sabato 22 dicembre 2018

Camòs

di Lorenzo Tassi
Versante Sud, Milano, 2017

Prima si arrampicava sulle grandi pareti, poi sulle falesie, poi sui boulder, cioè sui massi... e adesso in cantina. Mi sembra una discesa, non una salita!
(Dalla prima parte dell'intervista, a 3:19)
Dopo la lettura del libro su Gullich, rieccomi alle prese con una biografia legata al mondo dell'arrampicata; una biografia che aspettavo da anni, da quando sentii raccontare di Camòs, delle sue capacità, dei suoi eccessi e del prematuro epilogo della sua esistenza, da quando trovai il suo nome associato ad una via nelle Dolomiti di Fanis e poco dopo visitai Cornalba, senza alzarmi molto sulle pareti. Ma andiamo con ordine: Bruno Tassi detto Camòs è stato quasi una leggenda nel mondo dell'arrampicata, noto ben al di fuori dei confini bergamaschi. Negli anni in cui si faceva strada l'arrampicata sportiva, scopre Cornalba (ma non solo quella!) e la trasforma in una delle falesie più famose d'Italia, chiodando e liberando tiri ormai storici come Apache (8a), Peter Pan (8a+), FBL (8a+), Jedi (8b). Accanto a ciò vanno però elencate almeno la prima salita italiana di Zodiac e la prima salita alla parete NO del Baruntse nord (7057 m), a testimonianza della sua polivalenza. Camòs diventa il riferimento per l'arrampicata in terra bergamasca, spostando il limite del possibile e coagulando attorno a sé una generazione di alpinisti-arrampicatori che ne seguiranno le tracce. Scompare in un incidente d'auto (come Gullich) il 24 dicembre 2007. Tra i due grandi arrampicatori si possono trovare altre analogie: anche Camòs si rende conto dell’utilità delle falesie per l’allenamento, pur conservando un carattere "alpinistico", per cui la falesia è vista sostanzialmente come allenamento per le grandi pareti. Anche Camòs si dedicherà all’allenamento, attraverso la collaborazione con una ditta per il progetto di prese artificiali. A differenza di Gullich, tuttavia, Camòs si dedica principalmente a dotare il “suo” territorio di falesie che possano fornire la preparazione necessaria.
Il libro vuole raccontare l'uomo più che lo scalatore, e sceglie di farlo attraverso le testimonianze degli amici e un'ampia (forse troppo) raccolta dei suoi scritti, il tutto racchiuso tra la bella introduzione di Simone Moro e un sentito ricordo di Mauro Corona. Da un lato, questa impostazione permette una visione "poliedrica" del personaggio Camòs, che spazia dal suo ruolo trainante nell'arrampicata al carattere a volte difficile, da alcune avventure al limite del grottesco che strappano sonore risate ai suoi molteplici interessi "culturali" in senso lato. Tuttavia, l'approccio corale presenta anche dei limiti, frammentando la narrazione e facendo spesso sentire la mancanza di un vero filo conduttore che eviti ripetizioni e divagazioni. Anche la scelta di "non celebrar[]e il campione di arrampicata" poiché "questo probabilmente verrà fatto nei prossimi anni" mi appare un'occasione persa (sperando davvero che non sia una pia illusione): personalmente, avrei preferito un libro che ripercorresse la sua attività in montagna e in falesia in maniera organica, ovviamente legandola alla vita quotidiana, di cui costituiva gran parte.
Se ho girato l'ultima pagina con un po' di delusione, ciò nulla toglie al gran merito di questo libro, ovvero l'aver riacceso l'interesse sul personaggio Camòs. Al riguardo, segnalo lo scritto di Emilio Previtali in occasione della presentazione del libro e una bella intervista in cui Bruno Tassi Camòs racconta la sua filosofia.


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