domenica 15 settembre 2013

Vathek



J. Reynolds, ritratto di William Beckford
(National Portrait Gallery, Londra)
di William Beckford
Oxford University Press, 1998

If what I have done be so criminal, as thou pretendest, there remains not for me a moment of grace. I have traversed a sea of blood, to acquire a power, which will make thy equals tremble: deem not that I shall retire, when in view of the port; or, that I will relinquish her, who is dearer to me than either my life, or thy mercy. Let the sun appear! let him illumine my career! it matters not where it may end.
Agli inizi del Settecento compare in Francia - e rapidamente negli altri paesi europei - la prima traduzione de Le mille e una notte. Questi racconti, uniti ad un più generale interesse per l'esotico e le culture extraeuropee, determinano una "moda" orientaleggiante che si riversa anche nella letteratura, invasa da sedicenti scrittori arabeggianti. Vathek (1786) appartiene perfettamente a questo filone, pur staccandosi nettamente dai suoi simili per un'inedita conoscenza della cultura islamica da parte del suo autore, per l'uso dei diversi registri narrativi e per una certa ambiguità di significato. La trama è semplice: il califfo Vathek (ispirato ad un personaggio storico) "much addicted to women and the pleasures of the table" è anche divorato dalla sete di conoscenza, tanto da non esitare ad abiurare la sua religione (invero non molto praticata) e sacrificare i suoi fedeli sudditi - giovani e adulti - alle potenze infernali per poter superare il portale dietro il quale giacciono tesori immensi e poteri infiniti. Inizia così il viaggio verso Istakar (Persepoli) che si concluderà coll'inevitabile dannazione del califfo.
Pagato il debito con il mito di Faust restano alcune cose da notare nel racconto, in primis il fatto che Beckford non nasconda poi troppo la sua simpatia per Vathek: sia l'ammonimento "morale" del finale che l'intervento dei Geni che salvano Gulchenrouz (uno sfigato fenomenale) e i cinquanta giovanetti (in illogica contraddizione con la soddisfazione del Giaour per quanto successo in precedenza) paiono "appiccicati" apposta per salvare l'apparenza e rendere formalmente accettabile il libro, lasciando un po' in sottotraccia la simpatia dell'autore per la vita libertina e sregolata del califfo. Non si può non fare un paragone con il contemporaneo De Sade, che esprimeva senza remore queste "simpatie" (e anche qualche altra...) e notare che anche la giovinezza di Beckford fu segnata da scandali sessuali e che il racconto trae origine proprio da una festa in cui Beckford e altra gioventù si rinchiusero in una villa per tre giorni e tre notti nel Natale 1781. Qui si potrebbe fare una bella storia del libertinismo illuminista, ma sono certo che qualcuno ci avrà già pensato (segnalazioni al riguardo sono benvenute).
Analogamente si potrebbe far risalire all'insofferenza del giovane, ricco e "ribelle" Beckford nei riguardi dei vincoli sociali e della carriera che la famiglia gli prospettava la "morale" del racconto racchiusa nel finale, una sorta di elogio della fanciullezza spensierata in cui il destino di Vathek è comparato a quello di Gulchenrouz, che vive in perpetua giovinezza in compagnia dei cinquanta fanciulli (ahi ahi ahi...), così come la costante e divertentissima ironia verso le religioni e la morale è stata interpretata in termini di reazione all'educazione rigorosa imposta dalla madre. Ma che dire del ruolo della donna nel racconto e la sua fascinazione verso il diabolico? Sia la madre Carathis, che persegue fino all'ultimo il suo fine, incurante della dannazione eterna, sia Nouronihar spingono attivamente Vathek verso il suo/loro destino, mentre lui starebbe beatamente sotto la tenda a godere delle delizie di cui sopra. Misoginia o ritratto di donne attive e libere?
Infine, non si può parlare di Vathek senza menzionare il finale, dove la scrittura si stacca dal resto del racconto. Giustamente considerata la sua parte migliore, la permanenza nel palazzo di Eblis è stata accostata ai toni sublimi del secondo Settecento, un riferimento che avevo già incontrato nelle letture e nei disegni di Sabatelli. Ma il finale è anche descritto entusiasticamente ne L'orrore soprannaturale in letteratura di H. P. Lovecraft, che lessi secoli fa e che contribuisce a classificare il racconto tra le fila del "romanzo gotico", invero in modo un po' discutibile: il finale vi appartiene pienamente; le tematiche di Beckford, come accennato, sono ben altre.
In definitiva il racconto di Beckford - che non è certamente un capolavoro - contiene numerosi spunti di riflessione ed è un libro decisamente insolito e sfuggente, anche per le numerose note "colte" aggiunte al testo a cui l'autore teneva assai; dell'edizione che ho letto segnalo la bella introduzione di R. Lonsdale che ben inquadra l'autore e l'opera, inclusa la travagliata pubblicazione. Il testo originale - facilmente comprensibile, ma volutamente arcaico - è disponibile qui.

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