venerdì 8 marzo 2013

La sagra di santa Gorizia

di Vittorio Locchi
L'Eroica, Milano, 1919

E tutte le sere
qualcuno non tornava alla baracca
o non faceva la tenda
co' i tre compagni, nel fango:
restava su nel letto
di melma del Calvario,
vicino alle tre croci,
sotto i reticolati,
fra i Cavalli di Frisia:
e i candidi bengala
gli facevan lume
La produzione letteraria e/o poetica della Grande Guerra è per buona parte di poco valore, intrisa di insopportabile retorica e di fastidioso nazionalismo, ma a volte anche in questi casi si possono trovare degli spunti interessanti, se li si legge con la dovuta "distanza". Più o meno questo è lo spirito con cui ho iniziato la lettura di questa poesia, che invero ispira diffidenza già dal titolo. La diffidenza è poi ulteriormente accresciuta dall'introduzione di Ettore Cozzani, il direttore de L'Eroica, il quale ci informa che l'autore, tenente della posta militare, "non apparteneva all'arma combattente", anche se "il suo servizio lo teneva sempre [...] su la linea del fuoco nel pericolo". Invero il Locchi operava lontano dal fronte e chiese il trasferimento in occasione dell'imminente presa di Gorizia (9 agosto 1916), che poi tradusse in versi - pare - su richiesta del generale Zadecchi. Egli morirà poi nel febbraio 1917 a seguito del siluramento del piroscafo su cui si trovava, scegliendo di inabissarsi anziché porsi in salvo. Nonostante Locchi non sia probabilmente paragonabile ai tanti cantori dei sacrifici altrui che se ne stavano comodamente al riparo, non si può leggere dei fanti che pregavano "Dacci la nostra guerra, la nostra guerra all'aperto, Signore, e lasciaci correre verso la fidanzata!" (ovvero, Gorizia) senza chiedersi quanto tempo il Locchi vi avesse trascorso insieme (ai fanti, ovviamente). Se lo avesse fatto, probabilmente, li avrebbe sentiti cantare di nascosto tutt'altre canzoni, meno retoriche e più tristi, e forse in alcuni casi anche la famosa O Gorizia, tu sei maledetta:
O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu
[...]
Voi chiamate il campo d'onore
questa terra di là dei confini
Qui si muore gridando assassini
maledetti sarete un dì
(qui un link che racconta cosa succedeva in Italia, ancora negli anni '60, sentendo questa canzone). Altro che "ognun la chiamava/ col nome del suo amore;/ uno le offriva il cuore/ e l'altro il dolore"! Altrettanto stonato il disprezzo dell'avversario, del "nemico ignobile indegno dei nostri fucili, che disonora la guerra rubando e impiccando, pestando tutti i sacrari, col suo piede pesante di rosso rinoceronte", anche se lo sfogo è da porre in relazione con quel che si era consumato nel castello del Buonconsiglio di Trento. E molte altre citazioni simili si potrebbero trarre.

Cosa "si salva" dunque, a mio parere, di questo poemetto? Immagini carpite qua e là, a dire la bellezza della Natura in contrasto con quello che vi accade, la dichiarazione di "naturalezza" iniziale, attimi di affratellamento con i disgraziati e le loro tremende condizioni di vita (e di morte), l'attesa e l'attacco finale, a tratti quasi carducciano (senza offesa per Giosuè, ovviamente):
E venne l'ordine di avanzare.
L'ombre nere si levarono
dai lati della strada,
i lampi illuminarono
la selva dei fucili :
e il reggimento si sparse
pei campi, come un volo
d'uccelli
verso l'aurora.
Ma ad essere del tutto onesto, la cosa che ho apprezzato di più sono le riproduzioni delle xilografie di Francesco Gamba, in parte qui riportate! Se volete farvi un'idea personale, trovate il libro (in italiano e inglese, in una traduzione del 1918) qui.

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