venerdì 30 gennaio 2026

Ormeasco di Pornassio DOC 2018 Viticoltori Ingauni

Dopo il convincente assaggio dell'Ormeasco di Lupi, rieccomi nell'amato ponente ligure, nella zona di Albenga, per "festeggiare" un compleanno: ad Ortovero, nel 1976, poco più di una decina di soci fonda la Cooperativa Viticoltori Ingauni (il nome deriva da un'antica popolazione ligure del territorio). Ad oggi sono oltre 200 i soci conferitori, per una produzione che ruota principalmente attorno ai vini bianchi (Vermentino e Pigato, da assaggiare prossimamente), dedicando un 20% circa delle uve ai rossi: Rossese, Ormeasco e Granaccia.

La cantina produce due Ormeasco, una linea base ed un Superiore, oltre al Belkerus (50% tra Ormeasco e Granaccia), e lasciando perdere la linea per la ristorazione. Come sempre, approccio la cantina dalla linea base. Purtroppo sul sito dei produttori non c'è alcuna informazione sulla vinificazione, ma parliamo di un vino giovane, messo in commercio l'anno successivo alla vendemmia.

Il colore è rosso rubino che vira un poco al granato in virtù degli annetti di invecchiamento. Aroma non intensissimo di canonici frutti rossi, ciliegie, amarene - qualcuno dice anche melograno - seguiti da un poco di spezie e accenni di liquirizia. Al gusto dimostra che l'invecchiamento è ideale: tannini ammorbiditi, frutti ancora in evidenzia e chiusura con il classico finale amarognolo. Nota di merito, poi, per la gradazione alcolica contenuta, sempre più difficile da trovare in un buon vino, e sempre più piacevole da bere. E poi, ad un prezzo decisamente ottimo!

Gradazione: 12,5°
Prezzo di acquisto: 7 €

martedì 13 gennaio 2026

Barolo DOCG 2015 Fratelli Alessandria

Anche in queste vacanze non è mancato l'appuntamento con una bottiglia di Barolo, grazie ad un acquisto in un enoteca di Dronero durante un'incursione alpinistica in Val Maira nel 2020. L'azienda Fratelli Alessandria, a Verduno, produce vini dal 1830 esclusivamente con uve dai 15 ettari di vigneti di proprietà, concentrandosi sulle varietà locali, ovvero Nebbiolo, Dolcetto, Barbera, Freisa e Pelaverga (con l'aggiunta della Favorita). Le uve nebbiolo sfociano in tre cru du Barolo e un assemblaggio di uve da vigneti diversi, tutti affinati in modo tradizionale.

Purtroppo, sul sito aziendale non si trova traccia di questa linea base di Barolo, forse sparito o soppiantato dal Barolo del Comune di Verduno che si produce dal 2017. In ogni caso, è lecito supporre che si tratti anche qui di assemblaggio di uve provenienti da diversi vigneti. Vinificazione in acciaio e affinamento in botti grandi e bottiglia.

Colore rosso piuttosto intenso con qualche lieve riflesso granato, lasciato a decantare per abituarsi al mondo fuori dalla bottiglia, questo Barolo si apre sui frutti rossi, ciliegia e prugna, e continua con lievi note floreali e accenti di tabacco e spezie. Al sorso dimostra una buona maturità, pronto per una sana bevuta. Ben strutturato, con una buona (e non eccessiva) spinta alcolica e tannini ammorbiditi. Buona anche la persistenza finale.

Un'ottima scelta per il pranzo di Natale! Ma si può bere anche in altre occasioni...

Gradazione: 14,5°
Prezzo di acquisto: 33 €

domenica 4 gennaio 2026

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi novembre-dicembre 2025 e riassunto annuale

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi su scala lognormale per il
treno 2218 (8:02) nei bimestri novembre-dicembre dal 2015 al 2025.
Fig. 2: Ritardi nei bimestri in esame per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: come in Fig. 1, ma per il treno 2275 (17:41).
Fig. 4: come in Fig. 2, ma per il treno 2275 (17:41).

Le notizie del bimestre sono due: la più importante è che dopo anni in cui i ritardi continuavano ad aumentare, finalmente c'è stata un riduzione! A fronte di una buona notizia, ovviamente c'è la solita fregatura: infatti Trenord ha pensato bene di modificare l'orario a decorrere dal 13 dicembre, aumentando il tempo di percorrenza del 2275 di ben tre minuti! Se questo treno era già una lumaca, che impiega(va) 45' contro i 37 del 2218, ora il tempo ufficiale è di ben 48', il 30% in più rispetto al mattino! Roba da treni locali degli anni '80 che fermavano in tutte le stazioni. Speriamo solo sia una "soluzione" temporanea, ma resta il dubbio che dopo aver taroccato le regole per i rimborsi dei ritardi, si aumentino i tempi di percorrenza per eliminarli del tutto. Ma su questo torniamo nel seguito.

Bimestre novembre-dicembre 2025

Prosegue anche in quest'ultimo bimestre del 2025 il miglioramento dei ritardi. La distribuzione cumulativa ha un bell'andamento lognormale, più a sinistra rispetto agli ultimi anni. La puntualità è al 5% e al 42% entro 5' di ritardo; massimo ritardo di 56' il 21/11 per un guasto al treno delle 6:02 tra Bergamo e Verdello.

Lo storico dei ritardi nel bimestre (Fig. 2) evidenzia il miglioramento rispetto agli ultimi anni, che sarebbe stato anche migliore se i luminari di Trenord non avessero cambiato l'orario a partire dal 13/12: nei cinque giorni sucessivi si è accumulata un'ora e mezza di ritardo totale! Suggerimento a Trenord: fate il cambio di orario la settimana dopo Natale, che è pure meglio perché tutti sono distratti e nessuno fa caso ai taroccamenti!! Comunque, la media ritorna sotto i 10' di ritardo (valore comunque assurdo!) dopo cinque anni, mentre il 10% peggiore dei treni riesce pure a peggiorare rispetto al 2024.

Il 2275 evidenzia invece un nettissimo miglioramento rispetto agli scorsi anni; da non credere! La Fig. 3 mostra una puntualità al 16% e al 71% entro 5' di ritardo, con massimo ritardo di 30' il 17/11 per problemi al treno e il 12/12 per sciopero. In entrambi i casi si è arrivati a Bergamo col successivo 2237.

La Fig. 4 evidenzia il miglioramento rispetto agli anni precedenti, riportando i valori a quelli del 2020 e 2015. Speriamo solo che non sia un fenomeno che si ripete ogni cinque anni...

Per quanto riguarda le motivazioni dei ritardi da avviso di Trenord, su otto segnalazioni oltre i 10' si conta uno sciopero, tre casi di problemi ai treni, quqattro per problemi legati al transito di altri treni. Altri tre casi di ritardo non hanno avuto spiegazione.

Fig. 5: distribuzioni cumulative dei ritardi su scala lognormale per il
treno 2218 (8:02) negli anni 2015-2025 (no agosto).
Fig. 6: ritardi del treno 2218 (8:02) negli anni 2015-2025.
Fig. 7: come in Fig. 5 ma per il treno 2275 (17:41).
Fig. 8: come in Fig. 6 ma per il treno 2275 (17:41).

Riassunto annuale 2025

Ed eccoci al momento della verità! Sull'intero anno 2025 la puntualità del 2218 è al 7%, che sale al 62% entro 5'; massimo ritardo di 56' il 21/11 (vedi sopra). Andamento lognormale per circa il 90% dei casi e fino a 10' circa di ritardo, poi scatta il disastro. Dato comunque migliore di quello degli ultimi anni.

il trend storico dei ritardi è in Fig. 6, dove si vede il miglioramento del 2025 rispetto agli ultimi quattro pessimi anni. Tuttavia, se guardiamo tutti gli undici anni, vediamo che non è cambiato niente; i ritardi sono gli stessi del 2015, pure un po' peggiori! Quindi, l'ammodernamento della linea, lo svecchiamento dei treni, ecc. ecc., sono certamente utili per aumentare il comfort dei viaggiatori e la capacità della linea (a vantaggio dell'alta velocità), ma non servono minimamente a migliorare i tempi di percorrenza dei treni pendolari (anche se funzionano magnificamente per aumentare i prezzi dei biglietti).

I dati per il 2275 sono in Fig. 7: puntualità al 26% e al 71% entro 5'; massimo ritardo di ben 136' (fuori scala) il 2/4 per guasto all'infrastruttura, secondo miglior tempo di sempre dopo l'inarrivabile ritardo di 216' il 2/3/2018 (non collegato con l'incidente ferroviario). Solito andamento non proprio lineare della distribuzione, che potrebbe essere un po' influenzato nella parte sinistra dalla traslazione della lognormale (ma qui diventa complicato discutere), e crescita rapida dei ritardi anche in questo caso oltre il punto critico del 90% e 10'.

Lo storico dei ritardi è in Fig. 8, dove non si vede un miglioramento così marcato nel 2025 per colpa della prima metà dell'anno, dove i dati sono stati piuttosto brutti. Anche in questo caso, registriamo come undici anni di funzionamento abbiano portato solo ad un peggioramento dei tempi di viaggio!

Fig. 9: ore di ritardo annue.
Fig. 10: tempi di percorrenza media secondo l'orario e nella realtà.

Ritardo, che passione!

Per terminare questa carrellata, non resta che guardare le ore di ritardo patite dai poveri frequentatori di questi treni, che effettivamente sono diminuite sensibilmente nel 2025, passando da quasi 70 a poco più di 40 (Fig. 9). Questo dato è assolutamente positivo, e speriamo che possa ancora migliorare, magari lasciando a casa chi era responsabile dei quattro anni precedenti, ma nasconde un fatto importante: il ritardo, per definizione, è il tempo oltre quello da orario ufficiale. Quindi, se si cambiasse l'orario di un treno per farlo arrivare più tardi, si ridurrebbe il suo ritardo senza cambiare nulla nella realtà.

Domanda #1: secondo voi questa pratica sarebbe corretta?
Domanda #2: secondo voi questa pratica è stata applicata, ovviamente non per ridurre il ritardo (malpensanti!), ma per tutte le nobili motivazioni di questo mondo?

Lascio a voi la risposta alla prima domanda, ma fornisco in Fig. 10 la risposta alla seconda: mentre il tempo di percorrenza ufficiale del 2218 è sceso da 39 a 37' ed è stabile da anni, incluso il 2026, quello del 2275 è passato da 39 a 45' (curva arancio), e al momento è salito a 48'! Ma il bello è che questa follia è del tutto inutile: i ritardi non sono diminuiti all'aumentare del tempo ufficiale di percorrenza! Di fatto nel 2025 il tempo medio (reale) di percorrenza del 2275 (curva rossa) è stato di 51' (ridicolo!) contro i 45' del 2015, quindi 6' in più. E, guarda caso, il tempo ufficiale è passato da 39 a 45', crescendo proprio di 6'. Dal 13/12/2025 il tempo di percorrenza è aumentato di altri tre minuti, ma c'è da scommettere che non servirà a nulla (a parte aumentare di 3' il tempo medio).

Secondo suggerimento a Trenord: riportare il 2275 agli orari del 2015; non è difficile...

venerdì 19 dicembre 2025

La salita

di Ludwig Hohl
Sellerio, Palermo, 2024 (1a ed. in lingua italiana Casagrande, Bellinzona (Svizzera), 1988)
Traduzione di Umberto Gandini
Fu preso dalla nostalgia di lei, una nostalgia che crebbe rapidamente a dismisura. Provò l'urgenza di chiamare a gran voce il suo nome... attraverso le rocce e oltre le pianure, fino a centinaia di chilometri di distanza... poi però quell'intenzione gli apparve davvero troppo ridicola. L'amore per lei era più grande di quello per la montagna? Era un amore di specie diversa. La montagna era lì, era sua. O meglio, era lei a possedere lui; lo avvolgeva tutt'attorno, scintillante alla luce violentissima del sole e irrigidita nelle oscurità.

Anche in questo caso, devo iniziare queste righe con il canonico ammonimento a non proseguire se non volete rovinarvi la sorpresa del finale, intuibile solo a metà. Se avete sotto gli occhi l'edizione Sellerio potete invece candidamente leggere l'introduzione, che si impegna - forse fin troppo - a non "bruciarvi la scoperta".

I libri di alpinismo, scritti da alpinisti per alpinisti, sono di una noia mortale, salvo rarissime eccezioni (ricordo che da ragazzino rimasi quasi commosso dal capitolo sul Pilone Centrale del Freney di Bonatti). Qui, però, parliamo di una cosa un po' diversa. Hohl fu alpinista (ma su questo torneremo alla fine), e scrisse la prima versione di questa novella nel 1926, a ventidue anni, durante la sua attività. Ci lavorò sopra per mezzo secolo, pubblicandola infine nel 1975. Ѐ lecito quindi supporre che al piano alpinistico si sia via via sovrapposto qualcosa d'altro, risultando in un ibrido che conviene guardare da più punti di vista.

Come récit d'ascension, il racconto è poco interessante: vi si narra del maldestro tentativo di salita di Ull e Johann ad una cima delle Alpi svizzere. Dopo un inizio idilliaco, tutto peggiora: il versante è coperto di neve e ghiaccio, il maltempo imperversa, e i due si riparano in un rifugio semisommerso dalla neve. Qui Johann decide di ritirarsi, e Ull prosegue da solo, per ritrovarsi poi a dover rinunciare anch'egli alla vetta e discendere dalla pericolosa parete S. Descrizioni quasi geologiche della formazione dei seracchi al Capitolo 8 e qualche appunto di tecnica alpinistica di inizio secolo (scorso!) completano il panorama.

Ma dai tempi di Petrarca (per non citare la Bibbia, Dante e le tradizioni extraeuropee), le salite in montagna sono state anche viaggi interiori, metafore di ascesi spirituale, di purificazione, con la montagna a rappresentare gli ostacoli da superare e la discesa vista come ritorno nel mondo. E poi c'è il Romanticismo e la teoria del sublime, quel misto di piacere e terrore di fronte alla potenza della Natura. Insomma: una montagna affollata dal punto di vista simbolico ben prima di esserlo dalle orde turistiche!

Seguire questa traccia non è affatto difficile. Già all'inizio della salita (pp. 27-28), del monte si notano gli aspetti repulsivi:

Se ne coglie solo la ripidezza, il distaccato, incontrastato trionfo. La parte superiore del versante, fatta di vedrette e di roccia grigia, liscia e appena lucente, assomiglia a uno scudo, a una corazza, a un fine lavoro d'incisione su acciaio o argento. E l'intera, estesa immagine di quella nitida struttura sullo sfondo del cielo chiaro avrebbe forse anche potuto suscitare l'impressione di una nave molto grande che si inoltri non tanto in un mare terrestre, quanto nell'eternità.

Innumerevoli sono i richiami alla presenza incombente della Natura, sì che a citarli tutti si finirebbe per riportare quasi per intero il racconto. Ad esempio durante la notte (p. 38)

di tanto in tanto si coglieva un profondo sospiro lontano, come dal mare, prolungato, come un grande mantice che si muovesse lentamente, respiri come d'uno che sospirasse nel sonno... non però d'un dormiente della pochezza d'un animale o un uomo: quel dormiente era forse la montagna stessa.

Così la vallata che aveva definitivamente assunto [...] i connotati dell'infinito (p. 45), e ancora, tra le nebbie (p. 51)

I giganteschi corpi rocciosi della montagna [...] fusi con l'infinito, il mondo, tutto un calderone fumante che suscitava orrore, disumano.

Terribile, ma anche gioiello d'impareggiabile ricchezza (p. 53). Di fronte al duplice aspetto del sublime, i due reagiscono in maniera opposta. Johann ne è soggiogato, incapace di reagire e anche di esprimersi, mentre Ull affronta la Natura, non tanto in maniera razionale, ma istintiva, con la sua abilità e forza di volontà, come appare nel sogno dell'orso nel Capitolo 4. Così, quando Johann decide di rinunciare, Ull continua da solo, rabbioso verso il suo compagno, supera il ghiacciaio e arriva su una cresta. Qui però si rende conto di non poter rientrare da dove è venuto, abbandona la velleità di conquista della vetta e tenta la discesa lungo l'inesplorata parete S, nella Natura primigenia (pp. 82-83):

Guardando a sud, non una traccia d'uomo! Roccia, neve, ghiaccio. Creste nere, come una successione di quinte, cime svettanti verso il cielo, a destra e a manca e ovunque, grigi pendii di detriti più in basso [...]. Un paesaggio primordiale. Se qualcuno fosse stato lì dopo l'ultima glaciazione, quindicimila anni prima, gli si sarebbe offerto lo stesso panorama.

Dopo una rocambolesca discesa lungo il primo tratto, Ull riesce a bivaccare, tra sinistri presagi:

Non un suono, da quando le frane erano cessate; non un gorgoglio d'acqua; non s'udiva più nemmeno il solito fragore della notte in montagna. D'un tratto uno strepito assordante, come il crollo d'una torre... e poi di nuovo silenzio di morte.

La mattina seguente, nel tentativo di scendere lungo una vedretta ghiacciata, Ull scivolerà in un crepaccio. C'è però un ultimo capitolo, dedicato al rientro di Johann: giunto sui verdi prati che tanto hanno fatto da contrasto con il monte, attraversa un torrente, scivola e trova anch'egli la morte!

Se il destino di Ull è scritto fin dall'inizio, dalla lotta impossibile contro l'infinito, l'eterno, l'immensità (termini che si ripetono... all'infinito!), quello di Johann sembra sorprendente, quasi come la chiosa dell'autore alla fine del libro (pp. 122-123): la rapidità della fine di Johann fa da

contrasto con lo svolgimento della sua vita, in cui quasi tutto era avvenuto con malinconica lentezza. E la fine di Ull, che si protrasse per circa ventiquattr'ore [...] non fu forse altrettanto in contrasto col suo temperamento, col suo usuale comportamento? Nel momento della morte i due avevano, per così dire, scambiato i loro ruoli; e s'impone la domanda forse insensata: perché, almeno in piccolo, non era avvenuto lo stesso nella vita?

La morte agisce quindi da contrappasso dantesco (come la descrizione del Cap. 8 sembra quella di una bolgia infernale), ma senza che vi si debba vedere una volontà superiore: la Natura è leopardianamente indifferente alle vicende umane! D'altronde, forse esagerando, possiamo vedere il viaggio come metafora della vita, e la conclusione non può che essere una, sia che si lotti fino all'ultimo (Antonius Block con la morte ci giocherà a scacchi per guadagnare tempo) o che essa ci si pari davanti all'improvviso. E forse non è un caso che la fine sopraggiunga per entrambi durante la discesa, dopo che ognuno ha raggiunto l'apice del proprio viaggio, che non coincide mai con le speranze della partenza. Oppure, visto che la fine di Johann è dovuta a presunzione, anzi temerarietà (p. 120) nell'attraversare il torrente, incurante del consiglio del contadino, e che gli stessi sentimenti conducono UIl verso la scalata solitaria, potremmo vedere le due storie come due sfide alla Natura destinate al fallimento. E la domanda finale vuole forse suggerire che se i ruoli si fossero scambiati la scalata avrebbe avuto successo?

Un altro tema che fa capolino è il capovolgimento dell'immagine classica della montagna come rifugio, come luogo di fuga dalla vita quotidiana (di cui parla anche Motti nella sua Storia dell'alpinismo). Durante quella che sarà la sua ultima notte, Ull, in una mescolanza di veglia e sonno (p. 113)

trovò d'un tratto la risposta definitiva alla domanda posta tanto spesso: «Ma voi, perché salite sui monti?» [...]
La risposta era: per sfuggire alla prigione.
E ora?

Ora la montagna stessa si è trasformata in una prigione! Per Hoh alpinista, la risposta era certamente valida, ma qui si vuole - secondo me - rimarcare ancora una volta l'inutilità di una mentalità di conquista, che diventa essa stessa prigione.

Possiamo infine commentare il carattere dei due alpinisti, stando attenti a non prendercela con Johann: chiunque abbia scalato una parete impegnativa conosce benissimo sia la sensazione di disagio interiore che prende alla vista della montagna, sia la tentazione di tornare indietro, e tutti l'abbiamo fatto almeno una volta, accampando le scuse più improbabili. Volendo, è molto più egoista Ull, che si trascina dietro l'altro solo per avere un compagno che lo possa assicurare nei tratti difficili (p. 73), esempio classico di quell'egoismo di cordata raccontato da Motti. Anche il fatto di essersi dovuto "accontentare" di Johann anziché salire con la propria compagna lo rende stupidamente feroce verso di lui quando vuole rinunciare. Singolare poi che Ull, provetto alpinista, sbagli tutto quello che può: prosegue da solo in un'impresa impossibile, continua lungo la parete S invece di fermarsi sulla cresta e ridiscendere il giorno dopo, perde la piccozza. Ma ancora una volta, tutti abbiamo fatto errori in montagna. Tutti siamo stati Ull, ma anche Johann.

Finisco con una nota biografica. Qui si cita uno scritto di Hohl in Meine Bergtouren, Vol. II (1922-1928) dove si racconta di un bivacco di emergenza del luglio 1925, insieme alla sua compagna Gertrud (Trudi) Luder, al rientro dal Col de la Pilatte Occidentale, un passo sopra il Glacier de la Pilatte, nel Massicio degli Écrins, nel Delfinato. Durante la discesa, Hohl perde la piccozza e si caccia nei guai in una calata in corda doppia, da cui si salva grazie ad un preciso consiglio di Trudi, fatto che sarà poi trasposto nel Capitolo 12. D'altra parte, qui invece si narra di un racconto relativo ad una caduta in un crepaccio durante una salita a Les Rouies, da cui sarebbe stato ancora salvato da Trudi. Viene da chiedersi chi dei due fosse l'alpinista esperto! Trudi morirà poi nel 1946 durante una facile salita al Frontalstock o al Nüenchamm, a seconda delle fonti.

Non sono riuscito a reperire alcuna informazione sulla carriera alpinistica di Hohl. Nei periodici italiani non c'è traccia, e passi, ma nemmeno le poche ricerche negli annuari del CAS hanno restituito alcunché. C'è da dire che almeno nel processo di digitalizzazione degli archivi del Cub Alpino, l'Italia è avanti anni luce!

martedì 16 dicembre 2025

Alto Adige DOC Lagrein 2018 Alois Lageder

Alois Lageder avevo già assaggiato e poi bevuto regolarmente il Pinot noir, uno dei migliori dell'Alto Adige a mio modestissimo parere. E pertanto, trovandomi una sera alle prese con un piatto di Knödel allo speck, ho pensato bene di celebrarli con l'altro vitigno principe del territorio, ovvero il Lagrein. In realtà, i Lagrein rossi prodotti da Lageder sono tre: il Lindenburg, dall'omonimo cru vicino a Bolzano, il Conus, e la linea base, dalla quale sempre bisogna partire: se non convince quella, come potrà mai farlo la selezione?

Coltivato secondo i principi della biodinamica che animano tutta la produzione della casa vinicola, con uve raccolte da diversi soci conferitori, il Lagrein affina in cemento e acciaio per circa 12 mesi. Si presenta con un bel colore rubino con qualche riflesso violaceo.

Aroma non particolarmente intenso di frutti rossi, ciliegie, prugne, seguiti dalle canoniche note speziate e terrose. Al gusto, dopo un congruo periodo di ambientazione, appare morbido e piacevole. Ben bilanciato, senza aver bisogno della spinta alcolica, e con una buona persistenza con il classico finale ancora su note terrose.

E ora sono pronto per gli altri Lagrein, senza dimenticare la versione rosé!

Gradazione: 12,5°
Prezzo di acquisto: 18 €

giovedì 20 novembre 2025

Lungo la strada (o In margine alla vita)

di Herman Bang
Guanda, Parma, 1989 (1a ed. italiana Delta, Milano, 1929)
Traduzione di Eva Kampmann
Katinka contemplò le vecchie fotografie ingiallite con le cornici storte. Riconosceva ogni cosa: la caffettiera d'argento sul tavolo, il servizio pregiato con le tre tazzine di porcellana autentica e, sulla mensola davanti allo specchio appannato, i piccoli sopramobili tutti coperti da fazzoletti; e i tappeti che coprivano il pavimento da una porta all'altra, i gatti che facevano le fusa sdraiati sui cuscini.
Conosceva tutto.

La mia conoscenza di Herman Bang è un altro merito di Amedeo, che interpretò con le sue incisioni la prima edizione italiana del suo romanzo Mikaël nell'ormai remoto 1997. Dell'opera fu realizzata una versione cinematografica nientemeno che da Carl Theodor Dreyer, mentre un altro grande regista, Friedrich Wilhelm Murnau, adattò I quattro diavoli, opera purtroppo perduta. Parliamo quindi di uno scrittore molto scenico, che fu anche regista teatrale e che si esprime per quadri, per immagini, che alle interpretazioni e alle spiegazioni preferisce raccontare gli eventi con un susseguirsi di periodi brevissimi. Del resto, Lungo la strada fu scritto nel 1886, quando l'impressionismo aveva iniziato la sua diffusione, e lo stesso Bang dichiarava di ricercare una visione impressionista applicata alla scrittura.

La trama è banale, ma se appartenete (come me) a coloro che legittimamente non amano che gli si racconti il finale (peraltro assai intuibile), leggete il libro e tornate dopo. Katinka è sposata con Mathias (che chiama con il cognome, Bai), ex militare ora capostazione in un minuscolo paesino della Danimarca. I due caratteri sono alquanto diversi: Bai è una sorta di bambinone, che non si rassegna al passar del tempo (ma chi lo fa?) e che non disdegna il buon cibo, l'alcool, e la compagnia degli amici con cui parlare di donne e dei suoi trascorsi. Fin qui, niente di troppo male, soprattutto agli occhi di oggi, a parte il fatto che tra i "trascorsi" si accenna ad un figlio nato fuori dal matrimonio senza troppi rimpianti (p. 24). Katinka invece è di indole malinconica, si lascia trascinare dagli eventi e si ritrova sposata più o meno per inerzia. Tuttavia, dopo i primi anni (p. 23)

si abituò a quella vita fatta di treni che arrivavano e partivano, e di gente del posto che partiva e poi tornava, recando e chiedendo novità. [...]
E poi c'erano il cane, i piccioni e il giardino.

La tranquilla monotonia della vita della coppia si arresta con l'arrivo di Huus, un fattore chiamato a lavorare in una tenuta della zona. Nei suoi viaggi alla stazione per le spedizioni, Huus si ferma spesso dai Bai, dove Katinka lo attende per dei consigli, perché (p. 33)

con Huus, invece, le sembrava di aver sempre qualcosa da imparare, un consiglio da chiedere, una modifica da apportare.
Quindi gli argomenti di conversazione non mancavano, ed essi discorrevano in modo pacato e tranquillo, come era nella natura di entrambi.

Tra arrossimenti e lunghe chiacchierate, perché ormai Huus è di casa, i due scoprono che tra loro è nato un affetto. La donna, però, non sa o non vuole trarne le conseguenze: bisogna vivere la vita così come viene (p. 59) e del resto, la mia casa è qui (p. 70). Ormai costretta nella vita che (non) ha scelto, a Katinka non resta che reprimere il desiderio (p. 72):

Li vedeva insieme, Agnes e il curato, mentre giocavano a croquet nel grande prato. Non distoglieva un momento lo sguardo da quei due esseri che si amavano.
E li ascoltava anche, piena di curiosità, quasi fossero una sorta di grande prodigio.
E un giorno, mentre tornava a casa, scoppiò a piangere.

Dopo una visita alla "grande fiera" dove i due passano praticamente tutto il tempo insieme, con Mathias che incoraggia pure Huus a prendersi cura della moglie così da potersi dedicare al ballo e agli spettacoli delle ballerine, la situazione non può continuare, ma Katinka nuovamente è incapace di cambiare la sua vita: così deve essere (p. 117). Torna per un po' nella città natale, dove apprende che Huus è partito (p. 135):

Indugiò a lungo. Pensò a quello che sarebbe stata la sua vita futura e d'un tratto le parve che tutto, tutto, le crollasse addosso: un'unica, inimmaginabile, traboccante disperazione.

Costretta a tornare alla vita precedente, che ora le si rivela in tutta la sua aridità, Katinka si ammala e non fa nulla per curarsi, fino all'inevitabile epilogo. Dopo i funerali ed il momentaneo dolore, però, la vita di Mathias e degli altri abitanti del villaggio riprende come prima.

Il tema principale mi pare quello del rimpianto per le scelte che non si è avuto il coraggio di fare. Anche Huus in precedenza si è comportato come Katinka ora, e glielo racconta proprio per rimarcare quanto importante sia decidere della propria felicità (p. 84):

«E così mi fidanzai... durò un anno intero... finché lei non ruppe il fidanzamento.» [...]
«Sono cose che capitano», soggiunse, «quando ci si fidanza o ci si sposa.» [...]
«E per vigliaccheria si continua come se nulla fosse», continuò Huus. «Per una sorta di vigliaccheria inerte e profonda, giorno dopo giorno.»
«Lasciai che le cose si trascinassero», ora la voce di Huus era sommessa, «finché lei la fece finita.»
«Perché
lei mi voleva bene.»

Ma la vicenda è speculare: Katinka non troverà il coraggio di lasciare la sua vita e Huus, pur amandola, se ne andrà, anche se si potrebbe leggere la vicenda al contrario: Katinka, come la fidanzata, dichiara l'impossibilità della loro relazione nel fugace incontro nel gazebo e Huus se ne va. Ovviamente, Bang si guarda bene dal fornire suggerimenti, anche se questa seconda versione darebbe un ruolo attivo a Katinka che non le si confà.

In parallelo a questo vi è lo scorrere del tempo, la nostalgia verso i periodi felici della giovinezza e la consapevolezza dello scarto tra i sogni di allora e la realtà di oggi. Oltre alla stessa Katinka, che conserva gelosamente e riguarda regolarmente tutti i ricordi della giovinezza, il tema fa capolino nella corona funebre di Huus che arriva ormai secca, ed emerge nell'incontro di Katinka con Thora, l'amica esuberante della giovinezza che ora si ritrova sposata con l'ennesimo militare e passa la vita a curare la casa e arrotondare il magro stipendio del marito, ormai sfiorita (p. 124):

Thora parlava senza posa mentre Katinka, camminando al suo fianco, la guardava. Il viso era lo stesso, ma pareva come ristretto in ogni lineamento e si appuntiva verso il mento giallastro.
«Mi guardi eh, cara mia?» disse Thora. «eh sì, la vita non è fatta solo di balli al circolo...»

Tutte o quasi le relazioni descritte appaiono infelici, con le donne relegate al ruolo di madri  (In fondo siamo fatte per procreare, dice Thora a p. 129) e di domestiche se sposate, oppure destinate ad una povertà ancora maggiore come la Piccola Jensen, la figura più triste di tutto il libro. Agnes, più anticonformista, ha ben chiara la situazione (p. 140):

certo che noi donne di possibilità ne abbiamo ben poche. Nei primi venticinque anni della nostra esistenza voliamo di qua e di là in attesa di sposarci, e negli ultimi venticinque anni ci sediamo in attesa di essere seppellite...

Proprio questa empatia per i caratteri femminili e per il ruolo sociale imposto alla donna è un'altra delle cifre di questo racconto. Ma, in fin dei conti, ricordatevi anche che i libri non erano che mera invenzione (p. 24) e che ciò che vi era descritto non era certo vita reale (p. 142).

Si potrebbe anche discutere del carattere di Bai e delle descrizioni (veramente impressioniste) dei paesaggi e dell'arrivo dei treni (pp. 26 e 51), non senza ricordare la posfazione di Anna Maria Segala, ma concludo con una nota sulla prima edizione del 1929, curata da Gian Dàuli e con traduzione di F. Ardelli. Se "Lungo la strada" è la traduzione letterale e rimanda alla strada ferrata lungo cui sorge la stazione, "In margine alla vita" rimanda direttamente a Katinka. Tuttavia, questa edizione è incompleta (!), e si ferma al funerale di Katinka, tagliando l'ineluttabile ritorno alla normalità del paese e di Bai, con la "signorina Louise" che inizia a frequentarne la casa. La traduzione del 1929 soffre del tempo, ad esempio con il capostazione che si presenta in un "palamidone" (ovvero una giacca) e che censura la frase sui ragazzi di Thora che si imboscano a fumare, ma permette a volte di afferrare alcune sfumature perse nella traduzione successiva; ad es., a p. 8 si legge:

La signorina Jensen parlava in modo estremamente corretto, soprattutto quando conversava con la figlia del pastore, che non amava molto.
«I miei allievi non usano di certo questo linguaggio», riprese rivolta alla vedova. Quanto alle parole straniere, la signorina Jensen non si sentiva troppo sicura.

e uno si chiede cosa c'entrino le parole straniere nel discorso. La traduzione del 1929 recita invece

La lingua della signorina Jensen possedeva un'estrema purezza di linguaggio, e non si esprimeva mai più correttamente di quando parlava con la figlia del pastore che non aveva, con suo grande disappunto, il tono distinto dei suoi discepoli.
La signorina Jensen diceva discepolo e non allievo perché in danese questa parola è di derivazione straniera, e quindi da non adoperarsi.

Un altro motivo per leggere la vecchia edizione è che il volume contiene anche un altro racconto di Bang, La signorina Irene, ancora una volta su una figura femminile schiacciata dalla vita, una ballerina ormai "anziana" (ovvero probabilmente sulla quarantina; del resto Katinka (p. 25) "era quasi vecchia. Aveva compiuto trentadue anni") che non ha avuto il ruolo tanto desiderato nel balletto e ora gira la provincia dando lezioni "per continuare ciò che si è convenuto di chiamare la vita".

Tornando a Bang e al cinema, Max von Sydow, il famoso attore Bergmaniano, diresse un adattamento di Lungo la strada nel 1988 dal titolo Katinka - Storia romantica di un amore impossibile, che purtroppo non sono riuscito a vedere. Qui il regista ne parla brevemente.

domenica 2 novembre 2025

Treni 2218 e 2275 (Bergamo-Milano Lambrate): ritardi settembre-ottobre 2025

Fig. 1: distribuzioni cumulative dei ritardi per il treno 2218
(8:02) nei bimestri settembre-ottobre dal 2015 al 2025.
Fig. 2: Ritardi nel bimestre in esame per il treno 2218 (8:02).
Fig. 3: Come in Fig. 1 ma per il treno 2275 (17:40).
Fig. 4: Come in Fig. 2 ma per il treno 2275 (17:40).

La notizia del bimestre è l'annunciato aumento del numero di corse di Trenord in occasione delle prossime olimpiadi invernali. Se l'aspetto più divertente del comunicato sono i toni tronfi (manco fossero il Governo...) e l'enfasi sull'aver "vestito" i treni con i "colori olimpici" (come se non bastassero i writer), c'è chi fa notare che la situazione presenta diverse criticità che si potrebbero tradurre in disservizi, per non parlare del rapporto con il personale e conseguenti, possibili, scioperi.

Nell'attesa di quel che succederà a febbraio 2026, però, bisogna dire che anche in questo bimestre si registra un marcato miglioramento rispetto agli anni precedenti, che - salvo minchiate negli ultimi due mesi, sempre possibili - dovrebbe portare i ritardi complessivi del 2025 ad essere assai migliori dei precedenti. Vedremo!

Intanto, la Fig. 1 mostra le solite distribuzioni cumulative dei ritardi su scala lognormale per il treno 2218. Si vede che i ritardi sono decisamente inferiori degli anni precedenti, con solo la curva per l'anno 2017 che sta marcatamente più a sinistra: puntualità al 9% (ma questo numero ha sempre fatto schifo), e al 69% entro 5'; massimo ritardo di 50' il 6 ottobre, per treno cancellato per guasto. Andamento abbastanza anomalo per il 2218 (ma solito per il 2275), con la coda al 90% che piega verso alti ritardi.

Se andiamo a vedere l'andamento storico dei ritardi nel bimestre (Fig. 2), vediamo che siamo tornati quasi a livello del 2020, dopo tre anni vergognosi e un 2024 dove già era migliorato qualcosa. Media poco sopra 5' e ritardo al 90% di circa 9'... quest'ultimo dato decisamente "fortunato" vista la distribuzione in Fig. 1 che "piega" appena sopra il 90%, ma va bene così; è la statistica!

Passiamo ora al 2275 (Fig. 3), e qui dobbiamo riconoscere che il miglioramento è netto: a parte tre casi di ritardo scandalosamente alto (due per sciopero), la curva mostra ritardi minori di tutti gli anni precedenti: puntualità al 40% e al 80% entro 5'; massimo ritardo di 63' il 3 ottobre, per sciopero che ha cancellato anche il successivo treno 2237 (che sarebbe in fascia di garanzia!).

In Fig. 4 si vede che - finalmente! - i ritardi del 2275 sono diminuiti dopo cinque anni in di costante aumento. Tutte le curve sotto i 10' di ritardo non si vedevano dal 2019, ed i numeri sono anche migliori di quelli del 2218. Resta il dubbio se si tratti di un miracolo una tantum o se siamo stati presi per i fondelli per tutti gli anni precedenti...

Terminiamo con la carrellata sulle cause di ritardo: solo sette le segnalazioni, di cui quattro per guasti al treno, due per sciopero, e una per ritardi ad un treno precedente.

Nota: i dati sono raccolti personalmente o da app Trenord. Per correttezza, bisogna specificare che i ritardi sopportati dai pendolari su questi due treni non sono indicativi dei ritardi complessivi, che sta ad altri raccogliere e rendere pubblici. Idem per i rimpalli di responsabilità tra Trenord, Rfi, e quant'altri. Qui si cita spesso Trenord in quanto è ad essa che i poveri pendolari versano biglietti ed abbonamenti, e ai quali dovrebbe rispondere del servizio.

martedì 28 ottobre 2025

Montepulciano d'Abruzzo Colline Teramane DOCG Riserva Zanna 2017 Illuminati

Dopo Riparosso e Campirosa, rieccomi ai vini di Illuminati, questa volta ai loro Montepulciano Riserva. Lasciamo da parte come d'abitudine il Pieluni che spende due anni in barrique, e dedichiamo l'attenzione allo Zanna. Il nome viene dal vigneto di origine, che dovrebbe avere ormai più di cinquant'anni ed è uno dei più vecchi dell'azienda. E con un vigneto così vecchio, cosa c'è di meglio di un affinamento tradizionale?

Dopo la raccolta, il vino fermenta in acciaio inox, per passare poi in botti di rovere di Slavonia da 25 hl dove riposa per circa due anni, terminando l'affinamento con un anno in bottiglia. Nel bicchiere è di un bel colore rubino assai denso - del resto, otto anni sono pochi per questo vino, che si apre senza esitazioni con profumi di ciliegia e frutti rossi, seguiti dai toni speziati e, se vogliamo citare l'assai analitica etichetta, da note minerali, grafite.

Molto piacevole all'assaggio, pieno e morbido, dominato dai frutti rossi e con l'alcool che dà struttura ma non sovrasta. La buona persistenza e il finale sui toni speziati completano l'assaggio e invogliano subito a ricominciare.

Un altro particolare degno di nota di questo vino è che, come dovrebbe essere per tutte le "riserve", lo Zanna è prodotto solo nelle annate migliori, tra cui questo 2017.

Gradazione: 14,5°
Prezzo di acquisto: 20 €

sabato 18 ottobre 2025

Fessura Kiki + L'apprendista

Michele sul 1° tiro della Fessura.
E qui sul 5° tiro.
Angelo sul 1° tiro de L'apprendista.
Tracciato della Fessura Kiki.
Roda del Canal (Monte Cordespino)
Parete E

"La prossima volta andiamo a fare Pussy Power al Croz dei pini!", dico al buon Michele che, in grazia di impegni pomeridiani di tal fatta, mi costringe ad una partenza anticipata per fare due brevissime viette a Tessari e rientrare di fretta. Così, dopo sei anni di assenza dalla zona, mi ritrovo sul luogo teatro di recenti operazioni di schiodatura e relative polemiche, su cui mi limito ad indicare questa intervista a Beppe Vidali, protagonista storico dell'arrampicata in Val d'Adige. Che piacciano o meno, le vie della Roda sono così: sviluppo modesto, gradi quasi sempre accessibili a tutti, chiodatura ottima con uso limitatissimo o nullo delle protezioni veloci. Non sorprende che ci sia la ressa, sorprende un po' di più che vi si ritrovino i corsi del CAI. O forse, hanno tutti un amico con "impegni pomeridiani"...

Accesso (Fessura Kiki): dal casello di Affi della A22 seguire per Brentino Belluno, scendendo in Val d'Adige per portarsi sulla destra dell'autostrada e proseguire fino ad un cartello indicatore per la frazione Tessari. Superato un ponte sopra l'autostrada, ci sono due possibilità di parcheggio: subito sulla sinistra prima di attraversare un canale (più comodo; fate attenzione ai vigneti!), oppure svoltando a sinistra dopo il canale e proseguendo fino ad uno spiazzo. Portarsi poi sulla sponda destra del canale (se avete parcheggiato nello spiazzo, tornate indietro lungo la strada e non attraversate la proprietà privata o i vigneti!), superare una sbarra e proseguire. All'altezza della parete, noterete un sentiero che proviene da destra ed una sbarra. Poco dopo si vede una traccia segnalata da un sasso che sale verso la parete e conduce all'attacco della via (scritta).

Relazione (Fessura): via breve ma piacevole che risale l'evidente fessura fino alla cengia, per concludere con un tiro in placca; la chiodatura è ottima, ma può essere utile un friend BD0.75 per l'ultimo tiro, dove il primo fix è piuttosto alto ed è preceduto da invitanti fessure. La relazione degli apritori è piuttosto generosa con i gradi; di seguito - ovviamente - la mia valutazione personale.

1° tiro: salire la placchetta e spostarsi a destra alla sosta. 20 m, 5b, cinque fix. Sosta su fix e spit con anello.
2° tiro: salire per il diedro fessurato a destra della sosta. 15 m, 5b, quattro fix. Sosta su fix e spit con anello.
3° tiro: seguire la fessura obliqua a destra della sosta fino ad un alberello dove si sosta. 20 m, 5b, cinque fix. Sosta su fix e spit con anello.
4° tiro: spostarsi a destra e salire per pilastrini dall'aspetto un po' dubbio fino ad un sentiero. Da qui salire alla sosta appena sopra. 20 m, 4a, due fix. Sosta su golfare e spit con anello.
5° tiro: non seguire i cordoni a destra (della via Datti una mossa), ma salire verso sinistra lungo le belle fessure fino al fix, per proseguire dritti su muretto fessurato. 30 m; III, IV+, 5b; tre fix. Sosta da attrezzare.

Discesa: proseguire fino ad incontrare una traccia che si segue verso destra. Tenendo la destra ad un paio di bivi si giunge alla base della parete, alla sbarra incontrata prima.

Accesso (L'apprendista): raggiunta la parete, si continua fino a superare un paio di canaline di scolo dell'acqua e si prende una traccia a destra, sperando che sia quella giusta. La via corre dopo Zig zag e prima de La livera.

Relazione (L'apprendista): caratteristiche simili alla precedente, con due bei tiri iniziali e poi meno interessante. La difficoltà è concentrata in un passo del primo tiro, peraltro facilmente azzerabile. Anche in questo caso, valutate se portarvi un friend medio per l'ultimo tiro.

1° tiro: portarsi a destra e aggirare lo strapiombo, superare la placca e raggiungere la sosta sulla sinistra. 20 m, 6a+ (un passo); sei fix, due cordoni in clessidra. Sosta su fix e spit con anello.
2° tiro: salire a destra del diedro, traversare a sinistra e salire alla sosta. 20 m, 5b; quattro fix, un cordone. Sosta su due fix con cordino.
3° tiro: salire le rocce rotte a destra e continuare fino alla cengia (sosta possibile su spit singolo). Proseguire brevemente fin sotto la placca successiva e sostare. 25 m, III+; due cordoni in clessidra, uno spit con anello. Sosta da attrezzare su albero.
4° tiro: salire la placca fessurata fino alla sommità. 25 m, 4b; tre cordoni in clessidra, un fix. Sosta su cordone in clessidra.

Discesa: proseguire per traccia in salita fino ad incrociare un evidente sentiero che si segue verso destra e che riporta al parcheggio.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

sabato 4 ottobre 2025

Storia dell'alpinismo e dello sci

di Gian Piero Motti e Guido Oddo
Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1977 e 1978
In un silenzio, che non è più delle nostre Alpi, potrebbe esser bello liberare la fantasia ed immaginare, per qualche istante, le emozioni di quegli uomini davanti alla grande montagna. Una montagna oggi conosciuta in ogni minimo dettaglio, salita e risalita, aggredita sistematicamente, oggetto di sfogo per uomini che vivono in una società in costante tensione, strumento e terreno di colossali e volgari speculazioni che agiscono in nome del progresso e del turismo, dimenticando sempre più il rispetto e l'armonia con l'ambiente, assillati dal nevrotico desiderio di avere tutto e subito, senza fatica alcuna e senza soffrire. Eppure è bello immaginare lo stupore, lo smarrimento e la meraviglia infantile di questi uomini davanti ad un mondo assolutamente nuovo ed un po' misterioso, di fronte alla promessa di avventure e scoperte, al sorgere di quel turbamento interiore che sempre si prova a contatto con qualcosa di sconosciuto.
Riaprendo gli occhi
[...] si assiste ad una lotta sempre più nevrotica ed individuale, dove la dolcezza dell'armonia con l'elemento naturale va scomparendo sotto l'assalto della violenza competitiva che non ammette sogni, stasi e debolezze.

Qual è stato il primo libro italiano di storia dell'alpinismo? Se prescindiamo dai numerosi resoconti limitati a qualche gruppo montano, che appaiono regolarmente sulla Rivista Mensile del CAI sin dagli albori, il primo riferimento organico che mi viene in mente (ma correzioni sono ben accette!) è Lo sport dell'arrampicamento di Domenico Rudatis, del 1930-31. Bisogna poi certamente citare lo scritto (un'ottantina di pagine) Cento anni di alpinismo italiano di Massimo Mila, che apre il volume dedicato al primo secolo di vita del CAI nel 1963, e che fu allegato alla prima edizione italiana (1965) della storia dell'alpinismo di Claire-Éliane Engel per colmarne le vistose lacune. Nel 1977 De Agostini pubblica l'enciclopedia (come si usava allora...) La montagna, in otto volumi rilegati. Alla fine dell'opera, però, compaiono due volumi addizionali di una edizione speciale fuori commercio per gli abbonati a La Montagna (come riportato sull'antiporta) che scrivono davvero un nuovo capitolo - perdonate il gioco di parole - sul modo di raccontare l'alpinismo.

Sgombriamo subito il campo dalla parte dedicata allo sci: 136 pagine delle quali si leggono con interesse solo le prime 30-40 di impronta storica, seguite da un noiosissimo elenco di gare e relativi vincitori, e limitiamoci alla storia dell'alpinismo. L'autore è Gian Piero Motti, che si è già fatto conoscere, oltre che per la sua attività alpinistica, anche per i suoi scritti ormai famosi (I falliti compare sulla Rivista Mensile del CAI del 1972, Il nuovo mattino sulla Rivista della Montagna del 1974); una personalità complessa e travagliata su cui molto è già stato detto e scritto. L'approccio che egli dà all'opera è del tutto innovativo: vi è sì la cronologia dei principali alpinisti e delle loro salite, ma questo appare a volte come secondario, un dato accessorio, perché (p. 29, II)

questo non vuole essere un trattato di psicologia dell'alpinista, o forse vorrebbe anche esserlo

ed in effetti lo è! Molto interessanti da questo punto di vista sono le prime 40 pagine circa, dove Motti indaga il rapporto Uomo-Natura, Uomo-Montagna, Alpinista-Vetta, per giungere a chiedersi il perché delle fatiche e dell'eterna insoddisfazione che spesso affligge l'alpinista, che sovente non si sente inserito nella vita di tutti e di tutti i giorni (p. 9) e che, giunto in vetta, prova la breve illusione di essere al di sopra di tutte le cose mortali. Ma non sempre è così (p. 9). Perché (p. 13):

la si era vissuta [la vetta] come meta finale e liberatoria, quasi assoluta nella sua purezza. Per raggiungerla si è dato tutto, si è lottato fino allo spasimo [..]. Invece una volta giunti in vetta si comprende purtroppo che era solo un sogno, un fantastico sogno che si è cercato di materializzare nell'immagine della scalata: in vetta però non vi è nulla, vi sono pochi metri quadrati di roccia o di neve, sovente ci si sta anche scomodi, fa freddo, tira vento e forse non si vede alcun panorama. [...] In ogni caso la discesa il più delle volte sarà uno squallido rito da consumare, uno stanco e mesto ritorno verso usi e abitudini di un mondo mediocre e insoddisfacente dal quale si era creduto di fuggire con la scalata.

A questo punto, urge un minimo di contestualizzazione. L'ambiente alpinistico italiano di quegli anni era ad un punto morto, e Motti coglie lucidamente la crisi: le cime, le pareti, le vie delle Alpi sembrano sature di possibilità, ed il desiderio di "avventura" spinge ad un ulteriore aumento della difficoltà (ripudiando i mezzi artificiali, su cui torneremo), all'alpinismo solitario o invernale, o verso le montagne extraeuropee e gli Ottomila. Ma questo vuol dire elevare in maniera significativa il rischio e la fatica. A ciò sommiamo il fatto che tutto il pattume retorico degli anni Trenta sull'alpinismo eroico, la lotta coll'alpe, il sacrificio (che invero ha infettato anche altri e ben più importanti ambiti), comincia finalmente ad apparire per quello che è anche tra gli alpinisti, o almeno alle giovani generazioni (Motti è nato nel 1946), che cercano un senso diverso al loro andar per monti.

Le soluzioni che Motti vede germogliare sono diverse: ovviamente si può continuare lungo il filone tradizionale (e si cita l'esempio di Messner, riportando alcune simpatiche note in sinistrese sulla collettivizzazione e la critica materialista), oppure ci si può volgere verso un alpinismo spogliato del carattere retorico e drammatico, la pace coll'alpe di Carlo Possa, dove (p. 15)

appare chiaro il fine di smitizzare l'alpinismo e di umanizzarlo rendendolo un fatto sociale e non più individuale [...], portandolo alle masse come sana attività creativa e sportiva non alienante e soprattutto non asservita alle strumentalizzazioni del sistema (sul che si possono nutrire dubbi molto fondati...).

Si identifica infine una terza via, ispirata a quanto in quegli anni si sta compiendo in Yosemite (pp. 17-18), dove gli alpinisti non si pongono questi problemi:

Per essi arrampicare è (o per lo meno dovrebbe essere) un gioco [nota: nel 1979 uscirà la famosa guida Il gioco-arrampicata della Val di Mello di Ivan Guerini], dove non esiste una meta da raggiungere, ma semplicemente la gioia che si trae dall'arrampicare stesso. [...] È un gioco che può essere magnificamente condotto sulle solari muraglie granitiche della Yosemite Valley (California) o sulle fantastiche scogliere delle Calanques [nota: ormai untissime].
Vi è però un grande pericolo che si cela nella pratica di questo tipo di alpinismo: si può correre il rischio di mantenere la stessa ideologia dell'alpinismo tradizionale, trasferendo il simbolo della vetta nella difficoltà del singolo passaggio. La meta da raggiungere e superare non è più la vetta, ma la lunghezza di corda o il passaggio difficile e sempre più difficile
[...]. Così si genera una competitività con sé stessi ed un'angoscia di caduta ancora peggiore, sfociando quasi sempre nel tecnicismo più esasperato e nell'arido atletismo.

Si potrebbe dire che questa previsione si è avverata nell'arrampicata sportiva, anche se non bisogna dimenticare che il vituperato arido atletismo da falesia, portato sulle grandi pareti, ha giocato e gioca un ruolo fondamentale anche nell'evoluzione dell'alpinismo. Ad ogni modo, Motti riconosce il carattere anarchico dell'alpinismo, e lascia la soluzione (personale) di questo dilemma a ciascuno di noi.

Prima di iniziare con la Storia vera e propria, c'è ancora tempo per discutere del problema della difficoltà e degli inevitabili confronti tra alpinisti di ieri e di oggi. Motti insiste (e lo ripeterà molte volte nella trattazione, ad esempio per la salita della Cima Grande di Lavaredo e della E del Gran Capucin) sul carattere di rottura psicologica delle imprese principali, perché dopo la prima salita (p. 35)

a coloro che la vorranno ripetere [la via] apparirà già più addomesticata, più fattibile. In pratica non esisteranno più incognite sulle possibilità di realizzazione, ma unicamente difficoltà da superare. Ormai esiste la sicurezza di salire dove altri sono già saliti: una specie di incantesimo si è rotto, l'ignoto diviene conosciuto e dall'opera d'arte dei primi o del primo salitore rapidamente si passa al lavoro tecnico e atletico di chi segue e ripete.

Ogni epoca ha il suo limite, e indubbiamente oggi le difficoltà superate sono maggiori rispetto al passato (ci mancherebbe altro!), ma se caliamo le azioni nel loro tempo non vi è differenza, perché (p. 37) durante tutta la storia umana, l'abbattimento di un limite ha richiesto sempre lo stesso tributo di impegno fisico e psichico. E oggi? Dopo una critica sociale che sa un po' di "controcultura" anni '70 (ma non è da buttare), con l'alienazione, la presa di coscienza delle masse (oggi rintronate da TikTok), l'ideologia competitiva del sistema, si identifica nell'alpinismo (grazie alla libertà e al contatto con la Natura) una valvola di sfogo per fuggire allo squallore delle gerarchie aziendali e burocratiche (p. 44; Gian Piero sorriderà se dico che la frase suona oggi un po' Fantozziana). Il risultato di questa corsa alla montagna è validissimo anche oggi (basta sostituire l'alpinismo con lo sci o i trekking più alla moda):

Il risultato visibile è che tutta la catena alpina sta subendo un'aggressione violenta che non ha precedenti, dove ciascuno cerca di farsi spazio a gomitate. Tutti vogliono vincere, tutti cercano il loro giorno da leone, costi quel che costi, scaricando nell'alpinismo torrenti di violenza repressa [...]. Purtroppo le Alpi stanno diventando un gigantesco «luna-park» ed una pattumiera di colossali proporzioni [...]. E, cosa ancora più grave, gli incidenti sono innumerevoli [questi concetti sono ripresi alle pp. 94-95 del volume II].

Dopo questa lunga premessa, la Storia si dipana come di consueto, dal Monte Bianco alla transizione da alpinismo scientifico dei pionieri a quello romantico, dalle alpi occidentali alle Dolomiti dove nasce il piacere dell'arrampicata pura, ma sempre facendo attenzione al contesto sociale in cui le imprese alpinistiche si svolgono (si legga la discussione a p. 104, dove pure non manca qualche giudizio un po' pesante sulla società tedesca dell'epoca, o quella a p. 20 del volume II sulla salita alla N dell'Eiger o ancora a p. 39). Si arriva così alla salita del Dente del Gigante nel 1882 che, com'è noto, riuscì solo con l'aiuto di mezzi artificiali. Se sul fatto specifico Motti sorvola, esprimendo soltanto un giudizio di valore estetico e non certo etico (p. 172), torna prepotentemente sulla questione parlando di Preuss (pp. 203-204):

Non è vero che in questo genere di scalata [artificiale] non esiste l'avventura, ma esiste soltanto durante la prima ascensione, quando il capocordata deve fare un vero e proprio studio delle fessure da seguire, dove la scelta di ogni chiodo comporta esperienza, astuzia, ingegno e intelligenza, dove esistono tutte quelle incognite di passaggio e di impossibilità di ritirata che sono presenti anche nell'arrampicata libera. A meno che si accetti l'uso del chiodo ad espansione, nel qual caso l'avventura è veramente finita. [...]
Nella ripetizione di una via artificiale rimane il fattore atletico, che può avere indubbiamente i suoi aspetti piacevoli e positivi 
[...]. Comunque, nel salire lungo una fila di chiodi già piantati da altri, oppure nel piantare chiodi sfruttando gli evidenti segni di chiodatura lasciati dalle cordate precedenti vi è ben poca avventura, ma il più delle volte solo un lavoro noioso e monotono che non dà alcuna sensazione di libertà e leggerezza.

Il giudizio mi pare un po' ingeneroso, ma ricalca quanto detto sopra per l'arrampicata libera. Bisogna però rimarcare che le prime salite in artificiale (quando non sono solo un mezzo per cercare di salire dove non si passa più in libera) costituiscono (p. 207)

un'esperienza di estremo interesse: per la lentezza assoluta dell'azione, per le pause molto lunghe che separano l'azione stessa, per il controllo nervoso che la progressione richiede. Una somma di fattori che fa di una salita su una grande muraglia granitica o calcarea un sorta di «viaggio» nel subconscio, una specie di via per autoconoscersi.

Anche questa insistenza sull'artificiale va contestualizzata. La percezione (che peraltro si verifica in ogni epoca) di essere giunti al limite delle possibilità aveva portato negli anni 60-70 ad un impiego massiccio del chiodo ad espansione e della progressione artificiale (ricordiamo il celeberrimo assassinio dell'impossibile di Messner del 1968), fino alla riscoperta dell'arrampicata libera e al riconoscimento che (p. 206)

vi sarà progresso [...] quando le pareti che noi abbiamo vinto a vinciamo con abbondante uso di chiodi e di staffe saranno scalate da un arrampicatore solitario senza alcun mezzo artificiale.

Molto meno convincente mi pare invece la divagazione psicanalitica che segue, con la montagna come Grande Madre, i traumi infantili e l'angoscia di castrazione (che compare anche nell'analisi su Ruskin a p. 64), il chiodo come metafora della penetrazione e via dicendo (anche perché avrei qualche problema ad applicarla all'alpinismo femminile). Motti nutre ovviamente un grande interesse per la psicanalisi, che applica costantemente (si vedano ad esempio i capitoli riservati a Cassin, Gervasutti, Bonatti, e la parte su Hemming), senza dimenticare l'antipsichiatria (quella di Cooper e Laing, non quella dei cialtroni) e la sua critica al concetto di normalità. Un altro degli interessi di Motti che emerge periodicamente è quello per le filosofie orientali (contrapposte al freddo razionalismo citato più volte) ed il loro rapporto diverso con la Natura, la rinuncia alle cose materiali e l'ascesi (soprassediamo sull'ampia documentazione scientifica che comproverebbe chiaroveggenza, telepatia e compagnia bella; d'altronde nemmeno oggi la Scienza gode di ottima salute...), che lo rendono simpatetico verso Rudatis e la sua filosofia, dove (p. 239)

l'alpinismo e soprattutto l'arrampicata estrema erano il mezzo ideale per superare sé stessi, per uscire dalla vile condizione soggetta al destino e per scoprire una dimensione di libertà in cui ci si riuniva a tutte le forze del cosmo.

Ci sarebbero poi da notare un paio di punti che in retrospettiva fanno rabbrividire, in cui si può forse leggere il dramma di Gian Piero di ritornare da dove è venuto, ma il rispetto e l'affetto che tutti gli portiamo anche se non l'abbiamo conosciuto personalmente ci fanno fermare qui, chiudendo con un monito validissimo anche oggi (p. 277):

L'alpinismo è una delle più belle manifestazioni anarchiche che esistano sul pianeta, e tale deve rimanere: senza leggi, senza regole, senza imposizioni dall'alto, senza padroni e senza padreterni. Sarà merito degli alpinisti di oggi e domani combattere una lotta accanita contro ogni forma di strumentalizzazione, sia che venga dall'interessatissima industria, sia che venga dai confini politici di destra e di sinistra. I caratteri più belli e genuini dell'alpinismo sono la ricerca appassionata e forse disperata di libertà, l'insofferenza per ogni regola umana e per ogni legge che non sia dettata dalle forze supreme della Natura, la ricerca di spazio e di infinito, il desiderio di entrare in armonia con le forze cosmiche e terrestri. La vita di oggi cammina verso una pianificazione che porta all'esatto contrario.

Ricordiamo infine che nell'edizione 2013 di Priuli e Verlucca (dove sparisce la parte sullo sci e si aggiunge - ma perché? - un "La" al titolo) è presente un capitolo aggiuntivo di aggiornamento a cura di Enrico Camanni.

lunedì 15 settembre 2025

Arichi

Michele sul 1° tiro.
E sul 3° tiro.
Tracciato della via. La foto della parete è
estratta da Google Earth.
Parete di Sanico (Monte Pizzocolo)
Parete SE

Accesso: raggiungere Toscolano Maderno e salire alla soprastante frazione di Sanico (seguire inizialmente le indicazioni per Maclino). Alla frazione, dove la strada compie una svolta ad angolo retto verso sinistra e inizia a salire, proseguire dritti (indicazione Parete di Sanico) su stradina pianeggiante fino ad un bivio dove si ignora una strada con indicazione "strada privata" sulla sinistra, parcheggiando subito dopo il bivio, a destra o sinistra. Proseguire un poco lungo la strada fino ad un altro cartello di strada privata. Qui prendere il largo sentiero che sale a sinistra. Dopo pochi metri si vede a destra un cancello di legno ed una staccionata con filo spinato che difendono un capanno di caccia, che va aggirato. Proseguite quindi per poche decine di metri e scendete per traccia verso destra (ometti lungo la traccia, ma non sul sentiero) fino ad un altro largo sentiero che proviene dal cancello, che si segue verso sinistra fino alla parete, in corrispondenza dell'attacco di Melissa slimoncella. Appena prima di raggiungere la parete, salire per un canale sulla sinistra, seguendo una corda fissa dopo qualche metro. Portarsi poi verso sinistra fino a reperire le corde fisse ed i bolli arancio che conducono all'attacco delle vie Chela de Biass e Steno. Appena più a monte attacca la Via del ritorno (targhetta), e appena sopra attacca Arichi (scritta "A" visibile). Quaranta minuti circa.
In alternativa, poco dopo l'aggiramento del capanno, lungo il sentiero, bisogna identificare una traccia con corse fisse sulla sinistra. Seguendole, si giunge direttamente agli attacchi (soluzione comoda anche per la discesa).

Relazione: via breve ma molto piacevole che risale la parete per bellissime placche di calcare a buchi. La via è interamente attrezzata in stile classico (tranne l'ultima sosta), con protezioni su cordoni (non sempre nuovissimi...) in clessidre, sempre piuttosto ravvicinate, tanto che i friend restano sempre attaccati all'imbragatura; portatene comunque un paio per ogni evenienza.

1° tiro: salire dritti per muretto iniziale e placca, seguendo la lingua di roccia tra la vegetazione. 35 m; V, V+ (forse passo di VI-), V-; dieci cordoni in clessidra. Sosta su due cordoni in clessidre e maglia-rapida. Appena sopra a sinistra c'è una sosta più comoda su due cordoni in clessidre.
2° tiro: portarsi verso sinistra e continuare dritto lungo la placca a lame e buchi, uscendo su terra per rimontare un masso oltre cui vi è la sosta sulla sinistra. 35 m; V+, IV; sette cordoni in clessidra, una sosta. Sosta su cordoni in clessidre.
3° tiro: risalire la costola verso sinistra, superare un passo delicato (stare a sinistra rispetto al cordone) e continuare verso sinistra fino alla sosta. 20 m; IV, V+ (un passo), V; cinque cordoni in clessidra. Sosta su due cordoni in clessidre e maglia-rapida.
4° tiro: salire lungo una fessura e continuare verso sinistra e poi dritto su rocce più facili. Ignorare una sosta su cordoni, continuare e poco dopo portarsi a destra per risalire una facile placca che porta alla sosta. 35 m; V, IV, III+; quattro cordoni in clessidra, una sosta (due cordoni in clessidra). Sosta su due fix con cordoni e maglia-rapida.

Discesa: seguire la corda fissa verso destra fino ad un ancoraggio di calata (due fix, catena ed anello). Da qui si scende con tre calate da 25 m e l'ultima da 30 m. Basta una corda singola, ma fate attenzione all'ultima calata. Dalla base si seguono le corde fisse fino ad un sentiero pianeggiante, che si segue verso destra per trovare poco dopo altre corde fisse che riportano nei pressi del capanno di caccia.

Avvertenza: quanto sopra è la relazione del percorso da me seguito. Altre opzioni possono essere possibili per quanto riguarda l'accesso, la salita e la discesa; inoltre, le protezioni, le soste ed il loro stato possono cambiare nel tempo: usate sempre le vostre capacità di valutazione! Vogliate segnalarmi eventuali errori ed omissioni. Grazie.

sabato 13 settembre 2025

Chianti Classico DOCG 2018 Castello di Verrazzano

Chi è stato a New York non può non aver visto il ponte di Verrazzano, che collega Brooklyn a Staten Island ed è dedicato all'esploratore Giovanni, nativo di Greve in Chianti (quindi provincia di FI) dove si trova ancora l'omonimo castello. Non sappiamo se il navigatore portasse seco alcune bottiglie di vino nei suoi viaggi perigliosi, ma sappiamo per certo che nella tenuta si coltiva vino dal 1170! L'azienda vitivinicola com'è oggi nasce però negli anni '60, e può contare su 52 ettari di vigneto, coltivati in regime biologico. Tra i vini prodotti, oltre a tre Chianti Classico (base, riserva e gran selezione, quest'ultima tipologia nata nel 2014), vi sono due Toscana Igt, un rosato ed un paio di bianchi, a cui aggiungere il canonico Vin Santo.

Stiamo sul Chianti e lasciamo, come spesso conviene, le riserve e le selezioni con i loro passaggi in barrique. Il Chianti Classico "base" è un vino tradizionale, che nasce dal 95% di Sangiovese ed un restante 5% non bene identificato (nella tenuta si coltivano anche Merlot, Cabernet, Canaiolo e Colorino; a voi la scelta), ed affina per (almeno) 18 mesi in botti da 33 hl, seguiti da 6 mesi in bottiglia.

Il vino si presenta di un bel colore rubino, con decisi aromi di frutti rossi, ciliegia su tutti, che si accompagnano a delle note speziate. Molto piacevole ed equilibrato al palato, con una componente alcolica che sostiene la struttura senza essere invadente. Finale un po' speziato che completa l'assaggio.

Di certo, l'avo esploratore avrebbe apprezzato! Ma noi non siamo da meno...

Gradazione: 14°
Prezzo di acquisto: 17 €