mercoledì 22 maggio 2013

Rubè

di Giuseppe Antonio Borgese
Mondadori, Milano, 1991 (1a ed. 1921)

Altre volte la vita di cui avrebbe voluto rendersi ragione gli pesava come un involto che qualcuno gli avesse affidato senza dirgliene il contenuto né più ripassare a ritirarlo; lo affliggeva come una lettera che ingiallisce reclamando risposta. Ma di rispondere non aveva tempo.
Rubè potrebbe tranquillamente essere collocato tra le perle sconosciute della nostra letteratura; uno di quei libri che stupiscono ad ogni pagina per la levigata perizia della prosa, per il gioco dei riferimenti simbolici e per la ricostruzione della temperie degli anni a cavallo della prima guerra mondiale e dell'avvento del fascismo. Il libro racconta la vita di Filippo Rubè, giovane avvocato meridionale che giunge a Roma in cerca di successo, tra il 1914 e il 1919, passando attraverso le dispute tra interventisti e neutralisti, la prima guerra mondiale, il dopoguerra, i disordini sociali e i conflitti tra socialisti e fascisti. Ma Rubè attraversa queste esperienze, fondanti per la storia patria, in uno stato di apatia; ne viene trascinato (come avviene letteralmente nella scena finale), cercando in ognuna di esse - si tratti di guerra o di matrimonio - il senso, la "realizzazione" della propria esistenza, senza trovarla. Il "male" di Rubè è proprio nella sua logica da spaccare il capello in quattro, che egli usa per dissezionare la realtà e soprattutto sé stesso, ogni sua minima azione attuale o potenziale, fino a svuotarla di ogni senso; ma l'incapacità cronica di Rubè di confrontarsi col reale rappresenta in effetti l'incapacità dell'intellettuale dell'epoca e di tutta una società, l'avvisaglia di quel distacco che sarà poi celebrato dalla letteratura del Novecento.
Da notare infine l'aspetto simbolico e strutturale dell'opera, messo in evidenza dall'ottima introduzione di Luciano De Maria che pone l'accento su quattro temi attorno cui il romanzo ruota (la guerra, il sonno, la morte, l'acqua - ci sarebbe da aggiungere il tema del viaggio), e la bravura di Borgese nel costruire un romanzo che è anche storico-politico. Lo stesso Borgese è poi purtroppo caduto nel dimenticatoio, non amato né dai fascisti né dai loro oppositori, e la lunga permanenza in USA - per non rientrare in Italia e dover firmare il giuramento di fedeltà al fascismo come professore universitario - non gli ha certo giovato.

Il figlio di Borgese, Leonardo, sarà per molti anni il critico d'arte del Corriere ed uno dei primi ad occuparsi, nell'immediato secondo dopoguerra, di tutela del paesaggio. Al riguardo raccomando il bel libro L'Italia rovinata dagli italiani, Rizzoli, 2005.

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