina lo skilift si sale direttamente per prati verso la parete del Barbisino, puntando all'evidente camino dove sale la via Gli antichi futuri. Pochi metri a sinistra c'è uno spiazzo erboso dove parte la via (fittoni visibili). Dal capanno si può anche seguire l'evidente sentiero che sale verso sinistra e deviare poi in orizzontale verso destra per prati all'altezza della parete, fino a giungere all'attacco.

Relazione: via di carattere moderno che sale il pilastro di sinistra del camino degli Antichi futuri, ben protetta a fittoni tranne un tratto più facile nel secondo tiro dove la distanza aumenta un poco e che ovviamente era un po' bagnato (la solita fortuna!). Sarà la forma che manca, sarà il freddo, sarà qualche breve tratto bagnato, ma l'arrampicata mi è parsa ben sostenuta. Inutili le protezioni veloci; portare solo un decina di rinvii. Tutte le soste sono attrezzate con due fittoni, catena ed anello di calata.

1° tiro: salire verso una spaccatura obliqua, superare uno strapiombino sul lato sinistro, traversare un poco a destra e superare un muretto verticale oltre il quale finiscono le difficoltà; 20m, 6a; 9 fittoni, 1 chiodo.
2° tiro: superare il breve strapiombo appena a destra della sosta, poi salire il muretto lievemente a sinistra fino ad una cengia. Ci si sposta sul filo dello spigolo e si risale brevemente, per poi tornare verso sinistra e salire alla sosta; 25m, 6b; 10 fittoni + 2 spit vecchi sostanzialmente inutili.
3° tiro: traversare il canale verso destra, superare un paio di muretti intervallati da erba e salire per una placchetta e roccia più lavorata fino alla sosta; 30m, 5c; 11 fittoni, 1 fix.

Discesa: in doppia sulla via oppure per comodo sentiero. In questo caso seguire la taccia verso sinistra (viso a monte) e raggiungere la sella donde si scende ancora a sinistra per il sentiero di salita.

Nota: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

martedì 19 agosto 2014

Ristorante Pampero

Via Nazionale, 29
Ranzanico al lago (BG)


Sì, lo so che il pesce di mare è tutt'altra cosa; i sapori, la varietà, ecc. ecc. Lo so. Però ogni tanto mi assale quella voglia di un bel pranzo a base di pesce di lago e non c'è niente da fare: si cerca un ristorante non troppo lontano e via. Questa volta la scelta è stata un po' più travagliata del previsto poiché pare che il martedì sera sia praticamente impossibile trovare un ristorante aperto, il che mi porta a confessare che ci eravamo indirizzati altrove per poi "ripiegare" su questo posto. Ripiego invero "di lusso"; il locale mi era noto come ristorante di buon livello e prezzo conseguente, e non mi ha deluso. Bella veranda esterna con vista sul giardino (in realtà quando siamo stati noi diluviava ed era meglio starsene all'interno), tavoli elegantemente apparecchiati, servizio professionale, tutto molto curato.
Dopo un (parco) pinzimonio come stuzzichino, noi abbiamo scelto il menù di lago, che inizia con un salmerino marinato e una strepitosa mousse di lavarello con verdurine. Si passa poi a dei tagliolini al ragù di lago e zafferano che non sono da meno, sia per quanto riguarda la pasta - fatta in casa - che il ragù e si prosegue con un pesce persico alle mandorle su cui ero un po' scettico prima di assaggiarlo, ma che non fa rimpiangere il resto.
Dopo tutto ciò ci si sarebbe aspettato un finale in crescendo; invece la tarte tatin di mele con gelato alla panna se ne va senza infamia e senza lode e non rende giustizia a ciò che l'ha preceduta; peccato. Insieme al pane resta l'unica nota "ordinaria" di un menù davvero interessante.
Decisamente fornita la carta dei vini, senza una predilezione particolare. Noi abbiamo accompagnato la cena con un bianco valdostano dell'azienda Les Crêtes e terminato con un distillato di mele cotogne. Un posto dove tornare, magari per assaggiare la proposta di carne.