lunedì 6 agosto 2012

Nantucket

Il faro

La casa del Cap. Pollard

Hadwen house

Scheletro di capodoglio
L'accento è sulla "u" (fatta salva la pronuncia), e non vi azzardate a dirmi anche voi, come tempo fa un'amica poi laureatasi in Lettere e filosofia (così va il mondo...), che il libro che vi è più indissolubilmente legato "pensavate fosse una cosa da ragazzi"! L'autore lo scrisse nel lontano 1851 senza averla visitata, e così ne inizia la descrizione al Cap. 14: "Nantucket! Take out your map and look at it. See what a real corner of the world it occupies; how it stands there, away off shore, more lonely than the Eddystone lighthouse. Look at it - a mere hillock, and elbow of sand; all beach, without a background. There is more sand there than you would use in twenty years as a substitute for blotting paper".
E dopo aver letto e amato il libro, nella bella traduzione di Pavese, io effettivamente la cercai, setacciando palmo a palmo la costa del nord America sull'atlante geografico metodico, unico mio depositario della cartografia mondiale nell'era pre-internet, ma invano. Passano gli anni (e anche i lustri e i decenni, purtroppo), e nel programmare la visita a Cape Cod mi accorgo che l'isolotto che avevo cercato tempo fa è lì, a un paio d'ore di traghetto! Ci vado, in una giornata che rapidamente peggiora e si risolve in un acquazzone che affoga ogni tentativo di visitare accuratamente l'isola e che si somma alla mia conclamata imperizia fotografica (e non solo tale), risultando in immagini anche peggiori del solito; ci vado coll'animo fermo a metà Ottocento, tra fantasia e realtà, tra il chowder del Try Pots e lo sfortunato capitano Pollard dell'Essex (alla cui tragedia si ispira il libro) e del Two brothers. Ma i 150 anni e passa che sono trascorsi hanno lasciato il segno, e si vede! Del Cap. Pollard si vede ancora la casa al 46 di Centre Street, ma ridotta a negozietto insignificante - solo una targa ricorda il comandante, poi finito a fare il guardiano notturno di Nantucket dopo il secondo naufragio; la zona vicino al porto è diventata un susseguirsi di fast-food e ristoranti di dubbia qualità contornati da negozi di souvenir; le strade sono infestate di automobili parcheggiate in ogni dove, sì che pare di essere in centro Milano piuttosto che negli USA.
Per ritrovare qualcosa della Nantucket che fu famosa fino alla seconda metà dell'Ottocento, quando sia problemi all'ingresso del porto, sia l'introduzione di infrastrutture come le ferrovie, che rendevano più competitivi i porti della costa, sia infine l'utilizzo del kerosene che rese - vivaddio - non più conveniente lo spermaceti ne determinarono il declino bisogna addentrarsi oltre le vie a ridosso del porto, andare a scovare le ricche case, alcune oggi visitabili, dei mercanti che si arricchirono con l'industria, e infine fare un giro al whaling museum. Qui, in una vecchia fabbrica di candele ci si immerge nel "vero" mondo di Nantucket, tra registri di bordo di baleniere, reperti delle navi d'epoca (tra cui le poche cose sopravvissute al disastro dell'Essex), una serie impressionante di ramponi e lance utilizzate per massacrare i poveri cetacei, uno scheletro di capodoglio (morto naturalmente per spiaggiamento, per fortuna) e i prodotti della lavorazione, olio, candele e altro. Ve lo avevo detto che il libro di cui parlavo è Moby Dick?

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